Finnegans Wake / Joyce, l'uomo di meandertale

«Riverrun», «Meandertale», «Chaosmos» sono tre fra le parole-chiave (molte, e tutte assenti da ogni vocabolario) del romanzo di cui l’autore stesso pensava: «Forse è una follia. Si potrà giudicare solo fra un secolo».  Oggi è ancora troppo presto, di anni ne sono passati meno di ottanta, e l’opera estrema di James Joyce può continuare a sembrare un libro immaginario, una congettura di Jorge Luis Borges se non un incubo collettivo fatto dal Pen Club. Anzi, un libro del genere oggi è inverosimile più di quanto lo fosse allora, visto che il mondo, in particolare quello letterario, ha preso tutt’altre direzioni. Invece il Finnegans Wake non solo esiste davvero, ma viene persino tradotto in italiano.    Di Joyce è opera estrema non solo perché ultima (è uscito nel 1939,...

The Obama Paintings / Un Obama al giorno

Ritratti del presidente   Conquistato dal vento di speranza sollevato dalla campagna elettorale di  Barack Hussein Obama, l’artista americano Rob Pruitt s’imbarca in un progetto ambizioso: realizzare un ritratto al giorno del futuro e ormai ex presidente, uno per ogni giorno del suo mandato, dal 20 gennaio 2009 al 20 gennaio 2017, per un totale di 2922 dipinti (The Obama Paintings). Il protocollo è semplice e prende 15-30 minuti al giorno, un approccio “slow burn” alla pittura, come andare in palestra. Ogni mattina Pruitt seleziona un’immagine del presidente da Google Images, realizza una diapositiva, la proietta sul muro, ne modifica la composizione e l’inquadratura mettendo in risalto il soggetto principale. Dipinge la tela – un quadrato di 60cm di lato – con tre colori...

Cose vere scritte bene / La verità, tutte le verità

Se è possibile una verità in pubblicità, lo è anche una verità in pubblico. Se si può dire il vero a proposito delle merci, e si può far parlare in modo non mistificatorio le istituzioni, alimentando il dialogo sociale, allora il linguaggio collettivo ha una grande possibilità democratica finora inutilizzata. La tesi di quest'antologia è cioè che un certo linguaggio pubblicitario abbia costruito negli anni, con la naturalezza dei fenomeni più profondi, un esempio virtuoso di comunicazione. Riletti oggi, infatti, questi annunci, trascendono i loro scopi iniziali. Pur servendo con assoluto rispetto i loro brief di partenza – commerciali, sociali o politici che fossero – il patto di verità da cui sono scaturiti li propone adesso come autentici prototipi democratici. Argomenti concreti,...

Pink Floyd / Animals 40 anni: il disagio nell'aria che tira

Trascorri il tuo tempo a pascolare innocuo Vagamente hai capito il disagio nell’aria che tira Ti consiglio di fare attenzione In giro potrebbero esserci i cani  Quando ho visitato la Giordania ho capito Che le cose non sono quello che sembrano (Pink Floyd, “Sheep”. 1977)   Il 23 gennaio 1977 i Pink Floyd licenziavano Animals, decimo album di una carriera veramente unica. Forse il mese più adatto, per un’opera musicale che apriva una stagione turbolenta, mentre l’hype del momento (il punk) avrebbe sdegnosamente considerato queste band vecchie scoregge, il nemico da sconfiggere (pensiamo che erano in giro da poco più di dieci anni...). Ricordare quell’album, spesso sottovalutato o ferocemente criticato, mi pare giusto. Animals risuona nelle epoche del verbo musicale popolare e...

Un'analisi retorico-tematica / Il discorso di insediamento di Donald Trump

Questa è una breve analisi retorico-tematica del discorso di insediamento alla presidenza degli Stati Uniti di Donald John Trump, che intenzionalmente non entra nel merito della critica politica se non quando l'autrice proprio non ce la fa a stare zitta.     Un discorso popolar-populista   Il discorso inaugurale di Trump tenuto a Washington il 20 gennaio 2017 è popolare nell'impianto, in quanto semplice, comprensibile e composto da frasi molto brevi disposte paratatticamente, con un impiego minimo di proposizioni subordinate. È comunque anche un discorso populista in quanto esalta il primato del popolo quale unico detentore e gestore della sovranità. Ma limitiamoci agli aspetti retorici e tematici. Visto e sentito pronunciare sullo schermo, il discorso del neopresidente...

Antonomasie / E se, per qualcuno, la Pulce fosse un carneade?

“– Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. – Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?”. Ecco Alessandro Manzoni dare una pennellata alla figura di don Abbondio, prete di campagna di incerta cultura, descrivendone il tratto umano forse meno antipatico. Altri, come la codardia, sono “troppo umani” e quindi riprovevoli, a coglierli fuori di se stessi. Non così, quando li si pratica in proprio. Qui non si dice però né di psiche né di morale. Di lingua, piuttosto. Con la lingua, Manzoni aveva del resto...

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Gli esiti dell’ossessione umana nel progresso / Josh Kline. Unemployment

“Provò di nuovo vergogna: a che cosa sarebbe servito presentarsi? Lavoro non ce n’era”. La vergogna è quella di Étienne Lantier che gira per le miniere di Montsou, nel Nord della Francia, alla ricerca di un lavoro. La prima grande rivoluzione industriale, proseguita in una seconda, aveva sparso smisurate illusioni. Che la vasta depressione ridimensionava e riduceva ora alla fame chi aveva investito tutta la propria esistenza in quei luoghi infernali. Chi aveva abbandonato le campagne per migliorare la personale vita. Uomini addirittura non più abituati alla luce del sole o della luna, che nel vederla ne restano ammaliati, sorpresi della scoperta. E gradualmente le società si trasformarono da strutture agricolo-manifatturiera-artigianali in un esercito di operai in tuta blu.   ...

La fusione del soggetto / Il sultanato del nulla. Ontani a Bali, fuoco e fiamme

Per Goffredo Parise, che nel 1983 – in una delle mirabili scorciatoie e raccontini che l’anno dopo andranno a comporre Artisti – confessa nei suoi confronti un’attrazione venata d’invidia, quello di Luigi Ontani è il «sultanato del nulla». Sovrano indiscusso è l’artista, allora quarantenne (e ben lungi dall’essere canonizzato qual è oggi, dopo aver esposto in tutto il mondo), il cui regno è però immateriale, esercitandosi su «una forma d’arte o comunque un territorio geografico situato in una parte del mondo certamente esotica ma che nessuno ha mai visitato se non indirettamente attraverso i suoi manufatti».     Sin da allora, come si vede, l’espressione artistica di Ontani e il suo riferirsi all’altrove erano una cosa sola. Rappresenta qualcosa di perturbante, allora,...

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Una domenica di passioni / I fili del teatro. Scaldati, Eduardo, Leo

Come una lucerna, il pensiero umano crea storie che illuminano la grotta oscura. Fragili, infinite immagini come lampi tra rovine…     Assassina   Inizia così, con un canto dolce, strascicato come una salmodia, Assassina di Franco Scaldati, messo in scena da Enzo Vetrano e Stefano Randisi con la voce e i suoni dal vivo dei Fratelli Mancuso. Un viaggio di luce nell’oscuro, tra i detriti di esistenze marginali, come quelle di tutti, in una scena ambientata in un vecchio cesso pubblico abbandonato, azzurro e diroccato, tra animali visibili e invisibili che si divorano l’un l’altro, perennemente affamati, in lotta con l’ombra, che sfugge, che ci anticipa, che ci mangia, che ci sdoppia. Inizia così e risplende, Assassina, con quelle sue zone di profondo scuro, nella lingua dura...

Martin Scorsese, “Silence” / Nient'altro che un'immagine

Ogni discorso su Dio, al cinema, non ha senso se non riguarda prima di tutto il cinema stesso e la sua pretesa di replicare il reale, di interrogarne la vastità. Silence è l’unico film che Scorsese poteva e doveva fare dopo Al di là della vita, l’ultimo suo lavoro veramente personale, l’ultima prova inconfutabile della tenuta del suo cinema (un cinema espressionista, estremo nei sentimenti e nella violenza, carico di religiosità, blasfemia, allucinazione, rigore, passione), prima che il ’900 finisse, prima che il digitale stravolgesse tutto, prima che Scorsese stesso  fosse canonizzato in  “maestro” ed entrasse nella fase meno fervida, meno spontanea, più compromessa e non sempre lucida della sua filmografia.   Martin Scorsese (al centro) sul...

Il diario di due anni insopportabili. / Qualcuno ha votato per Trump perché…

Dal 20 gennaio 2017 un idiota farneticante sarà presidente degli Stati Uniti d’America e, come da quelle parti si usa dire, diventerà “la guida del mondo libero”. Tanto per essere chiari, la sua elezione è il risultato di un colpo di stato legale – che è la maniera migliore di condurre un colpo di stato. Hanno contribuito, ma non sono stati decisivi, i servizi segreti russi, Julian Assange, l’ala dell’FBI ostile a Hillary Clinton e i media che offrendo a Trump una copertura biennale 24 ore su 24 gli hanno dato la possibilità di condurre una campagna elettorale gratis. Nulla di tutto ciò sarebbe bastato, sia chiaro. Il fattore decisivo è stata la soppressione del voto delle minoranze negli stati controllati dai repubblicani. Grazie alla decisione della Corte Suprema, risalente ad alcuni...

