Speciale: Totò 50

A cinquant'anni dalla morte, Totò è più vivo che mai. A cavallo fra passato e presente, un ritratto a più voci di un artista inesauribile. Come ogni classico che si rispetti.

L'eredità di Totò tra avanspettacolo e ricerca / Totò, Leo e il Nuovo Teatro

«Fisicofollia… Caricatura, abissi di ridicolo, cascate d’ilarità irrefrenabili… Analogie fra l’umanità, il mondo animale, il mondo vegetale, il mondo meccanico... Scorci di cinismo rivelatore, intrecci di bisticci, di motti spiritosi, con tutta la gamma dell’imbecillità, della balordaggine, della stupidità e dell’assurdità, che spingono insensibilmente l’intelligenza fin sull’orlo della pazzia…» (Filippo Tommaso Marinetti, Il Teatro di Varietà, 1913).   Sembra che Totò abbia lavorato per dare corpo e voce al Manifesto di Marinetti, modulato a sua volta su quel varietà nel quale il comico napoletano, marionetta snodabile, eccentrico per eccellenza, nacque e si formò, attraversando poi tutte le forme di teatro popolare del primo Novecento: la farsa, l’avanspettacolo, la rivista, la commedia e la commedia musicale, portando sempre con sé lo spirito anarchico delle origini. Il cinema lo rapì tardi, alla fine anni '30, ma soprattutto negli ultimi due decenni di vita. E nei film mantenne spesso l’istinto del palcoscenico, quell’improvvisazione che non voleva dire inventare sul momento ma mutare ogni volta la prospettiva, fare le cose diversamente, sorprendendo e sorprendendosi,...

15 aprile 1967 - 15 aprile 2017 / Un cadavere elettrizzato

Morte di Totò. Sebbene improvvisa (improvvisa la morte e la notizia della morte) sentiamo che ci eravamo preparati: e preparati non in questi ultimi anni, non dall'anzianità di Totò, ma preparati da sempre.   L'arte di Totò, come del resto tutta l'arte napoletana, ha un persistente côté funebre. La stessa suprema qualità comica di Totò, si affidava alla rigidità della mimica e delle mosse: il suo corpo, più che un burattino, diventava un cadavere elettrizzato. E la sua intima esuberanza e vitalità diventavano poetiche proprio per questo suggerimento, questo beffardo presagio di morte. Totò danzava e recitava come se dicesse di continuo, in sottofondo: «Mi agito tanto e anche voi vi agitate tanto: ma fa lo stesso: siamo già scheletri dentro di noi, e finiremo, tutti, morti stecchiti». Un po' come quell'umanità che descrive Achille Campanile all'inizio di uno stupendo e assurdamente dimenticato romanzo della sua giovinezza.   Esilarante danza macabra: così può essere definita l'arte di Totò. Non per nulla, l'ultimo suo film che raggiunga, dal punto di vista dell'interpretazione, l'altezza delle migliori cose precedenti, è, da cima a fondo, un capolavoro del macabro: Che...

“Totò, Peppino e la... malafemmina”, 1956 / Due uomini e una lettera

Quello che mi ha sempre colpito di Totò è lo sguardo. Gli occhi densi di una malinconica serietà, che mai lo abbandonava, nemmeno nelle scene più esilaranti. Mi è sempre parso che ci fossero due Totò, e non parlo della differenza tra l’uomo pubblico e quello privato, che pure c’era e che spesso è stata raccontata; parlo di quella particolare capacità di farti vivere due sensazioni quasi opposte. Totò che ti fa ridere e, contemporaneamente, ti mostra un uomo povero e carico di speranza, che ha fame ma che non perde mai l’ironia, come il Felice che scrive la lettera sotto dettatura in Miseria e Nobiltà (di Mario Mattoli, 1954); e questo tutto insieme, perché alle parole e alla mimica facciale è abbinata – e per sempre – la tristezza che emanano i suoi occhi. Queste caratteristiche risultano ancora più evidenti se esaminiamo la scena della scrittura della lettera in Totò, Peppino e la... malafemmina (di Camillo Mastrocinque, 1956).      Totò che detta la lettera (che dovrà salvare il nipote dalle grinfie della malafemmina) a Peppino De Filippo è uno dei vertici della comicità italiana. Intanto: la “spalla”. Lo straordinario talento comico di Totò, qui e in moltissimi...

