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Fotografia

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Subhankar Banerjee verso Nord / Il Complesso Artico

Il futuro del Nord   Fine aprile 2017, sala Roosevelt della White House. Trump firma un provvedimento legislativo che, in rottura con la precedente amministrazione, riapre di fatto la possibilità di compiere trivellazioni petrolifere nelle acque dell’Artico e dell’Atlantico. È un regalo all’industria delle energie fossili e alle compagnie petrolifere come Conoco e Shell, i cui interessi sono ben rappresentati nell’attuale governo. Un gesto retorico per produrre “energia americana”. Per l’occasione Lisa Murkowski, senatrice repubblicana dell’Alaska e presidente del comitato del Senato per l’energia e le risorse naturali, esorta Trump a condividere il motto del suo stato: “North to the future”. Che il mito dell’Alaska come ultima frontiera americana o, meglio, come “ultima roccaforte terrestre della grande fauna nordamericana del Pleistocene” (Paul Matthiessen) sia ormai infranto?   L’Alaska è una risorsa naturale: lo è nel senso della sua biodiversità ecologica ma anche nel senso della più grande riserva di petrolio del mondo che resta da sfruttare. A causa di questi interessi economici, l’Artico è già segnato dalla concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera,...

"Artista sarà lei!" / Ferdinando Scianna. Istanti di luoghi

Ho visto questa mostra accompagnata da Ferdinando Scianna. L’ho ascoltato, ancora una volta, raccontare vive voix, con piglio istrionico, storie di memorie private o incontri straordinari (tra i molti, quelli con Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Jorge Luis Borges, Foucault e Barthes, Calvino, Melotti e Cartier-Bresson) e rispondere a ogni domanda con l'aria di chi, in verità, ha già risposto; eppure, con la generosità di un maestro coltissimo e appassionato, per il quale la ripetizione non è un fastidioso dovere, ma un dono da condividere, l'antico perpetuare oralmente conoscenza ed esperienza. Scianna sfugge a ogni definizione, rifiuta qualsiasi etichetta di genere; fotografo, saggista, amico di scrittori e innamorato della letteratura, non si considera un artista (artista sarà lei! – è solito replicare, come fosse una specie di insulto), ma uno che di mestiere ha sempre fatto il reporter. Senza dubbio è un fotografo che scrive: «amo la lingua italiana; ho fatto molte cose e scritto tantissimo» dice, distinguendo quella sottile, ma determinante differenza per cui in italiano si fa un mestiere, mentre in francese si è – in questo caso, fotografi – come a ricordarci che non si è...

Moira Ricci a Fotografia Europea / Diavolo mietitore o extraterrestre?

Tra la realtà e la fiction si insidiano immagini, storie e ricordi, che inducono interpretazioni e credenze, o sospetti e vacillamenti della credulità. Oggi si tende a pensare che il diavolo sia molto abile a usare Photoshop e postproduzione, e che agendo direttamente dentro la vita si insinui nella percezione dei mortali, così che le persone confondano spesso la finzione o l’inganno con la verità. Come dentro a un racconto borgesiano: accadono fatti, avvengono incontri, e si è talmente portati dalla narrazione seducente che alla fine non si è più sicuri di cosa sia più vero e convincente, se l’immedesimazione nel racconto o il quotidiano vissuto giorno per giorno. Il documento fotografico o video testimonia veramente un fatto accaduto? È più vera la realtà o ciò che si è immaginato come vero e poi riprodotto? Forse dipende da quanto una e l’altro influiscono nelle scelte di ogni individuo.    Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, Il diavolo mietitore, 2014, courtesy Laveronica contemporary art gallery. Nel frontespizio di The moving devil, un pamphlet del 1678, il demonio è descritto mentre realizza due ovali concentrici in un campo, adagiando a terra le spighe...

