raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Speciale: Il Reportage

In collaborazione con la rivista Il Reportage.

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Profughi / L’ombra del nemico

Questa storia inizia con una bambina che voleva divenire cacciatrice di serpenti e che si troverà, molti anni dopo, ad essere una giornalista di guerra. Inizia con il desiderio di riparare ai torti grazie al racconto delle vite travolte dalla violenza della Storia. Un mosaico di racconti e testimonianze che vanno a comporre lo scenario delle nostre società in tumulto, in un tentativo di comprensione e di decodifica, di compensazione e analisi. Marta Serafini, giornalista del “Corriere della Sera”, in L’ombra del nemico (Solferino libri), racconta cinque anni di lavoro e di reportage che l’hanno portata più volte in Medio Oriente durante il conflitto siriano, in Iraq – testimone della nascita, della consolidazione e del declino dello Stato Islamico – in Kurdistan tra le file dei peshmerga, al confine tra Turchia e Siria – tra le centinaia di migliaia di profughi che il conflitto siriano ha causato – nel Libano schiacciato dalla pressione degli sconvolgimenti nella Regione, in Afghanistan – a Kabul – nei vicoli degli oppiomani e tra le donne in burqa che chiedono l’elemosina, sulle navi delle Ong che salvano vite nel Mediterraneo centrale.   Ma anche nelle periferie delle...

Reportage n. 31 / Bergoglio. La scalata ai vertici

  È l'ora dell'inizio della liturgia nel Colegio Máximo di San José nella zona di San Miguel, ovest della Gran Buenos Aires, il gigantesco cordone operaio urbano che circonda la capitale argentina. L'edificio principale è classico, sobrio. Non ha lussi o decorazioni artificiose, però è bello e imponente. Si erge nel mezzo di un enorme parco di 50mila metri quadrati. Tra i grandi alberi, il prato curato e il rumore sommesso dell'acqua si sentono voci che cantano: "Un solo Signore, una sola fede, un solo spirito", un canto corale che va in crescendo. A guidare la cerimonia c'è il Rettore ed ex capo della Provincia argentina della Compagnia di Gesù, a cui piace moltissimo quel canto. Per molti di coloro che si trovano lì, il rettore è molto più di un semplice rettore. È il leader. Alcuni pensano sia addirittura un santo. E un giorno, non a caso, quest'uomo sarà il primo papa americano della Chiesa Cattolica. “In questa casa c'è un solo Signore”, aveva l'abitudine di dire. Tutti sapevano che non si riferiva a Cristo.   “Lo conobbi quando avevo circa dieci anni, all'inizio degli anni Ottanta, e lui era Rettore e parroco della chiesa locale. Più tardi, feci parte della prima...

Conversazione con il fotografo documentarista / Anima: la Russia di Davide Monteleone

  La fotografia di Davide Monteleone – pluripremiato fotografo documentarista italiano – ha raccontato negli ultimi quindici anni il grande universo Russia. Proprio Dusha, con cui i russi indicano l’anima, è la parola che da il titolo alla sua prima pubblicazione che racchiude un periodo di lavoro che va dal 2005 al 2009. Dalle sue capitali Mosca e San Pietroburgo Monteleone ha indagato e raccontato i confini di una grande geografia umana e politica, dall’artico alle provincie baltiche, dallo stretto di Bering al limitare del territorio cinese. In Red Thistle (2007-2011) ha documentato la complessità delle società caucasiche, avendo come base Grozny e attraversando – in un periodo di ricerca e di lavoro durato tre anni – le province remote e di difficile accesso del Daghestan, Ossezia, Inguscezia e Abkhazia. Con Spasibo, è entrato nell’intimità di una tra le terre più martoriate della recente storia contemporanea – la Cecenia – indagandone il presente e i postumi del conflitto con la Russia. In occasione del centenario della Rivoluzione bolscevica, Davide Monteleone porta a termine un lungo lavoro documentato ora in The April Theses, la sua ultima pubblicazione. Il 16 aprile...

