Il clima del biocapitalismo

5 Ottobre 2026

I numeri della crisi climatica sono allarmanti. Da uno studio scientifico indipendente pubblicato sulla rivista “Global Change Biology” e ripreso lo scorso 19 agosto dal quotidiano londinese “The Guardian” risulta che le quattro ondate di caldo estremo di questa estate hanno causato in Europa 35.000 morti. Una strage. Contemporaneamente, il Joint Research Centre (JRC), centro di consulenza scientifica della Commissione europea, ha reso noto che le temperature record e la siccità hanno provocato un crollo dei raccolti agricoli estivi con stime di resa ridotte del 14% sotto la media degli ultimi cinque anni. Restando in Europa, per effetto della canicola di luglio e di agosto sono andati a fuoco, secondo i dati diffusi dalla Rete Clima, 650 mila ettari di territorio, oltre il doppio della media stagionale estiva del periodo 2006-2025. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, inoltre, tra il 1980 e il 2025 gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno causato nell’area Ue danni economici per 822 miliardi di euro; un quarto del totale, pari a 208 miliardi, si è concentrato tra il 2021 e il 2025. Fuori dei confini europei, a livello globale, l’umanità si avvia rapidamente al superamento del limite, fissato nel 2015 dagli Accordi di Parigi, della soglia di 1,5°C di aumento della temperatura del pianeta rispetto ai livelli preindustriali. Secondo un rapporto diffuso ad agosto dall’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), già nei prossimi anni la temperatura globale della Terra aumenterà di 1,8°C. Le conseguenze, avverte l’Unep, saranno pesanti: eventi meteorologici estremi, massicce ondate migratorie, perdita di interi ecosistemi, sommersione dei piccoli Stati insulari e delle aree costiere più vulnerabili, problemi gravi per la salute, per la sicurezza alimentare, per le risorse idriche, per le infrastrutture e per l’economia in generale.

Nonostante le campagne negazioniste intraprese in ogni parte del mondo dalle destre estreme e da larga parte delle organizzazioni imprenditoriali, è ormai evidente che la crisi climatica è una realtà. Nel dibattito sulle cause e sui rimedi sono in campo, contrapposte, due posizioni. Secondo la prima la crisi è superabile all’interno del quadro attuale di rapporti economici e sociali. Come? Da una parte attraverso la diffusione di abitudini di consumo “consapevoli” e “responsabili” (mangiate meno carne e prendete meno aerei, per intenderci); dall’altra attraverso pratiche di governance finalizzate al recupero, in funzione green, di tecnologie energetiche già sperimentate (pale eoliche, pannelli solari, biomasse ma anche nucleare) e allo sviluppo di tecnologie nuove come, ad esempio, la Carbon Capture and Storage, un processo che permette di catturare la CO2 prodotta dalle attività industriali e di immagazzinarla nel sottosuolo per sottrarla all’atmosfera (attualmente questa tecnica è sperimentata in Italia, a Ravenna, da Eni e Snam). La seconda posizione sostiene, invece, che nessuna soluzione della crisi climatica è possibile se non si esce dai confini dell’economia di mercato, più esattamente se non si supera, o non si corregge radicalmente, il capitalismo. È il sistema di produzione capitalistico che, nel corso di uno sviluppo storico pluricentanario, ha portato il pianeta ai limiti del collasso ecologico. Se non si è capaci di immaginare un modo per andare oltre, compiendo un vero e proprio salto di civiltà, il mutamento climatico non solo non sarà corretto, ma accelererà le sue dinamiche distruttive.

Entro il perimetro di questa seconda posizione si articola una serie di analisi che vanno dall’ecologia sociale di Murray Bookchin, alla World Ecology di Jason W. Moore, dall’ecologia politica post coloniale di studiosi come Robert Bullard, Arturo Escobar e Françoise Vergès all’ecomarxismo di James O’Connor e di John Bellamy Foster, dalla galassia multiforme dell’ecofemminismo al pensiero della decrescita e dei beni comuni. In questo vasto e plurale ambito di ricerca si colloca, su un versante che si richiama al lascito marxiano classico, lo studioso francese Paul Guillibert, di cui la casa editrice Ombre Corte ha recentemente tradotto in italiano il saggio Sfruttare i viventi. Un’ecologia politica del lavoro.