Conversazione con Ilaria Bonacossa / La possibile collaborazione tra pubblico e privato

Fa sempre piacere trovarsi di fronte a persone che, nonostante titoli e incarichi si dimostrano disponibili, entusiaste del proprio lavoro e anche molto umili (nel senso nobile del termine). È il caso di Ilaria Bonacossa, classe 1973, milanese di nascita, con una laurea in Storia dell’Arte conseguita all’Università Statale di Milano e un Master in Curatorial Studies al Bard College di New York. Dopo essere stata assistente curatrice a Manifesta 3 (Ljublijana, 2000) e dopo aver collaborato con il Whitney Museum per la Biennale del 2003 curata da Larry Rinder, dal 2003 al 2008 ha lavorato a Torino, presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dove ha seguito il Programma di Residenza per Giovani Curatori (2008-2009) e dove ha curato mostre innovative tra cui la collettiva Subcontingent: The Indian Subcontinent in Contemporary Art (2006) volta a presentare il panorama contemporaneo del subcontinente indiano come un coagulo di differenti popolazioni, lingue, culture, fedi ed eredità storiche derivanti dall’incontro della volontà di conservare tradizioni eterogenee con la contingenza opposta della pretesa di modernità. Dal 2016 è direttore artistico della Fondazione La Raia,...

Kent Haruf / Holt, il luogo che non c’era

“Quante volte sono entrato e uscito da quella porta. Non è così, Mary? Secondo te quante volte, caro? Sei giorni alla settimana, cinquantadue settimane all’anno per cinquantacinque anni, rispose lui. Quanto fa? Fa una vita intera. È vero. È la vita di un uomo, disse Dad.”   Alla fine de Le nostre anime di notte, quarto libro di Kent Haruf uscito in Italia (e anche l’ultimo romanzo da lui scritto prima della morte nel 2014), c’è una mappa, quella di Holt. Holt è una cittadina del Colorado che i lettori di Haruf hanno imparato ad amare; è lì, infatti, che sono ambientati i suoi quattro romanzi pubblicati da NN editore: Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo (che compongono la Trilogia della pianura) e Le nostre anime di notte, appunto. Holt che però non esiste, è un luogo inventato, potrebbe essere Yuma, o qualsiasi altra piccola città di una sperduta contea nordamericana.     Cosa c’è a Holt? Come è fatta? Non mancheranno una Mainstreet, poi una strada che va verso i campi, e subito dopo i campi, e oltre i campi le montagne, una o due macchine ferme a un incrocio, gente che si saluta, un’altra macchina che va fuori città, un furgone che svolta su una Highway...

Progetto Jazzi / Piero Gilardi: la natura come paradosso

Un nuovo contributo a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).   Si è aperta il 13 aprile al MAXXI la mostra Nature Forever, curata da Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini, e dedicata a Piero Gilardi. Profondamente influenzata dal pensiero critico di Michel Foucault, Gilles Deleuze e Felix Guattari, e tra gli esempi italiani più interessanti di impegno attraverso l’arte in questioni quali, l’ambiente, l’ecologia, il nucleare, la speculazione edilizia, la ricerca di Gilardi è stata tra le prime a interessarsi del rapporto tra uomo e natura, a utilizzare materiali industriali e tecnologici, per proporre una reinvenzione di luoghi, relazioni e paesaggi, convertendo l’evento artistico in un rito collettivo dalla caratterizzazione sociale e politica. Con questa mostra – ricca di opere e documenti – e il suo catalogo (Nature Forever. Piero Gilardi, a cura di Anne Palopoli, Quodlibet) il MAXXI rende omaggio a una delle ricerche più coerenti e impegnate dell’arte italiana, indirizzata a ribadire le energie creative e critiche del...

Un viaggio che non promettiamo breve / Wu Ming 1, partire e tornare insieme

Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 rientra nella categoria degli "oggetti narrativi non identificati” che il collettivo bolognese, diventato un power trio, ci ha fatto conoscere. Al centro del racconto ci sono i Venticinque anni di lotte No Tav (così il sottotitolo): una storia corale e collettiva del presente che si fa analisi più generale del rapporto con l'economia e la politica tra il 1991 e il 2016. È un libro che diventa romanzo in forza dell'interazione dinamica di trame discorsive diverse – diario, inchiesta, reportage, saggio storico, pamphlet – reso fluido dal montaggio che la voce narrante fa di documenti, testi di e-mail, stralci di interviste e conversazioni private. Non senza verticalizzazioni liriche e diramazioni che colorano a tinte vivaci il portato simbolico del movimento contro l’alta velocità in Val Susa.   È una storia apparentemente periferica quella del progetto della “nuova” linea ferroviaria Torino-Lione attraverso le Alpi (per una lunghezza di 235 km), voluta come interesse strategico nazionale per potenziare collegamenti “ad alta velocità o ad alta capacità” (a seconda dei momenti della sua progettazione), sulla base di una presunta...