Lettere da Guantanamo / Le CodePink a Sanaa

  Nella foto diffusa dall’associazione per i diritti umani al-Karama, Terry Kay Rockefeller fa capolino con il suo caschetto biondo e gli occhiali rossi alle spalle di una donna in niqab, dall’età indefinibile e dalla taglia piccola. È l’unica immagine ufficiale che possiede di quella visita, annunciatami qualche mese prima, dopo esserci incontrate al World Social Forum di Tunisi. Mi aveva chiesto come fosse lo Yemen, se il fatto di visitarlo non la mettesse a rischio, in quanto cittadina americana. La sua domanda poteva suonare strana, visto che Terry frequenta l’Iraq dal 2004, sfidando la sorte e il pericolo di rapimenti.  Perché Terry Rockefeller, producer e autore televisivo, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, è una donna coraggiosissima. Ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime.  Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro, ha considerato l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese e si è messa in mente di rappresentare un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle...

Il regno infernale di Colonia Dignidad

  La storia di Colonia Dignidad non è finita con l’arresto del pedofilo che l’ha fondata nel 1961. Nemmeno con i processi ai responsabili o con la conversione del lager nella holding Villa Baviera: azienda avicola e forestale, laboratorio di strudel e pane che rifornisce i centri commerciali più esclusivi di Santiago e albergo con tetti spioventi in mezzo a un gigantesco parco, sentieri per ciclisti e ristorante. Le ombre del passato sono troppo lunghe per essere spazzate in pochi anni, e permeano di sé la vita degli abitanti e i luoghi, per quanta volontà vi abbiano messo nel cambiarli. Soltanto dopo l’uscita del film Colonia la storia di quel centro è stata divulgata al mondo. Benché opera di fiction con lacune e imprecisioni, il film ha raccontato per la prima volta una storia che sembra inverosimile: per quasi quarant’anni Colonia è stato il regno pedofilo del tedesco Paul Schäfer, ex militante della Gioventù Hitleriana e fondatore di una setta parareligiosa in Germania, i cui fedeli più accaniti e un gruppetto di gerarchi lo seguirono nel Sud del Cile, attirati dalla promessa di dar vita a un mondo nuovo, un’enclave di quindicimila ettari che acquistarono in una zona...

Internet serbatoio di immagini / Intervista a Daniele Del Giudice

    Ogni volta che usciva un suo libro, Daniele Del Giudice doveva sopportare una spero lieve ma inevitabile scocciatura: la telefonata di un giovane laureando in lettere che gli domandava se gli avrebbe fatto piacere conversare su Lo stadio di Wimbledon, su Atlante occidentale, su Staccando l'ombra da terra... Lui, ogni volta, acconsentiva con garbo e disponibilità, i due sono diventati amici e lo studente, di libro in libro, di conversazione in conversazione, si è prima laureato, e poi è diventato anch’egli scrittore.   Le ho conservate tutte, le chiacchierate con Daniele Del Giudice. Tutte registrate in audio, e alcune anche in video, ai tempi in cui lavoravo per Tele Capodistria. Mancano soltanto i suoi ultimi libri, Orizzonte mobile e In questa luce. Non ho potuto farle, perché Daniele a un certo punto ha cominciato a perdere proprio le parole, a non trovarle più, a dimenticarle. A dimenticare tutto. Anche questa volta, come al solito, sono corso in libreria, il giorno dell'uscita del suo I racconti, perché, come dice la quarta di copertina,  “negli anni Ottanta e Novanta quando usciva un libro di Daniele Del Giudice era un evento per critici e lettori,...

