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Speciale: Raid

Un saggio a puntate che dal mondo classico all’attualità racconta le varie tipologie del raid come strumento bellico e culturale per risolvere i conflitti.

Raid virtuali

Accanto alla linea più muscolare che dai futuristi, passando per gli happenings, arriva al Graffitismo, in cui gli autori comunque scompaiono affidandosi al segno che li veicola, se ne presenta un’altra che abbiamo visto cominciare con le esplorazioni nell’inconscio del Surrealismo. Tuttavia non si tratta tanto di continuare l’introiezione profonda quanto di fare incursioni nell’esterno che è però divenuto nel frattempo immateriale. Per paradosso Guy Debord, che ha anticipato tante delle parole d’ordine del maggio ’68, ovvero dello happening di massa più significativo del secolo appena trascorso, ha pure anticipato nella sua opera più famosa del 1967 le trasformazioni della società oltre quel movimento che ancora doveva svilupparsi. Al primo punto della Società dello spettacolo egli infatti scrive che “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.” Questa vita, secondo l’...

Il Surrealismo

Una seconda via dell’arte al raid, nata col Surrealismo, approfondisce piuttosto gli spazi interiori e permette così una differente evasione dal carcere, meno violenta, che lo lascia quale luogo vuoto mentre la mente dei detenuti si proietta oltre, incontrando il cosmo ed il sogno. Alla scoperta dell’inconscio si può sostituire oggi, per forza d’impatto e continuità di senso, l’immateriale tecnologico. Al modo dei surrealisti, che si proponevano scopi di rivoluzione individuale e sociale attraverso un’estetizzazione diffusa, alcune performances odierne interfacciano infatti nel raid la dimensione reale con quella virtuale secondo cortocircuiti coscientemente politici. Un quadro di Max Ernst, L’incontro degli amici del 1922, può rappresentare un utile punto di partenza per il nostro discorso sul Surrealismo. Vi sono dipinti infatti un buon numero di scrittori ed artisti del movimento, alcuni seduti in primo piano, altri assiepati in piedi dietro ed altri ancora, più sgranati, sulla sinistra dell’opera. Nella pattuglia impeccabilmente abbigliata spiccano poi Dostoevskij, Raffaello Sanzio e alcuni...

Il segno che viene dalle periferie

Il treno era uno dei suoi, Moonman ne aveva una dozzina che correvano nella rete della metropolitana, a tutta birra, e per caso stasera si trovava su uno di questi, sotto le condutture dell’acqua e delle fogne, sotto il gas, il vapore e l’elettricità, tra i canali di drenaggio e i cavi telefonici, e a ogni fermata cambiava vettura e controllava le persone che salivano, come le loro facce da metropolitana, retrattili, e le porte facevano ding dong prima di chiudersi con uno schianto.   DeLillo in Underworld, il suo grande affresco della società americana del secondo Novecento, non tralascia di dar conto dei fenomeni artistici, inserendo nel romanzo ampi riferimenti alla pittura e al cinema d’avanguardia. Uno dei poli forti di questo testo spiccatamente policentrico è certo il Bronx e dunque DeLillo non ha voluto ignorare, nella parte intitolata Cocksucker Blues Estate 1974, il fenomeno del Graffitismo a cui si riferisce il brano d’apertura. Lo scrittore newyorkese del resto si è dimostrato un attento e prensile osservatore delle arti contemporanee come confermano molti romanzi con protagonisti cinefili (Americana), divi...

L’eredità mutata di segno: happenings e situazionismo

Gli studiosi hanno ampiamente evidenziato la continuità ideale tra gli spettacoli delle avanguardie storiche e gli happenings che cominciano a svolgersi negli Usa e poi in Europa tra gli anni cinquanta e sessanta. In primo luogo si tratta di un’arte fisica, vicina al teatro, che vuole coinvolgere e colpire il pubblico convinta della necessità di superare gli steccati angusti di un oggetto artistico per pochi da contemplare in uno spazio separato. Di qui la riproposizione di un’idea antagonista che rifiuta le concezioni correnti del dipinto e della scultura per quanto evolute. Una vicinanza agli spettatori parallela a quella propagandata, per lo meno quanto ai soggetti, dalla coeva Pop Art, la quale ha del resto spesso quali protagonisti gli stessi organizzatori di performance. Le esperienze anche molto diverse fra loro degli happenings internazionali, in parte coordinati all’inizio degli anni Sessanta dal movimento Fluxus, prevedono tutte un’invasione del quotidiano per creare destabilizzazione e cambiamento nello spettatore.   Un altro elemento comune con il Futurismo e con Dada consiste, per lo meno quanto ad esempio ai Vaudeville...

