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potere

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Chi vince nella società dell'esasperazione? / Dopo Fassino niente diluvio

Dopo il primo turno delle elezioni amministrative a Torino, il 5 giugno scorso, si era capito che Fassino avrebbe perso. Nel centro-sinistra che sosteneva il sindaco uscente, ovvero PD, Lista Civica (borghesia educata), Moderati (un tempo Comunione e Liberazione, oggi non è ben chiaro) e Progetto Torino (un pezzo “governativo” di Sinistra Ecologia Libertà capeggiato dall’ex assessore al Bilancio e al Patrimonio, Gianguido Passoni, che si è rifiutato di fare opposizione per i prossimi cinque anni con il Fiom Airaudo candidato sindaco) si è scatenato il panico. La campagna elettorale fatta di discorsi concreti, di garbati pro-memoria delle tante buone cose fatte dagli ultimi sindaci di centro-sinistra (Castellani, Chiamparino, Fassino), di lungimiranza sui progetti che sarebbero proseguiti e partiti, ha persuaso poco più del 40% dei torinesi che hanno votato; invece nelle otto circoscrizioni hanno vinto tutti i candidati presidenti del centro-sinistra, anche nei famosi quartieri periferici dove l’immigrazione storica operaia di origine meridionale, che si era guadagnata una decorosa vita con i soldi messi da parte, si è trovata invasa dall’immigrazione africana, maghrebina,...

Intervista. Italia, sviluppo ma non progresso

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Proseguiamo oggi con la prima: la pubblicazione d’interviste disperse, o poco note, di Pasolini con giornalisti, critici, saggisti italiani e stranieri.   Proseguiamo oggi il nostro Speciale Pasolini con una conversazione con Gideon Bachman pubblicata da Chiarelettere in Pier Paolo Pasolini,...

Definisci propaganda

Che cosa è propaganda, oggi e in democrazia? Gino Boccasile, cartellonista ma anche ufficiale delle SS, fu l'autore di un esemplare manifesto durante la Repubblica di Salò. Gli si chiedeva di mettere in buona luce i nazisti presso la popolazione civile. Nacque il nazi sorridente, con la mano tesa e un titolo che recitava "La Germania è veramente vostra amica". Nell'Italia di quei giorni, tra rastrellamenti e fucilazioni, si può immaginare anche un solo passante disposto a farsi convincere da quella sinistra apparizione?   Gino Boccasile, La Germania è veramente vostra amica   Semplicemente, non era vero. Tutta la realtà intorno a quel rettangolo di carta azzerava ogni intento propagandistico. Tanto che, come testimoniato da Dino Villani, poco dopo la prima pennellata di colla sui muri, i manifesti repubblichini erano già strappati e per terra. Puniti, possiamo dire, per aver così ostinatamente negato il vero, con quella fissità tipica dei regimi assoluti, i cui messaggi in sostanza ripetono sempre lo stesso significato: ora parla solo il potere, che racconta la sua stessa perfezione...

Andrei Kurkov. Diari Ucraini

Diari ucraini di Andrei Kurkov è un libro importante. La sua narrazione, in forma di diario, degli eventi quotidiani che hanno accompagnato la "rivoluzione del Maidan", la caduta del regime di Yanukovich, l'occupazione russa della Crimea e la guerra segreta condotta dalla Russia nel Donbass, aiuta chi non ha assistito da vicino a quegli eventi a comprenderne la natura, e mostra come abbia potuto viverli un cittadino ucraino nato in Russia, russofono da sempre, abitante a Kiev e portato ad osservare senza pregiudizi la vita del proprio paese.   La forma diaristica è efficace per far comprendere l'evoluzione degli avvenimenti, il quotidiano sovrapporsi di eventi minimali che impercettibilmente realizzano cambiamenti storici, incontrollabili e a volte imprevedibili da chi li osserva. Si assiste a una rivoluzione nata per caso e sfociata poi in un drammatico cambio di potere, in lunghe giornate di lotta e di morte, nella caduta di un regime ottuso e corrotto che ha scatenato però la vendetta immediata di chi dall'estero lo sosteneva; innanzitutto, con l'occupazione manu militari della Crimea, da anni perseguita, e realizzata con...

