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Venezia

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Da Venezia a Reggio Emilia / Damien Hirst. Fantasmagorie della finzione

In un grande lightbox liquido inabissato a Punta della Dogana – come la prua di un vascello arenato, nella città dell’acqua per antonomasia – ci troviamo in uno spazio sottomarino, appunto, dai colori squillanti. Due masse confuse, intuiamo gigantesche, si fronteggiano in lontananza; all’avvicinarsi cauteloso della camera si mettono gradatamente a fuoco, finché d’un tratto riconosciamo due archetipi plurimembri: un’orrorifica Idra e una seducente Dea Kali, che impugna una lama in ciascuna mano. Lo stesso impossibile incontro-scontro è presente, in due versioni, nella medesima sala: in una il colossale gruppo scultoreo in bronzo (cinque metri d’altezza per sei di lunghezza e tre di larghezza) è ricoperto di incrostazioni calcaree, coralli e muffe, conchiglie e madrepore; nell’altro, presentato come una «copia» del precedente, i due corpi tortili si presentano invece perfettamente lisci, glamour e sexy come in un fumetto di Moebius inopinatamente tridimensionalizzato; un ulteriore lightbox presenta una scena simile a quella del primo, ma ora attorno al monumento inabissato si aggirano quattro sommozzatori che lo illuminano, lo riprendono, si apprestano a imbragarlo per farlo...

Nigeria Now

English Version   Quando Dante Farricella (l’art director di Sisters’ Grace) le ha chiesto di scegliere un posto in cui farsi fotografare, Peju Alatise è rimasta interdetta: «Non è il tipo di decisione che mi viene lasciata, quando organizzano un set con le mie opere». «Ma l’artista sei tu», ha risposto lui. «Nessuno può sapere meglio di te quale sia il tuo posto in mezzo ai tuoi lavori». Lei allora ha scelto di sedersi vicino alla porta che compare nella sua installazione Flying Girls: otto bambine in cerchio, dotate tutte di piccole ali, avvolte da una nuvola di rondini e lambite da un fiume di farfalle. La porta bianca, aerea, che si apre verso un imprecisato altrove, per l’occasione era decorata con una piccola coccarda arancione. «Il colore della ribellione, secondo mio padre. Mi aveva promesso che sarebbe venuto con me. Se n’è andato prima del tempo e io ho portato qui il suo colore».Qui è Venezia, la Biennale d’Arte alla sua 57esima edizione. Peju, con Victor Ehikhamenor e Qudus Onikeku è stata selezionata per rappresentare per la prima volta la Nigeria alla cosiddetta Olimpiade dell’Arte. Lo spazio assegnato è la Scoletta dei Battioro e dei Tiraoro, vicino alla...

Nigeria Now

Italian Version   When Dante Farricella (the art director of Sisters’ Grace) asked Peju Alatise to choose a place to be photographed, she was puzzled: "That’s not the kind of decision that is left to me when they set up an exhibition of my works." "But you are the artist," he replied. "No one can know better than you what your place is amid your works.” She then chose to sit near the door that appears in her Flying Girls installation: eight little girls in a circle, all with small wings, wrapped in a cloud of swallows and surrounded by a sea of butterflies. The white, aerial door, which opens to an unknown somewhere, was decorated with a small orange rosette for this occasion. "The color of rebellion, according to my father. He promised me he would come with me. He left us before his time, and so I brought his color here." ‘Here’ is Venice, at the 57th Edition of the Biennale of Art. Peju, along with Victor Ehikhamenor and Qudus Onikeku, has been selected to represent Nigeria for the first time at what is called the Olympics of Art. The space allocated for this is the Scoletta dei Battioro e Tiraoro, near the San Stae church. If coming by boat along the Grand Canal, it...

