Speciale: Sciarà

Le parole più espressive dei nostri dialetti intraducibili in italiano, mandate dai lettori o scritte al Festival della Letteratura di Mantova

Dialetto di Scicli (Ragusa) / Azzurrari

L'azor, in spagnolo, è l'astòre, quel rapace nervoso e assai figlio di buttana versato nella trance agonistica. Impastato nell'istinto, terrorizza le prede.    Falconieri, cacciatori – dal cui gergo deriva 'azorar' – non azzurrano mai, azzurra l'uomo della strada, il laureato all'università della vita, lui sì che, strappando allo specialismo il termine, lo divora in uno scambio mimetico di sconsiderate proporzioni, e ne è divorato.   Quando "m'azzurra", dunque, è chiaro che a possedermi è lo spirito dell'astòre. Non un pensiero ci afferra, ma un istinto esiziale che angoscia e turba gli animali del bosco.    L'azzurro del cielo è solo un innocuo fondale.

Sciarà / Ahcadehe

Ahcadehe (h aspirate) era l’appellativo con cui nostro padre ci rimbrottava, quando non eravamo all’altezza dello zelo orobico per il lavoro. Vuol dire: lazzarone/i. Essendo la pigrizia un tema significativo nella bergamasca, ha diversi e altrettanto intraducibili sinonimi:  Lifrucù Ligóh Strigóh Buoatù Quest’ultimo ha una coloritura che aggiunge all’aggettivo lazzarone/pigro, anche il significato di ‘Buono a niente’. Naturalmente, si poteva variare con il più comprensibile: Lasarù.

Ritorna il nostro Speciale / Sciarà

C’è un brindisi che gli “Sciarà” – che erano gli amici fraterni, i sodali, quelli che portano lo stesso nome, i commilitoni e quelli che condividevano la stessa fatica del lavoro, quelli che hanno giocato insieme da bambini; la definizione della catena di senso resta plurima, e originaria – si facevano scambiandosi, regalandosi anzi, una formula di saluto, che era certo anche più che un augurio. Il rito diventava più gagliardo quando ci si ritrova dopo un lungo periodo di separazione o distacco (che era spesso, l’emigrazione lontana delle Americhe di allora, la prova di una malattia, e più spesso una disavventura di furfanteria o un qualche pericolo scampato che non si diceva).   Ed era sempre assistere a un brindisi grandioso, indimenticabile nella sua nitidezza e lussuosità, che a me ragazzino, di fronte a questi adulti o vegliardi che festeggiavano il semplice piacere di ritrovarsi tra i vivi, mi appariva cosa olimpica, sontuosa, araldica, per quanto tra di loro si fosse tra poveri, vecchi o malvissuti. Ed era così, era questo: si versava il vino, rosso, forte e scuro come il sangue, e si “introzzavano” sonoramente i bicchieri, quelli piccoli, di vetro spesso, dozzinali,...

Inviateci le vostre parole / Sciarà

Da est a ovest e da sud a nord del nostro Paese: quali sono le parole dimenticate? Nel 2012, appena nati, avevamo chiesto ai nostri lettori di raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti, parole intraducibili in italiano.   In questi mesi di confini chiusi e paesi ritrovati ognuno di noi potrebbe averne riscoperta qualcuna. Riaprire i confini ci sembra allora voler dire riconoscere queste parole e farle viaggiare ovunque.  Raccontateci, in poche righe!, la vostra, il suo significato, la sua storia.   Aspettiamo i vostri brevi testi all'indirizzo mail redazione@doppiozero.com!

Petàra

Dialetto di Roverbella (Mantova). Termine che indica il cavallo basso dei pantaloni.   Marta Turina

Dassnùm

Nel dialetto di Finale Emilia (Modena) le moine e i capricci dei bambini erano i dassnùm. Una parola per gesti innocenti e comuni con una origine inaspettata. Muratori, in Vocaboli del nostro dialetto modanese, scrive “Mutiniensis dialectus vox dissennare i fanciulli significa eis indulgere quidquid volunt, quod improvidi parentes faciunt. Fortassis inde natum vocabulum, quod tanta haec indulgentis filios imprudentes efficiat, seu li traggo di senno”. Galileo Dallolio

Ubbiccàn

Dialetto campano, precisamente del Sannio beneventano (il paese dove si usa è Durazzano). È un avverbio di luogo che si declina al singolare e al plurale. Ubbiccàn significa: eccoli qua. Il suo singolare è Uiccàn: eccolo qua. Si hanno poi le forme:  Uillòc: eccolo Uillàn: eccolo là Ubbillàn: eccoli là Ubbillòc: eccoli qua   Enza Iadevaia

