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Cinema

(703 risultati)

David Cronenberg. A Dangerous Method

Come il romanzo di John Kerr dal quale è tratto, A Dangerous Method, focalizza la propria attenzione sul complesso rapporto che Carl Gustav Jung intrattenne a partire dal 1904 con la propria paziente prima, e amante poi, nonché futura psichiatra, Sabina Spielrein e contemporaneamente col proprio mentore e padre putativo, Sigmund Freud. Questo curioso triangolo è divenuto, in tempi recenti, non soltanto oggetto di studi e ricerche biografiche, ma anche spunto per numerose opere artistiche fra le quali vale la pena ricordare oltre al già citato lavoro di Kerr, la pièce teatrale di Christopher Hampton, sceneggiatore del film di Cronenberg, “The Talking Cure” del 2002 e senz’altro, sempre del 2002, la pellicola Prendimi l’anima di Roberto Faenza, inedito ritratto della Spielrein che ha suscitato non poche polemiche. Temi noti quindi. Indagini per nulla nuove che Cronenberg affronta con evidente interesse e fascinazione soprattutto per i risvolti più morbosi della dottrina freudiana. E se, come già in Spider (2002), egli sembra abbandonare il consueto immaginario demistificante e perverso legato...

#01: Rosalind Nashashibi

La ricerca di Rosalind Nashashibi (Croydon, UK, 1973) si concentra sugli attimi d’intensità che affiorano nella vita quotidiana e nei contesti urbani. L’artista si allontana dalla rappresentazione per privilegiare l’esperienza come spazio della coscienza. Spesso due elementi sono giustapposti per rendere visibili differenti livelli della realtà che coesistono allo stesso momento, oppure una scena costruita, una ‘finzione’, è posta in una situazione ‘reale’. L’artista lavora principalmente con il mezzo cinematografico, dove il melanconico scorrere del tempo si espande e l’osservatore è messo in una posizione di verifica del presente.   Carlo's Vision è un adattamento di un episodio di "Petrolio", ultimo romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini in cui il protagonista Carlo ha una visione su Via di Tor Pignattara a Roma. Carlo vede se stesso trainato al contrario lungo la via su un carretto metallico, esattamente come un carrello da regista, e vede la strada come in una lunga carrellata all'indietro. Egli è seguito sempre alla stessa velocità lenta, da...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido.

In questa seconda puntata del reportage dal festival di Venezia ci dedichiamo a Orizzonti e a qualche irrinunciabile titolo presentato fuori concorso.   ORIZZONTI   Da qualche anno a questa parte, la sezione di avanscoperta Orizzonti si è aperta sempre più a nuovi territori, sfondando i confini istituzionali col mondo dell’arte contemporanea, dove il cinema di ricerca trova linfa e soprattutto una disponibilità creativa e finanziaria che anche la produzione cinematografica più illuminata raramente può garantire. A questa ibrida sezione, quest’anno era degnamente accompagnata dalla retrospettiva Orizzonti 1960-1978, uno scavo che ha portato in superficie alcune gemme dell’underground italiano, come a mostrare le radici che innervano lo sguardo contemporaneo. L’intento è nobilissimo, il risultato un po’ rapsodico, visto che si sono privilegiati capitoli minori e primi abbozzi (alcuni preziosi, come l’esordio del grande marginale Nico D’Alessandria o il più noto Hermitage di Carmelo Bene, in cui c’è già tutto il suo furioso progetto di rinchiudersi nel...

Ombre ad Asiago

  Asiago – 28 settembre 2005   Penultimo giorno di riprese de “La strada di Levi” di Davide Ferrario. Incontriamo Mario Rigoni Stern, ci passiamo assieme quasi tre ore; la casa è rosa, modesta, nel punto preciso sul margine del bosco che immaginavo. I suoi vicini sono Tullio Kezich, che non c’è mai, ed Ermanno Olmi. Ci portiamo con i mezzi nei pressi di una vecchia colonia di frati, ex caserma ex prigione ex bordello (nelle intenzione repubblichine) e lì inizia il lavoro. Rigoni è meravigliosamente disponibile, disinvolto davanti ai numerosi ciak: si parla di Primo Levi, Marco Belpoliti lo intervista per La Stampa, io gli chiedo dei formaggi e lui mi spiega come giudicare il buon Asiago. Poi Davide gli fa leggere alcuni passi della lettera scritta il giorno dopo la notizia del suicidio di Primo Levi. La lettera è in Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, 2004), il titolo è “La Medusa non ci ha impietriti”. Mario Rigoni Stern cita alcuni versi di Primo Levi, la poesia è A Mario e Nuto, la trascrivo: Ho due fratelli con molta vita sulle spalle, / Nati all’ombra...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...

