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Antonin Artaud

(21 risultati)

La grande straniera. A proposito di letteratura / Scrivere per divenire-folli

Quando scrivo è come se non mi appartenessi mai, come se mi perdessi in quella terra di niente e di nessuno, in quel suolo letterario in cui la vita si precipita da sé. E se mi capita la bizzarra esperienza di rileggermi, raramente mi commuovo. E se pure mi commuovo è perché non mi appartengo, non mi appartengo più, perché non mi sono mai appartenuto. Perché la parola scritta disconosce la mia paternità ricacciandomi in quel puro candore dell’innocenza da cui ho cominciato a scrivere il mio deplorevole senso di colpa. Parola straniera, parola di una lingua distante, a cui tornare per ricominciare ad appartenersi, ma solo nell’abbandono del proprio, per risalire alla fonte di quel linguaggio originario che fa la sua comparsa nella soglia tra la notte trascorsa e il giorno a venire. E allora si tratterà di un linguaggio letterario in senso stretto. Un linguaggio che richiamerà in sé le competenze aleatorie della letteratura, della filosofia e della critica, come in un continuum che donerà loro l’identità della differenza che le connota. Sarà un linguaggio aurorale, che nascerà dal futuro di un’alba che attendiamo e si realizzerà in un presente che non ci è dato vivere....

Imm'

Imm’ è una collana che intende occuparsi di cultura dell’immagine perché si basa sull’assunto di partenza che l’immagine non è solo un oggetto di studio, ma influisce sugli strumenti e i modi con cui si fa cultura. Quando Lazslo Moholy-Nagy lanciò, ormai novant’anni fa, il famoso monito secondo cui l’analfabeta di domani – per noi dunque di oggi – non sarà chi non sa leggere la scrittura ma chi non sa decifrare le immagini, profetizzava la società dell’immagine, come oggi la chiamiamo abitualmente, ma anche la necessità di un’altra “lettura”. Da qualche parte la chiamano “svolta iconica”, da altre parti “cultura visuale”, secondo approcci e intenti diversi. Per noi è un modo di guardare, di vedere e di pensare.   L’immagine è infatti un fenomeno complesso, viene trattata come un documento, come se questo fosse un fatto scontato, ma al tempo stesso l’immagine non rappresenta, non sta al posto di altro, non testimonia, ma indica, lascia intravedere, deforma, porta al limite, introduce pensiero, svela lo...

Julián Herbert. Ballata per mia madre

Ci sono autori che contraddistinguono un’epoca letteraria, abbastanza grandi da proiettare ombre lunghissime sull’intera letteratura a venire e abbastanza prolifici da generare non solo libri vertiginosi, ma anche schiere di seguaci ed epigoni più o meno affezionati. Uno di questi autori, abitatore d’eccellenza della letteratura che solitamente è chiamata postmoderna, è il cileno Roberto Bolaño, il quale, nell’epigrafe di un suo brevissimo romanzo scritto su commissione agli inizi degli anni zero per Random House Mondadori S.A., Un romanzetto lumpen (trad. it. di Ilide Carmignani, Adelphi, 2013), riporta uno stralcio tratto da Antonin Artaud che recita così: «Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi». A leggere alla luce dell’epigrafe il Romanzetto, in cui una giovane donna avvezza al mercimonio della carne narra la sua storia, e a fare rapidamente un gioco di corrispondenze passeggere, emerge che spesso, oggi...