Intervista a Suad Amiry / Quando Damasco era un paradiso

  Suad Amiry, autrice di Sharon e mia suocera, il suo primo romanzo in cui raccontava l’assedio di Ramallah, la città nella quale vive in Palestina, da parte degli israeliani, e di Golda ha dormito qui nel quale racconta delle antiche dimore palestinesi confiscate dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, torna al romanzo con Damasco. Si tratta della saga del lato materno della sua famiglia, ambientata in uno dei più sontuosi palazzi della città vecchia, palazzo Baroudi, di proprietà del ricco mercante Jiddo, suo amatissimo nonno. Suad Amiry vi racconta i riti e i legami di una grande dinastia dal 1862 fino ai nostri giorni, i segreti e i rimossi di una famiglia potente e riesce nell’intento di restituirci un Medio Oriente meraviglioso e raffinatissimo. Gli antichi suq delle spezie e dei gioielli, i riti dei grandi ricevimenti del venerdì, le abluzioni negli hammam privati, una quotidianità che procede anno dopo anno seguendo il consolidato ritmo delle convezioni familiari, all’interno delle quali sono accolti e messi a tacere anche segreti e scandali. In un racconto che a tratti ha la superficie traslucida di un sogno, con una delicatezza e un’ironia di visione...

Vichy, quella pagina nera che la Francia ha rimosso

    Non un museo, non una targa, non un’indicazione. Se si volevano rimuovere i segni di un vergognoso passato il lavoro è stato fatto bene. Vichy è tornata ad essere una bellissima stazione termale, il regime collaborazionista del maresciallo Pétain, che dal ’40 al ’44 occupava mezza città con il governo, i ministeri e le altre istituzioni, è come se non fosse mai esistito. Le sette palazzine di boulevard des Etats Unis, dove aveva i suoi uffici la Gestapo, sono state ristrutturate, ma le facciate sono rimaste tali e quali, lo stesso colore, i medesimi balconi, gli infissi. Vi abitano tranquilli inquilini che evidentemente non giudicano un problema vivere dove operava (e interrogava, sappiamo come) la polizia nazista. Possibile che siano all’oscuro di quanto avvenuto tra quelle mura? Al numero civico 121, oggi semplici appartamenti, scopro – grazie a un libriccino con foto d’epoca – che qualcosa è stato mantenuto: la scritta “Portugal” sulla tettoia azzurra, emblema originale dell’Hôtel du Portugal, sequestrato durante il regime di Vichy dapprima per farne la sede del ministero delle Finanze della “Francia libera”, poi appunto – dal novembre 1942 – il quartier generale...

Intervista a Ettore Mo

  Ettore Mo, decano dei giornalisti italiani, da 50 anni al Corriere della Sera, prima all’ufficio di Londra poi a Milano nella sezione spettacoli. Dal 1978, inviato speciale. Ha raccontato storie da tutti i continenti, seguito guerre e avvenimenti internazionali e vinto più di 40 premi. Considerato da molti un maestro o un esempio da seguire e forse uno degli ultimi grandi inviati. Ma lui, nella sua freschezza e semplicità, si considera un cronista, fedele alla regola insegnatagli da Egisto Corradi: “Per raccontare una storia bisogna consumare la suola delle scarpe”. Inizia a interessarsi alla scrittura e ai libri dopo le scuole medie. Soprattutto a come scrivevano gli altri. Poi si iscrive all’università di Cà Foscari a Venezia e, durante le estati, gira l’Europa: Svezia, Francia, Spagna, Inghilterra. È proprio qui, a Londra, che alla fine degli anni ‘50 trova un posto come cameriere sulle navi da crociera che fanno il giro del mondo. Abbandona la facoltà di lingue a Venezia e fa tre giri del mondo sulla nave. Ogni giro durava sei mesi. Ma l’idea di scrivere e di diventare giornalista non l’abbandona. Cosicché prima del suo terzo lungo viaggio lascia alcuni suoi scritti...