Roman Polanski. Carnage

Dopo L’uomo nell’ombra Roman Polanski torna con Carnage a fare una delle cose che gli riescono meglio: là era il giallo alla Hitchcock, qui è il cinema da camera, genere d’impostazione teatrale che per il regista di La morte e la fanciulla diventa nuovamente un banco di prova per il suo straordinario talento nella messinscena cinematografica.   Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza, è un gioco al massacro condotto nel chiuso di un appartamento di Brooklyn, con due coppie benestanti che si ritrovano per risolvere una lite scoppiata tra i loro figli e che finiscono con il riversarsi addosso fiumi di parole e cattiverie. Un meccanismo forse prevedibile per come raffigura un gruppo di borghesi superficiali e ipocriti (e incapaci di uscire dal set, come nell’Angelo sterminatore di Buñuel), ma al tempo stesso implacabile per come inscena il destino della società occidentale, aggrovigliata attorno al desiderio di comprendere il mondo con le parole e destinata per questo a ripiegarsi fatalmente su stessa.     Polanski non corre, costruisce lentamente un muro di...

Ralph Steiner. Mechanical Principles

La data di realizzazione di Mechanical Principles (Ralph Steiner) oscilla tra il 1930 e il 1931. Il cofanetto dell’Anthology Film Archive “Unseen cinema”, di cui è parte, lo data 1930. Di certo è nel 1931 che il film viene mostrato, in una serata particolare intitolata “Music and Film”: ci riferiamo alla sera del 15 marzo 1931, a New York, dove Aaron Copeland e Roger Sessions portano a termine le loro serie con un concerto che prevede la proiezione dei tre film fino ad allora realizzati da Ralph Steiner: H2O (1929) e Surf and Seaweed (1929-30), oltre al nostro già citato.   È Colin Mc Phee ad aver scritto la partitura per l’accompagnamento dal vivo di H2O e Mechanical Principles. Partiture che sono andate perdute. Sembra che lo stesso McPhee le abbia distrutte. Come proiettare dunque oggi questo film? Senza accompagnamento, oseremmo dire. Il ritmo è già parte integrante del film stesso. Dieci minuti su bielle, pistoni, ingranaggi, rotelle dentellate che si incastrano, leve che si distendono verticalmente oppure orizzontalmente, fino alla loro mostruoso ingrandimento in dettaglio; a volte, gli...

Nel corso del tempo, Piazza Garibaldi

“Scrivici qualcosa di accattivante per l’uscita del film”, questo in sintesi il messaggio di Marco Belpoliti dal Dodecaneso. Era agosto, anch’io ero in vacanza, impegnato a cucinare per gli amici, come spesso mi succede d’estate. Mai capito quelli che in vacanza si annoiano e faticano a riempire la giornata. Io cucino e il tempo non basta mai. E intanto riposo. Così, m’era venuto in mente di raccontare l’avventura di Piazza Garibaldi attraverso le variegate, spesso eccellenti, occasioni d’incontro con la cucina italiana, che hanno accompagnato i nostri viaggi attraverso la penisola sulle orme dei Mille. Ma poi ho pensato che forse i lettori di Doppiozero non sarebbero stati così interessati a leggere di gastronomia il giorno dell’uscita del film alla Mostra di Venezia. Un’altra volta, magari.   Bisognerebbe tornare a ragionare sull’anniversario dell’unità nazionale, di cui più nessuno parla o scrive dopo la sbornia dei mesi primaverili. E ti credo, con quello che sta succedendo e tutte quelle nubi cariche di pioggia all’orizzonte. Ma è anche vero che nel...

Un esempio contrario

La più vasta ed articolata resistenza sette-ottocentesca all’invasore fornisce tuttavia una clamorosa smentita alla rivalutazione operata dalla cultura romantica. Si tratta della disperata lotta per la sopravvivenza condotta per oltre un secolo dalle tribù indiane di fronte alla marea avanzante dei coloni che mangiavano via via tutto il loro spazio vitale. La benevolenza verso le cause nazionali in Europa non vale evidentemente al di fuori dei confini continentali come dimostrerà proprio lo stesso secolo delle colonizzazioni in Africa e in Asia. Troppo lontano, sconosciuto e alieno il mondo dei nativi americani per entrare nell’afflato romantico verso le piccole patrie; di qui un nuovo caso di completo soffocamento del punto di vista degli sconfitti, di una doppia interpretazione tra Europa ed America e di un mutevole giudizio con il progredire storico. I nativi americani infatti sono visti dai colonizzatori come barbari sanguinari, nomadi pronti ad assaltare le carovane di pionieri per derubarli degli averi, uccidere gli uomini e stuprare le donne. Questa è la visione prevalente del tempo in cui si è svolta l’espansione ad...