Viva arte viva / Guida alla Biennale d’arte 2017

Quattro, come i punti cardinali, sono le tematiche attorno alle quali ruota la Biennale, intitolata forse un po’ ottimisticamente (perché un senso di rovine e morte pervade molti dei lavori presentati), viva arte viva:  – l’ozio;  – i libri degli artisti; – le trame e le tessiture; – la magia. Il percorso, proposto dalla curatrice francese Christine Macel, è diviso in 9 Padiglioni: i primi due sono nel Padiglione centrale dei Giardini e gli altri sette nelle Corderie dell’Arsenale.     Iniziando, come è bene sempre fare, dall’Arsenale (perché è lì che la persona chiamata a curare la Biennale ha più spazio per raccontare e svolgere abbondantemente la sua idea), si entra quindi nel terzo padiglione: Padiglione dello Spazio Comune. Lì si incontra subito il tema delle trame e delle tessiture, ma, sovente, anche quello dei libri. I fili come trame del mondo e connessione tra le persone e la storia. Qui anche le danze sono intese come intrecci che seguono fili invisibili che uniscono gli uomini in un rito antichissimo.     La sarda Maria Lai (1919-2013) ha tessuto miti e ricordi sepolti nella memoria collettiva. I suoi Telai sono assemblaggi di fili,...

Lav Diaz Leone d'Oro a Venezia / Diario veneziano (parte terza)

Il festival è ormai agli sgoccioli, e si vede. L'aria è quella della smobilitazione generale, con sempre più accreditati che crollano addormentati nel buio della sala, stanchezza diffusa e qualche scatto d'irritazione al momento di occupare i posti al momento della proiezione. I più contenti sembrano i camerieri dei bar del Movie Village. Una di loro mi ha porto con insolito slancio la solita brioche al cioccolato: «È quasi finita!», dice sorridendo. Il concorso prosegue senza scossoni, ma soprattutto continua a dimostrare una sconfortante mancanza d'identità: oltre all'ultimo italiano in competizione, Questi giorni di Giuseppe Piccioni, è stato davvero impossibile non rimanere imbarazzati davanti all'ultimo Kusturica, On the Milky Road, che ripropone il suo immaginario ormai frusto, stavolta con “l'apporto attoriale” (virgolette d'obbligo) di Monica Bellucci.   “Paradise”, Andrej Konchalovsky   Più interessanti, invece, due rievocazioni del passato (a quanto pare, il passato sembra il solo tema portante di questo festival), sia pure con intenzioni ed esiti assai diversi. Da un lato abbiamo Andrej Konchalovsky, alle prese nientemeno che con la Shoah (il titolo,...

Festival del Cinema di Venezia / Opfergang di Veit Harlan

Non siamo sicuri che in molti al Festival se ne siano accorti, ma ieri a Venezia, in Sala Volpi, si è tenuto all’interno della sezione Venezia Classici, quello che è senza ombra di dubbio un piccolo evento cinematografico: la proiezione del restauro di Opfergang, un vecchio film che a molti probabilmente non dirà nulla; un melodramma tedesco del 1944 a firma di un regista ai più sconosciuto di nome Veit Harlan. Ma perché questo film – passato in una sezione così marginale del Festival com’è quella dei restauri – sarebbe così importante? Che cosa ha di speciale questo film che lo rende diverso dai molti restauri che vengono presentati tutti gli anni a Venezia?     L’ultima volta che un film di Veit Harlan venne proiettato a Venezia era il 1942. Crediamo che non ci sia bisogno di ricordare in che stato si trovasse l’Europa in quell’anno: con i paesi dell’Asse a un passo dal vincere la guerra e i regimi nazi-fascisti nel loro periodo più florido e terribile. Nonostante l’allargamento del conflitto a pressoché tutti i paesi europei, il Festival di Venezia in quegli anni continuava comunque a essere organizzato. Allora si teneva in laguna lontano dal Lido, e le ingerenze...

Tempo, spazio e immortalità in Gino De Dominicis / Contro l'ideologia del progresso

È la mattina dell'8 giugno 1972 quando, in occasione dell'inaugurazione della 36° Biennale di Venezia, un istante di eternità e immortalità irrompe nel tempo e nello spazio della laguna. In una delle sale veneziane Paolo Rosa, un giovane affetto da sindrome di down, è seduto su una sedia, davanti a lui ci sono il perimetro di un quadrato bianco disegnato per terra, una palla di gomma e una pietra. Si tratta della Seconda soluzione di immortalità (l'Universo è immobile), l'opera che Gino De Dominicis ha preparato per l'occasione, composta appunto da Paolo Rosa e altre tre opere: Cubo invisibile (1967), Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), e Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra (1969), opere già esposte in precedenza in occasione della sua prima personale a L'Attico di Fabio Sargentini nel 1969. Pochi giorni dopo la sala verrà chiusa e l'artista e il suo assistente Simone Carella saranno denunciati alla Procura della Repubblica per sottrazione d'incapace, e poi assolti nell'aprile del 1973 perché «il fatto non sussiste». L'opera dello...