Tra le donne del Kurdistan

  “Nella società per cui mi batto e che spero di vedere non ci saranno più donne costrette in questi ruoli. Una donna che si trova a dipendere dai vecchi rapporti di potere fra i sessi non può che risultare perdente. Per me oggi una donna esiste solo nella misura in cui è libera. Se dipende dal suo uomo non può essere se stessa. Secondo me una donna ha perso nel momento stesso in cui a proprio rischio si piega alla dipendenza e rinuncia a fare i conti con la questione della propria libertà personale. La donna è sempre stata idealizzata, ma l’ideale può realizzarsi solo nella libertà”. L’impegno di Abdullah Öcalan per la liberazione delle donne curde ha un grande valore per le donne di tutto il mondo. Nel partito da lui fondato, il Pkk, militano donne e uomini insieme, accomunati da un solo grande obiettivo: la libertà dei popoli del Kurdistan. Le combattenti del Pkk hanno sempre avuto un certo ascendente su Dilsha, una guerrigliera curda che quando era solo una quindicenne scriveva poesie sui martiri e sognava un solo grande Paese per la sua gente. Qualche anno più tardi, nel 1990, si è arruolata nel Pkk facendosi fotografare con Öcalan, più confidenzialmente Apo, nel campo...

Il libraio di Tripoli

  Nel cuore dell’antico suq di Tripoli, 70 kilometri a nord di Beirut e pochi kilometri dal confine siriano, la luce filtra illuminando dettagli minimi di merce esposta: cibo, carne, vestiti, gioielli. È una giornata molto calda sul finire di agosto. Le voci della città risuonano nei vicoli stretti, una melodia scomposta di richiami di madri e giochi di bambini, di acquisti e venditori. Cerchiamo di ripararci sotto le arcate di pietra scura ma veniamo inondati, passo dopo passo, da una luce abbagliante che porta i confini delle immagini a vacillare, quasi a scomparire. È una libreria, il luogo nel quale siamo diretti.     ph. Lorenzo Tugnoli   La libreria Al Sa’eh, o del pellegrino, la seconda più grande del Libano. Siamo attesi qui da padre Ibrahim Sarrouj, il prete greco-ortodosso che l’ha fondata nel 1972. Il 3 gennaio 2014 – mentre Tripoli era scossa da un inverno di scontri violentissimi collegati al degenerare del conflitto siriano – la libreria, che conservava più di 70mila volumi tra i quali diversi manoscritti antichi, venne data alle fiamme. Decine di migliaia di libri andarono distrutti per sempre.   ph. Lorenzo Tugnoli   L’episodio...

Santiago, la coppa nello stadio di Pinochet

  Intervistato dalla emittente radiofonica Adn subito dopo la vittoria del Cile nella finale di Coppa America del 4 luglio, il trentunenne centrocampista Jean Beausejour ha dichiarato di sentirsi felice. Era felice, ha detto, non solo perché la Nazionale aveva vinto ma anche perché per una volta lo Stadio Nazionale di Santiago aveva rallegrato il Cile. " È un posto dove ci sono stati tanta tristezza e tanto dolore, oggi abbiamo dato allegria al Paese”. Data per scontata la sincerità del giocatore – un uomo sensibile a detta di tutti – né la sua buona fede né la funzione compensatoria che invoca riescono a giustificare una scelta che molti considerano facilona o spregiudicata anche se non ha mai smosso masse né attivato eccessive proteste: quella di utilizzare per eventi ludici (finora settanta partite di Coppa America e diversi concerti e riunioni politiche) il simbolo della repressione di Pinochet, teatro del primo sterminio e tortura dal 12 settembre al 9 novembre del 1973 e gesto inaugurale degli orrori a venire, non importa che una piccola zona di panchine in legno sia stata adibita, oggi, a omaggio alle vittime.     “È un po' come ballare sui cadaveri”, ci ha...