La poesia si scrive guardando

  Il film di Lee Chang-dong Poetry inizia con la visione di alcuni bambini che giocano sulla riva di un fiume e con la ripresa che successivamente si sposta in un’inquadratura aperta sull’orizzonte. L’acqua del fiume viene colta nel suo procedere lento, quasi immobile, predisponendo il nostro sguardo all’attesa di qualcosa che deve sopraggiungere, a un senso di predestinazione che il lento farsi incontro di quelle acque ci deve rivelare. Il fiume in effetti porterà il cadavere di una giovane di cui non riusciamo a vedere il volto perché il corpo è riverso a pancia in giù, come se, dimentico di se stesso e della sua necessità di respirare, cercasse di guardare nella profondità di quelle acque per carpire il segreto del loro scorrere.     Scopriremo poi che si tratta del cadavere di una ragazza suicida a causa delle violenze sessuali che sistematicamente da mesi subiva da un gruppo di ragazzi della sua stessa scuola. Uno di questi è il nipote della protagonista del film. I due vivono insieme da soli nella stessa casa. Pur venendo a conoscenza di quello che il ragazzo ha fatto la...

Seguimi

Vie, piedi, storpi, corse, vagabondaggi: The tree of life è un film che ha molto a che fare con il camminare. L'ho visto una sola volta: quando me ne sono accorto avevo già perso qualcosa nel flusso impetuoso delle immagini e comunque non avrei potuto né del resto voluto prendere appunti. Ma di lì in poi ci ho fatto caso: molte cose nel film vengono dette in silenzio, mostrando piedi in cammino, o anche piedi nudi di neonato, o un combattivo piede di dinosauro, o la madre che sveglia il figlio posandogli con allegro sadismo il contenitore dei cubetti di ghiaccio sulla pianta del piede, o il figlio che si fa male sotto il piede, o la madre che si lava due volte i piedi con la canna dell'acqua. La vecchia storia di Edipo, piede gonfio? Non solo, non solo.   Due sono le vie: la grazia e la natura. Così ci viene detto. A differenza del precedente di 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (da molti evocato e non del tutto a torto: ma filosoficamente al confronto è Heidegger) il sontuoso spettacolo messo in scena da Terrence Malick ha un piano simbolico tanto schematico da apparire quasi imbarazzante. Infatti sarei in...

Biennale 2011 / I tempi morti del cinema. The Clock di Christian Marclay

La storia della costruzione degli automi è strettamente connessa con quella dei meccanismi a orologeria: questo pensiero mi ha fulminato durante la visione di uno dei tanti frammenti di cui è composto il corpo frankensteiniano di The Clock. Opera-monstre della durata di 24 ore, questo video dell’artista americano Christian Marclay, dopo il successo già riscosso in alcune gallerie di Londra e New York, è giunto alla Biennale di Venezia per accaparrarsi il Leone d’Oro. Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato: per capirci, mi sono seduto su un divano mentre l’orologio alle spalle di Robin Williams in One Hour Photo segnava le 16.07 e me ne sono andato con la testa ancora rivolta allo schermo che proiettava le 17.55, condotto pazientemente dagli addetti dell’Arsenale in chiusura, recalcitrante all’idea di non poter assistere all’evento del riallineamento delle lancette sulle 18.00.   Per quanto vi possa sembrare ridicolo, è proprio questo il fascino irresistibile di The Clock: ti incolla allo schermo senza...

