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infanzia

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Cerchiamo qualcuno che ami la poesia / Milo De Angelis. Qualcosa di urgente

Il primo libro di Milo De Angelis, Somiglianze, esce nel 1976 (lo stesso anno della nascita del punk, per intenderci, e del quasi-sorpasso del Partito Comunista alle elezioni politiche). La scena della poesia italiana di quegli anni – con la presenza ancora attiva di alcuni grandi del Novecento, da Caproni a Sereni a Zanzotto – vede la sostanziale egemonia della neoavanguardia degli anni ’60, mentre si affacciano le più svariate forme di sperimentazione (cfr. l’antologia Poesia degli anni Settanta, a cura di Antonio Porta, 1979). In poesia come in musica, e nelle altre arti, “trasgressione” e “creatività” sono quasi obbligatorie. L’Italia, come sappiamo, sta attraversando un periodo di grande fermento sociale e politico, un lungo post-Sessantotto pieno di speranze e di violenze, che investe anche il dibattito culturale e artistico.     De Angelis, che ha venticinque anni ed è nato e vissuto a Milano, dovrebbe in teoria condividere –in un modo o nell’altro, almeno in parte – le esperienze politiche e culturali della sua generazione; invece, spunta sulla scena come se piovesse direttamente dall’Elicona. Mentre i suoi coetanei stanno sulle barricate o vanno ai concerti...

Bologna, Teatro dell’Argine / Futuri Maestri. Il teatro della pedagogia

Come quando si attende assiepati l'arrivo di una volata ciclistica, il rumore del gruppone arriva prima. Qualcosa nell'aria si muove e anticipa la vista. Qui sono i passi di un fiume di bambini, ragazze e ragazzi che entrano nella platea dell'Arena del Sole di Bologna, per l'occasione svuotata dalle poltrone e resa un grande unico vasto palcoscenico. Ne entrano una decina, poi altrettanti, saranno cinquanta, ne arrivano ancora e ancora, uno dietro l'altro ordinati con magliette scure, si dispongono di schiena al centro della scena. Due si voltano e si chiedono cosa debbano fare, si dicono che la cosa migliore forse è aspettare.   Futuri Maestri è stato un vasto progetto di teatro partecipato, firmato Teatro dell'Argine / Itc Teatro di San Lazzaro di Savena (Bologna), che ha coinvolto migliaia di giovani, costruito attraverso due anni di lavoro con laboratori di drammaturgia e recitazione che hanno portato a uno spettacolo replicato per nove sere dal 3 all'11 giugno 2017. In scena qualche centinaio di ragazzi e ragazzi, bambini e bambine dai tre ai vent'anni, guidati da una quindicina di adulti fra registi, coreografe, organizzatori, drammaturghi. Cinque lemmi sono stati...

Noi gli ebrei e anche gli altri / Aldo Zargani, In Bilico

Aldo Zargani è legato per noi a un libro indimenticabile, Per violino solo. La mia infanzia nell’aldiqua, un libro struggente, nutrito di umorismo raro nelle nostre lettere, tragico e delizioso, che ha avuto un successo che ha valicato le frontiere del nostro paese. In Bilico (noi gli ebrei e anche gli altri), Marsilio 2017, sta in parte nei suoi immediati dintorni e in parte si allontana perché lascia l’infanzia e ci introduce nelle storie da adulto dell’autore. Per entrare in questo suo mondo nulla di meglio che partire dal suo microcosmo, un brevissimo racconto che s'intitola “Berlinesi”, che potete leggere qui.     La prima parola che mi viene per definire i sentimenti che mi ha suscitato è commozione, una commozione che apre a un grumo di oscurità e insieme a lampi di comprensione non razionale. Tutto è raccontato per bene in un ottimo italiano narrativo, sino a quello finale folgorante (probabile stravolta reminiscenza deamicisiana), che apre sul passato in una sorta di ossimoro che oppone l’infamia al pianto, ma insieme lo genera. Ma come possono essere infami quattro innocenti? E come un infame può piangere la sua infamia? La parola infamia raduna...

