Le piante sacre degli antichi
Immaginate una pianta che cresce dove non doveva, sul tetto di un edificio. Mettiamo che sia il tetto di una chiesa: il parroco, senza tante storie, oggi chiamerebbe due operai e lo farebbe tirar via.
Nella Roma antica, se il tetto era quello di un edificio sacro, le cose si complicavano e poteva addirittura scorrere il sangue di diversi animali. Come accadde nell’anno 183 dopo Cristo – Commodo era diventato imperatore da poco – quando un fico crebbe in cima a un piccolo santuario dei Fratres arvales, una congregazione sacra. È da questa accidentale circostanza che prende avvio il libro di Mario Lentano, Il senso degli antichi per la natura. I Greci, i Romani e le piante, Einaudi, 115 pp.
Non è uno scrittore antico a raccontarci l'episodio del fico fuori posto, ma un'iscrizione su pietra che riporta con la solenne asciuttezza di un verbale la decisione degli Arvali. Una delle migliaia e migliaia di iscrizioni che ci arrivano dal mondo antico, infinito deposito di nomi e di storie vere (non sarebbe ora che qualche editore ne riproponesse un’antologia, come fece più di cinquant’anni fa Einaudi con la cura di Lidia Storoni Mazzolani e Guido Ceronetti?).
Davanti al fico inopportuno, la decisione della confraternita degli Arvali, spiega Lentano, è tutto meno che improvvisata: prima di estirparlo si dovrà svolgere un preciso rituale culminante nel sacrificio di una trentina tra montoni, bovini e pecore a Giano, Giove, Marte e ad altre divinità più o meno conosciute. La vicenda, così sbalorditiva per noi, serve allo studioso per introdurre domande come queste: con quali occhi gli antichi guardavano al mondo vegetale, quale importanza attribuivano alle piante, al di là del loro uso agricolo e alimentare? E, per accostarsi a tematiche odierne, è possibile “cogliere nel loro orizzonte culturale l’idea moderna di un pacchetto di diritti da riconoscere agli elementi del mondo vegetale”? Scegliere come apertura la spiazzante vicenda del fico degli Arvali è il modo con cui l’autore ci avverte del rischio di istituire facili analogie e cadere in improbabili anacronismi.

Quando, ad esempio, in Aristotele leggiamo che “chiunque sradicasse o tagliasse un ulivo sacro veniva giudicato dall’Areopago e in caso di condanna punito con la morte”, ci sentiamo – per così dire – a casa. Lo stesso succede quando, molto più tardi, nella Storia naturale di Plinio il Vecchio veniamo a sapere che “le antiche leggi offrono anche esempi di salvaguardia degli alberi: nelle XII tavole, ad esempio, si prescrive che chi abbia tagliato illecitamente alberi altrui sia tenuto al pagamento di una multa di 25 assi per ogni pianta”. Eppure – ci mette in guardia Lentano – in questi e altri casi “cogliere una forma primordiale di tutela delle risorse naturali o persino gli incunaboli di un diritto ambientale nel senso moderno dell’espressione” sarebbe “un’impressione ingannevole”. In altre parole: nel mondo antico l’attenzione per la sfera vegetale ha un segno del tutto speciale e diversamente orientato rispetto al nostro (perlomeno quello occidentale).
I capitoli più attraenti del libro sono quelli dedicati al “genio” e alle “ninfe”, due termini che – per ragioni e itinerari diversi – ci appaiono del tutto familiari, ma che sono in realtà false friends. In Genius loci lo studioso spiega come per gli antichi ogni uomo fosse accompagnato fino alla morte da un invisibile ente divino: il genius – sosteneva un grammatico del III secolo d. C. – “ci è stato posto accanto come custode permanente, che non si allontana da noi neppure per un brevissimo lasso di tempo, ma ci accompagna dal ventre materno sino all’ultimo giorno della vita”. Questa misteriosa sorta di doppio soprannaturale non affiancava solo gli esseri umani, vegliava anzi su ogni cosa e, soprattutto, su ogni entità del paesaggio: il “genio del luogo”, appunto.
