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Fotografia

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Roma: Accademia reale di Spagna / Auditorium Parco della Musica / Muntadas. Un catalano a Roma

L’incontro tra sfera pubblica e privata all’interno di una cornice sociale letta e interpretata attraverso i media contemporanei è da sempre uno degli argomenti centrali della poetica visiva di Antoni Muntadas. Quello tra i due poli è un confine da lungo tempo frammentato e pieno di smagliature. Le incursioni del pubblico nel privato e l’esibizione del privato nel pubblico sono il perno della versione social dell’esistenza. L’artista spagnolo è stato di recente a Roma come ospite del Media Art Festival per il quale, oltre ad aver tenuto una lecture al MAXXI, ha realizzato una mostra presso l’Accademia reale di Spagna, visitabile fino al 15 maggio, e ha realizzato un intervento nel Sound Corner dell’Auditorium Parco della Musica, a cura di Anna Cestelli Guidi in corso fino al 30 aprile.     Protocolli e derive veneziani è il titolo dell’intervento per la Accademia Reale di Spagna, composto da una serie fotografica e da un video. La prima ritrae elementi caratteristici della città veneziana, dettagli che sono parte del paesaggio comune ma che salgono all’evidenza solo negli occhi di coloro non hanno confidenza con la stratificazione delle epoche e dei relativi residui...

A Reggio Emilia fino al 3 settembre 2016 / Zavattini. Cuore padano

La Bassa è un territorio poco definito. Come la nebbia che spesso d’inverno la pervade, non presenta dei confini chiari. E non ha una organizzazione interna riconoscibile, con una precisa gerarchia di luoghi. È una vasta distesa di terre di pianura interrotte ogni tanto da qualche paese. Forse non è nemmeno identificabile esattamente con un territorio geografico preciso. È genericamente una vasta zona dell’Emilia-Romagna che si trova vicina al Po. Ma proprio per questo forse Cesare Zavattini l’amava. Certo, era intensamente legato a essa perché era la sua terra natale. Ma amava la Bassa probabilmente anche perché essa, con la sua indistinzione, gli consentiva di plasmarla a suo piacimento. Di dare cioè libero sfogo alla sua fantasia trasformandola in un luogo completamente immaginario. Non è un caso probabilmente che la Bassa abbia stimolato, oltre a Zavattini, anche molti altri scrittori a liberare le proprie fantasie. Sono nati così i racconti dei Narratori delle pianure presentati diversi anni fa da Gianni Celati. Oppure le surreali invenzioni di Ermanno Cavazzoni per Il poema dei lunatici. Così piaciute a Federico Fellini che ha voluto ricavarne il suo...

La falena di Cuba / Urania

Quella fu una giornata indimenticabile che cominciò di primo mattino con un lungo giro a cavallo di un vecchio stallone che si chiamava “Machado” per via di una grande e irregolare macchia bianca sul muso bruno. Avevo percorso un tragitto di qualche chilometro nel verde lussureggiante della valle dei mogotes tra campi coltivati a mais e tabacco che si alternavano a terreni incolti dove volavano decine di Phoebis sennae gialle e bianche e dove gli avvoltoi ti giravano sulla testa con quel volo circolare e l’obbiettivo dichiarato di avvistare qualche carcassa maleodorante su cui avventarsi. Il sole caldissimo era ormai diritto sull’apice del mio cranio e mi stava aggredendo un certo appetito.          A cavallo raggiunsi il mercato rurale dei contadini della piana di Viñales ove ero solito passare per la frutta e qualche patata a buon prezzo. Qui, nella parte più occidentale della lunga isola di Cuba, la vita scorreva inalterata da secoli nel silenzio della campagna che profumava di umido e di sterco di vacca, specie al mattino, quando il sole sorgeva tra i primi mogotes all’orizzonte.          Al mercato, quel giorno,...