I raid nell’arte: il Futurismo

Una delle linee seguite dall’arte d’avanguardia nei suoi percorsi lungo il Novecento è consistita nella sistematica e proclamata rottura dei molteplici limiti posti dalla tradizione. La forma umana, paesistica e oggettuale viene sconvolta negli equilibri compositivi e nei punti di vista prospettici, negli accostamenti cromatici e nell’approccio naturalistico da successive ondate di sabotaggio e scavalcamento. Gli artisti, così come gli eroi delle guerre antiche e moderne, si considerano esseri fuori dal comune, toccati dalla divinità; tale visione continua anche nel Novecento e anzi s’inasprisce a causa del confronto sempre più pressante ed acceso con il pubblico e la committenza borghesi. L’aggressività rivendicativa si fa gruppo organizzato, in prima battuta spesso chiuso in un ostinato autoriconoscimento, ma pure portato alla guerriglia verso la società che lo circonda al fine di operare sempre nuovi shock percettivi. Il quadro che esplode verso l’esterno, agitato dal movimento futurista o infiammato dal cromatismo fauve, va di pari passo con le ripetute incursioni fuori dalla stanza dell’...

Gli ultimi raid giovanili tra politica, stadio e rete

L’efficacia spettacolare della forma raid ed il dispositivo pedagogico che dispiega sono probabilmente gli aspetti vincenti che ne perpetuano la narrazione. Lotman svolge una calzante analisi del testo ad intreccio e dei suoi personaggi che può essere utile per capire la forza attrattiva del raid, tanto verso chi l’ha messo in atto nella realtà nelle guerre di tutti i tempi, tanto verso chi l’ha raccontato. Il testo a intreccio, scrive il semiologo russo, “è costruito su quello senza intreccio come sua negazione”. Mantiene cioè la divisione del mondo in due parti separate da una linea insuperabile per tutti i personaggi, ma ne introduce uno o più che possono infrangere il divieto. Tali personaggi mobili – Enea o Dante che scendono nel regno dei morti, Romeo e Giulietta che superano l’interdetto tra i rispettivi casati etc. – hanno facoltà di varcare il limite. “Il movimento dell’intreccio, cioè l’avvenimento”, per noi il raid, è appunto “il superamento del limite proibito dalla struttura senza intreccio” ad opera del personaggio eccezionale...

L’avventura formativa dei Mille

Quando mi ricordo quella sera e quell’ora, sento gonfiarmisi il cuore, e piango sulla perduta gioventù, e piango sulla tomba dell’uomo che i sogni più belli della gioventù mia se li ha portati con sé! (G. Bandi )  In venticinque giorni dalla partenza da Genova [i Mille] avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. (A. Secchi) La camicia rossa ci si è stretta alle carni. Moriremo con essa, cercando con l’ultimo sguardo, le luminose visioni d’un passato che sarà spento con noi. (Barrili)   Sappiamo ora che tutti i testi di maggior qualità della letteratura garibaldina italiana furono scritti spesso molti anni dopo i fatti vissuti. Si è cominciato perciò con il riportare tre citazioni di autori diversi che fanno il punto o rievocano con pochi tratti la propria esperienza garibaldina restituendo un ventaglio di differenti emozioni - la nostalgia struggente, la consapevolezza d’una avvenuta iniziazione e l’indelebile persistenza d’un ricordo fattosi...