Gianni Celati. Conversazioni del vento volatore

Dalle coste romagnole devastate da una mareggiata si vola all’Africa misteriosa dei romanzi di Conrad e da lì in un campus universitario americano degli anni Settanta, poi al British Museum, fra gli scaffali di una biblioteca, e poi nell’oriente favoloso dei novellatori, fino ad arrivare a gran velocità in un pianeta abitato dagli alieni, e sempre, sullo sfondo, il deserto come vuoto fondativo di ogni possibile immaginare.   La prima impressione che lascia la lettura delle Conversazioni del vento volatore di Gianni Celati, libro da poco uscito per la casa editrice Quodlibet, nella collana Compagnia Extra diretta da Ermanno Cavazzoni e Jean Talon, è proprio il senso degli orizzonti vasti, di uno sguardo che osserva i dettagli per alzarsi subito in volo a cercare un punto più alto da cui guardare le cose. I discorsi su argomenti diversi che troviamo qui raccolti, storie di viaggi, di libri, di passioni cinematografiche, di ricordi autobiografici, di osservazioni sul mondo che cambia, di pensieri sulla scrittura e sul  tempo presente, seguono l’andamento fluido delle conversazioni a quattr’occhi: “Scrivere...

Spleen artico-padano

Tempesta e quiete qui si alternano continuamente, e tu non puoi farci nulla. “Cerco di divertirmi, ma a volte non riesco a sorridere” dice una ragazza di sedici anni di Tasiilaq, nella Groenlandia dell’Est: lo dice a Piergiorgio Casotti, fotografo, videomaker, che lì è andato più volte, collezionando incontri, dialoghi, immagini. Dalle foto è passato a un documentario di poco meno di quindici minuti, Arctic spleen, visto al festival Cinemambiente di Torino, all’International Festival of Ethnographic Film di Londra, al Festival Drets Humans di Barcellona. Si raccolgono fondi per una mostra fotografica e per trasformare questo cortometraggio in un lungometraggio. Una slitta corre sul ghiaccio, tracce di nero nel bianco; il bianco e nero qui non è stile fotografico, è paesaggio di interminabile inverno: neve bianca, cani bianchi, sagome umane in lontananza, casette nere, foche nere abbattute con un annoiato cinico scoppiare di fucile leggero.   Qui c’è la più alta percentuale di suicidi del mondo. Suicidi di giovani. Sepolti vivi nella noia germinata dalla distruzione della civilt...

Yuppies

Giovani, abbronzati, in carriera, devoti al consumo, sono i Young Urban Professionals, i nuovi manager rampanti della giungla urbana. Agenda fitta di appuntamenti, telefono come protesi irrinunciabile, cocktail, aperitivi, party, dieta e palestra. I golden boys anni ottanta “fanno affari”, perché gli affari danno status e lo status aiuta gli affari. È l’apoteosi della vita in vetrina. D’altra parte l’edonismo o è sfacciato o non è: dunque, via le tende, via le pareti, case e uffici rigorosamente open-space. Nascono la Milano da bere, i miti dei soldi facili, della Borsa e della finanza per tutti. Tutti possono aspirare al Successo. Basta una Ranger Rover, e il giusto appeal… La nuova categoria mobilita i sociologi. Nel 1988 Ralf Dahrendorf scrive ne Il conflitto sociale della modernità: “La parola yuppies è usata per indicare giovani professionisti urbani (o in ascesa), e di loro si dice che desiderassero più spazio per l’iniziativa”. E Slavoj Žižek parlerà per gli yuppie di “ascetismo edonistico”, riferendosi alla narcisistica ed esagerata cura di s...

Vedere la scuola. Conversazione con Giampiero Frasca

La scuola sta finendo, con lo strascico dell’esame di maturità o terza media per alcune classi e docenti, per tutti con l’ennesimo psicodramma degli scrutini, delle bocciature, dei debiti formativi, dei recuperi coatti. E poi, dopo, ancora una volta inizierà un periodo di riposo, convalescenza, rimozione e distacco da un mondo amato e odiato sempre più con ambivalenza quanto meno bipolare. Mentre i ragazzi potranno tirare il fiato e piombare in uno stato di standby rispetto alla cultura lettoscritturale tradizionale (per alcuni l’anticamera stagionale della vita adulta) gli insegnanti potranno dedicarsi a letture, studi e passatempi preferiti, alle famiglie, a viaggi più o meno istruttivi, alle segrete passioni di sempre. Molti riusciranno a ricordarsi perché gli piace il loro lavoro e potranno ripartire con l’energia necessaria per fronteggiare il summer-lag cognitivo settembrino che colpisce la maggioranza degli studenti tornati sui banchi. Tra parentesi: i tre mesi di vacanza sono un mito antistatalista che alimenta il livore dei dipendenti del settore privato; al limite è vero che, chi nella scuola ha un...