Intorno all'opera del grande fotografo sudafricano / Santu Mofokeng: a silent solitude

English Version   “Il dono è la testimonianza di un atto, un gesto simbolico allo stesso tempo libero e obbligatorio”, scrive Katia Anguelova, curatrice di AtWork Dakar 2012. E ancora: “concepire l’opera d’arte come relazione in un contesto di dare e ricevere permette di interrogarsi sulla possibilità di apprendere questa come dono o rappresentazione di un dono”. Si tratta dell’idea centrale che anima AtWork, il format ideato da lettera27 e Simon Njami, di cui l’elemento chiave è il workshop, all’interno del quale è prevista la realizzazione da parte di ogni studente di un taccuino personalizzato, che ognuno di essi può scegliere di donare a lettera27, entrando a far parte della AtWork Community. Quest’anno il workshop, che si è tenuto in Italia in collaborazione con Fondazione Fotografia Modena, è stato interamente dedicato all’immagine fotografica e fra gli studenti era presente come ospite anche un aspirante fotografo ivoriano Mohamed Keita. La mostra dei taccuini prodotti, co-curata dagli stessi studenti, è stata da poco inaugurata nell’atelier di via Giardini di Fondazione Fotografia Modena. Il tema scelto dal curatore riguardava il concetto di “eterocronia”, ovvero...

Santu Mofokeng: A Silent Solitude

Italian Version   “A gift is the evidence of an act, a symbolic gesture that is at once free and obligatory,” writes Katia Anguelova, curator of AtWork Dakar 2012. “Considered in terms of a give-and-take relationship, the work of art can therefore be regarded as a gift or a representation of a gift.” This is the central idea of AtWork, the educational format created by lettera27 and Simon Njami. Its key element is a workshop during which participants produce a personalized notebook, which they can choose to donate to lettera27, thus becoming part of AtWork Community. The workshop that has recently taken place in Italy, in partnership with Fondazione Fotografia Modena, was entirely dedicated to the photographic image and was attended, among others, by the young Ivorian aspiring photographer Mohamed Keita. The notebooks produced during the workshop were displayed in an exhibition co-curated by the students at the Fondazione Fotografia Modena’s atelier in Via Giardini. Drawing on Foucault’s idea of heterotopy, Simon Njami chose “heterochrony” as the main theme of the workshop, describing it as “a break with real-time that introduces multiple time-spaces from which it is...

India divisa / Nominare e orientarsi: Shilpa Gupta

Al lettore di mappe l’India si dà chiaramente. Scorri il dito su un mappamondo (esistono ancora?), su un atlante (qualcuno li consulta ancora?), o sul tuo telefono intelligente e la vedi subito: una forma triangolare quasi perfetta che emerge dall’oceano e si stacca dalla terraferma. Un po’ come l’Italia, il subcontinente indiano sembra definito chiaramente dai suoi confini naturali. I problemi semmai vengono quando si guarda la sua mappa politica. Se provate a scontornare i suoi confini dal contesto, se guardate alla sola silhouette che ne ricaverete, quella forma che sembrava chiaramente definita mostra qualche linea più tortuosa, come se la geometria che ci appariva inizialmente euclidea si sia frammentata, originando profili più complessi. Queste linee rizomatiche che si sviluppano nelle propaggini del grande triangolo/rombo indiano, che tagliano in due la regione del Bengala e girano intorno alla valle del Gange per far posto al Bangladesh, allungandosi poi verso la Birmania e la Cina in territori etnicamente ben poco indiani; questi margini (tratteggiati) che s’inerpicano a nord nelle terre ancora contese del Kashmir a maggioranza mussulmana: queste sono le linee di...

