Speciale: Il Calendario dell'Avvento di Oz

Dall’1 al 31 dicembre, ogni giorno, un lemma diverso ci condurrà lungo il sentiero di mattoni gialli del centennale viaggio al termine della notte di Baum.

Giorno 30 / Straniera

Ogni storia di migrazione è una storia di fantasmi: quando Dorothy torna in Kansas dopo aver visitato il fantastico mondo di Oz, non torna intera. Dietro di sé ha lasciato un ologramma che le somiglia, e continua a vivere in quelle lande ora magiche ora totalitariste per sempre. A volte comunicano nei sogni, a un certo punto ritorneranno anche in contatto, ma non si reintegreranno più nello stesso corpo. Questa non è una perdita, è una rifrazione infinita di sé, un what if che tormenta ogni Dorothy nel corso di una vita, ogni volta che attraversa una soglia o si fa sorprendere da un tornado. Più che attraversare, questo andarsene in giro per mondi significa moltiplicare, saturare e far scoppiare le cellule dell’immaginazione rendendosi sempre straniere a se stesse.   Non sappiamo chi è la ragazzina-ologramma rimasta a Oz, in che modo verrà corrotta dal tempo e come cambieranno le sue idee, ma la Dorothy in Kansas sarà continuamente tentata dall’altra sé. A Wendy che visita Neverland e a Eleven che precipita nell’Upside Down di Stranger Things succede la stessa cosa: serve un’altra dimensione per diventare davvero altre. Essere straniera è la riconciliazione impossibile e...

Giorno 29 / Bosco

Ho fotografato, da lontano, un bosco all’ora del tramonto. Rapita al rosa intenso sopra le cime degli abeti, non mi ero accorta della macchia di luce  color fuoco che filtrava tra il folto degli alberi. Aveva la forma di un cuore. Meraviglia e paura, terrore e incantamento, così batteva quel cuore dentro il cuore del cuore del bosco. Predatori e predati, carnefici e vittime, streghe e giganti, lupi, civette, piccoli aiutanti magici, tronchi cavi e casette segrete. Orrore o riparo? Di ognuno, e di ogni cosa, un cuore batteva.   Ma più forte di tutti, il nostro batteva. Avventurosi e impauriti fermi sul limitare, sulla soglia, spaccati: inseguire la luce o consegnarci all’ombra? impauriti e avventurosi, il respiro trattenuto, nel doppio movimento, e ammonimento: “Entra! Non te ne pentirai!” “Scappa! O te ne pentirai!” Me lo chiese di colpo il bambino, cosa volesse dire quella parola: Bosco, e dovetti riflettere un istante, perché la consuetudine mi avrebbe fatto rispondere “deriva dal latino, oppure dal greco” e invece no, l’italiano ha selve, e foreste, e il boscus certo, dal latino medievale ci è passato, bos come di legno, ma la parola veniva di là, dalle nordiche...

Giorno 28 / Cuore | Coraggio | Cervello

 Crescendo si è alla ricerca di una chiave per leggere e interpretare il mondo, un utensile della mente. Faussone, il leggendario capomastro raccontato da Primo Levi, aveva come utensile una chiave a stella che rese la sua vita picaresca in giro per il mondo ad avvitare bulloni su alti tralicci e ponti che si sporgevano su fiumi in piena. Altri non hanno la chiave a stella ma diversi strumenti come la racla che si impugna e con cui si raschia sulla trama del telaio per distribuire uniformemente il colore sulla carta facendo apparire come per magia l’immagine. Così è la gestualità dello stampatore serigrafo, anche lui, come Faussone, impugna uno strumento che è il prolungamento del suo corpo e se ne serve, per creare, cioè dare forma a qualcosa che prima del suo gesto non esisteva. Ci vuol cuore, coraggio e cervello a mettersi nell’impresa impugnando con perizia il proprio strumento, facendo della propria vita un mestiere e del mestiere la propria vita. Ci vuole cuore, coraggio e cervello per far diventare il proprio corpo parte dell’ingranaggio, mantenendo ancora un certo grado di libertà, mantenendo con il proprio strumento lo...