Alejandra Pizarnik e il pharmakon del linguaggio

“Le parole / non fanno l’amore / fanno l’assenza”, dipingono il contorno del vuoto, cadendoci dentro con lo stesso suono di una goccia che dal cielo precipita sul fondo di un pozzo. Le parole rimbombano, le parole si parlano, le parole si sgretolano.   Alejandra Pizarnik nasce ad Avellaneda, presso la capitale argentina, nel 1936, da una coppia di emigranti ebrei di origine russa, che intingono, fin da subito, le radici della piccola bicho (“bestiolina”, come soleva affettuosamente chiamarla l’amico Julio Cortázar) in un eterno e irrimediabile altrove. Per esser-ci, per sentirsi esistente hic et nunc, nella sua patria geografica ed esistenziale, Alejandra ha un unico strumento, un pharmakon – medicina e veleno al tempo stesso – che la accompagna ossessivamente per tutta la vita: il linguaggio. Divora compulsivamente i classici della letteratura, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia di Buenos Aires, studia pittura con il surrealista Juan Baltle Planas per poi approdare a Parigi, dove traduce autori come Yves Bonnefois e Antonin Artaud – scrivendo, di quest’ultimo, in un diario del 25...

Bergson-James. Superare l'escatologia

A volte gli epistolari sono scambi di cortesie, raccolte di aneddoti condannati a sbiadire insieme al ricordo dei loro protagonisti. A volte sono vere e proprie officine in cui assistere alla colata incandescente di un’idea che nasce, animata da una feroce necessità di prendere forma.   È il caso di queste lettere scambiate un secolo fa tra Henri Bergson, nume tutelare della filosofia europea del primo Novecento, pensatore di radicale profondità speculativa, forte di un seguito che a inizio secolo contava seguaci ovunque nel mondo e migliaia di uditori alle sue lezioni al Collège de France; e William James, uno dei grandi del pensiero americano, iniziatore col suo maestro Charles S. Peirce della corrente del pragmatismo, voce specificamente statunitense di quella disciplina per tanti versi così europea che è la filosofia, corrente destinata a nutrire in tanti modi l’arte, la poesia, la narrativa d’Oltreoceano.   Quale idea vediamo prendere forma nell’officina di questo epistolario, da qualche settimana disponibile in italiano nella meritoria edizione a cura di Rocco Ronchi e nella bella traduzione di...

Campioni # 9: Mariella Mehr

Steinatem, er gefriert zur Niemandslandstille.   Kein Gedankenschatten, unverrückbar hält hier Wache und lauscht.   Obwohl, es könnte ein Vogel schüchtern das Singen lernen.   21.11.07   Respiro di pietra si gela e diventa silenzio della terra di nessuno   Non un’ombra di pensiero, irremovibile sta di guardia qui e tende l’orecchio   Eppure un uccello potrebbe imparare timidamente a cantare   21.11.07   da Ead., Ognuno incatenato alla sua ora. 1983-2014, a cura di Anna Ruchat, «Collezione di poesia» Einaudi, settembre 2014, pp. IX-163, € 13.50, pp. 150-151    #01   Il dolore spezza. È una sillaba: Schmerz. È stigma di una lacerazione che pure apre alla poesia, apre la poesia – verso l’altro, verso la lingua balbettante di chi radicalmente convive, consiste, con il proprio sperdimento. Tremando a margine d’una vita, inerme, la lingua, stele di ogni conforto, di ogni commiato, si raduna accanto agli assenti...

Steve Sabella. Archaeology of the future

“Everything is a mental state, the place itself doesen’t exist”. (Steve Sabella, catalogo della mostra)     Archeologia del futuro è una mostra ospitata dal Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona. Si tratta di un’esposizione singolare che insieme alle immagini espone anche la vita dell’artista: il palestinese Steve Sabella.   Nato a Gerusalemme nel 1975, e poi trasferitosi a Londra e in seguito a Berlino, egli racconta alla curatrice Karin Adrian von Roques la difficile permanenza nella città natale e la sua strategia di sopravvivenza: “Gerusalemme divenne un’immagine e io mi sentivo intrappolato in essa. Poi però lentamente, dopo aver rappresentato Gerusalemme in una forma, ho capito che il mio sforzo era diretto proprio a capire le immagini, la loro funzione e origine, per trovare una via e liberare me stesso (…) dall’esilio, o dall’immagine dell’esilio, ricorrendo alla mia immaginazione. Ciononostante, ho realizzato che ero stato imprigionato in altre immagini”. Per questo la vita stessa, afferma l’artista, diventa “un processo...