In risposta a Nicla Vassallo / Economia dei media digitali e democrazia

Le prigioni di cui parla il contributo di Nicla Vassallo sono prigioni di cui tutti noi facciamo esperienza quotidiana. Le estensioni tecnologiche di cui ci serviamo per amplificare le nostre facoltà di spostamento, i nostri sensi e il nostro potere comunicativo sono allo stesso tempo prigioni e strumenti di liberazione. Per i lavoratori studiati dalla sociologa Judy Wajcman, le nuove tecnologie digitali rappresentavano spesso uno strumento di ulteriore schiavitù e compressione dei tempi di lavoro (in Pressed for time. The Acceleration of Life in Digital Capitalism), eppure la Wajcman ha dimostrato come questa percezione non fosse dovuta né determinata dalle tecnologie di comunicazione digitale ma dal trionfo di un certo modello di organizzazione del lavoro. Secondo la Wajcman non siamo...

Stella di Natale / Flor de la Nochebuena

A Natale tutti ci portiamo un poco di Messico in casa. Anche Donald Trump. Fu il primo ambasciatore degli Stati Uniti d’America negli Stati Uniti Messicani, Joel Robert Poinsett, a esportare nel 1825 il fiore scarlatto che porta il suo nome – Poinsettia – nota al volgo come Stella di Natale ma che gli schedari botanici classificano come Euphorbia pulcherrima. Da allora l’invasione dell’essenza messicana nei mercati mondiali della fiera natalizia è stata inarrestabile: le serre ne clonano a milioni, una distribuzione capillare raggiunge il fioraio più sperduto. Ogni anno, nella gamma dal bianco al rosso, una screziatura nuova, più vistosa o insolita; ogni anno passate le feste, la nostra Poinsettia deperisce negli appartamenti e, come l’abete di rappresentanza, finisce nella pattumiera comunale.     Tra le numerosissime specie della famiglia delle Euphorbiaceae questa è davvero la più appariscente per la girandola rossa che tra novembre e dicembre compare all’apice dei rami sul verde intenso e geometrico delle foglie. I fiori in realtà sono i piccoli ciazi gialli al centro della raggiera fiammante delle lunghe brattee – spesso scambiate per petali – incise al mezzo da...

Un verso, la poesia su doppiozero / Un lampo… poi la notte! Bellezza fuggitiva

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.    “Un éclair…puis la nuit! –Fugitive beauté”. È un verso dei Fiori del male, apre la prima terzina del sonetto dedicato A una passante. Sul fondo, la folla metropolitana. Siamo nella Parigi “capitale del XIX secolo”, come la definirà Walter Benjamin, nella Parigi  che da poco...

Un albero del Giurassico tra noi / Ginkgo biloba

In giro non si vedono più dinosauri, ma un albero del Giurassico è giunto sino a noi. Il Ginkgo biloba è un fossile vivente. È la sola specie sopravvissuta delle Ginkgoaceae e, certo, la pianta a semi più antica. L’aggettivo ormai non gli si addice del tutto: le foglie dalla singolare lamina a ventaglio, dal margine ondulato e nervature parallele, non sempre sono incise nel mezzo a formare i due lobi, ben evidenti nelle archeologiche impronte dei sedimenti.        Albero di un lontano non solo temporale, è originario dell’Estremo Oriente ed è giunto in Europa nel XVIII secolo: si possono ammirare esemplari settecenteschi negli orti botanici di Brera e di Padova. Notevole è pure il grande Ginkgo messo a dimora nella seconda metà dell’Ottocento da Giuseppe Verdi nella sua villa campestre di Sant’Agata. D’altronde, l’esotica presenza era segno di distinzione non solo botanica: in Oriente era venerato come albero sacro, custode della casa, simbolo dell’immutabilità del tutto e della coincidenza degli opposti.     Il 15 settembre 1815 Goethe regalò una foglia di Ginkgo all’amata Marianne Willemer, e poco dopo, nei giorni affranti della separazione...

Storia di un colore / Rosso. Non gli crediamo più?

