Speciale: Barthes100

Saggi, testi rari e interviste di e su Roland Barthes nel centenario della nascita.

Album. Inediti, lettere e altri scritti / Abbozzo di una società sanatoriale

Fra i vari materiali che popolano il bell’Album di Roland Barthes pubblicato in questi giorni in traduzione italiana (Album. Inediti, lettere e altri scritti), uno dei più interessanti è sicuramente questo “Abbozzo di una società sanatoriale”. Datato 25 giugno 1947, si tratta di un testo rimasto inedito sino al 2002, quando è riapparso in occasione di “R/B”, la celebre mostra al Centre Pompidou dedicata al grande semiologo francese. Barthes, malato di pesantissima tisi, aveva trascorso in sanatorio un lungo lasso di tempo, grosso modo dal ’40 al ’45, giusto gli anni della seconda guerra mondiale. Di quel periodo sappiamo poco: “vita improduttiva”, viene tacciata tale esperienza nel Barthes di Roland Barthes, e le due grosse biografie di Calvet (1990) e Samoyault (2015) non hanno più di tanto colmato la lacuna. Il testo qui pubblicato, a sua volta, elude la questione personale e biografica. O quanto meno tiene sullo sfondo l’Erlebins individuale per svolgere un discorso ad altro livello e d’altra natura.   Riconosciamo in queste righe il Barthes migliore: la sua Montagna incantata ha un tono più mitologico che romanzesco, è una critica sociale più che una narrazione d’affetti...

Barthes. Parigi, 13 novembre

Il 13 novembre 2015 si apre a Parigi, per commemorare il centenario della sua nascita, un sontuoso colloquio su Roland Barthes. La sede è il Collège de France: là dove RB tenne i suoi ultimi corsi sul Vivere insieme, il Neutro, la Preparazione del romanzo. Là dove stava recandosi, quella mattina del febbraio 1980, quando fu investito dalla famigerata camionetta che nel giro di poche settimane gli tolse la vita. A inaugurarlo è Antoine Compagnon, il più noto fra i suoi allievi, e nel corso della giornata intervengono, fra gli altri, Julia Kristeva e François Hartog, Georges Didi-Huberman, Patrizia Lombardo, Marc Fumaroli, Patrick Mauriès, Éric Marty, Philippe Roger.   Quella notte, da quelle parti, succede quel che succede. La mattina dopo il Collège è chiuso. La seconda giornata del colloquio non può tenersi. Uno sparuto gruppo di convegnisti si incontra comunque dinnanzi ai cancelli. Qualcuno propone di trasferirsi al bistrot più vicino e continuare là gli interventi, il dibattito, la rievocazione. Trovata molto parigina, accolta dai presenti con evidente angoscia, mesta...

Barthes di Roland Barthes

Chi apre la versione italiana di Barthes, edita da Einaudi nel 1980, trova per prima una lunga, riposante serie di pagine bianche, che ospitano un album fotografico. Sembra composto piano e con la cura di tenere le fotografie a una buona distanza, senza schiacciarle una troppo vicina all’altra. Sono le fotografie della sua infanzia, di luoghi, persone, di se stesso in diversi momenti della sua crescita. Fotografie accostate per le ragioni più varie, che vengono al lettore attraverso note scritte a corredo degli scatti. Appunti, spesso, di un’ironia che fa sorridere. Come quando in una doppia pagina c’è una foto di Roland Barthes bimbo, seduto su un crinale erboso e insieme due suoi ritratti di un’epoca molto posteriore, quella dei convegni, del lavoro intellettuale ‘in mostra’, in ambienti chiusi, con un abito e un microfono in mano. In una lunga annotazione Barthes spiega che quelle foto sono immagini della sua noia, una noia che ha conosciuto presto e che poi l’ha accompagnato sempre, una noia che in certi casi “arriva fino allo sgomento”. Tanto che le due fotografie da adulto sono intitolate “sgomento: la...