Un favoloso giovane, Jerzy Grotowski

L’immagine del teatro? Un uomo che dipinge un ritratto. “L’attore è il suo braccio – e il suo cuore. Il regista è la sua volontà creativa. Lo scenografo il suo respiro – la sua possibilità di respiro. L’autore della messinscena è il cervello: la consapevolezza”. È il 1958, l’epoca di queste icastiche Conversazioni a Elsinore, e Jerzy Grotowski è un giovane Amleto che, nella Polonia prudentemente riformista di Gomulka, va cercando il Graal. La giovinezza, del resto, non può chiedere di meno, vuole rivoltare di sotto in su le convenzioni che affliggono la scena, che a quel tempo (e oggi no?) assumono due maschere: la reviviscenza naturalistica (Attore I) e la finzione consapevole (Attore II). Due bigottismi si contendono il dominio della scena rivendicando ciascuno la sacralità di un metodo, ma dimenticando il Motto. E il motto è “ritrovare il Graal – andare oltre la limitatezza e la fragilità dell’egocentrismo – verso gli altri esseri umani, verso la natura, consapevoli di questa unità universale la cui espressione più...

Ludus, realtà e mondo: Julio Cortázar (1914 – 2014)

A quanti hanno letto Julio Cortázar (e anche a chi non lo abbia fatto ancora) le celebrazioni di questi giorni del centenario di un cronopio con corpo da gigante e faccia da bambino, sembrano più una delle tante diafane invenzioni di qualche suo famas. Non solo perché è ormai probabile che si trovi nell’angustioso regno degli uomini, la qual cosa potrebbe provocare l’esplosione di una nube verde, ma per quell’ingrediente in più che l’humour degli argentini portegni hanno che gli permette di prendere in giro se stessi e superare di cinque lunghezze quello degli inglesi. Humour nero, nero-nero, quello dei portegni, pieno di luci e così trasparente che gli permette, come a cronopioCortázar, oltre a duplicare il suo fascino personale e triplicare il potere di seduzione delle sue fantasticherie, di inventare la loro stessa morte e di indire le celebrazioni del centenario, di questo vivo e ammirevole fantasista delle lettere mondiali contemporanee.   Ieri, con Juliofama, redattore di uno dei capitoli di quella grande finzione spuria e meticcia chiamata per imposizione spagnola Nuovo Mondo (come se fossimo...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Le passioni di Artaud

“Il sole è una puttana!” Presidente Schreber citato da Freud   Diventare van Gogh   L’antro basso e buio dà accesso a una sala col soffitto a cupola, come se penetrassimo in una grotta piuttosto che nelle sale di Van Gogh/Artaud. Le suicidé de la société (al musée d’Orsay fino al 6 luglio). Sulle pareti e sul pavimento di questo interregno tra museo e mostra sono proiettate brevi concatenazioni di parole in cui riconosciamo presto il testo che Antonin Artaud scrisse su Van Gogh.   Forse un clin d’œil al visitatore: sì, siamo consapevoli che un’esposizione attorno a un solo testo è una trappola, che si rischia di riempire le pareti di citazioni, di rendere troppo letterali i richiami tra pittura e scrittura. Il testo di Artaud poi mal si presta a far da pannello esplicativo a una sala di quadri. Rompendo con il bellelettrisme della critica d’arte francese, è invece una scorribanda sciagurata, la reazione sclerata di un uomo che dai quadri di van Gogh si sente minacciato.   Pagine senza sviluppo narrativo che girano vorticosamente in tondo a un...