A Venezia la mostra dedicata al grande fotografo / I nudi iperrealisti di Helmut Newton

È una delle più famose fotografie di Helmut Newton. Non a caso l’invito della mostra, che si apre oggi a Venezia (Helmut Newton. Fotografie. White Women Sleepless Nights Big Nudes, Tre Oci), lo presenta come un emblema del suo lavoro. S’intitola: Autoritratto con la moglie June e le modelle. Lo scatto è del 1980. Si vede la modella di schiena, le sue natiche in primo piano, il braccio e la mano appoggiata ai fianchi, mentre l’intero corpo nudo si riflette nello specchio al centro della foto: un’immagine dentro l’immagine, il davanti e il dietro; ma anche il cambio di dimensione: la donna in primo piano è più reale di quella riflessa nello specchio; la seconda donna è più “immagine” della prima. Fotografata di schiena è nuda, mentre di fronte è un nudo. In fondo allo specchio, dietro alla modella, c’è poi lui, il fotografo. Indossa un’impermeabile e sta guardando dentro l’obiettivo della macchina fotografica. Sul lato, sempre dentro lo specchio, s’intravedono due gambe nude che indossano scarpe dai tacchi altissimi; sul lato opposto, fuori dallo specchio, ma sempre dentro il riquadro della fotografia, c’è un’altra donna. È June, la moglie di Newton, è vestita e seduta su una sedia...

Autismo e quell'idea di normalità / L'educazione del selvaggio

Nel Vendemmiao (22 settembre-21 ottobre) del 1801, a Parigi, Gujon mette in stampa un libro di Jean Marc Gaspare Itard (1774-1838) dal titolo Dell'educazione di un uomo selvaggio, o dei primi sviluppi fisici o morali del ragazzo selvaggio dell'Ayveron. Victor è il nome che gli viene dato e vivrà circa 43 anni. La leggenda illuminista parla di un ragazzo allevato dai lupi, avvistato nei pressi di qualche cascinale, inseguito nei boschi da una muta di cani, catturato e istituzionalizzato. L'idea che Victor fosse stato un bambino normale, perdutosi per fatalità, degenerato per avere vissuto nella foresta dominava gli illuministi. La domanda era: poteva questo ragazzo venire educato? Truffaut racconta, in un film, la storia della relazione tra Itard e Victor, relazione quotidiana, in cui Itard cerca di rieducare Victor. La scena più tesa e commovente del film avviene quando Itard cerca di comprendere se Victor possa assumere un punto di vista morale, quello della disobbedienza. Lo punisce ingiustamente e Victor si ribella. Itard lo abbraccia, soddisfatto che il suo giovane paziente fosse in grado di comprendere il concetto di giustizia. Invero, nell'educare Victor, Itard...

Tracing Emerging Contemporary Art Practice in Ghana

Versione Italiana   From Ghana to Venice and back   All the World’s Futures, curator Okwui Enwezor’s conspicuous project for the2015 Venice Biennale, certainly served up content-rich, social and political commentary. In one way or another it painted or rather – in true Enwezor fashion – documented a myriad of complexities facing our rapidly globalising planet. And, with Enwezor operating as the first-ever curator from the African continent, it’s no surprise then that many of the press discussions surrounding the biennale took on an African dimension.  Consequently, it felt apt to hear the news that Ghanaian artist El Anatsui was presented with a Golden Lion for Lifetime Achievement –  a deserving recognition for one of the great artists of our time. Yet, Anatsui’s achievement was also an opportunity for me to once again turn my attention towards the arts and culture scene in Ghana. Throughout the biennale proceedings I was repeatedly reminded of one particular thought from an interview earlier this year with ACCRA[dot]Alt’s Sionne Neely. “We are seeing more artists [in Ghana] now thinking...