Barthes tra i filologi della mia gioventù

Quando Barthes finì sotto il furgoncino, nel febbraio 1980, Einaudi stava distribuendo l’incandescente Barthes di Roland Barthes ma non era ancora disponibile in italiano, per esempio, L’impero dei segni (Skira 1970), né la Leçon inaugurale al Collège de France (’77) né, ma questo era ovvio, La chambre claire, ultimo libro licenziato dall’autore poche settimane prima. La popolarità di Barthes da noi era lievitata negli ultimi mesi soprattutto per via dei Frammenti di un discorso amoroso, titolo invitante che portava la semiologia su un terreno in apparenza meno esclusivo, conquistando lettori anche al di fuori dei consueti confini della critica letteraria. Barthes faceva tendenza: libri, giornali, riviste. Gli si poteva attribuire una iconografia, com’era accaduto a Brecht, a Sartre, a Pasolini, tant’è vero che dopo la sua morte gli “Struzzi” Einaudi lo mettevano direttamente sulle copertine. Il professore con il pullover girocollo e la sigaretta accesa, circondato dai ragazzi capelloni, era diventato la raffigurazione stessa del seminario strutturalista: un laboratorio giovanile...

Ordini del discorso amoroso

Tante persone sarebbero pronte ad affermare, talvolta con ironia, che l’amore non esiste. Considerandolo, a buon titolo, compromesso dalla sua storia ufficiale, e dunque dalla storia delle istituzioni che si sono incaricate di governare l’amore – ossia di produrre un’idea dell’amore che fosse funzionale al governo della proprietà, della sessualità, della riproduzione, e in buona parte funzionale al dominio maschile e all’eterosessualità obbligatoria –, costoro vorrebbero sbarazzarsi della sua storia stabilendo l’impossibilità di pensare l’amore fuori dal suo dispositivo, mettendo in discussione la struttura stessa che rende possibile ogni argomentazione: al suo posto esisterebbero, semmai, i rapporti sessuali, o forme più o meno superficiali di relazioni di reciprocità e scambio, tendenzialmente etero o omonormate, nei casi in cui prevedano forme di scambio sessuale, e tendenzialmente omosociali, nei casi in cui invece non siano all’apparenza contemplate. Costoro, inoltre, riterrebbero le sofferenze che l’amore può produrre del tutto risibili se comparate con quelle...

Barthes e la scrittura in mostra

È un’impresa organizzare una mostra alla Biblioteca nazionale di Parigi, ultimata in grande fretta nel 1995 per farla inaugurare dall’incartapecorito presidente Mitterand. È persino difficile studiarci – ragione precipua per cui è stata costruita – figuriamoci esporre arte. In occasione del centenario della nascita di Roland Barthes il Dipartimento dei manoscritti della BNF ha allestito Les écritures de Roland Barthes. Panorama (fino al 26 luglio). Lontana da ogni clamore retorico, la mostra è un omaggio contenuto e prezioso concentrato su una sola opera, Frammenti di un discorso amoroso, di cui viene ripercorso l’iter completo: dagli appunti stesi per il corso universitario all’Ecole Pratique (1974-76) fino all’impaginato definitivo del libro. Non mancano le fasi intermedie e il paratesto, sin dal Précis e dalle note metodologiche, fedele a quell’arte tutta francese di concepire un saggio. Perché un libro non va solo scritto ma va strutturato (indimenticabili gli indici dei libri di Deleuze, un vero modello). Si succedono poi le schede di lettura raccolte in appositi contenitori, le...

Puer senilis, senex puerilis

ETÀ. Perdita del sentimento di età: in quanto innamorato, il soggetto non si assegna nessuna età: non è né giovane né vecchio.   1. CLASSIFICAZIONE Infans, puer, adulescens, senior, senex: ogni società divide il tempo del soggetto umano: essa crea le età, le classifica, le denomina e incorpora questa struttura per il suo funzionamento per via di riti iniziatici, di servizio militare o di disposizioni legali. Una volta, era l’organizzazione simbolica che si occupava apertamente delle età (nelle società etnografiche); oggi è la scienza: la medicina, la sociologia, la psicologia, la demografia, la criminologia, politica stessa, tutti questi discorsi “obiettivi”, si premurano di dividere e di opporre le età. Il plurale così costituito (“le età della vita”), fa pesare sul soggetto umano una delle costrizioni sociali più forti che egli è tenuto a subire (l’età è davvero l’Altro).   Chi vuole le età? Le società arcaiche, le società militari, le società concorrenziali, in breve...