La deriva del dopo-morte

Il rovescio del ricamo è l’esorcismo della parola, un esorcismo che non attesta, come in Sartre, l’inconsistenza della nominazione degli enti, ma che al contrario vuole rendere conto, nell’intimo del suo processo, di una densità effettiva propria del discorso. Ed è proprio per perseguire tale obiettivo che ne Il bel rischio. Conversazione con Claude Bonnefoy (Cronopio, Napoli 2013, Traduzione di Antonella Moscati), il critico d’arte Claude Bonnefoy propone a Michel Foucault, all’interno di un incontro vivace e cordiale, di mettere tra parentesi – senza tuttavia scordarsene – la costitutiva vacuità della parola umana, ed offrire così, al filosofo francese, l’occasione per rovesciare quella prospettiva ingenua nella quale spontaneamente si colloca chi scrive, incarnandosi in uno degli innumerevoli possibili medium del logos: ecco, invece, in questo modo apparire fulminea la scaturigine della parola, per mezzo di una lucida autobiografia svolta innanzi alla vigile e imparziale autorità della penna di Foucault.     È chiaro che, per un filosofo, strappare ad un ingenuo...

Grillo: oltre il teatro della crudeltà

Due vendicatori si aggirano in questi stessi giorni per l’Europa: lo Scaramouche giustiziere di Incredibili sulle ceneri del Terrore robespierriano raccontato da Wu Ming (L’armata dei sonnambuli, Einaudi) e il Beppe Grillo mattatore della Vecchia Politica sulle macerie di due incompiute repubbliche italiane analizzato da Oliviero Ponte di Pino nel bel libro Comico & Politico (Raffaello Cortina Editore), recensito su queste pagine da Marco Belpoliti.   Entrambi i volumi prendono le mosse (casualmente?) dalla Rivoluzione Francese e dal ruolo che vi ebbero gli artisti di teatro come gruppo ai margini della società costituita, che li aveva in passato ghettizzati; piccola enclave instabile ma dotata di una sapienza antica, disponibile a sovvertire ogni cristallizzazione sociale. Ambedue avanzano l’idea che gli attori, grazie alla loro tecnica dell’emozione e alla loro capacità di rappresentazione, emergono nelle tempeste della storia a cavalcare i venti della rivolta, dell’atto spettacolare qui e ora, del “colpisci uno per educare cento”, esibendosi piuttosto che in spettacolini didattici e consolatori in atti...

Lettere a Romeo Castellucci

Chi è Romeo Castellucci e perché Bologna gli dedica una rassegna che va da gennaio a maggio? Doppiozero chiede a organizzatori culturali, artisti, critici, pensatori, scrittori, spettatori di tratteggiare la figura di questo esploratore del contemporaneo (nel catalogo ebook di doppiozero segnaliamo il prezioso saggio di Oliviero Ponte di Pino Romeo Castellucci & Socìetas Raffaello Sanzio). E trae dagli archivi testimonianze di sguardi storici sul suo labirintico lavoro.   Tali “Lettere a Romeo Castellucci” saranno pubblicate sulla nostra rivista punteggiando il progetto dell’assessorato alla cultura bolognese E la volpe disse al corvo. Corso di linguistica generale, realizzato con la Socìetas Raffaello Sanzio e con la cura di Piersandra Di Matteo. Inizia il 14 gennaio, con la regia del Parsifal che inaugura la stagione del teatro Comunale a cento anni dalla prima italiana dell’opera di Wagner. Continua con performance, concerti, incontri, spettacoli composti con materiali di creazioni di anni vicini e lontani, e culmina con una laurea honoris causa in Discipline della Musica e del Teatro conferita dal Dipartimento...