Ascolto

A quanto pare abbiamo una tendenza innata ad associare l’ascolto con lo spionaggio, i sotterfugi, le relazioni illecite. Chi non ha mai sognato di farsi mosca – o meglio cimice – nella stanza dei bottoni per carpire segreti senza esser visto?   Il Re di La città di smeraldo di Oz ordina al suo suddito Origlione di intercettare i dialoghi degli stranieri che si stanno minacciosamente avvicinando. Origlione spalanca allora le sue enormi orecchie, facendole oscillare leggermente su e giù, avanti e indietro. Verrebbe da pensare a una nuova versione di elephant man, adesso non più connotato per mostruosità fisica, ma perché le orecchie così giganti ricordano le straordinarie capacità uditive degli elefanti che comunicano tra loro a decine di chilometri di distanza.   Origlione riferisce che lo Straccione sta giungendo a liberare il fratello imprigionato. Lo sente prima che arrivi. Ma in America e nella terra di Oz non vivono gli elefanti. Le sue orecchie sono perciò più simili a parabole. Negli stessi anni, prima dell’arrivo del radar, si stavano sperimentando ingombranti strumenti composti da trombe, conchiglie curve, tubi fonoassorbenti. Servivano a localizzare i suoni a...

Giorno 26 / Ascolto

A quanto pare abbiamo una tendenza innata ad associare l’ascolto con lo spionaggio, i sotterfugi, le relazioni illecite. Chi non ha mai sognato di farsi mosca – o meglio cimice – nella stanza dei bottoni per carpire segreti senza esser visto? Il Re di La città di smeraldo di Oz ordina al suo suddito Origlione di intercettare i dialoghi degli stranieri che si stanno minacciosamente avvicinando. Origlione spalanca allora le sue enormi orecchie, facendole oscillare leggermente su e giù, avanti e indietro. Verrebbe da pensare a una nuova versione di elephant man, adesso non più connotato per mostruosità fisica, ma perché le orecchie così giganti ricordano le straordinarie capacità uditive degli elefanti che comunicano tra loro a decine di chilometri di distanza.Origlione riferisce che lo Straccione sta giungendo a liberare il fratello imprigionato. Lo sente prima che arrivi. Ma in America e nella terra di Oz non vivono gli elefanti. Le sue orecchie sono perciò più simili a parabole. Negli stessi anni, prima dell’arrivo del radar, si stavano sperimentando ingombranti strumenti composti da trombe, conchiglie curve, tubi fonoassorbenti. Servivano a localizzare i suoni a grande distanza....

Giorno 24 / La lingua naturale

La lingua naturale non esiste. Accade spesso, certo, che si confondano le due categorie – anche se nella stessa scelta della parola è evidente che si tratta di appigli raffazzonati; incertezze terminologiche di riuso – di Lingua e di Linguaggio. L’affermazione “non esiste” potrebbe sembrare eccessivamente perentoria, quando non si parta dalla ricreazione scritta (dall’invenzione, vìa) di grammatiche e di linguaggi letterarî che testimoniano, e ratificano, l’artificiosità d’arrivo delle lingue descritte (e quindi ricreate). In sostanza: vogliamo considerare naturale lo sforzo linguistico inerziale, almeno ai nostri occhi, di Toto nel Mago di Oz; o la percezione diffratta di Buck nel Richiamo della foresta (o il loro contraltare pluriversale dei Conigli della Collina più o meno omonima)? Non c’è lingua naturale perché forse non esiste neppure la natura: se la riconosciamo nella sua ricreazione scritta e intanto non la consideriamo parte integrante di noi (così come ne siamo parte noi quando ne invochiamo una definizione scritta, per l’appunto). Già.   Un’approssimazione di ‘natura’ richiede uno sforzo comprensivo che interessa tutte le dimensioni narrative. Anzi. Nel tentativo...

Giorno 23 / Scelta

– È meglio essere molto intelligenti o molto coraggiosi? – chiese retoricamente lo Spaventapasseri. – È meglio avere il batticuore – rispose l’Uomo di Latta. – A me se c’è un pericolo viene molto batticuore – disse il Leone Codardo. – Forse hai un cuore difettoso – esclamò lo Spaventapasseri. – Può darsi – rispose il Leone. – Dovresti essere contento, allora, di averne uno – aggiunse sconsolato il Boscaiolo. – E il cervello...? – incalzò lo Spaventapasseri. – Il cervello non so... – ammise il Leone.   C’erano una volta tre traduttori. Volevano andare insieme alla magica città dei traducenti di Smeraldo seguendo la strada di parole gialle, che erano parole facili e difficili, antiche e moderne, perfino inventate. Ma tutte erano pericolose, come lo sono sempre le parole.   Uno di loro, detto lo Spaventaparole, era versato nelle strutture della lingua e ci teneva a non inventare niente e a studiare molto. Ma proprio perché aveva studiato molto, sapeva che non avrebbe mai potuto essere abbastanza intelligente da sapere tutto delle parole, e si disperava per questo. Il secondo era coraggiosissimo, giocava con le parole, le inventava, ma si sentiva arido, diceva di non sapersi...