Vedi che non capisci? / Le parole terribili che si dicono ai bambini

Giorni fa ero con mia figlia al supermercato e tra le file di scaffali abbiamo incontrato dei conoscenti. Marito e moglie sui sessantacinque anni. La signora si è chinata sorridente verso la bambina e le ha domandato: “Ti vende il babbo? Ti vuole vendere? Ti lascia qui?”. Senza ottenere risposta ha continuato a sorriderle, fissandola, per alcuni secondi. Poi si è tirata su, ha guardato me e ha detto “bellina che è”. Un attimo dopo non c'erano già più. A quel punto ho guardato la piccola e l'ho vista immobile, gli occhi spalancati sulla schiena di quei due e muta. Ha aperto bocca solo per infilarci il dito. Ha ricambiato il mio sguardo per capire se fosse tutto a posto. Le ho detto qualcosa per tranquillizzarla, poi abbiamo ripreso velocemente il giro.   Ancora prima di arrivare alla cassa mi sono messo a pensare a tutte le cose orribili che si dicono ai bambini senza avere alcuna intenzione di farli soffrire, solo “per gioco”.   Come sempre, tutto si riduce alla scelte delle parole. Credere che i bambini non ascoltino è stupido, e credere che non capiscano lo è ancora di più. Lo scoprii per la prima volta qualche anno fa, quando non ero padre ed ero a fine turno, in...

1917-2017 / Magda Szabó, la narrativa del passato vivente

Novecento, realtà, infanzia, quotidiano, Storia, parola, passato, identità, scrittrice, sono le parole per scrivere di Magda Szabó, dischiudono la sua opera.   Magda Szabó vive lungo tutto il Novecento affacciandosi nel Duemila già ottantenne, nasce in Ungheria negli strascichi della Prima Guerra Mondiale, cresce nel Seconda Guerra Mondiale ed è costretta, successivamente, al silenzio dal regime comunista. In questo anno, 2017, ne cade il centenario della nascita.   Nella lunga vita e nella vasta produzione letteraria di Magda Szabó vi è un posto di rilievo dedicato alla realtà. Nella storia della rappresentazione della realtà in letteratura, le scelte definibili come “realistiche” comprendono molteplici forme. Szabó si racconta e racconta, la scrittura è una forma espressiva per tenere compatto il senso della propria vita, della propria realtà: l’indagine sottile e discretissima che fa del privato è la sua scelta per raccontare l’essenziale e al contempo il tutto. Il rapporto di Szabó con se stessa e l’immediata concretezza dei rapporti personali è la molla di ogni sua narrazione autobiografica e non.   Foto per gentile concessione dell'erede di Magda Szabó,...

Steven Spielberg, Roald Dahl / GGG. I bambini salveranno il mondo

Spielberg fa film per bambini e sui bambini. Almeno metà della sua produzione cinematografica è pensata a partire dai bambini, dal sé bambino che continua a vivere in lui. Da E.T. passando per Schindler’s List fino a A.I., e prima ancora Jurassic Park, senza considerare la straordinaria saga di Indiana Jones, il suo è tutto un cinema sui piccoli e per i piccoli. Altrimenti perché avrebbe girato il GGG? Del mondo infantile gli interessa lo stupore, la paura, la curiosità, la sorpresa, l’esagerazione, il dolore, la gioia, la perplessità, il sogno a occhi aperti. Gli interessa il rapporto tra grande e piccolo, tema che è al centro di GGG, oltre naturalmente quello tra il Male e il Bene, che è sicuramente uno dei motori della sua cinematografia, la più americana, ma anche la più ebraica, sin dai tempi di Duel.     Spielberg condivide con Woody Allen le stesse angosce e le medesime paure, tutte molto ebraiche, ma il regista californiano le svolge in chiave epico-salvifica e non in quella individualistico-nevrotica del newyorchese. In questo senso il suo ebraismo non è quello dei Profeti, ma piuttosto quello dei Re. Per questo ha preso la storia di Roald Dahl e l’ha portata...