Intervista a Judith Malina

Sembra molto piccola, su quella sedia a rotelle, Judith Malina, una leggenda vivente, l’allieva di Piscator, la fondatrice del Living Theatre, la moglie di Julian Beck, la rivoluzionaria pacifista, un pezzo di storia del teatro e del pensiero underground americano. Ma, a 87 anni, non ci tiene a farsi imbalsamare. Cammina con difficoltà, ma non ha perso lo smalto carismatico, e neppure una certa aria da pantera, con le unghie lunghissime dipinte di rosa squillante e tanti braccialetti freak. Si scusa per il suo italiano, “un po’ arrugginito”, ma poi, quando inizia a parlare, è precisa, pungente, anche se ogni tanto deve ricorrere all’aiuto di Thomas Walker, un altro del vecchio Living, per precisare i termini. È tornata in Italia per rappresentare The Plot is the Revolution, uno spettacolo dei Motus, in cui la trentenne Silvia Calderoni come una scolaretta rivisita la straordinaria stagione teatrale e politica del Living, rievocando pezzi di famosi spettacoli come The Brig o Paradise Now, che debordò dal teatro trasformandosi in manifestazione di piazza, con attori nudi e intervento della polizia, al festival di Avignone...

Il teatro oscuro di Massimo Castri

Il regista Massimo Castri (morto pochi giorni fa a Firenze all’età di 69 anni) è stato il mio Maestro di teatro. Era figlio dell’ossuta e nervosa Dina Castri, la mia amata professoressa di Italiano alle scuole medie, e di un signore basso e tracagnotto dall’altisonante nome di Argante (nelle campagne toscane si usava imporre ai figli improbabili nomi tratti dall’Orlando furioso), magnanimo professore di Latino e Greco al Liceo Dante di Firenze. Un giorno, per non smentire mai di essere un pedante scocciatore, chiesi alla mia insegnante, nell’ora settimanale che ci aveva offerto “per parlare e domandare del mondo”, che cosa fosse il teatro.  Mi ci portavano i miei genitori, mi piaceva moltissimo, ma non riuscivo a cogliere il perché mi sembrasse una cosa così importante per la nostra vita. Ne nacque una discussione abbastanza buffa e lei ci propose di invitare, come “esperto”, quel malinconico giovanotto dalle ciglia folte che, a volte, l’aspettava all’uscita della scuola (e che noi pensavamo fosse un suo “ammiratore”). Così, suo figlio Massimo venne a tenerci...

Qualche idea di regia

A dispetto dell’impolveramento a cui sembrano destinati tanti padri nobili del modernismo italiano – quanto più canonizzati, tanto più evitati quando non addirittura snobbati – si potrebbe dire che Questa sera si recita a soggetto (e con esso tutta la trilogia del teatro nel teatro) di Pirandello sia un testo di grande attualità. Innanzitutto perché, ai suoi tempi, lo fu: un intervento davvero “a caldo” su un tema cocente come l’avvento della regia e la resistenza opposta dalle compagnie d’attore. Ma anche perché, a volte con un po’ di sorpresa, il Pirandello meta-teatrale si scopre ripreso e riutilizzato dalle frange più insospettabili dell’avanguardia e del Nuovo Teatro. I sei personaggi, allestito da Pitoëff, fu recensito da un entusiasta Artaud, che ne fece un terreno di analisi vibrante quasi alla pari di quell’esperienza della performatività balinese che continua a scuotere animi e studiosi dalla lontana Expo parigina del ’31. Questa sera, poi, fu uno dei primi spettacoli del Living Theatre e, a quanto pare, a Julian Beck rimase appiccicato un simpatico...

Tannhaüser, pittore modernista

Esco dall’Opéra Bastille di Parigi dopo aver visto e sentito il Tannhäuser di Richard Wagner con la regia di Robert Carsen, una ripresa della rappresentazione del 2007, interrotta allora da una serie di scioperi del personale tecnico. Per alcuni giorni i motivi wagneriani interferiscono con i miei pensieri finché, abbassatasi la marea emotiva, resta a galla una domanda assai meno seducente, una domanda sul destino del modernismo. Provo a riformularla così: se dovessi individuare un emblema del modernismo nel campo delle arti visive, non esiterei un attimo a indicare il quadro da cavalletto. Se dovessi però specificare l’arco storico in cui s’inscrive questo emblema, non avrei altro che risposte balbettanti quando non contraddittorie.     La crisi della pittura da cavalletto   Da una parte, il quadro da cavalletto entra in crisi sin dalla costituzione stessa del modernismo, come testimonia il titolo di un testo conciso e cruciale del critico americano Clement Greenberg, La crisi della pittura da cavalletto (1948). Dall’altra parte, non solo la pittura da cavalletto sopravvive al postmodernismo ma,...

