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Claes Oldenburg

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Cosa resta di Caravan? / Michael Asher e i ladri di roulotte

Una roulotte sospetta   Estate 1977, una roulotte parcheggiata in una strada di Münster davanti al Landesmuseum. Si tratta di una Hymer-Eriba Familia modello BS di quattro metri con le tende tirate, la porta chiusa e senza traino. Niente di memorabile.  Estate 1987, la stessa roulotte ricompare nelle strade di Münster, nello stesso punto. Qualcuno ricorderà vagamente la coincidenza, qualcun altro noterà che, malgrado nessuno viva al suo interno, la roulotte non sembra abbandonata. Infatti a intervalli regolari, ogni lunedì, giorno di chiusura dello Skulptur Projekte, spunta fuori in un angolo diverso della città. Estate 1997, la coincidenza si ripete, così come nell’estate 2007. A quel punto tutti conoscono Caravan, il progetto dell’artista losangelino Michael Asher, l’unico ad aver partecipato a tutte le edizioni dello Skulptur Projekte, e questo sebbene non vi fosse alcuna indicazione che quella roulotte fosse una scultura.   Michael Asher è scomparso nel 2012 e l’ultima edizione della mostra gli ha reso omaggio con un prezioso focus installato sul mezzanino del LWL-Museum für Kunst und Kultur (Double Check), che ripercorre la sua collaborazione quarantennale con...

I Cinema a luce solida di Fabio Mauri

Mana e Industrial design   Tra luglio e settembre 1968 Fabio Mauri espone al Mana Art Market di Roma i Cinema – multipli a luce solida. La galleria, fondata nel febbraio 1968 da Nancy Marotta, era anche un centro di produzione di multipli, quasi dei prototipi considerato il numero limitato in cui erano realizzati. L’artista e compagno Gino Marotta ne ha ricordato retrospettivamente i presupposti: ci dava fastidio […] la mitizzazione dell’artista, l’opera d’arte come miracolo. Noi pensavamo all’opera d’arte come a un bene di consumo utile alla società […] un’opera che fosse riproducibile in serie, utilizzando le risorse e i linguaggi che derivavano dalle tecnologie industriali […] contro un’idea decadente dell’arte”. A guidarli era il “sogno di un modello laico di cultura che potesse emanciparsi dall’immagine straziante del grande artista, dell’artista maledetto che riceve l’ispirazione e poi non sa bene cosa comunicare" [1].   Lontana dai cascami dell’esistenzialismo post-informale, la galleria mirava a democratizzare l’esperienza...

New York 1964: la pop art

È stato da poco ripubblicato da Laterza Pop Art di Alberto Boatto, il libro che ha fatto conoscere al pubblico italiano uno dei momenti decisivi nel panorama artistico dell’ultimo mezzo secolo. Alla sua prima apparizione, nel 1967 presso l’editore Lerici, la lucida e documentata analisi di Boatto rappresentò una vera boccata d’ossigeno: nel clima culturale di quegli anni, in cui le forti riserve o l’aperta ostilità della critica, specie quella di orientamento marxista, si saldavano all’opposizione all’imperialismo americano, la pop art veniva spesso considerata espressione diretta del potere culturale ed economico statunitense, un sorta di manifesto del capitalismo consumista. La vittoria di Robert Rauschenberg alla Biennale di Venezia del 1964, lo stesso anno del viaggio a New York di Boatto, rappresentò in effetti un vero spartiacque nella vicenda culturale, non solo italiana, di quel decennio: l’inizio di un rimescolamento radicale che presto avrebbe prodotto un paesaggio integralmente nuovo, dove alla vicenda modernista, ai suoi “ismi”, al sentimento di continuità storica e politica, all...

La Germania ad uso del Louvre

Collaudo   Nel corso degli anni ho collaudato e affinato un protocollo per visitare le mostre d’arte. Quando entro nella prima sala conosco a malapena il titolo dell’esposizione. Ne ho sentito parlare da un amico o alla radio, ho intravisto un’affiche sulla metro o il catalogo nella vetrina di una libreria, ho ricevuto una newsletter, in alcuni casi persino un invito per inaugurazioni spesso disattese. Certo, anche quando mi pare d’inciampare nella mostra sono immerso in un orizzonte di attese, tuttavia m’illudo che questo non interferisca troppo con la visita, che resti un brusio di fondo. Né faccio alcunché per foraggiare queste attese: ignoro i prestampati in distribuzione all’ingresso, il pannello introduttivo e quelli sulle singole sezioni. Girovago per le sale guidato dalla sola curiositas. Una forma, un colore, un suono, un movimento captano la mia percezione o la mia memoria; le gambe e il corpo vengono attratti dalla fonte potenziale di godimento. Pari a quella di una zanzara magnetizzata dal neon viola è la mia incoscienza. Raramente annoto qualcosa sul taccuino. Del resto cosa c’è da...

Diabolica volgarità. Gli anni sessanta di Claes Oldenburg

Di opere di Claes Oldenburg, uno dei maggiori artisti americani viventi, rigurgitano i musei d’arte contemporanea. Si tratta, per la maggior parte, di sculture monumentali che contraddistinguono la fase matura dell’artista. L’Italia non fa eccezione, se pensiamo alla mostra organizzata al Castello di Rivoli nel 2006, Sculpture by the Way, con un catalogo senza testi critici, redatto praticamente da Oldenburg e dalla sua compagna Coosje van Bruggen. Questa fase è tuttora in corso, nonostante la scomparsa di van Bruggen nel 2009, lo stesso anno di Jeanne Claude, compagna di Christo, per citare un altro affiatato sodalizio sentimentale e artistico. Di opere di Oldenburg degli anni sessanta invece, i musei sono sprovvisti – troppo fragili per essere trasportate da una parte all’altra dell’Atlantico.     Benvenute sono quindi le eccezioni del caso, come Claes Oldenburg. The Sixties, la mostra organizzata da Achim Hochdorfer per il Museum Moderner Kunst Stiftung Ludwig di Vienna, approdata al Ludwig Museum di Colonia (dove l'ho visitara), prima di proseguire il suo iter al Guggenheim di Bilbao (apre il 30 ottobre) e...