Notes on a Talk and an Exhibition / Art, Africa, Revolution

From left: Marco Scotini, artistic director of FM Centre for Contemporary Art, Milan; Adama Sanneh, Fondazione lettera27’s program director; Simon Njami, writer, curator, and artistic director of the Dakar Biennale in 2016 and 2018.   Italian Version   What is the purpose of art? This is a question I often ask myself, as a non-artist, a non-curator, and a woman who puts social engagement at the very top of her value list and is both attracted to and intimidated by visual arts. It is a question to which I finally managed to find a convincing answer (although partial and non-definitive), also thanks to Simon Njami, Adama Sanneh and Marco Scotini, who gave a talk on art, Africa and African representations at Frigoriferi Milanesi on April 1, 2017.   Talk with Simon Njami, Adama Sanneh and Marco Scotini held on the occasion of the exhibition The White Hunter. African memories and representations, FM Centre for Contemporary Art, Milan. In the background: William Kentridge, Office Love, 2001, Laura and Luigi Giordano Collection.   Behind the speakers was a tapestry by William Kentridge. From my position I could see an installation by Yinka Shonibare:...

Autobiografia per immagini / Giorgio Agamben, pittore

Come è possibile portare a termine un’opera? Se lo chiedeva Pasolini, alla fine del Decameron, quando, nei panni di Giotto, mirava la sua opera pittorica finita, ma anche, metatestualmente, il suo film, che proprio su quell’immagine terminava. Se lo chiede anche Giorgio Agamben, dopo vent’anni di lavorio del concetto, quando porta a termine i nove volumi di Homo sacer, nel 2014, con L’uso dei corpi (Neri Pozza, Vicenza, 2014). La risposta, tutta agambeniana, sta già nella prefazione: dice Agamben, riferendosi alla sua ricerca, che essa «come ogni opera di poesia e di pensiero, non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9).   Eppure Agamben, dopo la conclusione del progetto-Homo sacer è stato molto prolifico: almeno sei libri pubblicati all’attivo, di cui l’ultimo è una autobiografia per fotografie, dal titolo Autoritratto nello studio, edito in una bella edizione Nottetempo. Immediatamente prima c’erano stati due studi, apparentemente sorprendenti per il loro inusuale oggetto: uno sugli affreschi di Tiepolo padre e figlio dedicati a Pulcinella (Pulcinella, divertimento per li regazzi, Nottetempo, Roma, 2016) e un altro dedicato...

Appunti intorno a una conversazione e a una mostra / Arte, Africa, Rivoluzione

Da sinistra: Marco Scotini, Direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea; Adama Sanneh, Direttore dei programmi di Fondazione lettera27; Simon Njami, Scrittore, Curatore, Direttore artistico della Biennale di Dakar 2016 e 2018.   English Version   A che serve l'arte? È una domanda che mi faccio spesso, dalla mia posizione di non-artista, di non-curatrice, di donna che ha messo l'impegno sociale al primo posto nella scala personale dei valori e che dalle arti visuali è attratta e al tempo stesso intimidita. È una domanda a cui ho trovato una risposta convincente (seppur parziale e non definitiva) anche grazie a Simon Njami, Adama Sanneh e Marco Scotini, che lo scorso primo aprile erano ai Frigoriferi Milanesi per parlare di arte, Africa e rappresentazioni africane.   Talk con Simon Njami, Adama Sanneh e Marco Scotini all’interno della mostra Il Cacciatore Bianco / The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane presso FM Centro per l’Arte Contemporanea, Milano. Sullo sfondo: William Kentridge, Office Love, 2001, Collezione Laura e Luigi Giordano.   Alle loro spalle un arazzo di William Kentridge. Dalla mia postazione posso scorgere un’...