L’obiettivo di Guillibert è duplice: da un lato analizzare la crisi ecologica a partire dalla contraddizione tra capitale e lavoro e dall’altra definire il capitalismo a partire dalle sue modalità di relazione con la natura. «Quello capitalistico – scrive Guillibert – è un modo di produzione che mira ad accumulare valore sia attraverso lo sfruttamento del lavoro (salariato, riproduttivo e cognitivo) sia attraverso l’appropriazione delle forze naturali». Lo sfruttamento capitalistico si manifesta come un’estrazione di plusvalore che interessa il lavoro vivo dei salariati ma presuppone anche un’appropriazione del lavoro riproduttivo svolto dalle donne, del sapere sociale collettivo e delle ricchezze naturali. Per Guillibert caratteristica del capitalismo nella sua fase estrema è quella dell’immissione nel ciclo di valorizzazione e di espansione del capitale non solo (con Marx) del lavoro vivo dei salariati ma anche (oltre Marx) dei mondi viventi nella loro totalità. “Biocapitalismo” chiama Guillibert questa nuova configurazione del sistema di produzione nato dall’espansione coloniale europea e dalla rivoluzione industriale. «Il biocapitalismo – argomenta Guillibert – mette al lavoro le forze generative di tutti i corpi viventi e si fonda sulla capacità dei saperi ecologici di aumentare le potenzialità non utilizzate e la forza relazionale del vivente. I viventi sono espropriati del loro corpo e della loro vitalità». È un’estensione all’intero universo dei viventi della teoria marxiana dello sfruttamento del lavoro vivo nella produzione manifatturiera e della collegata teoria dell’alienazione. I concetti marxiani di sfruttamento e di alienazione si allargano dal campo dei rapporti tra capitale e lavoro a un territorio molto più vasto in cui il capitale riduce a sé l’intero ordine del mondo. Sfruttati e alienati non sono solo i lavoratori salariati, ma anche le donne impegnate nel lavoro riproduttivo, i “nuovi schiavi” precarizzati (giovani per lo più) in cui il rapporto tra lavoro e compenso salariale si allenta sino a sparire del tutto, gli animali inseriti nei cicli di valorizzazione come puri e semplici fattori di produzione.

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Neanche di fronte agli equilibri fondamentali che reggono il sistema ecologico del pianeta e la vita stessa l’economia di mercato si arresta. Per Guillibert la storia del capitalismo è quella di un’intensificazione distruttiva e alienata della produttività sia del lavoro sia della natura. «Per il capitalismo la natura è un aggregato liberamente disponibile di fattori produttivi la cui utilità è relativa solo alla possibilità della loro valorizzazione». Nella sua fase attuale il capitalismo è arrivato a una sussunzione della natura senza più mediazioni, alla sussunzione della vita stessa. La svolta definitiva è giunta con le tecnologie genetiche. «La modificazione della vita a livello del dna per rendere il vivente più produttivo segna – scrive Guillibert – una rottura storica nelle forme dell’appropriazione della natura». Si passa infatti dall’estrattivismo brutale dei primordi della storia del capitalismo e da una fase successiva di sussunzione della natura attraverso pratiche di riorganizzazione parziale degli equilibri ecologici, a un controllo, in funzione dei processi di valorizzazione del capitale, della vita nei suoi meccanismi essenziali, si approda alla biopolitica. Mossa da una spinta incoercibile perché strutturale (esistenziale per il sistema) a valorizzare e ad allargare all’infinito il capitale, la formazione economico-sociale capitalistica non si fermerà di fronte ad alcun disastro ambientale o biologico. Il mondo può finire, il capitalismo no.

Si può fare qualcosa per contrastare questo processo? Coerente con la sua impostazione analitica, Guillibert sostiene che per salvarsi bisogna recuperare una prospettiva d’azione anticapitalistica. Operare politicamente cioè perché le logiche fondamentali del sistema siano cancellate o almeno attenuate. Agisce, nelle pagine dello studioso francese, lo stesso scarto teorico dal quale sono nati i movimenti che, a partire dagli inizi della rivoluzione industriale, al capitalismo si sono opposti; lo stesso scarto teorico che ha portato a inserire non pochi elementi di socialismo nei programmi di Zohran Mamdani a New York e di Elif Eralp a Berlino. Guillibert è molto più radicale dei sindaci delle due metropoli, sia nella teoria sia nella proposta politica, ma che il mayor neworkese e la borgomastra berlinese abbiano vinto proponendo agli elettori programmi che almeno per alcuni aspetti puntano apertamente a contrastare le logiche del capitalismo ha un significato che non andrebbe trascurato, specie se si deve trovare il modo di fermare, nella tornata di elezioni della prossima primavera in Europa, una destra estrema al top del consenso.