Sassi e altri animali / Lettera a un sasso

Busso alla porta della pietra. Sono io fammi entrare.   Così comincia Conversazione con una pietra, poesia in cui Wisława Szymborska esercita uno dei suoi talenti più caratteristici: il passaggio, senza soluzione di continuità, dal sé più prosaico alla metafisica. Come entrare in un taglio di Fontana con le borse della spesa. Dalla materia al suo mistero insoluto. Quel che si dice in medias res.    Con gli stessi due versi si aprono sei delle undici stanze di cui la poesia è composta: una lunga perorazione da parte della poetessa alla pietra affinché questa disserri il segreto che la abita, spalancando il suo dentro, il palazzo che nasconde, le sue grandi sale vuote. La pietra oppone per cinque volte un secco rifiuto:    – Vattene – dice la pietra – Sono ermeticamente chiusa. Anche fatte a pezzi saremo chiuse ermeticamente. Anche ridotte in polvere non faremo entrare nessuno.   Szymborska cerca di convincerla prima con l'argomento della curiosità, poi commuovendola, ricordandole la propria mortalità. Infine, più o meno a metà componimento, prova con un'altra tattica:   Non cerco in te un rifugio per l'eternità. Non sono infelice. Non sono senza...

Emma Reyes, lettere Bogotà - Parigi

Passando in rassegna la narrativa per l’infanzia e l’adolescenza dal marcato carattere progressista, nel bel saggio intitolato Non ditelo ai grandi (Don’t Tell the Grown-Ups, 1989, l’edizione italiana è oramai introvabile), Alison Lurie afferma: “Certi autori possiedono lo straordinario dono di restare bambini vita natural durante, di continuare a vedere il mondo come lo vedono ragazzi e ragazze e di schierarsi istintivamente dalla loro parte” (p. 22, trad. it. Francesco Saba Sardi).    Non sapevamo giocare a niente non è un libro rivolto ai giovanissimi. Tuttavia, si sono volute citare le parole della scrittrice e studiosa statunitense perché in queste ventitré preziose lettere indirizzate a Germán Arciniegas, Emma Reyes (1919 – 2003) ha saputo fissare nello stile una concezione del mondo immaginifica che molto ha a che vedere con la categoria letteraria presa in esame da Lurie. Tale categoria comprende “i testi sacri dell’infanzia”, quei libri che, come Le avventure di Tom Sawyer e Alice nel Paese delle Meraviglie, anziché mostrare vite e condotte edificanti,...

La poliomielite e il Popolo eletto

C’è oggi ancora qualcuno, molti anni dopo i vaccini Salk e Sabin, che ricordi il vecchio mondo di poveri sciancati nel quale si viveva sul finire degli anni Trenta? Compagni di scuola, amici, cugini che stavano stretti con noi arrancando verso il futuro comune.   C’erano le epidemie di poliomielite, un fatto quasi nuovo nel XX secolo che colpiva i Paesi che erano usciti dal fetore infetto di quella realtà oggi scomparsa ma rimpianta da troppi. Era successo questo: da generazioni la poliomielite, il suo virus assaliva l’umanità, ma la mancanza di igiene, i rivoli fetidi per le strade, i cibi malconservati, lo trasmettevano a tutti, che, inconsapevolmente, si vaccinavano e lasciavano in eredità gli anticorpi ai loro figli che contraevano, sì, la poliomielite, ma la sopportavano trasformata in qualcosa di simile a una lieve, innocua, influenza.   Poi iniziò uno dei miracoli della modernità: l’igiene pubblica. Nessuno più contrasse il virus in Canada, Australia, Stati uniti, Inghilterra, nei Paesi civili e evoluti, perfino un po’ nel nostro per la blanda efficacia della rozza igiene...

Ti scrivo. Dal paese di Silvio D'Arzo

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.   Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al...