Giorno 21 / L’isola sommersa

L’isola sommersa, predisposta in modo tale da poterla fare sprofondare, per ragioni difensive, come un grande sommergibile trasparente, evoca l’inconscio: il nostro straniero interno, estimo, che sorge da un impatto tra il dentro e il fuori e ci perturba.  L’isola sommersa è la verità profonda, irrappresentabile e inafferrabile che ci abita, la verità rimossa che stiamo sempre cercando.   L’ascolto analitico è ospitalità femminile e vibrante di questa alterità, di questo ospite-interno. Si manifesta come uno stato di grazia e sorge dalla possibilità di percepire il negativo, l’irregolare, l’aritmico, le situazioni che, appena accennate, e quali che siano, rischiano di essere subito soffocate, inabissate o, meglio ancora, inquadrate e funzionalizzate. È possibilità di interrogare i tentativi, gli inciampi disordinati del dire.   L’isola sommersa è il sogno, l’evento, l’impatto con l’abisso, lo sfaldamento dell’identità. Il sogno arriva senza preavviso e in modo oscuro, scardina certezze e ci perturba, ci espone a una perdita. Occorre avventurarsi nel mare, dopo aver imparato a nuotare certo: un mare che apra all’incontro e all’inconscio, un mare...

Giorno 18 / Trasformazione

Cerva, cerva tu cambi se ti si osserva. Chi sei tu? Chi sono io? Sei della foresta un dio? Scocco una freccia nell’aria ma sei preda immaginaria e dall’arco delle tue corna la saetta mi ritorna. Sono l’animale ferito o un cacciatore pentito? D’acqua e di luna sembri fatta Tu sei donna o sei cerbiatta? Lo specchio dell’amore muta, mi mostra una figura irsuta. Sono un uomo o un animale? Posso vivere al plurale? Cerva, cerva nessuna forma si conserva.

Giorno 19 / Lontananza

Stare in uno stato di lontananza: il principio della meraviglia. Per Dorothy, raggiungere la Città di Smeraldo è attraversare la lontananza, portandosi dietro, di passo in passo, i desideri:  “– Ah, la strada è lunga da qui alla Città di Smeraldo, – osservò il Re. – È così lontano che nessuno di noi è mai stato là”.   La lontananza è la linea dove il meraviglioso si può affacciare, per poi subito ritrarsi nell’impossibile : luogo dell’arcobaleno, festa del visibile, ma abitata dalla minaccia della sparizione. Irraggiungibile che si veste di colore e di prossimità, per sottrarsi a ogni cammino che voglia indicarlo come meta. Linea dove l’apparire confina con il nascosto che ne è il ritmo, la luce è abitata dall’ombra che la sostiene, la presenza sprofonda nell’assenza. La lontananza è l’altrove che prende forma fluttuante, metamorfica, fuggitiva. Sta dentro di noi quell’altrove, sta come sogno di un altro tempo, di un altro luogo: immagini che ci permettono di attraversare i giorni senza essere assaliti dal gelo di quel che è già stato,  e ci permettono di camminare per le strade del mondo senza assumere l’alterigia di chi ha già raggiunto uno scopo.  La...

Giorno 17 / Ibrido

Ibrido è oggi ciò che esiste nello sguardo di un altro, che sempre è definito-da-un-altro come categoria del non puro, dell'impuro, del mescolato, del mescidato. Non conta che esser-puro non esista, che il sangue non esista che la sua natura non sia visibile, che sia ibrida ogni forma della specie umana/non umana, le sue cellule che sono uno con più uno, i suoi mondi interni di batteri, archeobatteri. Ibrido è ciò che dissolve, dinosauro in uccello, lupo in cane, che è acquisto-e-perdita. Che si adatta. Che si tramanda. Che sopravvive, se sopravvive, perché ha nuovi sensi per nuove figure del mondo. Ibrido è figura: del più di uno, del molteplice, del non-Parmenide, quindi sempre in divenire, forma del fiume che si getta in mare, che si fonde. Ibrido avviene sempre in un tempo che è dopo, se c'è un prima in cui è diviso ciò che è riunito nel suo corpo. È la parola che è sempre un nome proprio nella lingua, a cui si riunisce come se provenisse da una lontananza per cui non esisteva parola, prima. Una lontananza che non poteva essere chiamata, se ogni parola serve per chiamare.   Ibrido è figura dell'unione. Ibrido avviene sempre come attraversamento, come ponte tra i mondi...