I neoborbonici a “Piazza Garibaldi”

Ermanno Rea ha l’età di mio padre e per il lettore impaziente aggiungo che mi ritrovo a navigare con una certa sorpresa verso i sessanta. Credo che il suo ultimo La fabbrica dell’obbedienza sia stato piuttosto sottovalutato: ci si è soffermati sulla diagnosi dell’origine controriformistica dell’inciviltà degli italiani, peraltro condivisibile, trascurando il coraggio ammirevole mostrato nel tracciare le coordinate di una possibile via d’uscita, e nel darle un nome. E quando scrivo di coraggio, intendo quello proprio degli eretici, come proverò a spiegare. C’è un innegabile furore nella costruzione argomentativa di Rea ed io a quel furore intendo rendere omaggio. Per quanto sappia che l’intransigenza oggi non paga e che, come in tanti ci ricordano, la complessità dei giorni nostri non sopporta semplificazioni.   Gli eroi del libero pensiero meridionale sono, per Rea, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e l’Università napoletana postunitaria, quella di Francesco De Sanctis e, soprattutto, di Bertrando Spaventa. Alla storia meravigliosa di quel “cantiere napoletano di...

Il Mondo di Letizia

Con la grazia e la generosità di una perfetta padrona di casa d’altri tempi, Letizia ci spalanca la porta e ci fa entrare nel suo mondo privato, mettendoci a parte dei suoi gusti, delle sue preferenze, nella forma molto attuale della playlist. Quale meravigliosa occasione per conoscere meglio il candidato sindaco al comune di Milano!   Partiamo dunque dai film. Il primo della lista è Luci della città: più che il povero vagabondo Charlot che incontra la fioraia cieca, viene da pensare che a Letizia questo film e questo titolo facciano venire in mente la propria città e la sua illuminazione, della quale va evidentemente fiera. Non a caso, secondo una strategia del “buon vicinato” che ricorre di sovente in queste playlist, i due titoli successivi sono Fantasia e Miracolo a Milano. Scorrendo l’elenco si scopre poi una Letizia fortemente volitiva e amante delle avventure: troviamo infatti La donna che visse due volte (ogni riferimento alla sua possibile rielezione non sembra affatto casuale), 007: Licenza di uccidere (il suo avversario è avvertito), I duellanti (dal quale sembra aver appreso l’arte...

Home Video

In principio era il cinema, con il suo schermo grandissimo, le sue poltrone comodissime, il buio in sala, i cremini, le bomboniere e, ovviamente, le altre persone, con i loro colpi di tosse, i loro essere troppo basse (dietro) o troppo alte (davanti), i loro commenti alla fine del primo tempo. Ma soprattutto era l’epoca in cui lo spettacolo, prima o poi, finiva. C’era la prima visione, la seconda (che costava un po’ meno), ma dopo ancora le possibilità di vedere il film del nostro regista o attore preferiti si riducevano vertiginosamente. Rimanevano le rassegne e, tanto tempo dopo (anni), la televisione. Solo i più coraggiosi cercavano di risolvere questo problema grazie all’unico mezzo allora disponibile: il proiettore Super 8. Messi da parte gli striminziti filmini di compleanni e battesimi, gli si davano in pasto vere e proprie pizze di pellicola che, però, gli rimanevano per lo più indigeste. Le possibilità che si arrivasse alla fine del film senza che a) si spezzasse la pellicola; b) si fondesse la lampada; c) la lampada fondesse la pellicola; d) si sentisse l’audio per intero erano pari a quelle che l’...

Un volto, la salvezza

Il film di Chris Marker La Jetée (Francia, 1962) è la storia di un uomo segnato da un’immagine della sua infanzia. Sul molo dell’aeroporto di Orly, alle soglie della terza guerra mondiale, lo sguardo di un bambino si lascia attrarre dal sole fisso nel cielo e dallo scenario di un aeroporto praticamente immobile: come se il tutto fosse impresso in una fotografia. Il dettaglio però che rimarrà per lui indimenticabile è il volto di una donna, il suo primo piano, i capelli mossi dal vento, tuttavia immobili nella perpetuità del loro continuo movimento: come in un’immagine.     Niente di ciò che osserviamo, di quello che con una certa autonomia entra nel nostro sguardo, ci fornisce un segnale in grado di avvertirci che in noi si sta formando un ricordo. Solo più tardi, quando i nostri occhi saranno impegnati in altre visioni, si farà forse riconoscere come una cicatrice della nostra memoria, una scheggia capace d’incidere l’unicità attraverso cui il nostro sguardo vorrebbe posarsi sulla realtà che incontra. In fondo i ricordi non sono altro che questo: la...

