Speciale: Letto in un'altra lingua

Letto in un’altra lingua / Nicolas Mathieu, Leurs enfants après eux (Premio Goncourt 2018)

Heillange non sembra una città immaginaria, appare più come un'isola, con un lago al posto del mare a separarla dal mondo. Esistono numerose isole, come spiegava Margaret Cohen, recalcitranti alle trasformazioni e ai cambiamenti: a ben vedere non è il caso di Heillange. Heillange è semplicemente passiva, un luogo in cui le cose sembra che accadano solo perché devono accadere, con il lavorio del tempo capace unicamente di generare un cambiamento ripetitivo e quasi indifferenziato. È qui, in questo spazio vuoto situato da qualche parte nell'Est della Francia, che è ambientato il romanzo di Nicolas Mathieu Leurs enfants après eux (Actes sud, 2018), insignito di recente, un po' a sorpresa, del prestigioso Prix Goncourt (il corrispettivo del nostrano Premio Strega).      Mathieu (1978), alla sua seconda prova da romanziere, ricostruisce in questa narrazione la crisi economica, sociale, quindi culturale di una zona che tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta ha subito l'onta feroce della deindustrializzazione a seguito della chiusura definitiva della Metalor, l'acciaieria che per decenni aveva dato lavoro a tutta una comunità: «Durante un secolo gli...

Letto in un’altra lingua / Sammy Gronemann, Tohuwabohu

Tohuwabohu (Caos) – I ed. 1920, ed. consultate: Reclam, Stuttgart 2000, pp. 378 – è il primo romanzo di Sammy (Samuel) Gronemann, drammaturgo, avvocato e giurista ebreo, nato a Strasburg, allora est della Germania, in una famiglia ortodossa in cui fu educato nell’amore per il popolo ebraico e nell’interesse per la difesa della condizione giuridica degli ebrei.   Germania, anni Venti    A Borytschev, appena fuori dalla sinagoga, un giovane studente di una scuola talmudica, Jossel, incontra giusto al di là dell’Eruv la giovane Chana Weinstein seduta su una panchina. La ragazza sta leggendo il Faust di Goethe, e Jossel si avvicina per farle notare che sta “contravvenendo al comandamento” tenendo fra le mani quel libro oltre il confine che “terminava qualche passo più in là, e dunque alla panchina su cui sedeva doveva essere arrivata trasportando qualcosa di proibito, anche se solo un libro”. Avvicinatosi per farle presente la trasgressione e il precetto, Jossel resta affascinato dall’aura di verità e dalla prontezza della ragazza, che lo ringrazia “per il gentile avviso”: “[…] chiese cosa poteva fare allora, una volta che la regola era stata trasgredita […] avrebbe...

Philippe Lançon, Le lambeau / Violenza, metamorfosi e rigenerazione

Quando non ce l'aspettiamo, quanto tempo ci vuole per sentire la morte che arriva? Sono le undici e venticinque, forse le undici e ventotto, del 7 gennaio 2015: il tempo sparisce nel momento in cui cerchiamo di raccontarlo, nell'inutile tentativo di ricostruirne ogni secondo. Philippe Lançon si alza, infila il suo cappotto; deve andare alla sede di Libération per scrivere un pezzo su La dodicesima notte, la pièce shakespeariana vista la sera prima in un teatro di Ivry, nella periferia parigina. La sala nella quale si è appena tenuta la riunione di redazione è piccolissima, come l'edificio che la ospita, come la via nella quale è situato l'edificio. Le parole sembrano correre come cani affamati da una bocca all'altra, nel migliore dei casi trovano una preda, nel peggiore si perdono tra un bicchiere di plastica vuoto e un foglio unto e scarabocchiato. Qualcuno fa una battuta, l'ennesima, seguono dei sorrisi, poi un rumore sordo, improvviso, «come di un petardo, e le prime grida all'ingresso a interrompere il flusso delle nostre battute e delle nostre vite» (Philippe Lançon, Le lambeau, Gallimard, 2018, p. 74). Eppure all'inizio l'impressione è quella di trovarsi al centro di una...