La madre di tutte le danze

Perché l’Africa? Da parecchi anni lettera27 si dedica all’esplorazione di temi legati al continente africano e con questa nuova rubrica vogliamo aprire un dialogo con i protagonisti culturali che si occupano dell’Africa. Qui potranno esprimere opinioni, raccontare storie, stimolare il dibattito critico e suggerire idee per ribaltare i tanti stereotipi che circondano questo immenso continente. Ci piacerebbe aprire con questa rubrica nuove prospettive: geografiche, culturali, sociologiche. Creare stimoli per imparare, per essere ispirati, ripensare e condividere conoscenze. Elena Korzhenevich, lettera27   Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English version     Questo testo è dedicato alla memoria di Didier Schaub     “Perché l’Africa?” Davanti alla domanda, il primo impulso è stato quello di imitare l’attore americano che recita nella pubblicità del caffè, e rispondere: “What else?”. “Cosa, altrimenti?” Sono figlio di Lydia e Simon, due eroi bassa. Sono il prodotto di questi due esseri...

La destra e lo spirito della rivolta

Tabacchini: Nonostante i recenti tentativi di pensare la dimensione politica della rivolta, sembra persistere una certa riluttanza a confrontarsi con il particolare ascendente che questa presenta all'interno della cultura di destra. Una cultura che, del resto, fatica a nascondere la propria permeabilità alle suggestoni del tempo: per fare un esempio, non si è certo dimostrata immune alla sua forza di suggestione un'associazione come CasaPound Italia, che in più occasioni ha manifestato accompagnata da striscioni recanti scritte quali «La generazione perduta tifa rivolta». Di fronte al moltiplicarsi di simili appelli, si preferisce spesso evitare ogni interrogazione liquidandoli frettolosamente come bizzarri tentativi di aggiornamento di un ben noto armamentario propagandistico, oppure imputando il ricorso alla rivolta a una sua insufficiente concettualizzazione. E tuttavia, simili espedienti rimangono sostanzialmente incapaci di cogliere i motivi che spingono, tanto a destra quanto a sinistra, in direzione di un'esaltazione – se non di una vera e propria mitopoiesi – della rivolta. Che sia invece possibile rinvenire,...

L'artista? Il brand che crea un'atmosfera

Cosa succede se si consacra un grande dissacratore? La recente retrospettiva milanese per i cinquant'anni dalla morte di Piero Manzoni ha dimostrato che da un paradosso non possono che seguire paradossi. Se era giusto far scoprire anche al grande pubblico che l'artista “milanese, ma geniale” (copyright Skiantos) non era solo “quello della merda d'artista”, le celebrazioni fin troppo ufficiali e il contorno di pubblicazioni uscite per l'occasione (come Piero Manzoni. Vita d'artista
 e Breve storia della merda d'artista di Flaminio Gualdoni
; Diario (1954-1955), di Piero Manzoni a cura di Gaspare Luigi Marcone; Piero Manzoni e Albisola. Una visione internazionale di Francesca Pola; Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni di Dario Biagi e Su Piero Manzoni di Germano Celant) hanno finito per imbalsamarne l'immagine e seppellirla nell'archivio dei classici dell'avanguardia italiana.   È insomma successo a lui quello che è successo a una delle sue opere meno commentate e meno glamour, la Base magica, posta al centro di un'aulica sala di Palazzo Reale. Manzoni la chiamò così...

Parole Jelinek. Teatro

L’Emilia Romagna dedica una rassegna itinerante all’opera letteraria, teatrale e saggistica del premio Nobel 2004 Elfriede Jelinek. Si intitola Festival Focus Jelinek ed è a cura di Elena Di Gioia. Da ottobre a marzo attraverserà, da Piacenza a Rimini, teatri, biblioteche, aule scolastiche e universitarie con spettacoli, letture, performance, laboratori, convegni, in un tentativo di raccontare da più prospettive una scrittrice ruvida, corrosiva, a volte imprendibile, sempre capace di interrogare in modo radicale i nostri tempi. Doppiozero ha chiesto ad alcuni critici e studiosi di stilare durante il Focus un piccolo catalogo di Parole Jelinek, sei, una al mese. Questi lemmi vogliono essere chiavi per entrare nei paesaggi di decostruzione e di memoria, di scabra analisi e di disgusto, di scrittura e di evocazione di voci della scrittrice. Sono: teatro, parola, miti d’oggi, Lieder (ma forse anche leader), potere, patria.   Postdrammatica È un’inarrestabile trituratrice di realtà, Elfriede Jelinek. Lei, il mondo che ci circonda, le persone, gli affetti, le dinamiche storiche e sociali, i miti, il passato che agisce...

