Speciale: Torino spiritualità

Piccolo me: restare o diventare bambini (Torino spiritualità XIII edizione).

Alessandro Carrera / Il colore del buio

La Rothko Chapel è uno dei piccoli-grandi monumenti di Huston. Voluta dai collezionisti e mecenati John e Dominique de Menil e contigua all’omonima collezione d’arte surrealista e novecentesca, l’opera è la summa del grande pittore americano e uno dei vertici dell’arte del secondo novecento. Alessandro Carrera, professore di Italian Studies e di World Cultures and Literature all’università di Houston in Texas, non solo visita spesso la Cappella per conto suo ma vi accompagna ospiti, amici, colleghi ogni volta che può. Il libro che vi ha dedicato, Il colore del buio (Il Mulino, 2019) è frutto di quelle numerose visite non meno che di uno studio attento all’ultima fase della pittura di Mark Rothko. Le indicazioni topografiche che l’autore fornisce fin dall’incipit su come arrivare alla cappella non sono un vezzo, piuttosto un invito alla visita, e a un approccio al contesto che l’opera crea e in cui si inserisce. Non si tratta infatti di andare a vedere quadri appesi alle pareti; Carrera parafrasando Derrida afferma: “l’arte di Rothko è la fine del quadro e l’inizio della pittura”.   La Rothko Chapel è un luogo dove architettura e pittura hanno trovato una convivenza...

Torino spiritualità / Boochani. Nessun amico se non le montagne

Reza Barati, il “Gigante Gentile”, e Hamid Khazei sono morti a Manus Island. Omid Masoumali, 23 anni, si è dato fuoco per protesta. Lo stesso ha fatto Hodan Yasin, che aveva 21 anni. Un'altra ragazza si è cucita le labbra. Una bambina si è incisa il cuore su una mano.  Per esprimere la sua rivolta, Behrouz Boochani ha scritto un libro, anche se al Manus Island Regional Offshore Processing Centre, dove è stato confinato per più di cinque anni, dal 17 luglio 2013, è difficile avere carta e penna. L'ha scritto sul cellulare – che nel frattempo gli hanno rubato e sequestrato un paio di volte – e l'ha inviato per frammenti, via sms e whatsapp. Non è stato facile: per un certo periodo, medici o assistenti sociali che avessero testimoniato su bambini vittime di abusi sessuali, oppure su atti di violenza e crudeltà nei campi, rischiavano fino a due anni di carcere.  Behrouz Boochani è curdo, un “figlio della guerra”. Però Nessun amico se non le montagne (Add Editore, 18 euro) l'ha scritto in farsi, la lingua degli oppressori del suo popolo. Omid Tofighian l'ha tradotto in inglese, oltre 300 pagine fitte di vita, di pensiero, di poesia.  Il libro è stato pubblicato in...

Torino spiritualità / «Mi sono nascosto» (Genesi, 3,10)

1. La parola, il nome Adamo ha già disobbedito, ma non ha ancora imparato a mentire. Nell’Eden, quando Dio finalmente lo scova e lo interroga, l’uomo risponde con sincerità sconcertante: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gn 3,10). Dal punto di vista procedurale, è un passo falso irrimediabile. La nozione di nudità, inconcepibile senza l’accesso alla conoscenza, si trasforma nell’indizio che permette a Dio di strappare una confessione definitiva. Non avrai mangiato il frutto dell’albero proibito?, insinua l’Altissimo. E l’altro, creatura ancora sincera e già un po’ ipocrita, ammette sì di essersene cibato, ma dietro istigazione e insistenza della donna. Dopo di che, non c’è più niente da fare. Per il resto del capitolo 3 di Genesi, infatti, Dio parla e l’uomo ascolta, a testa bassa: il dolore, la fatica, la sentenza del ritorno alla polvere. Anche il serpente viene condannato per la sua malizia di tentatore, e viene condannata la donna, alla quale toccano le doglie del parto. Solo in rapporto alla sua compagna Adamo sembra ritrovare per un momento la grazia primordiale. Dona un nome anche a lei, Eva (Gn 3, 20), come in...