Emanuele Tonon. La luce prima

Nel romanzo La luce prima (Isbn, pp. 116, euro 15,90), lo scrittore operaio e teologo Emanuele Tonon racconta la vita della madre a partire dall’istante della sua morte. Un grido lungo e intenso, uscito fuori d’un solo fiato, come non può che essere la lettura di questo libro: parole che bruciano e pagine che fuggono dalle dita.   Una voce dura, che diviene memoria scolpita sulla carta, la veglia funebre di un figlio a colei che lo ha generato: la madre piccola e bellissima, cieca e onniveggente, eterna e perfetta, la madre pellicano, lo Spirito Santo che ha ispirato le pagine di questo libro. Lui è il figlio sbagliato, il ranocchio magro e poi il barbone per cui provare disgusto, il nemico che non ha salvato la madre. Quello che è condannato a scrivere di notte chiuso in una stanza, costretto ad accogliere in sé il lascito materno: la passione per la parola, vera e propria malattia che lei gli ha trasmesso al momento della nascita.   Emanuele Tonon ne racconta le origini di giovane donna calabrese venuta a vivere con un figlio piccolo e senza padre nell’Italia del Nord, la casa spoglia, l’esistenza...

Il lutto del tutto

Amore e morte, per eccellenza, sono i temi della poesia. Uniti in un vincolo tenace, stabile proprio perché soggetto a tutte le metamorfosi, tutte le contraddizioni. Ed è così almeno da quando i fondatori della nostra lingua, nonché della poesia moderna, Dante e Petrarca, hanno avuto in sorte la “grazia ben formidabile” (così una volta, più tagliente che mai, Edoardo Sanguineti) del fatto – storico quanto mitobiografico – che “l’amata muore”.   Poeta per antonomasia petrarchesco si è mostrato, sin dagli esordi di Dietro il paesaggio (1951), Andrea Zanzotto. Così lo presentava infatti, nel ’54, il suo primo grande sponsor Ungaretti: di fronte al “segreto d’un panorama”, ogni giorno riscoperto e nondimeno sempre uguale, non si poteva che pensare al “Canzoniere del Petrarca dove da sonetto a sonetto appare sempre lo stesso fantasma, ma l’animo da sonetto a sonetto si modula a un grado diverso”. Esibitamente e quasi provocatoriamente Petrarca, dunque: nel tempo, il secondo Novecento, del massimo culto per Dante. Così fra l...

Un attore, Claudio Morganti / Ritratti

  Probabilmente è una questione di respiro. Bisogna avere il fiato lungo per lasciar sedimentare una ricerca, partita ormai trent’anni fa, sapendola tener viva e radicale, compiendo delle scelte controcorrente, soprattutto in questi ultimi anni in cui il mercato ha ammorbidito e omologato i lavori di molti artisti contemporanei. Riuscire ad ascoltare il proprio respiro significa guardare alla figura umana e riflettere sui sentimenti sovrani: la paura, l’amore, l’odio, la gelosia, la follia. Tendere l’orecchio all’umano dovrebbe essere per un attore principio fondativo e prioritario; ma saper far vibrare la corda giusta e far suonare le grandi passioni umane è privilegio di pochi. Morganti è uno di questi.   Dalla tradizione attoriale italiana Morganti eredita naturalmente molte cose. Ma il primo incontro – quasi un’iniziazione – con Carlo Cecchi, gli permette probabilmente di guardare al passato con una lucidità e una ferocia molto rare: il profondo rispetto per le radici corre in parallelo all’ostinata rimessa in discussione delle esperienze precedenti, in un equilibrio che...