Puer senilis, senex puerilis

ETÀ. Perdita del sentimento di età: in quanto innamorato, il soggetto non si assegna nessuna età: non è né giovane né vecchio.   1. CLASSIFICAZIONE Infans, puer, adulescens, senior, senex: ogni società divide il tempo del soggetto umano: essa crea le età, le classifica, le denomina e incorpora questa struttura per il suo funzionamento per via di riti iniziatici, di servizio militare o di disposizioni legali. Una volta, era l’organizzazione simbolica che si occupava apertamente delle età (nelle società etnografiche); oggi è la scienza: la medicina, la sociologia, la psicologia, la demografia, la criminologia, politica stessa, tutti questi discorsi “obiettivi”, si premurano di dividere e di opporre le età. Il plurale così costituito (“le età della vita”), fa pesare sul soggetto umano una delle costrizioni sociali più forti che egli è tenuto a subire (l’età è davvero l’Altro).   Chi vuole le età? Le società arcaiche, le società militari, le società concorrenziali, in breve...

Per una storia dell'infanzia

Nell’età classica, il bambino non contava nulla; si sperava che il momento dell’infanzia fosse il più breve possibile, in modo da raggiungere velocemente l’età della ragione, nella quale si sarebbe potuto finalmente parlare di lui, farne oggetto di massime e di commedie. Questo silenzio mitico si accordava perfettamente con la filosofia essenzialista del periodo: l’unità dell’essenza umana prescriveva l’identità delle età e rigettava al di fuori di ogni commento tutto ciò che era altro dall’uomo: l’infanzia era un tempo morto perché era un tempo ineffabile: non ci sono né pazzi né bambini nella nostra letteratura classica.   Sappiamo come la Rivoluzione francese, soprattutto nei suoi esiti, abbia provocato un divorzio sempre più profondo tra le pretese universaliste della borghesia e la coscienza dello scrittore, tra la sua condizione e la sua vocazione; sappiamo anche come questo divorzio, prima ancora di portare lo scrittore a un impegno sul piano formale, abbia prodotto un certo numero di fughe: l’Ottocento ha inventato l’innocenza,...

Bambini e pubblicità

Poeta, scrittore, Roberto Piumini è il più amato tra gli autori per l'infanzia. Forse perché non scrive solo per l'infanzia, e il suo sguardo, emotivo, civile, mai prescrittivo, realizza con naturalezza dei purissimi incontri culturali tra i piccoli lettori e i suoi testi. Su Bill 12 abbiamo ragionato insieme a lui su un possibile incontro tra il linguaggio della pubblicità e i bambini. Eccone una versione accorciata. Segue un'appendice su una campagna meravigliosa e su due idee per un nuovo rapporto tra il pubblico dei piccoli e la pubblicità.     Un suo verso recita: «Quando ride un bambino / Il mondo prende un punto». E quando un bambino guarda la pubblicità, invece, cosa succede?   Certo qualcosa di diverso da quel che succede all’adulto. L’adulto, se addirittura non rifiuta il messaggio o gli dedica solo un’attenzione secondaria depotenziandone il “senso-verità”, aggiunge le informazioni pubblicitarie “sul mondo” a quello che sa, colloca la scena pubblicitaria in un teatro vasto e vario. Per il bambino, per la seduttività narrativa e...

Deporre un uovo all'ora di cena

Ruth Krauss e i suoi libri   «Mi ricordo» scrive Pamela Travers autrice di Mary Poppins «come per un lungo periodo della mia infanzia, fui assorta nell'esperienza di essere un uccello. Assorta ma non perduta poiché sapevo perfettamente di essere nello stesso tempo una bambina. Decisa, indaffarata, tenace, intrecciavo il nido e preparavo tutto per le uova come se la vita di tutta la natura dipendesse dal mio zelo. “Lei non può venire, sta facendo le uova,” dicevano i miei fratelli, andando a tavola. E mia madre, completamente immersa nel suo ruolo di madre di famiglia distratta, districava le mie membra intrecciate e mi trascinava fuori dal nido: “Come ti ho detto centomila volte, non devi fare le uova quando ti chiamo a tavola.”»   Maurice Sendak illustrazione per The Juniper Tree and Other Tales from Grimm, 1973   Il medesimo senso dell'umorismo della famiglia Travers, lo si ritrova intatto nei libri, meravigliosi, di Ruth Krauss e Maurice Sendak. Qui da noi non sono conosciuti, perché Maurice Sendak si legge esclusivamente per quello che forse è il picture book pi...