Un artista racconta Ground zero / Vari abissi

Quando nel 2006 la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino mi disse che il tema del progetto personale per il quale sarei stato invitato a partecipare a una mostra per l’anno successivo, sarebbe stato l’ambiente, e il nome della mostra Ambient Tour, non la presi benissimo. Con l’ambiente inteso come questione verde non c’entravo nulla e l’ecologia mi ha sempre annoiato; se sono stato uno dei primi a raccogliere la carta per la raccolta differenziata, è perché la separazione dei materiali in diverse categorie, il loro impacchettamento e la conseguente pratica per lo smaltimento mi hanno sempre dato un senso di efficienza, organizzazione e un piacere che ha a che fare con un’idea di archivio che ho sempre indagato: si mette a posto sia perché c’è sempre disordine, sia perché si cerca sempre un nuovo ordine delle cose (e l’artista in fondo non fa questo?). Ho sempre pensato alla Natura come una gran brutta cosa e sono sempre stato consapevole che la cultura da cui provengo, l’amato Occidente, abbia certo perpetrato un grande scempio e dei crimini orribili, anche se difficilmente sarebbe stato possibile fare diversamente. Da post-ebraico-cristiano sono comunque soddisfatto di...

20 febbraio - 5 giugno 2016 Ritts a Milano / Herb Ritts. L’equilibrista sul filo del tempo

L’impressione con cui esordisce la visita a questa mostra è che sia sorprendentemente facile capire o, per la verità, percepire la ragione per cui così tanti artisti, nel mondo del cinema, della moda o della musica, abbiano desiderato essere ritratti dall’occhio fotografico di Herb Ritts. I canoni classici sembrano farsi strada nel contemporaneo per coniugarsi con esso, per una copula che dà vita a una visione, anzi, a una veggenza. È facile, allora, innamorarsi di queste fotografie, e innamorarsi dell’idea di esserne il soggetto: esse sono delle spettacolari soste del tempo che, miracolosamente, aprono finestre sul domani, su un futuro dove però non c’è divenire, dove il declino e la catastrofe del corpo sono neutralizzati. Quel futuro è precisamente ciò che fa di Herb Ritts un artista che più di altri ha visto la propria fama superata di gran lunga da quella delle sue fotografie: esse costituiscono stabilmente, da quando sono apparse, l’immaginario del mondo dello spettacolo occidentale degli anni ’80 e ’90, e non possiamo sottovalutare, credendola banale, la riconoscibilità del ritratto di Dizzy Gillespie, o di William S. Burroughs, oppure della coppia di John Travolta o,...

Grande retrospettiva al LAC di Lugano / Rodčenko. Sperimentazione e realismo

“Ogni percorso artistico è una somma di impressioni: infanzia, adolescenza, ambienti vicini e illusioni di gioventù. […] Io sono nato sul palcoscenico di un teatro, il Club russo di Pietroburgo, sulla prospettiva Nevskij, dove mio padre, dopo molte avversità, lavorava come trovarobe. La vita del teatro, cioè il palcoscenico e le quinte, erano la vita vera, e non avevo idea di quel che c’era fuori. L’appartamento era di proprietà del teatro e si trovava al quarto piano, con un accesso dalla scena: a rigor di termini, era una semplice soffitta. Se scendevi giù per le scale strette ti trovavi direttamente sul palcoscenico. Lì ho visto il mio primo paesaggio, e i primi fiori che erano fatti da mio padre.”      Questa frase di Aleksandr Michajlovič Rodčenko (1891-1959), ora in mostra al LAC di Lugano, sembra avere poco a che fare con un autore dal forte impegno politico e sociale. A un’analisi più attenta invece emergono le analogie con tutto ciò che anima nel profondo la sua produzione, frutto di una fortissima tensione intellettuale: la volontà di rendere possibile – e quindi reale – l’utopia. L’atto di creazione, per dirla con Deleuze, dà vita a ciò che manca e pone...