Arte contemporanea in Ghana

English Version   Dal Ghana a Venezia e ritorno   All the World’s Futures, l’importante progetto curato da Okwui Enwezor per la Biennale di Venezia 2015, ha certamente offerto molteplici spunti di riflessione sociale e politica, dipingendo – o meglio, documentando – nello stile tipico di Enwezor, le innumerevoli complessità che il nostro pianeta, nel suo rapido processo di globalizzazione, è chiamato ad affrontare. Essendo Enwezor il primo curatore della Biennale proveniente dall’Africa, non sorprende che gran parte del dibattito sulla rassegna abbia coinvolto l’intero continente africano. Ci è sembrata inoltre appropriata l’assegnazione del Leone d’Oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsui: un degno riconoscimento per uno degli artisti più grandi del nostro tempo. Il premio ad Anatsui è stato inoltre un’occasione per volgere ancora una volta la mia attenzione alla scena culturale e artistica del Ghana. Durante i lavori della Biennale, mi è tornato più volte alla mente un pensiero espresso da Sionne Neely, dell’organizzazione ACCRA[dot]Alt, in...

Edicola Mundo. Conversazione con Francesc Ruiz

Gattopardo di provincia   Berlusconi assolto: grazie magistrati   La rivista che vanta numerosi tentativi di imitazione   Sfasciano la costituzione e non sanno spiegare perché   Mondadori monoverbo   Ho confessato ma sotto tortura   Sono alcuni dei titoli delle copertine di giornali e riviste italiane esposti nell'Edicola Mundo di Francesc Ruiz al Padiglione della Spagna alla Biennale di Venezia 2015. Da subito il lavoro di Ruiz mi sembra importante. A seconda della distanza con cui lo guardo mutano i linguaggi e i messaggi. Da lontano si vedono due edicole di cui una, per soli maggiorenni, coperta da una tenda. Avvicinandosi a quella aperta, l'occhio è colpito dalle locandine e si percepisce una strana onnipresenza di cruciverba. Più da vicino si riconoscono le testate di sempre (l'Espresso, il Corriere della Sera, Grazia tra le altre) ma, come in un sogno, si capisce che non sono veramente loro.   L'edicola è una struttura familiare, uno spazio protetto nel mezzo della strada che in origine, ai tempi dell'architettura ellenistica e poi romana, era un tempietto votivo e in seguito...

Venice AtWork Lab: ricordo come archivio nomade

English Version     Una delle più recenti declinazioni di AtWork, l'iniziativa di lettera27 che nasce da una collezione di taccuini d'artista e si sviluppa in workshop in diverse zone del mondo, è stato il Venice AtWork Lab - Parlare di migrazione con i linguaggi dell'arte, dal 31 Ottobre al 20 Novembre 2015, presso il S.a.L.E. Docks – Magazzini del Sale di Venezia.   Dal 26 al 28 ottobre l'organizzazione indipendente Nation25 ha infatti adottato il format di AtWork e realizzato un Lab dedicato al tema dei confini, della migrazione, del nomadismo all’interno del progetto the Nationless Pavilion Laboratory. Circa 25 persone, tra le quali rifugiati e richiedenti asilo provenienti dallo Sprar-GUS di Castrì (LE), dal progetto Fontego – Sprar di Venezia, dall’organizzazione Civico Zero di Roma, sono state guidate insieme a studenti, artisti e ricercatori nazionali dall'artista Emilio Fantin nel rielaborare la dimensione del nomadismo in due direzioni: nomadismo dei pensieri  (immaginazione), nomadismo del corpo (migrazione). I taccuini realizzati sono allestiti in un’istallazione collettiva...