Il che fare indicato da Guillbert ha obiettivi di sistema. Lo studioso francese propone un’ecologia dell’emancipazione che tenga insieme tutti i soggetti sociali spossessati di autonomia dal biocapitalismo. È duplice il compito che deve darsi l’ecologia dell’emancipazione: comprendere la multidimensionalità della modernità (non esiste più soltanto la contraddizione tra capitale e lavoro) ma cogliere anche ciò che accomuna tutte le differenti forme di sfruttamento. I lavoratori salariati, i poveri dei Paesi ex coloniali, le minoranze di genere, razziali ed etniche, i viventi non umani «non formano una classe in senso marxiano, perché non affrontano gli stessi rapporti di dominio». Ma tutti sperimentano il dominio, tutti si trovano a subire, anche se in modi differenti, la razionalità strumentale orientata al profitto che regge il capitalismo, e in virtù di questa comune condizione possono formare «una soggettività politica proteiforme e multi specifica, in grado di opporre al dominio del capitale altre esigenze di razionalità fondate sull’autonomia, cioè su una forma di libertà che non sia un’uscita dalla natura e dalla comunità. L’autodeterminazione collettiva delle forme di sussistenza per gli umani e i non umani deve opporsi all’universalità della dipendenza dalla merce». Protagonista della resistenza può diventare insomma, se in un’ottica di mutamento radicale ci si impegna a metterne insieme tutte le componenti, il proletariato ecologico degli spossessati dal biocapitalismo. Soggetto nuovo, che per Guillibert «si costituisce a partire dalle resistenze di tutti i viventi alla messa al lavoro» e che deve darsi un orizzonte strategico al centro del quale ci siano «l’estensione dell’autonomia del lavoro di sussistenza (liberare la prestazione lavorativa dal salario) e la riproduzione eco sociale della vita».

Utopia? Certamente impresa titanica, nelle condizioni attuali. Ma comunque meglio delle tecniche di governance della crisi climatica proposte come via d’uscita dalla narrazione liberal. Se ti vengono a dire, supponenti e ottimisti, che per salvare il pianeta basta piantare alberi nei viali delle città e insieme scegliere il nucleare, perché la fusione dell’atomo consente, senza immettere CO2 nell’atmosfera, di produrre energia per continuare a far girare impianti e moltiplicare profitti; se giurano che tutto si può risolvere non gettando nel water i cotton fioc o foraggiando con vagonate di denaro pubblico grandi gruppi industriali e finanziari privati che investono in pale eoliche e in pannelli solari per produrre energia che, immessa nel circuito produttivo, anche se “verde” e rinnovabile non cambierà nulla degli attuali assetti economici e sociali, allora sono meglio, molto meglio, il proletariato ecologico e l’ecologia dell’emancipazione di Guillibert. Che se non altro pone i problemi al livello giusto, che è di struttura sistemica dei processi produttivi e dei relativi assetti sociali. A Luigi Pantisano, uno dei leader della Linke, dopo la vittoria nelle urne berlinesi del partito della sinistra tedesca un giornalista del Corriere della Sera ha chiesto se per risolvere il problema della casa saranno fatti davvero gli espropri promessi nel programma elettorale di Eralp ai danni dei grandi gruppi immobiliari e finanziari che hanno in mano Berlino (espropri, un attacco secco alla proprietà privata per garantire il diritto collettivo a un’abitazione). Senza esitazioni, Pantisano ha risposto sì. E ancora sì ha risposto alla domanda se si considera socialista. Eralp, poi, si dichiara senza problemi anticapitalista. Anche se si è fatto di tutto per cancellarla, c’è una tradizione di opposizione al capitalismo che in Europa e nel mondo ha avuto una storia lunga e articolata, anche problematica e contraddittoria ma ricca sempre, in tutte le sue componenti (da quelle riformiste a quelle rivoluzionarie) di capacità di analisi e di proposta politica. È bene che riprenda vigore.

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