Monica Biancardi e Gabriele Frasca / Ricalcare più vive membra

Sullo schermo appare un sipario rosso; sul suo sfondo si proiettano le silhouettes di due spettatori, di spalle, in attesa che il sipario si apra. Poi si materializza, sul bianco, una seconda immagine – che sovrasta la precedente. All’inizio vediamo disegnarsi solo delle linee verticali: il colore è lo stesso rosso dell’immagine-matrice, ma le linee sono come evidenziate da una pulsazione interna. Poi, a partire da quelle linee di forza, appare il resto dell’immagine-eco: una donna è seduta, i piedi nudi poggiati su dei gradini metallici; il suo corpo è incorniciato, forse imprigionato, dalle linee verticali rosse, pure di metallo, che – capiamo ora – sono le sbarre della ringhiera di sicurezza posta ai lati della scala. La donna ha il volto seminascosto dalla mano destra che lo sorregge, nella posa canonica della melancholia. Ma la riconosciamo: perché anche il vestito che indossa è dello stesso rosso del sipario, e presenta le stesse pieghe. Mentre va in scena, nel giro di pochi secondi, questo piccolo quanto acutissimo dramma della percezione e del riconoscimento, si sente una voce maschile – sullo sfondo del paesaggio sonoro, sottile quanto straniante, di Stefano Perna –...

Andres Serrano, la scrittura, i volti e la morte / Parole ultime

Certo, l’argomento è tragico e delicato, peraltro riportato alle cronache da recenti casi eclatanti, ma al di là degli aspetti personali e sociali, il tema del suicidio è uno di quelli che turbano perché pongono questioni al limite e che riguardano il limite. Non ci chiediamo tanto, dunque, che cosa spinge una persona a suicidarsi, quali motivi o circostanze, bensì in che situazione si trova una persona, cosa pensa, cosa crede di pensare, nei momenti che precedono immediatamente il gesto estremo? Tanta letteratura e cinematografia ha affrontato il tema, ma qui c’è qualcosa di originale e peculiare: cosa dice, cosa crede di dire nei messaggi che lascia, nelle sue “ultime parole”? E per noi: sono esse anche “parole ultime”?   Gabriele Tinti ha raccolto in un piccolo volume, intitolato appunto Last Words (Skira, Milano 2015), alcuni testi di quei biglietti che i suicidi lasciano – a chi? – prima dell’ultimo gesto. Di diversissima lunghezza e tenore, contenuto e tono, a volte sembrano delle poesie, altre delle lunghe tirate assurde o penose. Sì, anche di fronte alla morte si ripresentano tutte le sfumature dell’essere umano. In che senso allora sono “ultime”? Qual è la loro...

IMM' n. 3: Intensità, intermittenza, registrazione / Wolfgang Tillmans: un nuovo registro visivo

“Sei libero di usare gli occhi e di attribuire valore alle cose nel modo che vuoi. Gli occhi sono un grande strumento sovversivo perché tecnicamente non sottostanno a nessun controllo, sono liberi quando li usi liberamente” (Wolfgang Tillmans, conversazione con l’autore, dicembre 2005).   Ci sono fotografie di Wolfgang Tillmans che sembrano inesauribili. Non perché sono complicate nella composizione o così piene di informazioni visive da far emergere sempre nuovi dettagli. Talvolta è così, ma la ricchezza di cui parlo è di tipo differente. Posso tornare in continuazione su alcune sue immagini e ogni volta sperimento la stessa sensazione di qualcosa di fondamentalmente imperscrutabile. Per esempio, non posso smettere di guardare la fotografia Senza titolo (La Gomera), del 1997, che getta un incantesimo su di me non solo perché è strana – in effetti non riesco a capire bene cosa vi accade – ma anche a causa del suo innegabile fascino visivo. Due persone stanno strisciando carponi sulla spiaggia, creando un grande disegno nella sabbia: una linea senza meta, composta da due curve e poi un giro completo, il cui inizio è rimasto fuori dal riquadro dell’immagine. La coppia sulla...