La calza e l’idea

Nella grande Encyclopédie française des sciences, des arts et des métiers, pubblicata nel XVIII secolo, c’è un articolo celebre dove, malgrado l’apparente modestia dell’argomento, prorompe il nuovo spirito del tempo. L’articolo parla della macchina per fare le calze.   Il testo è redatto da Diderot in persona. Da cosa deriva tutto questo interesse? Innanzitutto, ovviamente, dal fatto che la macchina per calze esprime molto bene il tema progressista della nostra civiltà tecnologica, il quale ha avuto inizio appunto nel XVIII secolo: da un lato i bisogni della vita quotidiana, colti a partire da un umile articolo vestimentario; dall’altro il potere della tecnica, che permette agli uomini di soddisfare questi bisogni, impiegando un minor tempo e un minor lavoro che in precedenza.  Così, la nuova macchina per calze simbolizza il rovesciamento della vecchia legge contabile della “fatica”, scotto inevitabile – si pensava – d’ogni esistenza.   Non è tutto. Quel che rende la macchina per calze veramente ammirevole agli occhi di Diderot è il fatto...

Per una storia dell'infanzia

Nell’età classica, il bambino non contava nulla; si sperava che il momento dell’infanzia fosse il più breve possibile, in modo da raggiungere velocemente l’età della ragione, nella quale si sarebbe potuto finalmente parlare di lui, farne oggetto di massime e di commedie. Questo silenzio mitico si accordava perfettamente con la filosofia essenzialista del periodo: l’unità dell’essenza umana prescriveva l’identità delle età e rigettava al di fuori di ogni commento tutto ciò che era altro dall’uomo: l’infanzia era un tempo morto perché era un tempo ineffabile: non ci sono né pazzi né bambini nella nostra letteratura classica.   Sappiamo come la Rivoluzione francese, soprattutto nei suoi esiti, abbia provocato un divorzio sempre più profondo tra le pretese universaliste della borghesia e la coscienza dello scrittore, tra la sua condizione e la sua vocazione; sappiamo anche come questo divorzio, prima ancora di portare lo scrittore a un impegno sul piano formale, abbia prodotto un certo numero di fughe: l’Ottocento ha inventato l’innocenza,...

Si ama perché si sono avuti dei libri

LIBRO. Funzione dei libri nell’origine dell’amore: si ama perché si sono avuti dei libri.   1. [a] Francesca da Rimini e Paolo Malatesta scoprono di amarsi leggendo gli amori di Lancillotto e Ginevra. [b] Werther legge Ossian a Charlotte e questa lettura porta al culmine la passione dell’uno, l’emozione dell’altra. L’amore viene dal libro, l’amore è prima di tutto scritto. Io non faccio che riscriverlo, all’infinito: non saprei che desiderare, non saprei che fare, senza libro che mi guidi. Incontro sempre un libro che dà corpo (linguaggio, racconto, emozione) al mio desiderio.     [c] (Dafne e Cloe è il libro di questo paradosso: un amore senza libro antecedente; basta almeno questa enormità per definire “la Natura” – che gli amanti si premurano d’altronde di decifrare come un testo).   Al margine: [a] Dante – [b] Werther – [c] Dafne e Cloe. DANTE: Inferno, V. WERTHER: 138, sgg; tr. it., p. 125 sgg.     2. IL LIBRO ANONIMO Come borghese, Werther prende i suoi codici dall’alta cultura; prima dell’amore, prima...

Dal gioiello al bijou

Per molto tempo, secoli o forse millenni, il gioiello è stato essenzialmente una sostanza minerale: diamante o metallo, pietra prezioso od oro, esso veniva sempre dalle profondità della terra, da quel cuore a un tempo oscuro e rovente di cui conosciamo soltanto i prodotti induriti e raffreddati. In breve, proprio per la sua origine, il gioiello era un oggetto infernale, proveniente, attraverso percorsi costosi e spesso insanguinati, da quelle caverne sotterranee in cui l’immaginazione mitica dell’umanità ha posto insieme i morti, i tesori e le colpe.   Estratto dall’inferno, il gioiello ne è diventato il simbolo, ne ha assunto il carattere fondamentale: l’inumanità. In quanto pietra (i gioielli erano in gran parte costruiti da pietre), esso era soprattutto «durezza». La pietra ha sempre rappresentato l’essenza stessa della cosa, dell’oggetto inanimato: la pietra non è né vita, né morte, è inerzia, ostinazione della cosa a non essere altro che se stessa: è immobilità infinita. Ne consegue che la pietra è imperturbabile: il fuoco è crudele...