Di forze clandestine e impersonali

Che delle forze senza nome che animano un’insurrezione non esista un’immagine adeguata, non va messo in rapporto solo con il fatto che tali forze danno luogo a un divenire che come tale è irriducibile all’apparente staticità di ogni immagine. Che i rivoltosi non scrivano la storia della propria rivolta o che, se lo fanno, non sia che al prezzo di ritirarsi dalla rivolta stessa, non riguarda tanto l’incompatibilità tra scrittura e vita, ma testimonia di ciò che in ogni accadimento rimane irriducibile al rapporto con la memoria. Jesi lo doveva avvertire, scrivendo: «Del passato ciò che veramente importa è ciò che non si ricorda… l’unico vero passato vivo… vive nel cervello e nel sangue, ignorato dalla memoria» (Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 69).    A chi vi partecipa, la rivolta affida un tempo che è vertigine assoluta. Per questo Carl Einstein ha potuto definirla «un’accentuazione eccessiva» del tempo (Carl Einstein, Lo snob e altri saggi, Guida, Napoli 1985, p. 157) una rivolta non ha...

Il giorno dopo

Speranza e orrore si mescolano sempre. Ciò che accade di questi tempi in Egitto e negli altri paesi arabi fa ovviamente ben sperare. Quasi tutti pensano che in tempi postmoderni non possa accadere nulla, ma sono stati smentiti. È accaduto: una sollevazione molto tradizionale senza riferimenti religiosi, che fa esclusivamente appello alla dignità umana e a rivendicazioni laiche. È uno splendido evento, ed è davvero un evento reale.   Con “evento reale” intendo che non c’è stata una transizione morbida. Viviamo in un momento di incertezza e non si sa chi è al potere, e questo naturalmente mostra che c’è speranza. La speranza indica semplicemente un momento aperto quando non si sa chi è al potere e poi il regime crolla.   In queste situazioni, però, il problema è che al contempo c’è speranza e c’è confusione, ci si può ritrovare con un regime ancora peggiore di quello precedente. [...] La lotta va avanti e questo costituisce la vera speranza. Vi ricordate per esempio la grande manifestazione contro Ahmadinejad organizzata da Mir-Hosein...

Largo agli eventi canaglia

Pubblicato il 14 aprile 2006 sul quotidiano «Libération», all'indomani della fine di una contestazione che aveva impegnato il governo francese fin dai primi giorni di febbraio, l'articolo di Jean Baudrillard adotta le pieghe della cronaca giornalistica solo per proseguire quanto già esposto in scritti come Carnaval et cannibal (2004) o nel successivo Le mal ventriloque (2006). In ciascuno di questi, l'attenzione concessa al dettaglio visibile di un fatto, sia questo quanto di più attuale o locale si possa considerare, dischiude la possibilità di cogliervi l'intensità propria di un evento inconciliabile con la struttura egemonica in cui esso, suo malgrado, si inserisce.   È in questi termini che andrebbe letta l'attenzione prestata da Baudrillard alle convulsioni che accompagnarono le più recenti proposte della politica istituzionale francese. Il governo presieduto da Dominique de Villepin, il quale si era già distinto l'anno precedente per aver fronteggiato le rivolte delle banlieues decretando uno stato di emergenza della durata di tre mesi («Siamo di fronte a individui...

Errani humanum est

La vicenda di Vasco Errani va letta “simbolicamente”, nel senso della concretezza e della potenza dei simboli. Insomma, sembra una vicenda giudiziaria, come mille altre in tutto il Paese, città regioni comuni metropoli piccoli centri. È difficile negare che lo sia, una vicenda giudiziaria, in realtà non lo è.   Vasco Errani, governatore della Regione Emilia-Romagna da tre mandati, quindici anni, è stato effettivamente condannato. Assolto in primo grado, condannato in Appello, vedremo in Cassazione. La vicenda giudiziaria è – onestamente – abbastanza bislacca, e non perché il Pd sia meglio della destra (magari lo è, ma il punto non è questo), non perché paragonare anche solo per sbaglio Errani a un Cota o a un Formigoni è una bestemmia (da qualunque punto di vista, anche nel caso arrivasse una condanna nel terzo e definitivo grado di giudizio). Errani, tra l’altro, e non è un dettaglio, si è dimesso mezzo minuto dopo la condanna. Pensate a Cota. Pensate a Formigoni. O a Galan o a tutti gli altri.   Ma perché la lettura che più si...