Accusì

Dialetto di Fondi. Credo che in poche lingue - forse in nessuna - si declinino gli avverbi. In fondano l’avverbio di modo “così” è usato in tre forme. Accusì se la cosa cui si riferisce è vicina a chi parla, assusì se è vicina a chi ascolta, allussì se è lontana da entrambi. Qualcuno conosce esempi simili?   Gerardo Fiorillo

Plitz / Pliz

Dialetto altopolesano (ferrarese con influenze mantovane e francofone). Aggettivo che descrive il ravanello, in particolare bianco e un po’ avanti nella maturazione, quando diventa tenero al tatto e non più croccante. Viene usato anche per i cetrioli quando questi, se tagliati, presentano cavità al centro. Ha un contrario, sfragul, che letteralmente significa ‘croccante’ e anche ‘succulento’ e si usa, ad esempio, per le angurie ben mature. Claudio Munari

Zio custu’ / Zia custuna

Dialetto bresciano. Persona chiamata zio/a ma con cui non si ha in realtà alcun legame di sangue.   Giuliana Desenzani

Boiasa

Dialetto bresciano. Grande escremento di mucche, che si trova regolarmente nei prati dove pascolano e che è meglio non calpestare..   Giuliana Desenzani

Burdel

  Burdel: ragazzo, in dialetto romagnolo. Deriva con ogni probabilità dal latino “burdus” che significa, appunto, ragazzo. Enrico Canepa e Claudia Tedaldi

La cuij

Dialetto di Fondi.  È l’atteggiamento tipico dei bambini che atteggiano la bocca all'ingiù quando stanno sul punto di piangere per aver ricevuto un richiamo. Staij a fà la cuij è usato con tono di rimprovero benevolo. Gerardo Fiorillo

Tascio

Tascio, [ta·scìo] agg. Si dice di soluzione estetica ricercata e spesso appariscente che dimostra un gusto dubbio: la giacca che aveva al matrimonio era di un tessuto leggermente lucido, tascio che non ti dico... A prevalere, tuttavia, non è il gusto ma la volontà di farsi notare: Da dove proviene questa musica così ad alto volume? Sono i tasci che passano con l'automobile e la radio a tutto volume; Lo so, è un poco tascio, ma mi piace. Anche di persona sboccata, o dalle movenze poco educate: Ma guarda che tascio quello! La categoria estetica cui fa riferimento, insomma, è quella dell’eccesso, come d’altronde il concetto di sublime. Non a caso gran parte del Romanticismo, soprattutto in pittura, finisce per essere un poco tascio.   Dario Mangano

Bessagalena

  Bessagalena, una fantastica parola dal dialetto romagnolo. Vuol dire tartaruga, ma letteralmente si traduce Bisciagallina.   Luca Rondoni

Tart’vagghie

Dialetto barese. Donna ciarliera, pettegola e maldicente. Viene raffigurata con fisico basso e tarchiato.   Rosanna Saliani

Ven scia’ che te duperi

Dialetto comasco di lago (lagheè) e brianzolo. È una frasetta non proprio casta, che ritaglia però molto bene (in negativo) la figura del marito/padrone/zoticone, e il maschilismo in genere. “Ven scia’ che te duperi”. Traduzione: vieni qui che ti adopero ( in senso sessuale, ovviamente). Emma Bianucci

Lippo

Dal greco lipos, è voce siciliana che fa riferimento specifico alla scivolosità di scogli, piscine, grotte e altri ambienti equorei. Sul lippo, fatto di muschi, umidore, alghette, blob, si scivola con facilità e con altrettanta facilità si va incontro a poderose craniate, ma non è questa sua proprietà ad averci colpito, quanto il fatto che il siculo LIPPO ha un sosia, o, a dir meglio, è il gemello segreto di un doppelganger riconosciuto, gallonato e vidimato dal Vocabolario Italiano. Un sosia che ha avuto una carriera completamente diversa: il lippo, in italiano, è la cisposità: il lippo nazionale, insomma, rappresenta le buone, vecchie caccole degli occhi. E ora che abbiamo riunito i due gemelli separati fin dalla nascita, forse possiamo capire perché gli italiani stanno camminando a occhi chiusi da più di quindici anni su di un sentiero scivolosissimo. È tutta colpa del lippo.     Angelo Orlando Meloni e Ivan Baio