Visibilmente
Riccardo Panattoni

Riccardo Panattoni insegna filosofia morale all'Università di Verona. Attualmente la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra lo sguardo e lo statuto delle immagini.

20.02.2013

Una stanchezza che cura

Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, Traduzione di Federica Buongiorno), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.   Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo...

26.04.2012

Il mio ritratto, domani

Monica, la protagonista del film di Marina Spada Il mio domani, frequenta un corso di fotografia, i partecipanti devono imparare a realizzare un autoritratto. La cosa è tutt’altro che semplice, non basta infatti mettersi davanti alla macchina fotografica, appoggiarla su di un cavalletto e aspettare l’automatismo dello scatto. Farsi un autoritratto significa desiderare che si realizzi un’effettiva immagine di sé, significa scegliere una posa, dare un’espressione al volto, decidere magari un ambiente o un abbigliamento particolari che ci rispecchino al meglio. Nella frazione di un secondo, ma con una forza che ha in sé qualcosa di definitivo, si deve condensare quello che siamo, deve apparire un’immagine che rifletta nello sguardo degli...

09.01.2012

Niente da nascondere

Esiste un riferimento in grado di denotare il contrario del senso di colpa? Forse è proprio il non aver niente da nascondere. Che cosa indichi però effettivamente questo “niente”, disteso per intero sopra al concetto di nascondimento, è difficile da indicare. Cosa può essere questo “niente” che il nascosto dovrebbe mostrare? Forse è ciò che risiede nel nostro sguardo, in ciò che osserviamo e in ciò che crediamo di dimenticare nella semplicità con cui i nostri occhi si distendono sulle proprie visioni.   La scena iniziale del film di Michael Haneke Caché si colloca proprio all’interno di questa sovrapposizione. Una ripresa a camera fissa riprende frontalmente, da una certa...

01.09.2011

La poesia si scrive guardando

  Il film di Lee Chang-dong Poetry inizia con la visione di alcuni bambini che giocano sulla riva di un fiume e con la ripresa che successivamente si sposta in un’inquadratura aperta sull’orizzonte. L’acqua del fiume viene colta nel suo procedere lento, quasi immobile, predisponendo il nostro sguardo all’attesa di qualcosa che deve sopraggiungere, a un senso di predestinazione che il lento farsi incontro di quelle acque ci deve rivelare. Il fiume in effetti porterà il cadavere di una giovane di cui non riusciamo a vedere il volto perché il corpo è riverso a pancia in giù, come se, dimentico di se stesso e della sua necessità di respirare, cercasse di guardare nella profondità di quelle acque per carpire il segreto...

11.05.2011

Slavoj Žižek. Vivere alla fine dei tempi

Ai libri di Slavoj Žižek ci si deve arrendere, se si desidera leggerli porre delle resistenze è del tutto inutile, mentre se ci lasciamo andare alla loro sovrabbondanza la lettura si fa il più delle volte piacevole, i toni delle frasi diventano molto più accondiscendenti, si coglie una generosità di fondo che vuole esprimersi, mettersi effettivamente in gioco sul proprio tempo. Anche per Vivere alla fine dei tempi vale la stessa cosa, d’altronde già lo stesso titolo sembrerebbe imporlo: quando il tempo è alla fine non ci si può che arrendere alla vita.   Žižek usa diversi registri riflessivi, alcuni riferimenti portanti come la dialettica hegeliana e la struttura concettuale della psicoanalisi di Lacan, ma poi...

28.04.2011

Un volto, la salvezza

Il film di Chris Marker La Jetée (Francia, 1962) è la storia di un uomo segnato da un’immagine della sua infanzia. Sul molo dell’aeroporto di Orly, alle soglie della terza guerra mondiale, lo sguardo di un bambino si lascia attrarre dal sole fisso nel cielo e dallo scenario di un aeroporto praticamente immobile: come se il tutto fosse impresso in una fotografia. Il dettaglio però che rimarrà per lui indimenticabile è il volto di una donna, il suo primo piano, i capelli mossi dal vento, tuttavia immobili nella perpetuità del loro continuo movimento: come in un’immagine.     Niente di ciò che osserviamo, di quello che con una certa autonomia entra nel nostro sguardo, ci fornisce un segnale in grado di...