Speciale: Letto in un'altra lingua

Letto in un’altra lingua / Alberto Laiseca, Los sorias

In uno dei suoi saggi brevi e illuminanti Ricardo Piglia osserva: «L’ambizione eccessiva come ricorso difensivo. […] L’obbligo a essere geniale è la risposta al luogo inferiore e alla posizione marginale». In queste righe Piglia si riferisce ad Arlt, Marechal e Gombrowicz, però avrebbe potuto citare anche Alberto Laiseca (1941-2016), uno scrittore che proprio l’autore di Respirazione artificiale ha contribuito in maniera determinante a far conoscere. Oltre all’ambizione eccessiva e all’obbligo della genialità, in Laiseca c’è un terzo elemento: un’inflessibilità degna del Kirillov dostoevskiano. Un aneddoto del giornalista Jorge Dorio lo conferma: «Laiseca entrava nelle pizzerie di Corrientes e si faceva dare la carta su cui servivano la pizza, la usava per scrivere, non aveva nemmeno un quaderno, le biro gliele regalavamo noi. Il manoscritto di Los sorias era un enorme involto di carte di diverso tipo legate con uno spago, se lo strizzavi colava olio… Una volta io e Ricardo Ragendorfer gli chiedemmo: “Perché non lo accorci un pochino, così magari un editore te lo pubblica?”. Lui si alzò tutto infuriato e ci gridò: “Mercenari, siete solo mercenari, come tutti gli altri!”».  ...

Letto in un’altra lingua / Tiger Tateishi, Tigri di carta e di sogno

In un articolo intitolato “Il pianeta come festival”, apparso nel 1972 su Casabella (n. 365) e l’anno seguente su Design Quarterly (n. 89), Ettore Sottsass jr. immaginava un futuro nel quale le città fossero scomparse dalla faccia della Terra, polverizzate dalla «decentralizzazione esplosiva della distribuzione dei consumi», con parole che oggi, lette a prescindere dal contesto culturale dell’epoca, non possono che richiamare alla mente il mondo iper-connesso della contemporaneità:   Il problema di “produrre” non c’è più, […] i “prodotti da consumare” si spostano automaticamente lungo i canali di una specie di rete sotterranea di super-posta pneumatica, interrogata automaticamente da tastiere portatili comunicanti via radio con i calcolatori dei super-magazzini di raccolta. […] Così siamo diventati tutti artisti artigiani, provvisti di super-strumenti per fare da soli quello che ci pare, e siamo anche artisti-nomadi […] perché possediamo questa super-possibilità di comunicare che ci permette sempre di sapere tutto (di tutto e di tutti) e ci permette di far sapere (a tutti) tutto di noi […]. Siamo arrivati ad uno stadio nel quale siamo sempre noi i rappresentanti di noi stessi...

Letto in un’altra lingua / Nicolas Mathieu, Leurs enfants après eux (Premio Goncourt 2018)

Heillange non sembra una città immaginaria, appare più come un'isola, con un lago al posto del mare a separarla dal mondo. Esistono numerose isole, come spiegava Margaret Cohen, recalcitranti alle trasformazioni e ai cambiamenti: a ben vedere non è il caso di Heillange. Heillange è semplicemente passiva, un luogo in cui le cose sembra che accadano solo perché devono accadere, con il lavorio del tempo capace unicamente di generare un cambiamento ripetitivo e quasi indifferenziato. È qui, in questo spazio vuoto situato da qualche parte nell'Est della Francia, che è ambientato il romanzo di Nicolas Mathieu Leurs enfants après eux (Actes sud, 2018), insignito di recente, un po' a sorpresa, del prestigioso Prix Goncourt (il corrispettivo del nostrano Premio Strega).      Mathieu (1978), alla sua seconda prova da romanziere, ricostruisce in questa narrazione la crisi economica, sociale, quindi culturale di una zona che tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta ha subito l'onta feroce della deindustrializzazione a seguito della chiusura definitiva della Metalor, l'acciaieria che per decenni aveva dato lavoro a tutta una comunità: «Durante un secolo gli...