Piazza Tahrir, la rivoluzione violata

Un’ora dopo l’esplosione, il Saila, la ring road che separa e unisce allo stesso tempo la Old Medina di Sanaa al resto della città, era un campo arato e silenzioso. Niente traffico, code di auto e taxi, bus pubblici, carretti trainati da asini, strombazzare di clacson e scappamenti di moto truccate. Solo gente attonita, uomini per lo più, nemmeno bambini, che si guardavano da una parte all’altra del ciglio della strada senza fiatare. Strano per dei sanaani. Strano anche per chi di questa città ne ha fatto casa. Mentre ci fissavamo tutti a distanza – io di sguincio, da sotto il niqab, con la telecamera e la macchina fotografica protette dentro la borsa nera – un’ambulanza tagliava la strada a grande velocità. Sul retro del mezzo erano appesi cinque o sei uomini, con kalashnikov d’ordinanza. Gridavano: “Jalla”, “Fate largo”, di fronte al checkpoint. Erano tutti houti, i ribelli sciiti arrivati dal Nord, da Sada, che avevano preso il controllo della città da un mese circa. Il modo di fare, la velocità e l’eccezionalità dei comportamenti dei sanaani quel giorno, mi dissero che si stava per fare la storia. Era il 9 ottobre 2014 ed era solo l’inizio, la prima scintilla della guerra in...

Pushkar, la grande fiera, e l’hic et nunc

Gli zoccoli ancora da ferrare scalpitano a vuoto a Pushkar, Rajasthan, India del Nord, avamposto del deserto di Thar, e sono pistoni che infuriano senza scalfire il confine violento di una semi immobilità obbligata. Silenziosi, sentenziosi come colpi di martello, i calci demoliscono dune di sabbia e ne formano di nuove, il deserto è una creatura animata, e i frequenti nitriti sono disperati, grida poderose e garrule di femmine partorienti.     I purosangue in posta, e ce ne sono migliaia distribuiti per tende e padroni che paiono tutti predoni impavidi pronti alla bisboccia della notte, sono in piedi su tre gambe, perché una delle anteriori è piegata in due ed è legata, sollevata e paralizzata per mezzo di corde spesse e annodate con maestria. Solo l’equilibrio precario convince le bestie all’apparente mansuetudine.   La sensazione dell’arto reciso, dello scompenso di natura, sottomette persino il desiderio selvaggio di scatenarsi in furia, e d’altronde c’è bisogno di proteggere la mercanzia dal suo stesso istinto, dall’inaudita vitalità di una merce che è merce ma è viva, dai giochi tumultuosi che i puledri inscenerebbero se lasciati in possesso del candore...

The Missing of Lebanon

Un numero stimato di 17mila persone scomparve durante il conflitto civile libanese, durato ufficialmente dal 1975 al 1990, e costato la vita a 150mila vittime. 17mila persone, sequestrate o uccise da differenti milizie attive in Libano durante la guerra civile, la cui sorte è a tutt’oggi sconosciuta. Uomini, donne, ragazzi, studenti, civili di cui i familiari non hanno più avuto alcuna notizia. Dalia Khamissy, fotografa libanese, dal 2005 porta avanti The Missing of Lebanon, un progetto fotografico di documentazione giornalistica sulle famiglie degli scomparsi e sulla loro storia. The Missing of Lebanon Dalia Khamissy Ne abbiamo parlato insieme in questa intervista.       Come hai concepito inizialmente questo lavoro?   Quando ho finito i miei studi in fotografia sapevo già che avrei voluto dedicarmi alla fotografia documentaria, raccontare le storie delle persone con le quali venivo in contatto. Avendo vissuto la guerra civile libanese volevo tenermi lontana da argomenti che riguardassero il Libano. Non volevo avere a che fare con il passato che avevo vissuto. Così ho iniziato a lavorare sui postumi dei conflitti in altri paesi, l’embargo in Iraq nel 2002,...