Elio Grazioli | Paolo Gioli / Duchamp. Fontane e altro

Cosa non ha scatenato Fontana di Duchamp da cent’anni a questa parte neanche Saâdane Afif ce lo saprà mai dire in maniera esauriente. Questo artista, Afif, ha vinto nel 2009 il Premio Duchamp del Centre Pompidou con un progetto intitolato The Fountain Archive, che a gennaio il prestigioso museo parigino ha esposto nel suo stato attuale. Si tratta per l’appunto del più completo archivio sul readymade di Duchamp mai messo insieme, ovvero di come compare riprodotto nelle pubblicazioni che Afif ha rintracciato a livello internazionale.      Del resto i siti su di esso si moltiplicano tuttora, e le immagini che vi si rifanno, anche fuori dal mondo dell’arte, ragazze e ragazzi con scritto R. Mutt sul braccio o non so dove, vestiti a forma di Orinatoio… insomma è diventato uno scandalo di successo planetario – anche in Cina: si ricorderà il famoso quadro di Shi Xinning con un attonito Mao Zedong che lo scruta.   Molti gli artisti che vi si sono rifatti, degli italiani ne abbiamo interpellati almeno tre storici, che ci hanno dato tre versioni così diverse, e direi complementari, necessarie in realtà secondo noi a dare almeno un assaggio delle sfaccettature dell’...

Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi (4 marzo – 25 aprile 2017) / Biografia plurale. Virginia Ryan 2000–2016

English Version   Se il mondo non è stato creato per finire in una mostra, possiamo però tentare di partire da una mostra per capire qualcosa di più del mondo: si tratta non solo di guardare all’arte, ma di guardare attraverso l’arte. Questa è stata l’ambizione del progetto curatoriale che a Palazzo Lucarini espone l’opera di Virginia Ryan, artista che dal 2000 al 2015 ha vissuto fra Ghana e Costa d’Avorio. Quindici anni sono un periodo considerevole nella vita di una persona; Virginia non è l’artista globetrotter che fa progetti site-specific mordi e fuggi, ma non è neppure un’artista stanziale, che mette radici in un luogo: come lei stessa dice, la sua è la vita di una “nomade riluttante”.   Australiana di origine irlandese, Virginia ha vissuto in Scozia, si è sposata in Italia e si è trasferita poi – con il marito ambasciatore – in Egitto, Iugoslavia e Brasile, per arrivare infine in Ghana e Costa d’Avorio: il suo è un viaggio che dura una vita, un soggiornare nel viaggio. Esistenza singolare, ma non unica, la vita di Virginia può essere vista come una biografia culturale che incrocia e condensa, con la forza simbolica della sua opera, il carattere diasporico...

Palazzo Lucarini Contemporary, Trevi, Italy (March 4 – April 25) / Plural Biography. Virginia Ryan 2000–2016

Italian Version   If the world was not created to end up in an exhibition, we can turn to an exhibition to understand more about the world: it is not about looking at art, but looking through art. This was the aim of a curatorial project presented at Palazzo Lucarini, focusing on the works by Virginia Ryan, an artist who spent the years from 2000 to 2015 between Ghana and Ivory Coast. Fifteen years are a considerable amount of time in a person’s life. Virginia Ryan is neither a globetrotting artist focusing on short-lived site-specific projects, nor an artist rooted in one single place. She describes herself as a “reluctant nomad.”   An Australian of Irish descent, she spent part of her life in Scotland, got married in Italy and moved with her ambassador husband to Egypt, Yugoslavia and Brazil, and then to Ghana and Ivory Coast. Her life is a never-ending journey, a life spent in travel. Her singular but not single-faceted existence can be regarded as a cultural biography that symbolically evokes and reflects the diasporic nature of our present lives. It is a plural biography, one and multiple at the same time, intersecting the lives of others. Her art derives from an...