Il confidente

1. RUOLI Considerando come diviso il soggetto innamorato, il confidente sarebbe in lui la voce saggia, la voce di colui che vuole “uscirne”, che ragiona, ridimensiona, consiglia di “lasciare perdere”: non lasciarti convincere, sbarazzati di X. Sei impacciato, rinuncia, riconosci il tuo scacco, e passa ad altro. Poco importa la vacuità di questo consiglio (esso non è mai seguito; se il soggetto se ne esce, è per tutt’altre vie): il confidente permette al soggetto, ordinariamente murato nell’immagine, di parlare. Il suo ruolo è allocutorio (ho qualcuno a cui parlare del mio io, enfatico, grandioso), testimoniale (il confidente è testimone: ciò di cui parlo è reale perché posso raccontarlo, [a] ogni delirio diviene verosimile se qualcuno vuole almeno ascoltare), esaltante (parlando dell’essere amato, io ne accresco il volume, lo destino alla notorietà).   Al margine: [a] Djedidi. DJEDIDi: Gygé et Candaule: «Mi occorre un testimone per provarmi / Che io non sono affatto un presuntuoso / Che mente a se stesso quando si gloria / Di abbracciare la donna pi...

Scelta di un mestiere

Le nostre riviste femminili comportano sempre una Direzione della Coscienza. La Fanciulla viene considerata al contempo come la più disponibile tra gli Oggetti e la più fragile delle Anime; così, la vestono e la indottrinano, le suggeriscono contemporaneamente vestiti e principi; da una parte la correzione dei comportamenti, dall’altra il tailleur primaverile: con una felice divisione dei compiti, la toilette permette di sedurre l’uomo, mentre la Legge aiuta a proteggersi da lui.   La Direzione della Coscienza è quindi una rubrica essenzialmente difensiva; senza dubbio, certe riviste di stile emancipato (“Elle”) sanno mescolare tattiche di riserva e di espansione, poiché affermare la Donna significa al tempo stesso liberarla e fissarla nella sua essenza femminile. Ma per altre riviste, che sono la stragrande maggioranza delle pubblicazioni lette dai francesi, la Direzione della Coscienza è molto chiaramente una tecnica di immobilizzazione: si tratta di ricondurre la Donna alla sua vocazione: il focolare.   Tuttavia, siamo nel mondo moderno: e le Donne, in esso, possiedono sempre più spesso un...

Vagone ristorante

Il prezzo fisso della compagnia Cook procura, non tanto un nutrimento, quanto una filosofia. Il suo principio è una scommessa: il viaggiatore consuma nel cuore del viaggio tutto ciò che, costitutivamente, s’oppone al viaggio stesso. Il primo obiettivo è dunque quello di purificare il pasto da qualsiasi finalità propriamente nutritiva, di mascherare – con un complesso protocollo di attenzioni – la contingenza: quella, molto semplicemente, del mangiare in treno. Qui, ogni limitazione sembra produrre la libertà contraria, qualsiasi gesto è una smentita dei suoi limiti originari. Per esempio, lo spazio ristretto genera un’enorme quantità di biancheria: è tutto uno spreco di tovaglie e tovaglioli (che ricoprono anche i cestini del pane), di innumerevoli posate, come se non mancassero né spazio né il tempo per rimetterli in ordine, per lavarli.   Al di là della profusione, quel che ci viene proposto è il miraggio di una solidità: biancheria inamidata, posate massicce, ogni cosa tende a superare teatralmente il semplice utensile, attestando che ci troviamo ancora in...