Kasparov-Putin e l'Europa

Il giocatore di scacchi per eccellenza, il campione del mondo per tre lustri. Il rimando mentale alle scuole sovietiche per bambini prodigio e le tetre atmosfere di periferie ostili. Oppure Ingmar Bergman e la partita con la morte. Bene, lasciamo da parte (per ora) queste facili suggestioni. Il testo di Garry Kasparov,  non è un libro su Vladimir Putin. O meglio non parla soltanto della eccezionale (intesa come non deroga a varie “norme”) carriera e storia politica e di potere del presidente russo. Kasparov dimostra di essere un fine analista politico, un esperto di relazioni internazionali, un profondo conoscitore della storia russa ed europea, nonché un potenziale diplomatico.   Nonostante i toni usati per commentare le fantasmagoriche vicende di Putin e del suo clan siano per niente paludati, ma franchi, diretti e non proprio consoni al protocollo esigente e dettagliato delle sedi diplomatiche, il lettore che pensasse di scovare un (banale) compendio di editoriali, commenti e analisi politiche scritte da un (o forse il) giocatore di scacchi per eccellenza, temporaneamente votato all’impegno civico-politico, rimarrebbe abbastanza...

Kentridge e tutto ciò che non sta nel disegno

Inviting the world, take it apart, re-construct it, ovvero accogliere il mondo, smontarlo, ricostruirlo. Con queste parole William Kentridge riassume il processo che sta dietro al suo lavoro, o, meglio, a ciò che accade in studio. Sì, perchè lo studio, contrariamente a quanto capita oggi alla maggior parte degli artisti, che si trovano a lavorare sempre di più laddove sono chiamati a intervenire, in un luogo specifico, magari fuori dal loro contesto, nutrendosi della materia oggettuale e umana che questo luogo offre loro, servendosi magari di maestranze locali, lo studio, per Kentridge, è ancora il luogo principale di produzione, di sperimentazione.   Se lo vediamo in giro per il mondo, tenere conferenze negli States, fare mostre in India, Giappone, Sud America o, come in questo caso, in Italia, dove l'artista ha appena inaugurato la sua quinta personale alla Galleria Lia Rumma di Napoli, e se pensiamo che si tratta di luoghi non certo a portata di mano per un artista che vive a Johannesburg, in Sud Africa; ebbene, ben poco della sua produzione è affidata ad altri e ancora la maggior parte del tempo di lavoro – mi diceva...

La fine del potere

Il potere è finito, così scrive nel suo ultimo libro, La fine del potere (Mondadori), Moisée Naìm, politologo, ma anche banchiere, nonché in passato ministro dell’Industria e del Commercio in Venezuela. L’illustre ex direttore di “Foreign Polity” spiega nel suo saggio come e perché il potere detenuto un tempo da uomini politici e di governo, da aziende multinazionali, stati e centri economici, non sia più tale. Oggi non si sa bene chi comandi davvero. Non siamo più alla catena di comando individuata da Marx, quella del “comitato d’affari”, per cui l’economia detta alla politica le proprie scelte, e neppure alla SIM (Sistema Imperialistico delle Multinazionali) delle Brigate Rosse. Il potere, almeno quello d’interdizione o di contrasto, sembra risiedere sempre più in piccoli gruppi, siano terroristici internazionali o centri di pressione, delle lobby.     Tramontata l’epoca delle maggioranze, spiega Naìm, è la volta delle minoranze. Sono le azioni di piccoli gruppi, che si muovono grazie alla Rete puntando a obiettivi intermedi, su...

Quel che resta del Padre

Gustavo Pietropolli Charmet è uno psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, ha insegnato Psicologia dinamica all’Università di Milano-Bicocca e oggi presiede il “Minotauro”, un istituto che si occupa dell’analisi dei codici affettivi. L’ultimo suo libro, uscito in questi giorni s’intitola, La paura di essere brutti. Gli adolescenti e il corpo (Cortina Editore). Un grande clinico, uno dei massimi studiosi dell’età evolutiva. Subito dopo le elezioni di febbraio c’eravamo rivolti a lui per capire cosa era successo, in particolare per comprendere le ragioni profonde del successo della lista di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle. Pietropolli Charmet aveva descritto il cambiamento avvenuto nella società italiana rispetto alla figura paterna, parlando del nuovo adolescente, fragile e spavaldo, com’è il titolo di un suo libro. Ne era emerso così il ritratto contradditorio e originale della “generazione 5 Stelle”. Pietropolli Charmet chiedeva alle classi dirigenti di facilitare il ricambio generazionale, di non accentuare il conflitto. Ora, dopo le vicende della votazione...