Letto in un’altra lingua / Ricardo Piglia, Prisión perpetua

Sussiste nell’opera di Ricardo Piglia un’attrazione magnetica tra narrativa e non-fiction: l’una richiama costantemente l’altra, spinge per entrare nell’ambito dell’altra e contagiarla; questa tensione a mescolare forme diverse (diario, saggio, narrativa, scrittura aforistica), in Piglia riguarda in modo intimo il dualismo finzione-realtà e rappresenta una declinazione peculiare della figura del bovarismo.     Bovarismo, scrive Piglia a proposito di Anna Karenina, è “l’illusione di realtà della finzione come segno di ciò che manca nella vita” (“La lanterna di Anna Karenina” in L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007, p.128, traduzione di Alessandro Gianetti). Tuttavia questa figura, nell’opera dello scrittore argentino, si trasferisce da una dimensione tematica a un’altra più profonda, strutturale: l’interferenza finzione-realtà è il modo stesso in cui i suoi testi sono costruiti.    “Patricio Pron: Credo di aver scoperto che la storia del gatto che sceglie di tornare a vivere in strada dopo aver trascorso un breve periodo in casa del protagonista [di Solo per Ida Brown] si trovava già negli estratti del tuo diario pubblicati da Babelia. Qual è la relazione...

Intanto il gatto di Schrödinger è morto / Pierre Bayard, Il existe d’autres mondes

«Biforcazione: separazione, nella Storia o in una vita individuale, tra più percorsi possibili. A ogni biforcazione nascono universi differenti» (Il existe d’autres mondes, Minuit, 2014, p. 153). Potremmo affermare che la biforcazione intrapresa da Pierre Bayard, quella della finzione teorica, dà vita a un universo alternativo che tenta di infrangere quella linea di demarcazione che da sempre separa la teoria dalla finzione. Questo modello ibrido ricompone la frattura tra due istanze in apparenza dicotomiche, mettendo a punto un mélange inestricabile che nasce nel momento in cui il narratore impone un’enunciazione in prima persona. Bayard, professore di letteratura francese all’Università di Parigi VIII e psicanalista, considera tale approccio fondamentale per rimettere il soggetto al centro delle discipline scientifiche, precisando, durante un intervento al Collège de France (11 maggio 2017), che «non ci sono parti di finzione nel libro teorico. È il narratore che è fittizio. È un personaggio che prende la parola e destabilizza l’enunciazione classica dei testi teorici o a carattere scientifico. E si tratta anche di prendersi un po’ meno sul serio». È un’esperienza intellettuale...

Tyll, Daniel Kehlmann / La guerra e il saltimbanco

Tyll di Daniel Kehlmann (Reinbeck bei Hamburg 2017) si apre con un prologo scritto nella prima persona plurale, un ‘noi’ che rappresenta una comunità richiusa su stessa, segnata dalla paura di una minaccia incombente. È un corpo estraneo rispetto al resto del romanzo e, nella sua posizione privilegiata di esordio, ne marca fortemente il testo e la lettura. Benché non si sappia ancora quando si svolgono gli eventi del racconto, si capisce fin dalle prime righe che quest’epoca dominata dal timore di Dio e della guerra è remota. Siamo un piccolo villaggio, dice il noi, scampato finora miracolosamente alla guerra, viviamo in un tempo sospeso, in attesa che il corso della storia ci raggiunga o ci risparmi, non si sa. Arriva invece Tyll Eulenspiegel, il saltimbanco, figura cara alla letteratura folklorica tedesca; nella saga medievale originaria è un furbacchione in fondo anche un po’ ingenuo, ma in Kehlmann è completamente diverso: sfuggente, versipelle, inquietante, demoniaco. Prima che la guerra arrivi, riesce a inscenarla nel villaggio, spingendo i suoi abitanti a una enorme rissa che della guerra è rovesciamento grottesco, ma anche preannuncio. E infatti, non appena Tyll e il suo...