Giorno 16 / Compassione

Leone Codardo e Tigre Famelica se ne stanno insieme nel mondo di Oz. E se del primo si sente il battito del cuore ogni volta che un pericolo si avvicina, l’altra è tutta un rantolo di stomaco. Tigre Famelica vive affamata: la sua coscienza la porta sulla cattiva strada, la sua coscienza non lascia che lei mangi i bambini e fa di lei una non tigre, una tigre che conosce compassione.    Noi, invece, ci siamo addestrati al dolore.  È questo, vero? Non vederlo più, non riconoscerlo: distogliere lo sguardo, confonderlo, lasciarci distrarre.  La natura, invece, l’abbiamo addestrata. La nostra: il ritmo, il tamburo del ventre, la stella, la linfa, il sangue, il ciclo del corpo e delle stagioni. Abbiamo sistemato un prima e un dopo, un passato e un futuro. Organizzato una rotta, classificato, catalogato, spiegato, ripiegato, riposto. E il coraggio? Quello lo abbiamo piuttosto ammaestrato. Si è fatto sfida e mai resa, o assenza, vuoto, buco, voragine, perdita, abbandono.   Chi ci ha rigirati così? Diceva il poeta. Lo diceva guardando al viso di animale, chissà, forse era un bufalo morente o forse quella è un’altra storia. Forse ogni storia è la stessa storia: una...

Giorno 15 / Voce

All’inizio del ventesimo secolo, un danese immigrato negli stati uniti, Peter L. Jensen, e il suo socio americano, Edwin Pridham, stavano cercando di migliorare le prestazioni acustiche del telefono. Lo storico W. David Lewis racconta che nel 1910 un parente di Jensen visitò il loro laboratorio e lanciò un’idea. Alle partite di baseball di San Francisco, gli annunci erano proclamati con il megafono da un tizio pittoresco che si faceva chiamare Foghorn Murphy (“foghorn” è la sirena che avverte i naviganti nella nebbia). Se Jensen e Pridham avessero trovato il modo di potenziare i loro dispositivi, non ci sarebbe stato più bisogno di figure come Foghorn Murphy. I due soci collegarono al ricevitore telefonico la tromba acustica di un vecchio fonografo. Con l’aggiunta di un microfono e un trasformatore, ottennero il primo sistema di amplificazione, che a detta di Jensen produceva «un chiasso di strilli e ululati che spaccava le orecchie e incuteva terrore». Avevano inventato l’altoparlante. Ne corressero i difetti allontanando il microfono dal ricevitore. Poi posarono un cavo fino al tetto del laboratorio, dove fissarono la tromba acustica. Pridham parlò nel microfono. Jensen...

Giorno 13 / Le Antenate viventi

Spesso vado solitaria per boschi e la potenza arcaica che respiro, la suggestione sempre più forte  che mi viene dalle piante, mi innamora e mi convince di questa origine comune, di questo essere  tenuta in vita da loro, dalla loro grazia respirante e fruttificante e rifiorente e accogliente. I grandi antichi alberi, le vegetali intelligenze: ecco le antenate viventi.  Da quelle proveniamo, da quelle siamo tenuti nella vita. Albere, le vorrei chiamare, prendendo da Pavese, con devozione e senza timore.   L’animale estatico    C’era un animale a ripararsi dalla pioggia sotto un grande abete – … questo solo animale circolava estatico oggi nel bosco. A differenza di tutti gli innumerevoli altri nascosti   lui – ma una femmina era – lei allora oggi stava fra altri molto  spaventati da lei – aggirandosi quieta   portava una preghiera  a tutte le piante: “Sovrane intelligenti innamorate   custodi eccellenti donatrici di fiato tutto il mio fiato da quando è cominciato si è sprigionato   da voi alte frondose giganti creature alberate”. E oggi dunque l’animale estatico era proprio venuto   nel bosco a portare il suo grazie un...