Il raid come iniziazione e contenimento

Il carbonaro Giuseppe Mazzini, intuendo ormai con chiarezza i limiti delle vecchie sette, stende nel 1831 la prima versione della Istruzione generale per gli affratellati nella Giovane Italia in cui si vanno organizzando una struttura centrale e delle congregazioni provinciali. Tenendo fede al proprio nome vengono ammessi nella associazione solo membri con meno di quarant’anni e la si definisce, secondo la nota filosofia mazziniana ma pure mostrando ancora la centralità della giovinezza, “non setta, o partito ma credenza e apostolato”. L’educazione e l’adesione giovanili sono le premesse per creare un corpo omogeneo di affiliati necessario per un’ulteriore diffusione delle idee e, giunti al dunque, per l’insurrezione a cui doveva fare seguito una guerra per bande che conducesse fino alla definitiva rivoluzione nazionale. Mazzini risale agli esempi dei Paesi Bassi contro Filippo II, degli Americani contro l’Inghilterra, dei Greci contro l’Impero Ottomano fino a Spagna, Germania, Russia contro Napoleone. In particolare si sofferma sul 2 maggio 1808 quando, a seguito di alcune fucilazioni francesi a Madrid, l’...

I giovani e il raid

La storia dimostra che i giovani sono molto spesso protagonisti del raid. Le qualità di audacia, di prontezza fisica e di solidarietà di gruppo, la volontà di mettersi alla prova nel pericolo e di uscirne da trionfatori riconosciuti sono tratti che facilmente appartengono alla giovinezza. Giovani sono coloro che intraprendono le prime spedizioni del mito. Giasone, in cui le gesta d’abilità comportano anche l’allontanamento spaziale che, a sua volta coincidendo con la durata temporale, conduce alla maturità ed alla costruzione di una famiglia insieme a Medea, sottratta contemporaneamente al vello. In Paride l’impresa avventata, tipica del giovane, è direttamente implicata con il ratto amoroso. Per il primo raider la prova iniziatica si completa dunque per via, ma non casualmente, con l’elemento amoroso, nell’altro fanno tutt’uno fin dall’inizio. Giasone quasi subisce l’allontanamento per mezzo di un mandante adulto, accetta e vince la sfida della prova; Paride se la inventa da sé con l’ostinazione del desiderio ed anche contro la più prudente opinione dei maggiori,...

Settembre 2001: chiusura (o apertura) del cerchio

Il raid successivo alla seconda guerra mondiale – sia aereo, sporadico (certe azioni di Israele per esempio) o sistematico (la prima guerra del Golfo, il Kosovo), sia terrestre svolto da truppe d’élite in singole missioni o in apertura di conflitti più ampi (Enduring Freedom in Afghanistan), che da guerriglieri rivoluzionari vincenti (a Cuba), perdenti (in Europa) o difensivi (in Vietnam) – ripete modalità e protagonisti, ripropone contraddizioni già esaminate nei capitoli precedenti. Oggi la riflessione si appunta, per forza di cose, sulla novità sconvolgente apportata dal suicidio, che richiede la scelta se accoglierla quale modifica profonda del raid fin qui analizzato o se viceversa considerarla un tratto che la esclude automaticamente da esso.   Alle 7.59 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767-223E con a bordo 81 passeggeri, 9 assistenti e 2 piloti lascia Boston in direzione Los Angeles. L’ultima comunicazione del Volo 11 risale alle 8.13, in seguito non risponde alle indicazioni del controllo di terra. Anche il transponder, che permette la localizzazione da terra attraverso altitudine e posizione,...

Kamikaze: un’interpretazione impropria del raid aereo

  L’aereo può essere utilizzato come mezzo per penetrare in aree altrimenti irraggiungibili, paracadutando i raiders oltre le linee nemiche. Si tratta di azioni assai frequenti che però vedono un utilizzo meramente strumentale dell’aereo, laddove il raid vero e proprio comincia con l’atterraggio degli uomini. Quaranta paracaduti italiani furono per esempio lanciati il 14 giugno 1943 nella zona dell’aeroporto inglese di Bengasi; gli aerei sarebbero tornati dieci giorno dopo in una località deserta a sud di El Carruba per il recupero. Tra i due transiti in volo, peraltro indispensabili, si svolge il raid vero e proprio. Sentendosi individuati gli incursori distrussero i paracadute e si divisero in squadre di due, tre elementi per sfuggire ai rastrellamenti; una sola di esse, nascondendosi di giorno nel Gebel e marciando di notte, raggiunse l’obiettivo e fece funzionare le bombe a scoppio ritardato piazzate sotto i serbatoi dei velivoli inglesi. E però anch’essi vengono più tardi scoperti cosicché l’appuntamento con gli aerei va a vuoto e nessuno conclude il raid con il ritorno.   Il...