Padre simbolico e madre virtuale

Gli adolescenti odierni navigano in acque molto diverse da quelle del passato. Il contesto in cui sono nati e cresciuti ha caratteristiche nuove rispetto a quello in cui si sono venuti al mondo e diventati grandi i loro genitori. Si tratta di un fatto innegabile. È cambiata la società, sono diversi i valori di riferimento della famiglia ed è avvenuta una sorprendente metamorfosi che ha cambiato i connotati delle mamme e dei papà.   Fino a qualche decennio fa era possibile affermare che madri e padri si fossero suddivisi i compiti in modo marcatamente differenziato. Le mamme accudivano e i padri sgridavano, davano regole mettendosi a una distanza talmente verticale da far venire il torcicollo ai figli. La storia di una tipica famiglia tradizionale del passato recitava un copione classico e ricorrente. La coppia che decideva di convolare a giuste nozze in realtà lo decideva, nel senso più letterale del termine, ben poco. Il matrimonio era una tappa obbligata al raggiungimento di una certa età, un esito naturale delle cose, un’aspettativa che tutta la società riponeva nel futuro degli individui. L’arrivo di...

Wes Anderson: The look of love

  Non è certo sorprendente, tra i vari tagli possibili per un’analisi estetica dell’opera di Wes Anderson, soffermarsi sul legame che il suo cinema intrattiene con la moda. È sufficiente dare un’occhiata ai tumblr, ai più svariati social network dove il pubblico si fa autore rimaneggiando le immagini consegnate al suo sguardo, per percepire come la ricezione e il ricordo che sopravvive ai film andersoniani passi soprattutto attraverso gli outfit singolari dei suoi protagonisti.   Scompaiono i volti, tele bianche incorniciate da acconciature e abiti indelebili nella memoria degli spettatori, che attraverso un blazer, degli occhiali da sole, la giacca di una tuta o una fascia da tennista, riattivano immediatamente le emozioni provate. Solo la musica nel suo cinema possiede eguale forza evocativa e non è certo casuale che entrambe siano gli elementi espressivi, attigui e complementari al mezzo cinematografico, coi quali restituire un immaginario privato, giustamente definito vintage, essenziale per la sua poetica.   Perché se appare ormai (quasi) definitivamente sdoganato dal peccato di leggerezza e...

Una voce nel tempo

Non accetto però lo faccio. Però non accetto. (Valeria Parrella, Tempo di imparare) Persona, spazio, tempo. Una voce senza nome, la voce di una donna, parla da una città che pure non è nominata. È Napoli: continuamente allusa, descritta per dettagli, parti per il tutto, scorci; additata da qualche riferimento esplicito, ma sporadico (a Posillipo, per esempio); proclamata, di fatto, dall'espressione della voce, che ha giri di frase napoletani soprattutto nel riportare dialoghi ma – a tratti e più lievemente – anche nel suo monologare («E stavamo tutte donne sul bagnasciuga»). È il caso di parlare di una voce, prima che di una scrittura, perché si tratta di un romanzo tanto scritto quanto trascritto. La scrittura è di Parrella, della narratrice è la voce, o meglio la narratrice è la voce stessa, senza che ciò consenta minimamente di parlare di monologo interiore: non c'è flusso di coscienza, bensì narrazione controllata e strutturata. Tempo di imparare è un romanzo su come ci raccontiamo le cose che ci capitano: su come la cognizione e la...