Goethe Institut Turin / Testimoni del terrore

  Prosegue la riflessione attorno al tema delle immagini e della violenza al centro del dibattito svoltosi a Torino il 15/16 marzo. Come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Massimiliano Coviello per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Dagli autoscatti ad Abu Ghraib alle video-decapitazioni dell’IS: una “carrellata” delle principali immagini della guerra al terrore che dal 2001 sta affollando i nostri schermi, accompagnata da alcune riflessioni sulle modalità di coinvolgimento dello spettatore nella circolazione di queste immagini all’interno di un sistema di riproduzione sempre più inter e crossmediale.   A febbraio del 2004 Mark Zuckerberg e i suoi compagni universitari di Harvard lanciano Facebook, a oggi il social network più frequentato. L’anno successivo viene fondata YouTube, la più vasta e visitata piattaforma di video sharing. Un biennio...

Il metodo e il reale / “L'immagine e la parola” – Locarno, 10/12 marzo

«Scrivere fiction non significa aggiungere svolazzi di fantasia alla realtà, significa togliere, sottrarre, selezionare parti del reale». Con queste parole di Edoardo Albinati riesce a catturare e riassumere il focus de L'immagine e la parola  di quest'anno (Locarno, 10-12 marzo 2017). Giunto alla sua quinta edizione, lo spin-off primaverile del Festival del film Locarno fin dai suoi esordi si propone di indagare, con ospiti prestigiosi e autorevoli, il rapporto che intercorre tra parola scritta (letteratura, poesia, sceneggiatura) e immagine (cinema, ovviamente, ma anche serialità e fumetto). La manifestazione di quest'anno ha fatto emergere con più decisione del solito l'inevitabile convitato di pietra, vale a dire il reale.    A codirigere l'edizione di quest'anno, i due curatori Carlo Chatrian (da cinque anni direttore del Festival) e Daniela Persico hanno chiamato proprio Albinati, scrittore e sceneggiatore, vincitore nel 2016 del Premio Strega con l'imponente La scuola cattolica; il quale, a sua volta, ha voluto con sé due registi con cui dialogare: Marco Bellocchio (con il quale ha cosceneggiato il recente Fai bei sogni) e Cristian Mungiu, vincitore della...

Partire da sé / Un ritratto di Paola Mattioli

Paola Mattioli appartiene a una generazione che è anche la mia, che si è nutrita dei saperi delle precedenti contestando però radicalmente quanto di autoritario c’era nella nozione stessa di “maestro”. Nel tempo e mentre la storia sconfiggeva molti nostri progetti senza smentirli, donne come Paola, come ha ben mostrato Cristina Casero nel bel libro che le ha dedicato (Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa, Postmediabooks, Milano 2016, € 16), sono diventate punti di riferimento nel loro costante approfondimento di una ricerca i cui presupposti sono sorti negli anni fra il ‘68 e i ‘70.  Paola Mattioli ha una formazione filosofica, sviluppata nell’ambiente che intorno ad Enzo Paci e alla rivista “aut aut” ha introdotto in Italia la fenomenologia e ha applicato il suo metodo anche allo studio del marxismo: con una forzatura potremmo dire che una nozione centrale della fenomenologia sta anche al centro della sua pratica. La parola fenomeno ha un doppio senso per via dell’essenziale correlazione fra l’apparire e ciò che appare, per cui la conoscenza afferra le apparenze, gli atti di coscienza e al tempo stesso l’oggettualità di quelle apparenze in una continua tensione...

African photography; bridges the gap / Africa and the West. So close and yet so far

Italian Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    It is a risk inherent in every story, but especially in that of photography: the misappropriation of another's life, pain and suffering. The assumption of our own point of view and interpretation as an objectifying lens: here then our pain is attributed to someone else, our wonder sewn onto an anonymous face, which becomes public and is used for a particular message. It happens often in so-called developing countries (for which, as we shall see, another more realistic and less damaging title is needed), and in the great theater of humanitarian tragedies (women and children exposed in many non-governmental fundraising campaigns immediately come to mind). It happens particularly in Africa, a continent that is a source of narrative ideas brimming with pathos and not always faithful to reality. It happened in the early years of the 19th century, when photography came into being and was first used in Africa. Photographers of the colonial regime and travelers recounted "their Africa," full of exoticism and asymmetries. However, Africans who used this new technology –the Creole-Ghanaian Lutterodt family, the Sierra...