Kim, il successore

Raramente il successore è (o è ritenuto, o è ritenuto subito) all’altezza di chi lo precede, specie se questi è stato un fondatore; ce lo insegnano la storia e la letteratura. Nella tradizione occidentale la memoria corre ai bistrattati successori dell’imperatore Ottaviano Augusto e alle tormentate procedure di successione. Così i grandi capitani d’industria sembrano spesso destinati ad eredi che dissipano o si disinteressano della costruzione paterna, mettendo forse inconsciamente in gioco meccanismi di sottrazione alle “angosce dell’influenza”.   Anche nel campo della cultura il pericolo dell’epigonismo nei confronti del maestro si dimostra spesso fatale. Certo le difficoltà aumentano in proporzione alla crescita della quantità di potere da gestire sotto gli sguardi, pieni di riserbo e di giudizio, dei navigati collaboratori che attorniavano chi è venuto prima; di fronte alle attese di una folla abituata a credere il leader figura poco meno che divina. Ce lo ha raccontato benissimo Vargas Llosa in La festa del Caprone dedicato a Trujillo, padre della patria di Santo...

Movimento per la presa del potere

Siamo sconvolti da una raffica di episodi che stanno mettendo a soqquadro le buone vecchie abitudini europee. Eppure un caso è un caso. Ma quando un po’ di casi si concentrano in un medesimo momento si pensa a un nesso. Si tratta della vecchia storia dell’aumento della concomitanza tra le nascite e l’aumento dei voli delle cicogne in certe zone del nord Europa. Tuttavia se è assodato che i bambini non li portano le cicogne, pureil ritiro del Papa, la malattia della Regina, che è anche il capo dell’altra grande chiesa cristiana, quella anglicana, e altri eventi concomitanti, danno da parlare, più che da pensare.   Si crea un immaginario collettivo che proclama l’imminente morte di Elisabetta e questo rimane il dato, quello che permette alle riviste inglesi di fantasticare sulle lotte monofamiliari per la successione, mentre il fatto che la Regina esca a piedi dall’ospedale salutando il pubblico viene quasi ignorato. È poco rilevante, ci rovina l’immaginario pettegolo. Se fosse tutto qui sarebbe ancora relativamente semplice: una parte apocalittica scorgerebbe questi due eventi come sconvolgenti...

Discorsi alla nazione di Celestini

“Siamo in un luogo dove si combatte una guerra civile non ancora dichiarata. Un luogo dove piove sempre. Un aspirante dittatore alza la testa e parla ai cittadini…” Inizia così, in modo colloquiale, con una spiegazione al pubblico, l’ultimo non-spettacolo di Ascanio Celestini. Discorsi alla nazione. Studio per uno spettacolo presidenziale lo presenta come un lavoro in divenire, che troverà la forma compiuta solo in aprile. Eppure nei diversi giri che ha fatto, tra rassegne organizzate dalla Cgil, festival e teatri, sembra aver raggiunto una forma definita, perfettamente nel canone anomalo di questo narratore che inventa immagini che si rincorrono, macchine narrative apparentemente divaganti che svariano tra atmosfere diverse per rivelarsi implacabili specchi deformanti della realtà. Qui non siamo, come altre volte, in un viaggio nella memoria: domina piuttosto lo sguardo sul presente e sui suoi linguaggi attraverso discorsi che rivelano uno stato di violenza di tutti contro tutti che alla fine, oltre ogni travisamento, emerge chiaro, prepotente, insofferente, beffardo, permettendo a qualcuno di insinuarsi come salvatore dei molti...

Steven Spielberg. Lincoln

“Retorica non è una brutta parola, sai – cercala sul dizionario”: così un sorridente Orson Welles ammoniva l’amico/discepolo Peter Bogdanovich. Naturalmente l’oggetto della conversazione era un altro (Ejzenštein, per la precisione), eppure crediamo che l’invito wellesiano si adatti molto bene all’ultima fatica di Steven Spielberg. Lincoln è, indubbiamente, un film retorico. Una lunga, paziente e minuziosa lezione di Storia (americana) che passa attraverso, o meglio, s’incarna - letteralmente - nell’uomo del titolo. Perché se è vero che il film, nel suo sviluppo più scoperto, è il racconto dei fatti che portarono alla proclamazione del tredicesimo emendamento alla Costituzione (quello che abolì la schiavitù negli Stati Uniti), è la figura del Presidente a dominare ogni cosa, quasi che la storia narrata (e la Storia tout-court) siano una sua emanazione. È per questo che la regia di Spielberg si chiude nelle stanze del Potere (quale altro suo film è così claustrale?): ha bisogno di sottoporre quel corpo ad una analisi minuziosa....