Avanti e indietro per il cielo

“È merito di Giulio Douhet”, come scrive Italo Balbo nell’introduzione a Il dominio dell’aria e altri scritti (1932) del generale piemontese prematuramente scomparso, “aver richiamato per primo l’attenzione di tutti sul problema della guerra aerea”. Egli nel 1921, riflettendo sulla grande guerra, delineava i probabili scenari del prossimo conflitto, sottolineando l’attitudine offensiva dell’aereo che permette una libera scelta degli obiettivi, senza che il nemico possa a sua volta individuarlo in precedenza, e su cui anzi concentrare con grande rapidità le proprie forze minacciandolo per un raggio d’azione assai largo. A ciò il nemico non può rispondere con altrettanta velocità di manovra. Douhet prefigura insomma il superamento della guerra di posizione difensiva appena combattuta a favore di una offensiva dovuta all’introduzione del nuovo mezzo bellico, che diviene più economica e razionale poiché “per difendersi da un’offensiva aerea occorrono più forze che non per attaccare.” La comparsa dei primi aerei da combattimento non fu decisiva...

La specificità dei GAP

  Tra le varie narrazioni partigiane vorrei prendere in esame in particolare quelle sui Gap in quanto mi pare siano la massima espressione della forma che stiamo descrivendo. Si tratta in primo luogo di un teatro di guerra, la metropoli, del tutto nuovo. E forse ignota è la crudezza con cui sono definiti i luoghi e gli obiettivi: “G. A. P. Vuol dire: Gruppo Azione Patriottica, vuol dire uccidere i fascisti”. I protagonisti viareggini del romanzo di Tobino, Il clandestino,sono molto impressionati da questa realtà metropolitana e chiedono di poter studiare un’azione da importare eventualmente in provincia. Dopo aver assistito con una certa ammirazione subentrano però i dubbi: “Ma quali erano mai le doti per l’azione di gap? Per uccidere? Si doveva essere freddi, spietati, criminali? O essere invece credenti, soldati votati al bene? Avere la violenta passione, un’infuocata speranza?”. Una risposta, che unisce la vocazione idealista con la brutale concretezza, la potrebbe fornire la gappista romana Musu:   Forse, a voler essere sincera fino in fondo, una certa propensione per il rischio, questa s...

Il raid partigiano

  La guerra di resistenza contiene tutti gli elementi canonici del raid. Il Johnny di Fenoglio polemizza con la conquista dello spazio, che hanno in mente i comandanti comunisti, affermando: “Dobbiamo inapparire, agire e risparire, mai fermi, sempre ubiquitous, e pochi e mai in divisa”. In effetti l’occupazione territoriale ampia, con creazione di repubbliche partigiane, ha rappresentato sempre un grande problema dato che si esponeva alla riconquista da parte di forze nemiche preponderanti. Le azioni, perlomeno in una fase iniziale, dovevano essere leggere, anche se talvolta combinate. Ancor più decisivo questo movimento a doppia freccia per i Gap, combattenti anonimi, il cui motto è “colpire e sparire”, come sostiene Giovanni Pesce, uscendo dalla folla metropolitana e risciogliendosi subito in essa. Infliggere danno senza subirne è prova di destrezza che crea frustrazione e paura tra i nemici, ammirazione ed emulazione tra i simpatizzanti, fino a generare un alone mitico di imprendibilità. Così Roberto Battaglia racconta, per esempio, delle gesta già leggendarie del capitano Melis nelle sue terre...