Oggetti d'infanzia | La carta

Premessa: io amo la cancelleria. Quando arrivava Stiassi era una carica straordinaria di energia. Stiassi era un re mago, quello dell'oro: portava la carta. Io non lo sapevo prima, naturalmente, ma quando il camion arrivava io lo vedevo subito perché il territorio di mia competenza, l'immenso cortile che stava tra la casa dei nonni e la mia e la cantina, era da me costantemente monitorato. Tranne quando vivevo lungo le rive del fosso, dietro la cantina, un mio personale Rio delle Amazzoni, per il resto ero sempre di guardia e niente e nessuno poteva sfuggire al mio radar. Il camion di Stiassi si vedeva bene sin dalla strada, prima del cancello d'entrata. Subito scattavo al galoppo: dovevo essere il primo a farmi vedere e a raccogliere la messe di blocchi per note, tubi di cartone da imballaggio, buste grandi, rotoli di carta crespa grezza, risme di fogli colorati, e soprattutto le agendine, di tutti i tipi, colorate e non, o con la copertina di plastica-coccodrillo. C'erano le mie sorelle e cugine, affamate di carta, ma io ero disposto a combattere per essere il primo e combattevo. Ma poi, in fondo, di cosa dovevo preoccuparmi, loro non lo vedevano...

I fatti di Roth e l’inverno di Auster

Philip Roth è seduto al tavolo davanti alla macchina da scrivere. Lo vediamo attraverso la finestra, rinchiuso tra le sbarre dell’infisso. Inforca un paio di occhiali da vista, una mano sul fianco e una al mento. Un sottile nervosismo sembra attraversarlo, la bocca socchiusa e la mascella in tensione, forse la presenza del fotografo, più probabilmente la rilettura del testo. A prima vista sembra notte, lo fa pensare anche la lampada accesa, in realtà nel riflesso della finestra s’intravede una luce diurna che illumina alcuni alberi. La fotografia è di Bob Peterson e fa parte di una serie che ritrae Philip Roth al lavoro. Siamo nel 1968: l’anno successivo il Lamento di Portnoy lo metterà al centro della scena letteraria americana. Vent’anni dopo, in seguito anche ad un esaurimento nervoso, darà alle stampe I fatti (Einaudi, traduzione di Vincenzo Mantovani).     Per effetto della luce i fogli appiano bianchi e intonsi, sia quelli appoggiati sul tavolo sia quello infilato nella macchina da scrivere. L’angoscia di un foglio bianco: nulla vi è di più di reale, incontrovertibile...

Ermanna Montanari: fare-disfare-rifare teatro

Come si può raccontare il teatro vivente, quello per cui la creazione è lavoro col magma dell’esistenza, non rappresentazione né intrattenimento? Laura Mariani e Ermanna Montanari ce lo mostrano in un bel libro, il cui merito va ugualmente alla studiosa e al suo oggetto di studio. Ermanna Montanari. Fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe, edizioni Titivillus, racconta la vita e l’arte di un’attrice unica, capace di una recitazione che è musica, sferzata ruvida, affondo nel dialetto, sogno, sensibilità pulsante e ferita, in uno stare in scena che è destrutturazione, ricostruzione, invenzione di mondi. Lo firma una studiosa del Dams bolognese, Laura Mariani, abituata a immergersi nei mondi complessi di attrici come Sarah Bernhardt, Giacinta Pezzana, Eleonora Duse e in problemi come quelli del travestitismo teatrale. Qui ha abbandonato gli archivi per seguire da vicino un’attrice nel pieno della sua attività, rovistando nella storia della sua formazione, negli spettacoli cruciali che ha realizzato e che la definiscono, nei nuovi lavori creati di recente e in quell’avventura che è stata la...

Oggetti d’infanzia | Magic Rock

Quando mi hanno chiesto se mi andava di scrivere qualcosa legato a un gioco della mia infanzia a cui sono affezionata, mi è tornato in mente un oggetto che ricordavo di aver trovato nell’uovo di Pasqua. Ma poi ho pensato: non è proprio un gioco della mia infanzia, e in più è triste. Non che io abbia avuto un’infanzia triste, cioè un po’ sì, come tutti credo, giorni tristi e giorni felici, e giorni così così.  Ricordo però che il giorno in cui ho trovato questo oggetto era un giorno felice. Felice perché era Pasqua e a Pasqua ero sempre felice di aprire le uova. E così quel giorno, aperto l’uovo, avevo trovato una specie di capsula di plastica, mi sembra gialla, come quelle degli ovetti kinder, e dopo che la mamma mi aveva aiutato ad aprirla, io avevo tirato fuori il regalo che c’era dentro.   Di solito non si dovrebbero citare i nomi delle marche, perché poi qualcuno potrebbe pensare che si sta facendo pubblicità, ma adesso non è così. Il regalo che conteneva l’uovo aveva una specie di copertina di forma esagonale...