Codice Italia. Un'Italia a compartimenti stagni

Marx e l’Italia. Che cos’hanno in comune il filosofo tedesco e la Nazione a forma di stivale? È ragionevole cercarne le tracce nella contemporaneità artistica? E qual è il modo opportuno di farlo? Molti avranno già avuto modo di leggere che il tema scelto da Okwui Enwezor – direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera e, tra i numerosi incarichi, già direttore artistico di Documenta 11 (1998-2002) – per la 56a edizione della Biennale d’Arte di Venezia All the World’s Futures è proprio Marx. In particolare il suo Capitale. “Rimontare Marx”, ha scritto Marie Rebecchi su doppiozero, sottolineando l’importanza del programma di eventi previsti all’interno dell’Arena, rispetto invece alla più consueta e statica esposizione. C’è anche chi ha affermato che leggere Il capitale, oggi, è possibile perché ormai ha perso ogni reale significato eversivo. Anzi è di tendenza. Con approccio diametralmente opposto ma per certi versi analogo, come curatore del Padiglione Italia, Vincenzo Trione ha provato a dare una lettura di quello che chiama...

Occhi aperti sul futuro

Tra i tanti film della Mostra di Venezia, fra i titoli in concorso e quelli fuori, fra ciò che resta del red carpet e di una manifestazione ancora grande ma in evidente ricerca di una via diversa ai festival del cinema, abbiamo scelto di parlare di un film visto nella sezione Giornate degli autori: A peine j’ouvre les yeux della tunisina Leyla Bouzid. Un piccolo film. Che parla però di cose grandi, grandissime, di ciò che resta delle primavere arabe, della Tunisia oggi, ai tempi dell’ISIS, della condizione femminile e della possibilità di fare cinema politico in quel paese.   Incontro Leyla Bouzid, la regista tunisina di A peine j’ouvre les yeux, sulla terrazza in cima all’edificio che ospita le Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia. È pomeriggio tardo e il sole sta calando. Vicino a lei, seduta su una sedia a sdraio, c’è anche Baya Medhaffer, la protagonista del film. Approfitto del momento di imbarazzo che precede ogni intervista per porgere una domanda che mi gira in testa da quando ho visto il film, e ancora più quando ho letto le prime recensioni che sono uscite sul web poco dopo...

I non-morti e la bellezza

«Bobbio è il mondo», afferma il conte Basta (Roberto Herlitzka), Dracula nostrano che regge i destini della sonnacchiosa cittadina di provincia in cui il tempo sembra non trascorrere mai.   È una battuta con la quale Marco Bellocchio sembra voler ironizzare amaramente sulla propria incapacità di abbandonare una volta per tutte il “natio borgo selvaggio” della Val Trebbia. Non solo perché da una ventina d'anni, ogni estate vi organizza il laboratorio “Fare Cinema” (all'interno del quale questo film ha preso forma), ma soprattutto perché è qui che i suoi umori velenosi e sarcastici sembrano riuscire a coagularsi, a dare nuova linfa al suo cinema. Insomma, se qualcuno pensava che i conti del regista con la città natale si fossero finalmente chiusi con il cechoviano e un po' sottovalutato Sorelle Mai (2010), ha dovuto ricredersi davanti a questo Sangue del mio sangue che, presentato in concorso alla 72ma Mostra del Cinema, ha risollevato un poco il morale dei cinefili presenti al Lido, fiaccati da un'edizione particolarmente sconfortante.     Nato dal confluire...

Un profugo nella stazione di Milano

Il silenzio dorme con le ginocchia in bocca. Daniel Fajnachen si risveglia con la mano spiaccicata sulla palpebra e la lingua attaccata sotto la volta asciutta del palato. Nella carrozza non vola una mosca e un caldo appiccicaticcio appanna i vetri. Fuori piove, copiosamente. Il treno sta viaggiando a bassa velocità, sporco e puzzolente. Fajnachen afferra dal sedile di fianco un giornale sgualcito. Lo sfoglia provando a leggere qualcosa in quella lingua che un tempo conosceva bene. Si dà molta importanza alle catastrofi naturali: da una settimana diluvia su tutta la Lombardia. Tra l’altro è esondato, per l’ennesima volta, il Seveso, allagando un pezzo di Milano e dando così un senso letterale al quartiere Isola, a sinistra della Stazione. Sempre sulla prima pagina, in taglio basso, lo colpisce un titolo: “Corruzione per gli appalti Mose. Arrestato Paolo Giangrandi, docente alla Facoltà di Architettura di Venezia”. Giangrandi era stato il suo professore, e ora forse il suo unico possibile contatto telefonico a Milano. Fajnachen ha una fitta al cuore e cade in un leggero stato di confusione. Non riesce, tra l’altro, a...