Letto in un’altra lingua / Sammy Gronemann, Tohuwabohu

Tohuwabohu (Caos) – I ed. 1920, ed. consultate: Reclam, Stuttgart 2000, pp. 378 – è il primo romanzo di Sammy (Samuel) Gronemann, drammaturgo, avvocato e giurista ebreo, nato a Strasburg, allora est della Germania, in una famiglia ortodossa in cui fu educato nell’amore per il popolo ebraico e nell’interesse per la difesa della condizione giuridica degli ebrei.   Germania, anni Venti    A Borytschev, appena fuori dalla sinagoga, un giovane studente di una scuola talmudica, Jossel, incontra giusto al di là dell’Eruv la giovane Chana Weinstein seduta su una panchina. La ragazza sta leggendo il Faust di Goethe, e Jossel si avvicina per farle notare che sta “contravvenendo al comandamento” tenendo fra le mani quel libro oltre il confine che “terminava qualche passo più in là, e dunque alla panchina su cui sedeva doveva essere arrivata trasportando qualcosa di proibito, anche se solo un libro”. Avvicinatosi per farle presente la trasgressione e il precetto, Jossel resta affascinato dall’aura di verità e dalla prontezza della ragazza, che lo ringrazia “per il gentile avviso”: “[…] chiese cosa poteva fare allora, una volta che la regola era stata trasgredita […] avrebbe...

Philippe Lançon, Le lambeau / Violenza, metamorfosi e rigenerazione

Quando non ce l'aspettiamo, quanto tempo ci vuole per sentire la morte che arriva? Sono le undici e venticinque, forse le undici e ventotto, del 7 gennaio 2015: il tempo sparisce nel momento in cui cerchiamo di raccontarlo, nell'inutile tentativo di ricostruirne ogni secondo. Philippe Lançon si alza, infila il suo cappotto; deve andare alla sede di Libération per scrivere un pezzo su La dodicesima notte, la pièce shakespeariana vista la sera prima in un teatro di Ivry, nella periferia parigina. La sala nella quale si è appena tenuta la riunione di redazione è piccolissima, come l'edificio che la ospita, come la via nella quale è situato l'edificio. Le parole sembrano correre come cani affamati da una bocca all'altra, nel migliore dei casi trovano una preda, nel peggiore si perdono tra un bicchiere di plastica vuoto e un foglio unto e scarabocchiato. Qualcuno fa una battuta, l'ennesima, seguono dei sorrisi, poi un rumore sordo, improvviso, «come di un petardo, e le prime grida all'ingresso a interrompere il flusso delle nostre battute e delle nostre vite» (Philippe Lançon, Le lambeau, Gallimard, 2018, p. 74). Eppure all'inizio l'impressione è quella di trovarsi al centro di una...

Letto in un’altra lingua / Ricardo Piglia, Prisión perpetua

Sussiste nell’opera di Ricardo Piglia un’attrazione magnetica tra narrativa e non-fiction: l’una richiama costantemente l’altra, spinge per entrare nell’ambito dell’altra e contagiarla; questa tensione a mescolare forme diverse (diario, saggio, narrativa, scrittura aforistica), in Piglia riguarda in modo intimo il dualismo finzione-realtà e rappresenta una declinazione peculiare della figura del bovarismo.     Bovarismo, scrive Piglia a proposito di Anna Karenina, è “l’illusione di realtà della finzione come segno di ciò che manca nella vita” (“La lanterna di Anna Karenina” in L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007, p.128, traduzione di Alessandro Gianetti). Tuttavia questa figura, nell’opera dello scrittore argentino, si trasferisce da una dimensione tematica a un’altra più profonda, strutturale: l’interferenza finzione-realtà è il modo stesso in cui i suoi testi sono costruiti.    “Patricio Pron: Credo di aver scoperto che la storia del gatto che sceglie di tornare a vivere in strada dopo aver trascorso un breve periodo in casa del protagonista [di Solo per Ida Brown] si trovava già negli estratti del tuo diario pubblicati da Babelia. Qual è la relazione...