Il raid nella Grande Guerra

  La grande guerra ha quel carattere tecnologico che la rende il primo conflitto vicino all’idea contemporanea di guerra; in più era stata configurata dai generali tedeschi, perlomeno nei confronti della Francia, come un unico blitz. La velocità e la sorpresa sono condivisi dunque con il raid finora considerato ma è altrettanto noto quanto i piani iniziali tedeschi si volsero di segno, trasformando il conflitto lampo di conquista in una logorante guerra di posizione. Il numero dei caduti nella prima guerra mondiale evidenzia poi, insieme alla lunghezza dei fronti, la necessità di un esercito di massa che, sottoposto ad una dura disciplina, bloccato nelle trincee e subordinato alla tecnologia bellica, sembra del tutto spersonalizzato e lontano dalla mobilità, pericolosa ma entusiasmante del raid. Si compie allora la parabola fin qui percorsa di un esercito immaginato come perfetta, autosufficiente, efficientissima macchina. Eppure nel testo che abbiamo scelto per l’analisi (La mano mozza, resoconto pubblicato da Blaise Cendrars durante il secondo conflitto mondiale), come del resto sarebbe stato possibile trovare analogamente...

Il guerrigliero

   Il partigiano più famoso del Novecento, divenuta icona del rivoluzionario, è indubbiamente per una serie di motivi Ernesto “Che” Guevara. In Sud America anzitutto l’idea di un rivolgimento sociale in senso comunista brilla di luce propria, in quanto ormai sganciata dalla commistione con la liberazione coloniale, viceversa ancora fortemente significativa in Africa e in Asia; inoltre la vicenda personale del combattente a favore di tutti i popoli oppressi e non solo del proprio, nonché la tragica ed emblematica morte, contribuiscono in modo decisivo a forgiare il modello. Guevara fu anch’egli un teorico della guerriglia per deduzione, ma le sue formulazioni non si discostano molto da quelle di Mao: disciplina interiore, nobiltà e audacia, radici popolari e conoscenza del territorio, impegno social-rivoluzionario. Piuttosto possiamo prendere la sua vicenda paradigmatica per svolgere alcune distinzioni e riflessioni ulteriori.   Essendo partiti dal mito classico e giunti fino al Novecento si è assistito ad una banda di oscillazione piuttosto ampia nella quale si inserisce il raid. La sua versione...

Continuità e modificazioni del raid nel novecento

Nel Novecento l’uso sistematizzato del raid in guerriglia continua, ed anzi si amplia geograficamente a livello globale, trovando pure diverse codificazioni teoriche. In Europa, come già nella Spagna antinapoleonica, le nazioni sconfitte da prima sul piano della guerra regolare adottano queste ulteriori forme di lotta quando l’occupante nazista, impegnato ormai su troppi fronti, dà iniziali segni di cedimento. Così in Italia, nei Balcani o in Francia proprio la guerra dei pochi salva l’onore di tutti o ribalta destini già scritti nel senso di definitive umiliazioni in campo aperto. Può viceversa essere una carta da giocare quando l’esito dello scontro è ancora aperto, come in Russia secondo le direttive di Stalin basate sul ripiegamento, la tenuta delle città e l’azione di partigiani infiltrati aldilà delle linee avanzanti dei tedeschi. In tutti questi casi il raider diviene, in misura anche superiore che nell’Ottocento in cui la spinta rinnovatrice del Romanticismo incontrava ancora molte riserve, figura positiva e leggendaria di liberatore, supportata a livello popolare nonché...

Un esempio contrario

La più vasta ed articolata resistenza sette-ottocentesca all’invasore fornisce tuttavia una clamorosa smentita alla rivalutazione operata dalla cultura romantica. Si tratta della disperata lotta per la sopravvivenza condotta per oltre un secolo dalle tribù indiane di fronte alla marea avanzante dei coloni che mangiavano via via tutto il loro spazio vitale. La benevolenza verso le cause nazionali in Europa non vale evidentemente al di fuori dei confini continentali come dimostrerà proprio lo stesso secolo delle colonizzazioni in Africa e in Asia. Troppo lontano, sconosciuto e alieno il mondo dei nativi americani per entrare nell’afflato romantico verso le piccole patrie; di qui un nuovo caso di completo soffocamento del punto di vista degli sconfitti, di una doppia interpretazione tra Europa ed America e di un mutevole giudizio con il progredire storico. I nativi americani infatti sono visti dai colonizzatori come barbari sanguinari, nomadi pronti ad assaltare le carovane di pionieri per derubarli degli averi, uccidere gli uomini e stuprare le donne. Questa è la visione prevalente del tempo in cui si è svolta l’espansione ad...