AUTORI
Tiziano Bonini

Tiziano Bonini (PhD in Media, Comunicazione e Sfera pubblica nel 2008, Università di Siena) è ricercatore in media studies all’Università Iulm di Milano. Si occupa di radio, social media, cultura digitale e pubblici connessi. Ha pubblicato articoli per riviste internazionali di media studies (Media, Culture & Society; European Journal of Communication; The Radio Journal; Communication & Society). Ha pubblicato libri sulla radio (La Radio nella rete, Costa & Nolan 2005; Vedi alla voce Radio Popolare, Garzanti ed. 2006 (con Ferrentino e Gattuso); La Radio in Italia, Carocci 2013; Chimica della radio, Doppiozero 2013) e su media e globalizzazione (Così lontano, così vicino. Tattiche mediali per abitare lo spazio, Ombre Corte, 2010). Per Doppiozero ha scritto Hipster (2014).
Ha iniziato a fare radio all'Università di Siena, poi a Radio Popolare, Radio2 Rai e Radio Svizzera Italiana. Nel 2005 ha vinto la menzione d'onore del Premio Canevascini (Radio Svizzera Italiana) per il miglior documentario radiofonico. Lavora come autore free lance per Radio24.

29.09.2017

Il primo social media della storia / Sette tesi sulla magia della radio

I libri scritti da chi fa la radio di solito sono delle biografie, o dei romanzi. E di solito, quando li leggi, ci rimani male, un po’ come quando finalmente incontri il tuo conduttore radiofonico preferito al supermercato e pensi: “beh, però, pensavo meglio”.  Il libro di Massimo Cirri – Sette tesi sulla magia della radio (Bompiani, 2017) – è sia una biografia che un romanzo, ma scritto in forma di saggio “leggero”, o, come avrebbero detto nella radio degli anni venti, “saggio radiofonico”. E in questo caso non c’è delusione, perché a leggerlo (308 pagine di formato ristretto) fa l’effetto di sentire una puntata di Caterpillar, noto talk show di Radio2 creato da Sergio Ferrentino insieme a Massimo Cirri nel 1997 e oggi condotto da Cirri e Sara Zambotti. Per chi ama Caterpillar – di...

22.07.2017

Aprire alla co-progettazione, cambiare gli algoritmi / Possono esistere delle (nuove) tecnologie conviviali?

Stavo ascoltando la radio. Era un mese fa, il 7 giugno. Su Radio3 sento la voce di Derrick De Kerckove che parla di datacrazia, della supremazia dei dati. Mi fermo all’ascolto, poi interviene Belpoliti. Capisco che è un dibattito sulla memoria e sugli strumenti per preservarla, ma che verso la fine ha preso altre strade. La discussione è molto interessante, e come al solito, lascia più domande che risposte. La potete riascoltare per intero qui. La discussione parte da un articolo di De Kerckhove pubblicato da La Stampa, in cui afferma che   “Come ha scritto Umberto Eco, la verità è che stiamo perdendo la memoria, «quella personale, inghiottita dall’iPad, e quella collettiva, forse per la pigrizia di non voler comprendere il passato per capire il presente». (…) Ma adesso, tornando...

18.01.2017

In risposta a Nicla Vassallo / Economia dei media digitali e democrazia

Le prigioni di cui parla il contributo di Nicla Vassallo sono prigioni di cui tutti noi facciamo esperienza quotidiana. Le estensioni tecnologiche di cui ci serviamo per amplificare le nostre facoltà di spostamento, i nostri sensi e il nostro potere comunicativo sono allo stesso tempo prigioni e strumenti di liberazione. Per i lavoratori studiati dalla sociologa Judy Wajcman, le nuove tecnologie digitali rappresentavano spesso uno strumento di ulteriore schiavitù e compressione dei tempi di lavoro (in Pressed for time. The Acceleration of Life in Digital Capitalism), eppure la Wajcman ha dimostrato come questa percezione non fosse dovuta né determinata dalle tecnologie di comunicazione digitale ma dal trionfo di un certo modello di organizzazione del lavoro. Secondo la Wajcman non siamo...

28.10.2016

L’influenza della reputazione inizia dalla nascita / Black Mirror non parla del futuro

Una settimana fa ho ricevuto una notifica sul cellulare mentre stavo correndo. Netflix mi annunciava che era disponibile la (tanto attesa) terza stagione di Black Mirror, la serie inglese scritta da Charlie Brooker, per la prima volta prodotta da Netflix.   Alcuni giorni dopo, è uscito su Rivista Studio, un articolo che stroncava la nuova serie, affermando che le distopie immaginate nei nuovi episodi erano troppo banali e, soprattutto, secondo l’autore, “A dirla tutta, non sembrano esserci veri segni tangibili, né tantomeno avvisaglie, di imminenti distopie”. Come a dire, le distopie di Black Mirror non vanno prese sul serio, sono troppo radicali, non si avvereranno mai, i social media non ci rinchiuderanno in una prigione di vetro come racconta la serie.   Per sostenere questo...

04.10.2016

Paesaggi contemporanei / La conversazione necessaria

Ho terminato da poco la lettura di due libri che apparentemente non hanno nulla in comune tra loro: il primo è il secondo volume della serie La mia battaglia dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgard e il secondo è il nuovo saggio della sociologa e psicologa Sherry Turkle, La conversazione necessaria. Sono libri molto diversi. Il primo è il romanzo infinito di un uomo che racconta ogni microsecondo della sua vita (in questo volume la sua esperienza di innamorato e poi di padre) mettendo a nudo tutto se stesso. Il secondo è un saggio sugli effetti dello stare sempre connessi online e sulle nostre capacità di relazionarci agli altri.   Ma leggendoli negli stessi giorni mi sono accorto di un punto in comune che questi due libri avevano. Knausgard in Un uomo innamorato, il titolo di...

09.06.2016

Lasciateci guardare i serial TV / Nessuno diventa un assassino

C’è una scena in The Act of Killing – il documentario capolavoro del regista Joshua Oppenheimer sull’eccidio dei comunisti indonesiani da parte del regime al potere nel 1965-66 – in cui Anwar Kongo e Adi Zulkadry, i due protagonisti principali del film, rivelano alla telecamera come hanno ucciso i comunisti e raccontano che all’epoca si sentivano come i gangster e i cowboy dei film americani che vedevano nei cinema dell’epoca. I due assassini aggiungono che nell’uccidere le loro vittime imitavano le pose dei loro eroi cinematografici.    I film con Al Capone e i western americani prodotti a migliaia di chilometri di distanza dall’Indonesia sono quindi ignari responsabili degli omicidi di incolpevoli comunisti indonesiani? Un mio amico regista di documentari per alcuni anni ha...