Marco Aime racconta Thomas Sankara

5 Ottobre 2026

Il basco rosso con la stella dorata, la divisa militare, la pelle bruna e gli occhi profondi. Forse a molti potenziali lettori italiani quel viso non dirà molto. E questo già di per sé spiega l’importanza del libro. Perché invece in Africa lui è un mito: per quanto siano passati ormai decenni dalla sua storia, Thomas Sankara è diventato il leader carismatico per eccellenza, eroe rivoluzionario e icona morale, una sorta di "Che Guevara d'Africa".

È forse da qui che conviene cominciare a leggere il lavoro di Marco Aime, Ritratto di un’onesta utopia. La vita e l’eredità di Thomas Sankara, pubblicato da Bollati Boringhieri. Dal bisogno, cioè, di togliere Sankara dalle magliette e ricollocarlo nel suo tempo e nella complessità della sua storia.

Un tempo vicino al nostro, ma ormai già lontanissimo: gli ultimi anni della Guerra fredda, un’Africa dove molti stati avevano conquistato da poco l’indipendenza, la Francia ancora onnipresente nelle sue ex colonie, il debito, i colpi di Stato militari, il socialismo, il panafricanismo. Parole che esistono ancora, alcune sono tornate persino di moda, ma che allora stavano assieme in un modo diverso.

Aime quel mondo lo conosce bene. Da antropologo ha lavorato a lungo nell’Africa occidentale. E si sente. Soprattutto perché il paese non rimane semplicemente lo sfondo della biografia del protagonista. Ci sono le campagne, la povertà, le strutture familiari, le gerarchie sociali, l’eredità coloniale. C’è insomma l’Alto Volta prima che Sankara decidesse persino di cambiargli nome facendone il Burkina Faso: il «paese degli uomini integri». Anche i nomi, ogni tanto, sono programmi politici.

Sankara era nato nel 1949 a Yako. Figlio di un militare, entrò a sua volta nell’esercito, studiò in Madagascar, lesse Marx e Lenin, incontrò altri giovani ufficiali africani convinti che l’indipendenza politica non fosse bastata. E in effetti era difficile sostenere il contrario. Le bandiere erano cambiate, gli inni pure, ma economie, rapporti commerciali e classi dirigenti continuavano spesso a muoversi dentro strutture costruite durante il colonialismo.

Arrivò al potere il 4 agosto 1983, a trentatré anni, attraverso un colpo di Stato. E al di là di qualsiasi facile mitizzazione è bene ricordare che Sankara era un militare e che prese il potere con le armi. La rivoluzione che ne seguì non fu una democrazia liberale. Ci furono tribunali rivoluzionari, limitazioni del dissenso, repressioni e scontri sempre più duri con i sindacati e con quanti si opponevano al nuovo corso. Aime non nasconde niente di tutto questo. Ed è probabilmente una delle ragioni per cui il suo libro funziona: non ha bisogno di rendere Sankara migliore di quello che fu per mostrarne l’eccezionalità.

Anche perché tutto questo durò quattro anni. E quattro anni sono pochissimi. In quel breve lasso di tempo Sankara provò a cambiare quasi tutto: campagne di vaccinazione e alfabetizzazione, infrastrutture, agricoltura, lotta alla desertificazione. E poi la condizione delle donne: combatté i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali, pretese di avere anche delle donne negli incarichi pubblici, invitò gli uomini a occuparsi dei lavori domestici. Piantò alberi, cercò di modificare il rapporto con un territorio fragile come quello del Sahel.

E in tutto questo la tensione costante verso l’indipendenza. Per Sankara non bastava avere una bandiera, un inno e un seggio alle Nazioni Unite se poi un paese continuava a dipendere dalle vecchie potenze coloniali, dagli aiuti internazionali, dalle importazioni e dal debito. Da qui venivano anche alcuni dei gesti per cui divenne famoso: la sobrietà imposta ai dirigenti, il rifiuto dell’ostentazione, l’invito a consumare ciò che il Burkina produceva.

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Immagine Wikimedia Commons.

È probabilmente questo il punto nel quale la storia di Sankara smette di essere soltanto la storia di un piccolo paese africano degli anni Ottanta. Nel luglio del 1987, ad Addis Abeba, davanti agli altri capi di Stato africani, parlò del debito. Disse in sostanza che non era soltanto una questione di conti. Dietro quei numeri c’era una storia: quella del colonialismo e dei rapporti di forza che gli erano sopravvissuti. E propose ai paesi africani di affrontare insieme il problema, perché sapeva perfettamente che il Burkina Faso da solo non avrebbe avuto alcuna possibilità.

Tre mesi dopo era morto.

Il 15 ottobre 1987 Sankara venne assassinato insieme a dodici suoi collaboratori durante il colpo di Stato che portò al potere Blaise Compaoré, fino ad allora suo compagno di rivoluzione. Aveva trentasette anni.

Ed è qui che comincia la seconda vita di Thomas Sankara. Quella più lunga.

Compaoré rimase al potere per ventisette anni e per molto tempo cercò di cancellarne la memoria. Ma accadde il contrario: Sankara diventò progressivamente un riferimento del panafricanismo, un simbolo della lotta contro il neocolonialismo, un volto sui muri e sulle magliette. Più il suo progetto politico si allontanava nel tempo, più la sua immagine diventava presente.

È forse qui che il libro di Aime diventa più interessante per noi oggi. Anche perché non si chiude davvero nel 1987. Una postfazione di Andrea de Georgio, giornalista e grande esperto d’Africa, sposta lo sguardo sul Burkina Faso contemporaneo: un paese profondamente diverso da quello governato da Sankara, sconvolto dalla violenza jihadista, dagli spostamenti di popolazione e da una nuova instabilità politica, mentre la presenza francese si è drasticamente ridotta e la Russia ha acquistato un peso crescente nel Sahel. E tutto questo sotto il governo di una dittatura militare neo-sovranista, che reprime sempre di più il dissenso pur rifacendosi al mito ormai distorto di Sankara. Ma arrivati alla fine del libro ormai avremmo dovuto capirlo, che è bene esercitare molta prudenza di fronte a questi facili usi della memoria. Quella fotografia di Sankara che sta nella copertina del libro che ora chiudete è lì per ricordarlo: diffidare sempre di chi usa il facile mito del passato. Specie oggi in un mondo dove le immagini – e i ritratti – sono così facilmente riproducibili da non valere ormai più niente.

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