Fotografia africana: colmare le distanze / Africa e Occidente. Così vicini, così lontani

English Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    È un rischio implicito in ogni narrazione, ma specialmente in quella fotografica: l’appropriazione indebita della vita altrui, del dolore e della sofferenza. L’assunzione del proprio punto di vista e d’interpretazione come diaframma oggettivante: ecco allora la nostra pena attribuita a qualcun altro, la nostra meraviglia cucita addosso a un volto che resta anonimo, ma diventa pubblico e viene messo a servizio di questo o quel messaggio.  Succede spesso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per i quali, come vedremo, ci vorrebbe un’altra denominazione, più realistica e meno pregiudizievole) e nel grande teatro delle tragedie umanitarie (pensiamo a donne e bambini esposti in molte campagne di fund raising delle organizzazioni non governative). Succede in particolare in Africa, continente che abbonda di spunti narrativi pieni di pathos e sottratti alla verifica.  Succedeva già nei primi anni del XIX secolo, quando la fotografia nasce e sbarca in Africa. Fotografi del regime coloniale e viaggiatori raccontavano “la loro Africa”, piena di esotismi e asimmetrie. Gli africani che facevano propria la...

Goethe Institut Torino / L’immagine (sin troppo verosimile) del terrore

Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Gianluca Solla per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Leggendo le raffinate considerazioni di cui Pierandrea Amato costella il suo In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo (Cronopio), quest’estate era di fatto impossibile sottrarsi all’interferenza che sovrappone alle fotografie di Abu Ghraib, vecchie appunto di dieci anni, le immagini delle esecuzioni dello IS o Stato Islamico in Iraq e Siria delle ultime settimane.   Già nel 2004 la decapitazione di Nick Berg in Iraq venne presentata come una rappresaglia per le vittime delle torture americane di Abu Ghraib. Eppure nella tortura americana in Iraq e nelle decapitazioni dell’IS differenti sono le messe in scena e diverse le implicazioni di questi atti di guerra. Le foto delle...

Maestro del guardare e maestro di legami / Vedere Hockney nella Londra di Brexit

Nessuno è più iconico di David Hockney sulla scena artistica britannica di oggi: «Most of all I want to be | In David Hockney’s diaries» ('la cosa che desidero di più è comparire nei diari di David Hockney'), cantava Dan Tracey, la voce del gruppo acid rock Television Personalities, già nel 1982 (David Hockney’s Diaries). Trent’anni dopo, sempre sulla scena indie pop, trascorrere un pomeriggio con David Hockney (Afternoons with David Hockney) era il sogno dei Miniature Tigers, cui Charlie Brand dava la voce per un improbabile appello: «David, go on, you know I'm listenin'. Tell me what's in your heart | David, sometimes you try my patience » ('su, David, lo sai che sono tutt’orecchie: dimmi cos’hai nel cuore, David, a volte metti a dura prova la mia pazienza'). Essere un’icona pop non sembra che lo metta a disagio, se Hockney riesce a tornare in mostra a intervalli regolari nei luoghi più prestigiosi della scena artistica londinese: David Hockney: A Bigger Picture lo consacrava alla Royal Academy all’inizio del 2012, sette mesi dopo apriva alla Tate Modern A Bigger Splash: Painting After Performance, con titolo preso dalla sua tela forse più famosa, e ora la Tate Britain gli...

Goethe Institut Torino / Etica per l’immagine

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero propone qui una riflessione di Elio Grazioli intorno al tema per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Siccome sono una persona moderata, dalla vita quotidiana fortunatamente esente in fin dei conti da problemi etici drammatici e da quella professionale incentrata sull’immagine artistica più che su quella massmediale, non me la sento di affrontare questioni che non conosco dall’interno né problematiche teoriche che rischiano l’idealità. Mi sento disarmato e impotente di fronte ai comportamenti umani che francamente mi risultano incomprensibili. E proprio perché sono una persona moderata, vorrei mettere qui in scena due situazioni invece estreme di cui ho già avuto occasione di parlare in altre occasioni. La prima riguarda una domanda che mi sono posto...