Rainer W. Fassbinder: l'uomo e il bambino

Pochi, perfino tra i cinéphiles, sanno che a Roma vive una Fassbinder. Ha lavorato per tutta la vita in Vaticano, occupandosi di miniature medievali, dopo essersi laureata in Storia dell’arte a Friburgo. È la zia del grande regista tedesco, la zia “giovane”, l’ultima sorella del padre, Helmuth. Oggi Elisabeth ha novant’anni ed è nata anche lei in maggio, come il nipote. Una volta al mese va alla Casa internazionale delle Donne dove si riunisce con le sue amiche di lingua tedesca per un periodico scambio di opinioni su ciò che accade nel mondo: «Abbiamo anche festeggiato la caduta di Berlusconi con lo champagne», dice ridendo.     È qui che la raggiungo per sapere del suo rapporto con il genio della famiglia, Rainer Werner Fassbinder. Il quale, mi racconta, quando aveva 17 anni, chiese a tutti i parenti se potevano dargli qualcosa per girare il suo primo film: «Io non avevo un soldo, non potevo aiutarlo, ma la cosa grave fu che nessuno gli diede retta, nemmeno il padre lo finanziò. A quell’epoca il costo del materiale per fare un film era cento volte quello di oggi. Lui si offese molto».   Il mancato appoggio della famiglia, per fortuna, non fermò Fassbinder, che...

La capitale delle rovine

Nel luogo in cui un anno fa c’era un pendio d’erba, all’angolo formato dall’incontro delle strade di Vire e di Bayeux all’entrata della città, di fronte a quel che resta della seconda più importante scuderia di Francia, sorge ora un ospedale. È l’ospedale della Croce Rossa Irlandese a Saint-Lô o, come lo chiamano gli abitanti della città, l’Ospedale Irlandese.     L’ospedale è composto da venticinque edifici prefabbricati di legno. In termini generali, sono di qualità superiore rispetto a quelle costruzioni prefabbricate messe in così scarsa quantità a disposizione dei più ricchi fra tutti quelli a cui i bombardamenti hanno ridotto le casa in macerie, o dei più raccomandati, o dei più scaltri, o anche di chi dimostra di possedere le ragioni più evidenti per meritarsela.   La rifinitura di queste costruzioni, sia fuori che dentro, è la migliore possibile, considerate le misure d’urgenza. Sono foderate di lana di vetro e ricoperte da isorel, una strana sostanza disponibile solo in quantità molto limitate. Alle finestre c’è vetro autentico. L’atmosfera che ne risulta è areata e luminosa, confortevole per i malati come per il personale esausto.   I pavimenti, dove...

Ermanno Rea: "Non volevo fare il giornalista"

È in un appartamento elegante di un palazzo dei primi del Novecento, a un passo dalle mura vaticane, che mi accoglie Ermanno Rea. Il sole caldo di questa tarda mattina illumina le stanze e, superato l’ingresso, riconosco alle pareti alcune delle fotografie scattate nei suoi viaggi da inviato. Mi colpisce il primo piano di una giovane donna velata, in un niqab bianco, i suoi occhi scuri, malinconici e indagatori. La foto è stata scattata ad Algeri all’indomani della liberazione dal colonialismo francese.     Atri scatti di quel reportage sono pubblicati in Io reporter (Feltrinelli, 2012) il volume che raccoglie molta della produzione fotografica di Ermanno Rea. Nella breve introduzione al portfolio sull’Algeria, lo stesso Rea ricorda come in quel periodo, primi anni ‘60, fu colpito dai numerosissimi casi di suicidi femminili di cui si dava notizia sui giornali locali. La ragione era una sola: quelle giovani donne si toglievano la vita perché vittime di matrimoni forzati, vendute dai loro padri. In quel soggiorno ad Algeri, mentre documentava la nascita di una nazione indipendente, a Rea accadde un incontro fortuito, casuale, per quanto folgorante. Invitato a partecipare...