Inseguendo il fantasma dell'Austria

Nell'estate del disfacimento dell'idea di Europa per come l'avevamo immaginata, mi rifugio da settimane in ciò che fu il cuore del nostro continente prima del doppio suicidio – le due guerre mondiali – che pose fine alla modernità. Nell'estate del 2015 provo a inseguire il fantasma dell'Austria, sempre che io ne sia degno, lo spettro di due autori in particolare: Trakl e Musil. Nelle notti umide e caldissime di una piccola stanza d'albergo al Lido di Venezia, schiaccio zanzare, sento salire la gommosa putredine dell'acqua nei canali (mi sono convinto faccia bene alla pelle, alla nostra reminiscenza di anfibi), controllo che il gatto bianco con cui spero di aver stretto amicizia si accoccoli sul vano finestra a piano terra della costruzione di fronte, poi mi rigiro nel letto e sfoglio un'altra pagina. Tra qualche minuto crollerò. Il libro che scivola sul pavimento mi risveglierà per un istante. Più spesso L'uomo senza qualità o il volumetto Garzanti con le poesie di Trakl mi ricade sul petto. Apro gli occhi senza mettere a fuoco niente. È l'ultimo cerchio del sasso scagliato in...

Oggettività

Il senso dell’avanguardia ha spesso escluso quelle forme d’arte che nel ’900 sono tornate alla rappresentazione diretta della realtà. A partire dagli Anni ’80, a partire dalla storica esposizione Realismes al Centre Pompidou orchestrata da Jean Clair, tornano però gli appuntamenti di riflessione su questa tradizione alternativa, ricchissima e polimorfa. Utile è quindi la ricognizione proposta dalla mostra Nuova oggettività al Museo Correr di Venezia [dal 1 maggio al 30 agosto, NdR].   Cristian Schad, Autoritratto, 1927   L’esposizione è curata da Stephanie Barron del LACMA (Los Angeles County Museum) che organizza la selezione di lavori degli autori tedeschi dal 1919 al 1933. Un repertorio introdotto in Italia negli anni ’60 dal pionieristico lavoro di Emilio Bertonati negli spazi della Galleria del Levante. Il cuore è nell’opera di Christian Schad, amatissimo da Giovanni Testori (nella sua collezione spicca un magnifico Autoritratto). I tre quadri celebri presenti, che fanno venire i brividi per la precisione con cui descrivono un momento culturale che corteggia l’abisso e...

La Biennale Danza a Venezia

Venezia è una città di passaggio, da attraversare di corsa. Per tradizione e per vocazione: nei secoli, crocevia di commerci, culture, idee, porta cosmopolita fra Oriente e Occidente; oggi, altrettanto frequentata, ma da studenti e turisti, mentre i cittadini – sempre meno – si rintanano nei quartieri più popolari, Cannaregio, e poi Dorsoduro e Castello, e l'Isola della Giudecca. Non è forse un caso che proprio in questi quartieri si sia sviluppato il progetto della Biennale di Sieni, irradiandosi dal prezioso cuore di San Marco – dove si colloca la sede dell'istituzione e il suo centro pulsante – in campi, palazzi e calli. Anche quest'anno l'approccio del direttore artistico disegna, più che un festival, una scommessa ormai vinta sulla transitorietà e l'impermanenza ogni giorno rivendicata dalla città lagunare. Prima di tutto perché va a intercettare le persone proprio laddove non se l'aspettano, nella quotidianità del loro viaggio – per turismo, studio o lavoro – nel dedalo di viuzze della città. Per chi volesse approfondire, il racconto di quelle...