La scena terroristica e il suo motore occulto

Anticipiamo un brano dall’ultimo numero della rivista di studi culturali Ágalma (n°24 edizioni Mimesis) diretta da Mario Perniola     Accanto alla grandezza della civiltà politica moderna, che è consistita nella relazione sapere-potere, non bisogna tacere la sua miseria, che emerge dalla meditazione sul rapporto tra scena e violenza, aperto dalla Rivoluzione francese e dal giacobinismo. Esso si fonda su due presupposti: la connessione tra scena, senso e violenza e la presunzione di un motore occulto che per definizione non appare.   Il primo presupposto è stato acutamente rilevato da Marx. Tutti i grandi fatti e personaggi della storia universale – scrive Marx – si presentano per così dire due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa; valga l’esempio della Rivoluzione francese e della sua ripetizione farsesca degli anni 1848-51. Egli mostra così innanzitutto il primato dell’azione violenta e appassionata, considerata come innovativa e creativa, rispetto alla sua ripetizione, cui attribuisce una dimensione meramente caricaturale.   Ma Marx non si...

Aziende camorristiche e clerici bigotti

Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Stefano Bartezzaghi, Dando buca a Godot. Giochi insonni di personaggi in cerca d’aurore, Einaudi Stile Libero Extra, da oggi in libreria.                                                   Nome del gioco: Anagramma politico.   Meccanismo: Si dispongono le lettere del nome-e-cognome (senza tralasciarne, aggiungerne o sostituirne alcuna) di un personaggio politico cercando di costruire una nuova frase, pertinente alla sua personalità.   Esempio: Giovanna Melandri = Madonna virginale.   Da quando lo si gioca e dove: I primi anagrammi noti risalgono al III secolo a.C., Alessandria d’Egitto, periodo ellenistico. I soggetti sarebbero il re Tolomeo Filadelfo e la regina Arsinoe, l’autore sarebbe il poeta di corte Licofrone. Altri anagrammi di nomi di sovrani (o di donne amate) risalgono al periodo manierista e barocco. Dall’Ottocento il gioco viene almeno...

Nekrosius: la regia debole

Caligola è, a dir poco, uno dei testi-chiave del Novecento: prima prova teatrale di Albert Camus, è un percorso vertiginoso sugli estremi dell’esercizio del potere, scritto a partire dal 1937, proprio mentre l’Europa precipitava nell’avanzata dei totalitarismi. Di più, le ragioni per riprenderlo oggi si sprecano: parlare di attualità socio-politica o culturale diventa quasi tautologico. Perché nel testo di Camus non si trovano solo gli indizi dell’imminente deriva autoritaria dei governi europei, complice la connivenza di una classe sociale neo-dominante incapace di imporre o proporre alternative; ma anche temi se possibile ancora più cocenti, come l’enorme divario fra la popolazione e i propri rappresentanti, i confini fra l’esercizio e l’abuso di potere, fra logica razionale e umanità. In definitiva quell’inconciliabilità dell’individuo rispetto alla società, dell’uomo col mondo, che tanto spesso di questi tempi ricorre minacciosamente sulle pagine dei quotidiani dedicate a politica e anti-politica. L’assurdo, difficile trovare altre parole, come...

Tutti i segreti del Presidente

Dicono che un tempo (durante la prima Repubblica? durante la seconda? Nell’intervello tra le due o nei tempi supplementari dell’ultima?) le cose funzionassero grosso modo così. Il Presidente, qualche giorno prima della riunione del Consiglio, riceveva i più influenti dei suoi ministri che gli sottoponevano i decreti e le misure che avrebbero dovuto essere adottate. Poi c’era il giro delle udienze concesse a una mezza dozzina di grand commis dello Stato che facevano sentire la voce dell’alta burocrazia e delle istituzioni nodali. Su cosa? Essenzialmente sulle modalità e sui tempi con cui queste decisioni avrebbero dovuto “impattarsi” sullo status quo esistente. Il parere di queste voci non era sul “cosa” ma sul “come”. In effetti, dato che ognuno stava a guardia dei confini della propria nomenklatura di appartenenza,  la soluzione era inevitabilmente quella di sterilizzare ogni provvedimento. Così che interferisse il meno possibile su interessi piuttosto muscolosi, su realtà particolarmente permalose. Soggetti, insomma, pronti a reagire piuttosto ruvidamente nei confronti di...