Aveva ben presente questa concezione del mondo Pier Paolo Pasolini quando faceva dire al Centauro che istruisce Giasone in Medea (1969): “Tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo (...) in ogni punto in cui i tuoi occhi guardano, è nascosto un dio!” Nel “trattamento” dello stesso film era previsto il momento in cui il Centauro indicava al ragazzo un “posto semplice, ma misterioso” in cui si rintanava “la Dea della Terra, con le sue Ninfe”.
Una ventina d’anni fa Giorgio Agamben scrisse un saggio dedicato appunto alle Ninfe (2007), prova non isolata che queste figure della religione antica si sono guadagnate un posto anche nella cultura contemporanea. Esse sono al centro del capitolo che Lentano ha titolato Boschi viventi: negli alberi – secondo gli antichi – c’era una doppia vita, quella della pianta in sé e quella della ninfa che abitava in essa sin dal suo sviluppo dal seme. Questa duplice presenza viene celebrata nel VI secolo a. C. nell’Inno ad Afrodite: “Ma quando si avvicina il momento della morte, / prima i begli alberi inaridiscono sopra la terra, / la loro corteccia si dissecca e i rami cadono, / e subito dopo l’anima delle ninfe lascia la luce del sole”.
Come spiega Lentano, le ninfe sono “figure interstiziali”, vicine allo spazio degli dèi come a quello degli uomini. A questa dimensione intermedia si deve la loro vitalità, che nel mondo classico ebbe anche un notevole riverbero iconografico. Ora danzano da sole o con satiri e sileni, ora partecipano a cortei nuziali di divinità olimpiche, ora sorvegliano sorgenti e fonti; in un affresco da Ercolano (ma dipendente da un originale greco del II secolo prima di Cristo) la ninfa che presiede alla regione dell’Arcadia assiste – con la solennità di una regina – all’arrivo di Ercole che ha appena ritrovato il figlio Telefo.

Come scrive Lentano, “l’idea dell’albero come sede di una presenza divina che ne condivide l’intera parabola biologica ha attraversato i millenni, restando viva nel folclore della Grecia sino alle soglie della contemporaneità”; ne è una prova l’usanza dei boscaioli, testimoniata ancora tra XIX e XX secolo in alcune aree della Grecia, di gettarsi a terra nell’attimo in cui cadeva l’albero appena tagliato: così la ninfa che lo abitava non avrebbe scagliato una maledizione contro di loro.
Per quanto di diverso genere, è un’analoga forma di sopravvivenza anche quella visibile in due mosaici di Ravenna, tra V e VI sec. d. C.: sulle volte del Battistero Neoniano e di quello degli Ariani accanto a Gesù battezzato da Giovanni Battista compare infatti una figura seminuda e immersa nell’acqua, il fiume Giordano.
Siamo davanti a una convenzione iconografica che gli artisti cristiani ereditano da quelli classici, ma impressiona la monumentalità attribuita alla figura del fiume, pari a quella di Gesù e di un santo: un luogo del Vecchio Testamento (e ora anche del Nuovo) viene percepito come dotato di un corpo e, per così dire, di una personalità.
L’atteggiamento degli antichi verso le piante è dunque ancorato a una distanziante visione religiosa: le piante rientrano comunque nella sfera del sacro, sia che le si consideri con uno sguardo poetico come in Grecia, sia che si instauri con esse un rapporto di tipo giuridico (come nel caso del fico cresciuto sul tempio degli Arvali). Questa speciale separazione motiva, secondo Lentano, la differenza rispetto alla nostra epoca: per gli antichi si tratta di “allontanare alberi, piante e ambienti naturali come premessa del rispetto loro prestato e al tempo stesso, e in conseguenza di questo, porre l’accento sugli obblighi cui le comunità umane sono tenute nei loro confronti piuttosto che sui diritti dei quali essi sono titolari”.
Ma è anche vero che la nostra idea che piante (e animali) possano avere dei diritti sottintende la convinzione che gli uni e le altre appartengano a una sfera a sé, ben distinta da quella degli uomini (per non parlare degli dèi), che chiamiamo “natura”. Così non era per gli antichi, il cui “senso” andava in altre direzioni: “non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio”, ammoniva ancora il Centauro di Pasolini, “quando la natura ti sembrerà naturale, tutto sarà finito – e comincerà qualcos’altro”.