A Venezia la mostra dedicata al grande fotografo / I nudi iperrealisti di Helmut Newton

È una delle più famose fotografie di Helmut Newton. Non a caso l’invito della mostra, che si apre oggi a Venezia (Helmut Newton. Fotografie. White Women Sleepless Nights Big Nudes, Tre Oci), lo presenta come un emblema del suo lavoro. S’intitola: Autoritratto con la moglie June e le modelle. Lo scatto è del 1980. Si vede la modella di schiena, le sue natiche in primo piano, il braccio e la mano appoggiata ai fianchi, mentre l’intero corpo nudo si riflette nello specchio al centro della foto: un’immagine dentro l’immagine, il davanti e il dietro; ma anche il cambio di dimensione: la donna in primo piano è più reale di quella riflessa nello specchio; la seconda donna è più “immagine” della prima. Fotografata di schiena è nuda, mentre di fronte è un nudo. In fondo allo specchio, dietro alla modella, c’è poi lui, il fotografo. Indossa un’impermeabile e sta guardando dentro l’obiettivo della macchina fotografica. Sul lato, sempre dentro lo specchio, s’intravedono due gambe nude che indossano scarpe dai tacchi altissimi; sul lato opposto, fuori dallo specchio, ma sempre dentro il riquadro della fotografia, c’è un’altra donna. È June, la moglie di Newton, è vestita e seduta su una sedia...

L'immagine viva della fotografia digitale / Dal dagherrotipo ai selfie

Secondo Vilém Flusser, l’arrivo dell’immagine fotografica ha rappresentato per la cultura occidentale un’innovazione radicale. Un’innovazione che può addirittura essere paragonata a quella che è stata introdotta in precedenza dalla scrittura umana. Il linguaggio verbale ha imposto infatti agli individui di riflettere su tutto quello che dicevano e li ha aiutati di conseguenza a prendere coscienza di sé. Pertanto, è grazie principalmente a tale linguaggio che le civiltà umane hanno potuto maturare e sviluppare una propria autocoscienza. La fotografia dunque ha determinato uno choc culturale che può essere avvicinato a quello che era stato creato in precedenza dalla comparsa del linguaggio scritto. Si è presentata nel 1839 nella forma di un procedimento fotografico ancora rudimentale come il dagherrotipo, ma già quattro anni prima William Henry Fox Talbot aveva creato il primo negativo, grazie al quale è stato possibile stampare in seguito l’immagine su carta. La fotografia ha assunto così la capacità di riprodursi nella quantità desiderata a partire da un’unica matrice di base. È diventata cioè un oggetto che, esattamente come i beni industriali, poteva essere prodotto in...

Contemporary photography in Benin

Italian Version. The first edition of the Mois de la Photographie, recently held at the Institut Français of Cotonou, has showcased the work of four Beninese and French photographers – Laeïla Adjovi, Léonce Agbodjelou, Jean-Jacques Moles, and Catherine Laurent – all focusing on contemporary Benin. The exhibition shed light on a little-known scenario, less established and thriving than that of other countries, such as neighboring Nigeria, but increasingly aware of its striking potential (as clearly emerges from the pictures showcased and other projects). Art and culture in Benin are significantly supported by the Institut Français, the French government agency for the promotion of French culture overseas , and Fondation Zinsou, a local foundation operating in the visual arts field and committed to broadening access to reading through a network of mini-libraries spread across the country. Placed next to each other, the works of these four photographers – exhibited in Cotonou from January to March, 2016 – sketch out the image of a country caught between past and future, between the certainties of traditional community life and the challenges of individual freedom, between...