Una conversazione con Totò / “Sono qui pro tempore”

Lei conosce Pasolini da molto tempo? No, è la prima volta che ho questo piacere. Ho letto delle sue opere, ma di persona l'ho conosciuto soltanto in occasione di questo film [Uccellacci e Uccellini]. So che è bravissimo e un intellettuale vero e profondo, non superficiale come molti altri. Non ho visto però gli altri suoi film, anche perché io vado poco al cinema... So che molti colleghi vanno spesso a vedere film...   Da che cosa deriva questo suo atteggiamento?... No, non è una posa. Ma ho un po' di paura che vedendo una cosa che mi piace, io possa essere portato a imitarla: mentre ho sempre cercato di essere me stesso, magari sbagliando...   Quindi questa non è una sua diffidenza nei confronti del cinema... No, anzi, per carità...   Sembrerebbe quasi essere, forse, una forma di umiltà eccessiva da parte sua... perché lei ha un nome così affermato... Ma il pubblico bisogna servirlo! Noi siamo come il padrone di un ristorante, quando entra un cliente... prego, si accomodi, comandi... mentre poi magari il padrone del ristorante a casa sua è un signore, ricchissimo e autonomo... ma io penso che si debba fare così... sbaglierò magari...     No, affatto, il...

“Totò a colori”, 1952 / Le metamorfosi di un burattino

La genesi di Totò a colori (1952), come il titolo suggerisce, è legata alla volontà dei produttori Ponti e De Laurentiis di sfruttare il nome del comico italiano numero uno per lanciare il nostrano Ferraniacolor nel lungometraggio di finzione. Detto fatto, la sceneggiatura viene messa insieme alla sans façon, collazionando alcuni dei migliori sketch dell'attore napoletano: gli esistenzialisti a Capri («Come nasci?» «Beh, nascio come nasciono gli altri»), il vagone letto («Eh, chi non lo conosce, quel trombone di suo padre!»), la marcia dei bersaglieri. La regia è inizialmente affidata a Steno e Mario Monicelli, che hanno già diretto Totò in altri quattro film, inclusi i campioni d'incassi Totò cerca casa e Guardie e ladri. Strada facendo, Monicelli abbandona il progetto e Steno rimane da solo al timone dell'impresa. Uomo colto e disincantato, si barcamena come può fra le difficoltà tecniche (lo «scatafascio di luci» descritto in un'intervista da Isa Barzizza, necessario per impressionare la nuova pellicola) e i limiti del budget. Per sua fortuna, può contare sull'estro del protagonista. Steno vi si affida ciecamente, al punto di ammettere, anni dopo: «Era come se avessi dato la...

“Totò al Giro d'Italia”, 1948 / La voce della maschera

Eccettuato il fatto, rilevante solo per gli appassionati, che con Totò al Giro d’Italia (1948) il nome del divo si ritrovi iscritto direttamente nel titolo per la prima volta, il film di Mario Mattoli non pare godere di una considerazione critica simpatetica, né tantomeno benevola. Le recensioni d’epoca si fanno notare per una certa condiscendenza, punteggiata da sbalzi di delusione rispetto al quasi coevo, e più apprezzato, Fifa e arena. Non intendo qui analizzare tali fonti, ma soltanto investigare, brevemente, le ragioni della fascinazione che è possibile nutrire per questo oggetto bizzarro, a tratti certo sfilacciato, ma nondimeno curiosissimo – e forse non solo per ragioni personali.    Mirabile visione d’infanzia: non penso di aver tuttora superato l’impatto del bislacco assortimento di caratteristi, ciclisti (Coppi! Bartali! Bobet! Magni!), diavoli e bellezze. E che dire poi di quel gusto per la mise en abyme, o almeno per lo spericolato uso dei narratori interni (di profilo elevatissimo, per giunta, con il Dante di Carlo Ninchi)? La conciliazione dell’atmosfera surreale con il disvelamento della tessitura narrativa mi permetteva probabilmente di avvicinare Totò...