Oggetti d’infanzia | Il pacco dal Sud

Più che di un oggetto, si tratta di un insieme favoloso di oggetti e di un contenitore povero. La cornice è Pavia, i lunghi e nebbiosi inverni di Pavia verso la fine degli anni ’50, l’inizio dei ’60. Un paio di giorni all’anno mio padre telefonava dall’ufficio a mia madre annunciandole “è arrivato il pacco”. Non so i miei fratelli, perché i ricordi d’infanzia si conquistano in solitaria e poi diventano esclusivi, ma io entravo in agitazione da subito.   Quando mio padre tornava a casa, la sera, qualcuno doveva scendere a dargli una mano: il pacco era pesante e bisognava “maneggiarlo con cura”. Era di cartone, rinforzato sulla base da un cartone più spesso, chiuso con doppie armature di spaghi intrecciati. I nodi erano ingegnosissimi, c’era dietro tutta la sapienza delle nonne spedizioniere del nostro sud, ma questo l’avrei capito solo più tardi, parecchio più tardi. Insomma, noi stavamo attorno al tavolo della cucina, tanto piccoli da raggiungerne i bordi solo sulla punta dei piedi, mia madre prendeva le forbici e iniziava a districare le corde...

Mike Kelley ad Amsterdam

L’opera si chiama Day is done. È una video installazione complessa, con molti punti focali, costituita perlopiù da fotografie tratte da annuari scolastici e giornali locali. Catalogate da Kelley, queste immagini vengono rielaborate, diventano racconto di vita americana ma anche teatrino dell’umiliazione a cui possiamo essere sottoposti tutte le volte che ci esponiamo al rischio di svolgere delle attività socialmente accettate. All’entrata, un video ci mostra un bambino biondo che durante la recita di Natale dimentica la sua parte; rischia di piangere, però non piange. Alle sue spalle un video mostra un ragazzo brutalizzato da alcuni coetanei; un uomo vestito da diavolo urla; dall’altra parte della stanza fa mostra di sé un palcoscenico messo su alla buona, e proprio al centro di questa galleria dell’oscurità, su un ripiano, c’è una culla, e dentro la culla c’è un bambinello nero carbonizzato, e sul legno della culla è inciso il nome: Kelley.     Ho scoperto per caso, arrivando in una Amsterdam coperta dalla neve, che lo Stedelijk Museum, da poco...

Oggetti d’infanzia | Il grembiule

I miei ricordi d’infanzia sono quasi tutti tristi, non ho ricordi felici. I miei ricordi sono pochi oltre che tristi, e riguardano quasi tutti la mia scuola e la mia maestra. Alle elementari la mia maestra si chiamava Domenica Inglese. Domenica Inglese, nonostante fosse molto vecchia, aveva i capelli e gli occhi nerissimi e pensava che io fossi molto stupida. Io sapevo di non essere stupida, ma purtroppo non avevo strumenti per farle capire che si sbagliava. E siccome pensava che ero stupida, non mi faceva mai leggere né andare alla lavagna a fare gli esercizi di grammatica e di matematica. Ecco perché a scuola io mi annoiavo moltissimo: perché sapevo che non ero stupida, e glielo dicevo anche, ma lei non mi credeva, faceva sempre recitare gli altri, esercitare gli altri, mentre nel frattempo io mi dondolavo sulla sedia e mi infilavo i capelli in bocca.   La maestra Domenica Inglese ci obbligava tutti a portare il grembiule blu, e io odiavo il grembiule blu. Durante il pomeriggio non facevo altro che pensare al grembiule blu, e passavo il tempo a inventare scuse per non metterlo assolutamente mai. Non volevo portarlo innanzitutto perch...