Torino spiritualità / Buio

Non si può parlar di buio senza mettere in mezzo la luce, se il buio è per definizione mancanza di luce, cioè della condizione che permette di vedere gli oggetti; o anche colorazione quasi nera, contrapposta al bianco della luce. Questo in senso «proprio», come si dice. Derrida lo chiamava pulito, ma lui poteva permettersi di giocare col doppio senso francese di propre e noi purtroppo no, però egualmente chiamiamolo il senso pulito. In senso figurato («sporco»? beh, sì, se l'immaginazione sporca la realtà) il buio è condizione di ignoranza, mistero, simulazione, mancanza di informazione. Insomma si accompagnano al buio una serie di accostamenti non proprio amabili. Molto meglio vanno le cose al presunto contrario/avversario del buio, la luce. Lì è tutto un brillare, in tutti i sensi; è uno sfolgorio, uno splendore di oggetti visibili irradianti raggi luminosi, un tripudio di conoscenza, chiarezza, evidenza, certezza, indiscutibilità. In tutti i sensi, dicevo, i quali però non se ne stanno lì ognuno nel suo recinto delimitato, i propri e puliti con la realtà e gli impropri un po' sporchetti con l'immaginazione, ma è tutto un rimandarsi e modificarsi a vicenda. Né luce e buio...

Torino spiritualità / I guardiani della notte

Nel 1995 arriva nei cinema Dead Man, sorta di acid western visionario, rarefatto sogno ad occhi aperti che Jim Jarmusch cattura chissà come e mette in pellicola. Fan di Jarmusch e adepto della chitarra di Neil Young, che della colonna sonora del film è autore, corro a vedere questa delirante e scheletrica rivisitazione del mito della frontiera. Quando esco dal cinema ho un terzo idolo da pedinare: William Blake.  I versi del poeta inglese, scopro nel buio della sala, attraversano Dead Man in lungo e in largo, si incidono nella trama e di colpo deflagrano con la vitalità eversiva e fuorilegge di una poesia scritta con il sangue. Non che fino a quel momento non conoscessi Blake, lo si studia a scuola e «Tyger! Tyger! Burning bright...» si manda a memoria piuttosto facilmente, ma non avevo mai percepito davvero l’intensità dei suoi versi. In particolare, nei giorni che seguono, non mi escono più dalle orecchie le strofe degli Auguries of Innocence che l’indiano Nessuno, ispiratissimo, recita per un attonito Johnny Depp: «Ogni notte e ogni mattina nascono alcuni alla rovina. Ogni mattina ed ogni notte nascono alcuni al soave diletto. Nascono...

Restare o diventare bambini / Polaroids dall’Atelier dell’Errore

Continua la serie di contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Pubblichiamo oggi il testo dello spettacolo «Piccola liturgia Errante» dell'Atelier dell'errore, previsto domani domenica 24 settembre al Teatro Gobetti alle ore 15.30.   1 - Nicolas e la Remora ADE   Nicolas il primo giorno d’atelier si è presentato con una felpa giallo canarino, inserti bianchi e alcune di quelle scritte che reclamizzano qualche generica spiaggia perlopiù immaginaria, o roba simile. Pantaloni cotone marrone medio, scarpe da ginnastica tipo Decathlon. Un ragazzino apparentemente come tanti: papà camionista, mamma che fa le pulizie. Ve lo presento così, in un’istantanea da telefonino, non perché io faccia caso a come si vestano i miei in atelier. Semplicemente perché per tutti e tre gli anni, lui in atelier si è sempre presentato così. Anche il giorno del nostro addio, era vestito uguale: stessa felpa, stesse scarpe, stessi pantaloni. Forse era una divisa la sua. Ma io non l’ho mai capito purtroppo. Certo che lo avrei gratificato! Quello che mi colpisce oggi, è che quegli stessi vestiti, nel corso di tre...

Restare o diventare bambini / Walter Benjamin. La febbre

Continua la serie di contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Valentina Maurella commenta Walter Benjamin (W. Benjamin, Figure dell’infanzia. Educazione, letteratura, immaginario, tr. it. I. Amaduzzi, Raffaello Cortina, Milano 2012, pp 143-44).   «L’inizio di ogni nuova malattia mi insegnava, immancabilmente, con quale sicuro tatto e con quanta abilità il contrattempo mi venisse a trovare. Lungi da esso l’idea di farsi notare. Tutto aveva inizio con qualche chiazza sulla pelle, con un malessere. Ed era come se la malattia fosse abituata ad aspettare fino a quando il medico non le avesse procurato una collocazione. […] cominciavo a riflettere su quanto mi stava per accadere. Calcolavo la distanza tra il letto e la porta e mi chiedevo per quanto tempo ancora la mia voce avrebbe potuto superarla. Già mi immaginavo il cucchiaio dal brodo colmo di esortazioni materne […]. E come una persona che nell’ebbrezza prova a fare un calcolo o un ragionamento solo per vedere se ci riesce, così io contavo i riflessi che il sole faceva balenare sul soffitto della stanza e ordinavo sempre in nuovi gruppi le...