In prima persona / Il complesso dei fratelli siamesi

  In genere, l'umorismo, quale uso comporlo con i gesti del corpo e la mimica facciale, nasce dalle mie osservazioni di tutti i giorni. Più di una volta mi sono sorpreso a seguire qualche tipo bizzarro e stravagante per la via, osservandone minutamente i gesti, assimilando il suo modo di camminare, di muoversi, di gesticolare, di salutare, di attraversare la strada, di scrutare le persone, di prevenire eventuali pericoli.   Se fossi uno studioso di psicoanalisi, dovrei definire questa mia mania come “il complesso dei fratelli siamesi”, allo stesso modo del “complesso di Edipo” e del “complesso del don Giovanni” di cui oggi i freudiani fanno uso e abuso. Non appena noto un tipo che mi colpisce per alcune caratteristiche, mi sembra che un fluido mi leghi a lui, per cui... divento l'altra parte dell'individuo che osservo; mi unisco attraverso un ideale cordone ombelicale alla sua personalità, ai suoi gesti, alla sua maniera di esprimersi. Divento un suo duplicato; mi lego a lui, vivo metà della sua vita – infine costituisco, con lui, un'ideale coppia di gemelli.[...]    Quando traccio la caricatura del miope che, preso in mano un foglio, lo legge facendolo...

“Fifa e Arena”, 1948 / Fame e politica

  «A proposito di politica… non si potrebbe mangiare qualche coserellina?». A parlare è Totò in Fifa e arena, regista Mario Mattòli, anno 1948, esilarante parodia di Sangue e arena di Mamoulian. Una sfilacciata vicenda di passioni, equivoci, travestimenti, inganni, delitti, intrighi, denaro, serenate e canzonacce, sciantose e freaks, altezze e bassezze d’ogni tipo: il tutto perennemente in scena, sul palcoscenico continuo della vita e del suo raddoppiamento d’avanspettacolo. Una battutaccia, lo so, niente a che vedere con le leggende cinematografico-culinarie con cui abbiamo oggi a che fare. Ma forse una strada per ripensare a questo curioso binomio fra cinema e cibo, per il tramite di un inaspettato, imprevedibile ospite qual è la politica. Con la dovuta, seriosa ironia.      Proviamo per esempio a chiederci: perché questa battuta fa ridere? Il motivo è semplice: come sempre nelle barzellette, sebbene sia apparentemente insensata essa inverte un modo diffuso di pensare, e cioè la maniera comune di concepire il legame fra cibo e politica. Il grande Totò sapeva esser comico in modo geniale. Lo faceva al modo dello sciocco del folklore tradizionale, dietro la...

Zavattini racconta... / I pensieri di Totò

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.   Fotogramma da “San Giovanni decollato” (1940), sceneggiato da Cesare Zavattini.    Cercherò di riferire con la massima precisione i discorsi ed...

“I due orfanelli”, 1947 / Un maestro di disobbedienza

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.   Penso a Totò tutti i giorni, o quasi. Ci penso quando sono malinconico, ci penso quando sono allegro. Degli attori si dice che restano tra noi in...

Conversazione con Alberto Anile / Totò. Un comico per tutte le stagioni

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa  raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.   Su Antonio de Curtis è stato detto e pubblicato di tutto. Non si contano gli articoli, le memorie, i saggi dedicati al Principe, alla sua vita, ai...