«Se si tiene un drappo rosso davanti al toro, questi diventa furioso; il filosofo, invece, va su tutte le furie solo che gli si parli del colore in generale»: con questa citazione di Goethe – stampata in nero su una pagina rossa, in barba alle regole dell'araldica – inizia l'avvincente storia del rosso di Michel Pastoureau (Ponte alle Grazie). I filosofi, è vero, sono spesso convinti che il colore non faccia parte della filosofia, anche se potremmo citare molti autori che si sono affannati attorno agli enigmi del colore, a partire da Teofrasto per giungere fino a Wittgenstein e oltre. Ma in genere anche agli storici i colori non piacciono, forse perché la ricerca in questo ambito è irta di difficoltà: numerosi sono i problemi documentali, la difficoltà di accedere ai colori dell'originale, l'abitudine alle riproduzioni in bianco e nero, l'aggrovigliarsi di questioni materiali, tecniche, iconografiche, linguistiche, ideologiche e simboliche, l'impossibilità di applicare al passato le categorie del presente. Pastoureau ne accenna nell'introduzione, ma con questo siamo già dentro la storia del rosso, che va a ad aggiungersi alla storia del blu (2000), del nero (2008), del verde (...

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Post-verità / Storytelling versus verità

“Che cosa è la verità”? (Giovanni, 18:38) La verità non prospera nella nostra epoca di pragmatismo anche filosofico. Il pragmatismo è stata la filosofia più influente nel XX secolo, e si riassume nell’idea che in fin dei conti è vero ciò che è utile. E oggi è massimamente utile (per certi) sfruttare ciò che la massa crede sia verità. Nell’antica Roma per tenere buona la plebe si davano a essa panem et circenses, pane e spettacoli; oggi per conquistare il suo consenso le si danno in pasto pseudo-verità.   Nelle campagne di gran parte d’Europa, anche in Italia, è diffusa questa “informazione”: che da un aereo vengono lanciate vipere nelle campagne. Siccome le vipere sono a rischio estinzione, per mantenere l’equilibrio ecologico occorre immetterne esemplari. Questo a opera della Forestale o di qualche altro ente statale. È una leggenda metropolitana, anche se questa leggenda è virale in zone rurali, non nelle metropoli. Quando cerco di convincere qualche contadino o contadina che la cosa non è possibile – perché un fatto del genere finirebbe sulle prime pagine dei giornali e innescherebbe un poderoso attacco al governo, ecc. – fallisco puntualmente. Penso che un Trump italiano...

Verosimiglianza e liquefazione / Post-verità. La fine della verità o la verità nei post?

Avevo cominciato a raccogliere articoli sulla post-verità successivi all’ingresso del termine nel dizionario di Oxford. Come per i superalcolici, ho dovuto smettere. Troppi, la maggior parte dei quali maledettamente nocivi. Sembra che la questione appassioni chiunque, e per ragioni non sempre uguali, anzi il più delle volte contrapposte. C’è chi rimpiange la verità che non c’è più, dando la colpa della sua dissipazione a destra e a ultradestra. E c’è chi inneggia a un post- che più che ‘dopo’ sembra indicare i contenuti pubblicati su blog e social (“vorrei ma non posto”, canta il post-saggio). La post-verità è la fine della verità o la verità nei post? Per amor di significante, secondo certuni le cose coincidono. Così, c’è chi lancia strali contro le imposture, e chi sostiene che la verità è la vera impostura. Le bufale spopolano, come anche i loro cacciatori. A risentirne sono le mozzarelle, verso cui, peraltro, si dirigono i sospetti dei gourmet consapevoli. Che le bufaline siano una bufala? Povero Gesualdo. E l’alétheia greca, ormai postata nei Quaderni neri, che fa? gioca ancora a nascondino?   Si potrebbe continuare con i birignao, tutti attestati, tutti in odor di...

Un problema mal posto / Il sex appeal della postverità

Al di là del suo contenuto, il termine postverità è sexy, al passo con i tempi e circola sulla stampa anglosassone almeno da un paio d’anni, ovvero prima che l’Oxford Dictionary lo proclamasse parola dell’anno (dopo l’altrettanto sexy “selfie” del 2013). Questo perché la verità stessa nasce come concetto sovraccarico di sex appeal, perlomeno nella definizione greca di aletheia, ovvero senza veli o in fase di disvelamento. Seguendo Heidegger, la storia della verità, in qualche modo collegata alla storia dell’essere, trasforma tale concetto in qualcosa di molto meno erotico e di molto più burocratico. Dunque dall’aletheia greca alla veritas romana, passando per l’adeguatio medioevale, fino alla certitudo moderna, si consuma il ciclo di vita della verità come frutto di un processo di svuotamento e di allontanamento dal senso originario dell’Essere, tanto che “le concezioni fondamentali cui abitualmente ricorriamo, e precisamente quelle romane, cristiane e moderne, si infrangono miseramente contro l’essenza iniziale della grecità” (Heidegger, Parmenide, a cura di Franco Volpi, Milano, Adelphi, 1999, p. 98). Tale passaggio anticipa drasticamente una concezione più moderna della verità...