Un paese in bilico tra passato e futuro / Fotografia contemporanea in Bénin

English Version. Si è da poco conclusa la prima edizione del Mois de la Photographie a Cotonou, dove negli spazi dell'Institut Français è stato presentato il lavoro di quattro autori beninesi e francesi accomunati dalla tematica del Bénin contemporaneo: Laeïla Adjovi, Léonce Agbodjelou, Jean-Jacques Moles, Catherine Laurent. L'esposizione ha riguardato una scena ancora poco conosciuta, a paragone con quelle più note e consolidate di paesi come la vicina Nigeria, e soltanto ultimamente sulla via di una presa di coscienza delle proprie (notevoli, a giudicare dalle immagini in mostra e da altri progetti) ricchezze e potenzialità. Sul piano generale delle arti e della cultura, a questo processo contribuiscono in maniera importante l'Institut Français, storica rappresentanza della cultura d'Oltralpe all'estero , e la locale Fondation Zinsou, la quale, oltre che nel campo delle arti visive, opera nella promozione della lettura attraverso un sistema di biblioteche anche ambulanti disseminate in tutto il paese. Accostati e incrociati, gli sguardi dei quattro fotografi – in mostra a Cotonou tra gennaio e marzo di quest'anno – restituiscono l’immagine di un paese in bilico tra...

Galleria Lia Rumma, Milano / Marzia Migliora, Forza Lavoro

Da anni, ormai, la Galleria Lia Rumma, segue con attenzione il lavoro di Marzia Migliora, artista piemontese la cui ricerca indaga – attraverso una pluralità di linguaggi, dall'installazione alla fotografia, dal video alla performance – i temi fondamentali della natura umana, quali desiderio, intimità, memoria, perdita e ossessione, nel tentativo inesausto di portare alla luce la natura delle relazioni tra l'individuo, gli spazi entro cui si muove, l'attualità e la storia.  Anche in questo caso, la personale dedicata a Forza Lavoro – un progetto interamente pensato intorno a nuove produzioni (2015-2016) – si snoda lungo i tre piani luminosi dell'edificio di via Stilicone a Milano (una vecchia fabbrica riqualificata), prendendo le mosse da un evento traumatico per la città di Torino, l'incendio doloso al Palazzo del Lavoro, progettato da Pier Luigi Nervi in collaborazione con Gio Ponti, come padiglione espositivo in occasione del centenario dell'Unità d'Italia, e pensato funzionalmente per accogliere l'esposizione internazionale del lavoro, celebrativa del progresso e del rapidissimo sviluppo industriale. In disuso dagli anni Settanta, ancora oggi in stato d'...

La notte indiana è più grande della nostra

Io e Shila siamo sulla terrazza della casa dei genitori di Karan. Abbiamo vestiti leggeri, nonostante la notte fredda. Quando cala il sole il deserto non lascia scampo, l’escursione termica è la più forte che abbia mai sofferto. Sotto di noi si allarga la periferia di Jodhpur. L’orizzonte è frastagliato dalle foglie di quelle che immagino essere palme ma che probabilmente non lo sono. Dietro le fronde si alza un bagliore violetto. Alcuni cani abbaiano in lontananza. “Una volta era tutto deserto, non c’era niente” dice Karan alle nostre spalle. È risalito portando bottigliette d’acqua e whisky. “Avevano provato a fare un campo da golf, per i nuovi ricchi” ride. “Giocavano a golf nella polvere.”   Sono a Jodhpur da un paio di giorni. Da quando sono arrivata in India è difficile suddividere ordinatamente lo scorrere del tempo. Ogni giorno sembra una settimana, ogni giorno è un segno, non ha più un nome, ha appena un numero a identificarlo. Il sole sorge e cala, in quell’intervallo io parlo, penso, mi muovo. Ogni giorno di nuovo, ma non da capo. Ogni giorno parlo...

Carla Cerati: lo sguardo di Antigone

“Per anni ho sentito parole agitarsi dentro di me: ubbidienza, sacrificio, gratitudine, lavoro, onestà, castità, maldicenza, verginità, educazione”, “ora questa montagna di parole si è condensata ed è esplosa: non sarò mai più la stessa, ma voglio essere me stessa”. È il 1975 e queste sono le parole con cui la fotografa e scrittrice Carla Cerati conclude il suo romanzo Un matrimonio perfetto, appartenente alla trilogia pubblicata con il titolo di Una donna del nostro tempo, ispirata alla sua vita, a cui ne seguiranno molti altri.   La protagonista, archetipo della casalinga disperata, versione anni Sessanta, non ha scampo: è imprigionata in un ruolo di moglie e di madre, senza alcuna via di fuga, nemmeno nelle illusorie scappatelle extraconiugali a cui tenta disperatamente di aggrapparsi. Non esiste alcun universo alternativo, mitico, favoloso, sognante o liberatorio. “Io fedele Penelope stavo a casa”, “e Fabrizio altrove”, dice la protagonista del romanzo. Nessuno spiraglio, nemmeno sulla carta. Ma sin qui domina pur sempre la finzione letteraria. Il passo...