Maria Papadimitriou. Agrimiká

Nel momento in cui l’Europa misura le proprie incertezze sulle probabilità che il “Grexit” irrompa a ridisegnare il proprio futuro, la Grecia affida a Maria Papadimitriou il compito di rappresentare la nazione al cuore delle turbolenze europee in una Biennale che intende interrogarsi sul futuro del mondo, anzi sui molti, tanti futuri, come il curatore Okwui Enwezor ha voluto chiarire fin dal titolo dell’edizione di quest’anno: All the World’s Futures.   Maria Papadimitriou, Installation view, AGRIMIKÁ, 2015. Courtesy T.A.M.A. Temporary Autonomous Museum for All and the Artist   L’artista ha letteralmente “trasferito” dalla città di Volos al padiglione greco ai Giardini della Biennale, s montandolo pezzo per pezzo e rimontandolo, un negozio tradizionale che tratta e vende pellicce di animali selvatici. L’opera, che porta il titolo Why Look at Animals? Agrimiká, parla di animali, del rapporto con l’altro, della parte selvatica di noi stessi, di come l’uomo si relaziona con il mondo animale, dei confini tra ciò che è umano e ciò che segna questa...

Venezia 2015. Rimontare Il Capitale

È possibile fare di un’opera di critica dell’economia politica un’opera d’arte? Come può l’arte mostrare Il Capitale? Potrà mai Marx parlare la lingua di Joyce? Ottantotto anni fa, il regista sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn si era confrontato con questi interrogativi, fornendo all’immaginario artistico mondiale le linee guida per adattare cinematograficamente Das Kapital.   2-3. IV. 1928. Notte. “Oggi ho definito la formula del contenuto del Capitale (la sua organizzazione). Insegnare all’operaio a pensare dialetticamente. Mostrare il metodo della dialettica”. 8. IV. 1928. “Il Capitale sarà ufficialmente dedicato alla II Internazionale […]. La parte formale sarà dedicata a Joyce”. Nelle note su “Come portare sullo schermo Il Capitale di Marx”, Ejzenštejn s’interroga anzitutto sulla possibilità di esibire un processo, un metodo (dialettico) attraverso il cinema. Portare sullo schermo Il Capitale non significa, dunque, illustrarne banalmente i contenuti, ma insegnare allo spettatore a “pensare dialetticamente...

Due cose (o tre)

Due cose. Non perdere mai di vista le bancarelle, e questa è la prima cosa. L’altra è passare un dito sulla schiena del libro prima di riporlo. Due cose che sono un percorso, una strada da fare, una strada che fin qui ho fatto volentieri. Mi è sempre parso che trovare (e poi comprare) un libro su una bancarella, magari tra vecchie tazzine o fotografie, come quella volta che trovai un Paul Éluard ingiallito in Campo San Maurizio, a Venezia, o quel Bertolucci a Port’Alba, fosse come rifare una carezza a mia nonna, o un altro modo di pensare a lei. E poi toccare il libro, con una leggera pressione sul bordo e spingerlo al suo posto nella libreria di casa. Entrambe le cose hanno a che fare con i gesti. Tra un gesto e l’altro si passa dalla rinuncia alla perdita, dalla pazienza alla scelta, dal tatto alla cura. Entrambi i gesti conducono qui: «Ecco, questo è il posto che ho scelto per te. Non ti dimenticherò». Tra le due cose, se va bene, accade la grazia, la faccenda più personale del mondo, perché riguarda solo te, te che ti meravigli e sottolinei, te che leggi.

Necessità dei ponti

Che cos’è un ponte (o meglio, un Ponte, con l’iniziale maiuscola)? Il libro di Alberto Giorgio Cassani, Figure del Ponte. Simbolo e architettura (Pendragon 2014) fornisce risposte articolate ed esaurienti a questa domanda. Non tanto in direzione di un’illustrazione dei suoi aspetti tecnico-costruttivi, quanto piuttosto in quella di una piena immersione nei suoi significativi simbolico-figurativi. Il titolo del libro, da questo punto di vista, rende perfettamente l’idea dell’approccio adottato e dei contenuti trattati.   Il Ponte è analizzato da Cassani sotto molti punti di vista diversi: il Ponte che unisce, il Ponte che divide, il Ponte sospeso, il Ponte abitato, il Ponte isolato, il Ponte che crolla, il Ponte che si muove: tanti “stati fenomenologici” differenti, corrispondenti ad altrettante figure, appunto. Ogni “stato”, o condizione, del Ponte è accompagnato da un’adeguata collocazione all’interno della sfera mitologica, simbolica o letteraria, e da un altrettanto esauriente corredo di esemplificazioni architettoniche, vuoi semplicemente immaginate nei disegni e nei progetti degli...