Uscendo dal cinema

Il soggetto che parla qui deve riconoscere una cosa: gli piace uscire da una sala cinematografica. Ritrovandosi nella strada illuminata e quasi deserta (ci va sempre di sera e lungo la settimana) e dirigendosi mollemente verso qualche caffè, cammina in silenzio (non gli piace parlare subito dopo il film che ha appena visto), un po’ intorpidito, goffo, infreddolito — insomma, assonnato: ha sonno, ecco che cosa pensa; nel suo corpo si è diffuso un senso di sopore, di dolcezza, di calma: languido come un gatto addormentato, si sente un po’ disarticolato, o meglio (perché per un’organizzazione morale il riposo non può consistere che in questo) irresponsabile. In breve, è evidente, esce da uno stato di ipnosi. E dell’ipnosi (vecchia arma psicoanalitica che la psicoanalisi sembra ormai trattare con condiscendenza) ciò che percepisce è il più antico dei poteri: quello di guarire. Pensa allora alla musica: non ci sono forse delle musiche ipnotiche? Il castrato Farinelli, la cui messa di voce fu incredibile “sia per durata sia per emissione”, lenì la malinconia morbosa di Filippo V di...

L'immaginazione pigra di un attivo disegnatore / Omaggio alla pigrizia di Barthes

Il mio segreto è che non so disegnare e sono pigro. Si tratta di una miscela di qualità che va trattata con una certa cautela ma che può garantire risultati accettabili. Provate a pensarci.  Un Pigro cercherà tutti i modi per realizzare qualcosa senza passare per la formazione canonica: un sistema semplice per avere la probabilità di scoprire qualche nuova tecnica.  La stessa persona è troppo pigra per cercare a lungo qualcosa da copiare: si affrancherà prima dalla “tirannide” dei modelli.  Non avendo talento naturale per il disegno, il Nostro si guarderà bene dall’applicarsi con costanza a un apprendimento faticoso evitando così i rischi di uno stucchevole virtuosismo.  Al contrario cercherà di produrre illustrazioni con il minimo numero di segni, costringendosi in tal modo alla riposante disciplina della sintesi.  Inoltre il dispendio energetico richiesto dissuaderà ben presto il Pigro dal futile proposito di seguire le mode.  Naturalmente, non potendo contare sul talento e su strabilianti mezzi tecnici, sarà costretto ad inventarsi qualcosa perché i suoi disegni possano piacere a qualcuno.  Per fortuna,...

La fine del dandismo

Per molti secoli, ci sono stati tanti vestiti quante classi sociali. Ogni rango aveva il suo abito, e non c’era alcun imbarazzo nel considerare il modo di vestire come un vero e proprio segno, dato che la disparità di stato sociale era considerata naturale. Da una parte, il vestito era sottoposto a un codice assolutamente convenzionale ma, d’altra parte, questo codice rinviava a un ordine naturale o, meglio ancora, divino. Cambiarsi d’abito significava cambiare al tempo stesso modo d’essere e classe sociale: l’uno e l’altra si confondevano. Nelle commedie di Marivaux, per esempio, il gioco dell’amore coincide al contempo con il quiproquo delle identità, con il mutamento delle condizioni sociali e con lo scambio dei vestiti. Esisteva dunque una vera e propria grammatica del vestito, che non poteva essere trasgredita senza minacciare, non soltanto alcune convenzioni del gusto, ma soprattutto un ordine profondo del mondo: quanti intrighi, quante peripezie della nostra letteratura classica si basano sul carattere francamente segnaletico del vestito!   Sappiamo che subito dopo la Rivoluzione il vestito maschile è...

Scrittura a mano

Lei ha un metodo di lavoro?   Tutto dipende dal livello a cui uno colloca la riflessione sul lavoro. Se si tratta di visioni metodologiche, non ne ho. Se, per contro, si tratta di pratiche di lavoro, è molto evidente che ne ho. E qui la sua domanda mi interessa nella misura in cui una sorta di censura considera giustamente come tabù questo soggetto, col pretesto che sarebbe futile per uno scrittore o un intellettuale parlare della propria scrittura, del proprio timing o del proprio tavolo da lavoro. Quando sono in molti ad accordarsi nel giudicare che un problema è senza importanza, generalmente ne ha. L’insignificanza è il luogo della vera significanza. Non bisogna mai dimenticarlo. Ecco perché mi sembra fondamentale interrogare uno scrittore sulla sua pratica di lavoro. E questo, collocandosi al livello più materiale, direi quasi minimale, possibile. Significa fare un gesto antimitologico: contribuire a capovolgere quel vecchio mito che continua a presentare il linguaggio come lo strumento di un pensiero, di un’interiorità, di una passione o non so cos’altro, e la scrittura, di conseguenza, come una...