Restare o diventare bambini / Il salto dell'elastico

Pubblichiamo alcuni contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Riprendiamo oggi un testo di Laura Facchi su un oggetto dell'infanzia di un altro tempo (o forse no): l'elastico.   Era in tutte le tasche di tutte le bambine, quando nessuno li guardava ci giocavano anche i maschi, ma non erano mai loro a vincere. Non sapevano saltare bene, non avevano la stessa agilità di gambe e quando l'elastico arrivava alla vita di chi lo sorreggeva finiva sempre in una gran risata perché era facile andare per terra.   Costava poco, lo vendevano in tutte le mercerie e le mercerie abbondavano, se ne trovavano in ogni quartiere di grande città e nei piccoli paesi ce n'erano almeno due. Vendevano fili, bottoni, cerniere, aghi, spille e gli elastici. Quelli comuni, per le mutande: tutte le mamme avevano a casa un rotolo di elastico per le mutande che si allargavano o i pantaloni della tuta troppo lunghi che con un giro di elastico sul bordo caviglia smettevano di infilarsi nei raggi della bicicletta. L'elastico era sport e concentrazione. Bellissimo il giro di collo, di quando con la testa ci si avvicinava al...

Restare o diventare bambini / In strada con il pallone

Pubblichiamo alcuni contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Riprendiamo oggi un testo di Franco Arminio su uno degli oggetti dell'infanzia di noi tutti, o quasi.   Giocavo a pallone. Era una cosa che facevano quasi tutti i bambini. La differenza che giocavo insieme agli altri e giocavo anche da solo. Anche questo accadeva a qualche altro bambino, ma il mio era un giocare a oltranza: quando il tempo era brutto giocavo in casa mia e la palla diventa un tappo di bottiglia. Giocavo tra la porta d’ingresso e quella della cucina, nella stanza dell’osteria dove mangiavano i clienti più intimi. Ce n’era uno a cui dava particolarmente fastidio la mia ossessione. Diceva che lo avevo fatto esaurire. Quando si impiccò nella sua casa un po’ mi venne il pensiero di aver contribuito alla sua scelta.   Il pallone in casa mia era subito dietro la porta, nel portaombrelli o sulle casse di birra. Lo prendevo e uscivo a tirare calci sul portone verde di zia Caterina. Lei stava affacciata alla finestra, sembrava non gradire i miei calci contro il suo portone. Cinquanta metri più sopra c’era la curva dove...

Restare o diventare bambini / Walter Benjamin. Il cantiere

Pubblichiamo a partire da oggi alcuni contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Roberto Gilodi commenta Walter Benjamin (W. Benjamin, Figure dell’infanzia. Educazione, letteratura, immaginario, tr. it. I. Amaduzzi, Raffaello Cortina, Milano 2012).   «Scervellarsi pedantescamente per realizzare prodotti — siano essi immagini, giocattoli o libri — adatti ai bambini è folle. Fin dall'Illuminismo questa è una delle fissazioni più ammuffite dei pedagoghi. Totalmente infatuati per la psicologia, non si accorgono che il mondo è pieno di cose che sono oggetto di interesse e di cimento per i bambini; e si tratta delle più azzeccate. I bambini sono fondamentalmente portati a frequentare i luoghi dove si lavora, dove in modo evidente si opera sulle cose. Sono attratti irresistibilmente dai materiali di scarto che si producono in officina, nelle attività domestiche o lavorando in giardino, nelle sartorie e nelle falegnamerie. Negli scarti di lavorazione riconoscono il volto che il mondo delle cose rivolge a loro, a loro soli. Con gli scarti di lavorazione i bambini non riproducono le opere degli adulti,...