Top model

Nel Sistema della Moda, Roland Barthes definisce la “cover-girl” come un paradosso: da un lato il suo corpo è una “istituzione astratta”, dall’altra si tratta invece di un corpo individuale. Conseguentemente la funzione della modella “di carta”, soggetto corporeo della moda sulle riviste specializzate, non è estetica, non è cioè un “bel corpo” a venire rappresentato, ma un corpo “deformato” al fine di realizzare una generalità: l’indumento di moda. Il corpo della modella è dunque “il corpo di nessuno”, prosegue Barthes, una “forma pura” che serve a significare l’abito quale classe generale di significati, tutti relativi al significato principale, che è per Barthes l’essere di moda.   Il referente dell’analisi barthesiana era la moda “descritta” sulle riviste tra gli anni Cinquanta e Sessanta del nostro secolo. Furono, quelli, anni cruciali per la trasformazione della moda in mezzo di comunicazione di massa a tutti gli effetti, che cioè non si limita a servirsi di altri sistemi di...

Celati e il cinema

Quando ha cominciato a trafficare col cinema Gianni Celati? A parte la passione di cinefilo, spettatore indefesso, di cui restano vistose tracce nei suoi libri, nei testi come nelle copertine, è negli anni Settanta, quando Memé Perlini gli scrive perché pensa di trarre un lungometraggio dal suo libro d’esordio, Comiche (1971), vera e propria sarabanda slapstik. Poi dopo aver consegnato Lunario del paradiso, alla fine di quel decennio, libro germinale del romanzo giovanile degli anni Ottanta, lo scrittore emiliano se ne va in America per darsi al cinema, come annuncia ai suoi interlocutori dell’Einaudi. Di quel viaggio a Los Angeles resta una vaga traccia in Storia di un apprendistato, racconto che è compreso in Narratori delle pianure (1985). Poi c’è ancora una sceneggiatura, con l’amico Alberto Sironi, dedicata a Coppi. Quindi un silenzio fino al 1991. L’idea di far passare dietro la macchina da presa Celati è di Angelo Guglielmi. Nel frattempo è uscito il reportage di Verso la foce nel 1988. Il direttore di Rai3 gli chiede di girare un film su quei luoghi: un po’ viaggio e un po’...

Per Enrico Nosei

  26 agosto 2008 Gentile Enrico Nosei   Tutto è cominciato nel 1981 da un lavoro appassionante assieme a Luigi Ghirri e venti altri fotografi, per trovare un modo di descrivere ciò che era allora un nuovo paesaggio italiano, a quei tempi definito “post industriale”.   Lavorando con fotografi come Luigi Ghirri, Gabriele Basilico e altri, mi sono trovato su un terreno senza confini precisi; non tanto una ricerca di cose “oggettive” da fissare, bensì uno studio dei modi di percepire il mondo esterno. Verso la foce è il mio libro (un attraversamento della valle del Po), nato da questa esperienza: non più letteraria, ma consacrata all’incertezza del percepire.   E quando la RAI 3 (su suggerimento di Angelo Guglielmi) mi ha offerto di trasformare Verso la foce in un documentario, ho dovuto partire da zero, per le mie scarse cognizione tecniche etc. Nel film documentario che sono riuscito a mettere assieme (Strada provinciale delle anime, anno 1991) ho imparato molto sia da Ghirri – che era con noi – sia dai miei operatori che a loro volta hanno imparato molto da lui....

Intervista di Matteo Bellizzi a Gianni Celati

MB Proprio con Verso la foce è iniziata l’esplorazione nel paesaggio, ricordi l’origine di quel richiamo verso l’apertura del mondo esterno?   GC Ho sempre avuto questo sentimento di aver sbagliato strada, ma nel corso di questi sbagli quando sono arrivato a questo libro mi è sembrato fosse quello meno sbagliato di tutti. Mi affidavo a qualcosa che era tutto fuori, era un lavoro per credere al mondo e credere anche alla mia mancanza quindi anche in questi deserti che sono le nostre campagne. Non sopportavo più l’idea corrente di finzione «Il romanzo è una finzione personaggi che non esistono nella cosiddetta realtà etc.» ma io non sopporto due cose: prima il fatto che si dia per scontato che c’è una finzione ma che dietro a quello ci sarebbe la realtà e allora la finzione è come una finestra aperta sul mondo. Quest’idea truffaldina di pretendere che esista davvero una realtà. Quando si dice realtà si dice esattamente il contrario di quello che dicevo io con la nozione di mondo. La realtà è così astratta che non sappiamo neanche a...