Pensare e scrivere da fotografo / Ferdinando Scianna. Obiettivo ambiguo

“La fotografia è stata e continua a essere per me una passione, la conquista di un linguaggio, l’occasione di incontri, lo strumento di un’avventura umana”: così nell’Introduzione alla prima edizione nel 2001, che rimane nell’attuale riedizione aumentata di Obiettivo ambiguo di Ferdinando Scianna. Chi lo conosce, anche poco, sa che questo è stato e continua a essere vero. Chi lo guarda con un po’ di distanza storica o critica, sa che questo è anche il suo limite, quello “umanistico” di dar per certi che questi – passione, conquista, incontri, avventura – siano dei valori incontestabili e incontestati. Di lui, lo dico subito, ciò che ammiro di più è la generosità non pelosa né affettata, anzi secca, quasi brusca, come quella dei timidi – non sembrerebbe che lo sia, così loquace e incontenibile quale si manifesta –, generosità invece di chi sa, parla e scrive veramente per partecipare e confrontarsi e sa veramente “nutrire ammirazione e amicizia” non solo per i grandi ma anche per i “piccoli”, di cui sa cogliere l’allineamento – come diceva quello che Scianna ripete spesso essere il suo maestro per eccellenza, Cartier-Bresson – di macchina, occhio e cuore. Il libro è...

Ai Weiwei, artista del digiuno

Ai Weiewei umano   Da più di un mese l’artista cinese Ai Weiwei vive a Lesbo. Nel cuore del mar Egeo documenta il passaggio dei migranti dalla Siria verso l’Europa, i primi soccorsi dei volontari, la loro vita quotidiana. Sull’isola può contare sulla compagnia di un gruppo di studenti cinesi e tedeschi dell’Universität der Kunste di Berlino dove insegna, su 1000 Little Sun, la lampada al led disegnata da Olafur Eliasson (vicino di atelier a Berlino), su una rete wifi battezzata “Better Times”. Il contrasto tra la bellezza del paesaggio e la disperazione dei profughi lo ha indotto a trasferirsi in quella che considera “una zona di guerra” (“Artsy”, 8 febbraio).   Con l’idea di costruire un memoriale a Lesbo e a Berlino, nel frattempo pubblica una cinquantina di foto al giorno sul suo seguitissimo conto Instagram. Un reportage giornalistico all’epoca dei social media, il cui intento documentario è puntellato dalla presenza discreta ma inoppugnabile dell’artista.     A fine gennaio due inviati della rivista “India Today” (il fotografo Rohit...

Tom Ang – Photography

Rosalind Krauss, Graham Clarke, Claudio Marra, Beaumont Newhall, Ando Gilardi e, naturalmente, Walter Benjamin; l’elenco di grandi autori che hanno intrapreso un percorso narrativo e critico della storia della fotografia potrebbe proseguire ancora a lungo, e in molteplici direzioni. Basterebbe considerare la ricchezza di questo retaggio per ritenere quella di Tom Ang, con Photography: The Definitive Visual History, un’operazione che danza sul crinale tra il coraggio e la temerarietà. Edito per l’Italia da Gribaudo, a novembre 2015, con il sottotitolo Il libro completo sulla storia della fotografia, il libro persegue il suo ambizioso intento con un approccio che vien da definire di originalità consapevole.   La struttura del volume, d’acchito, suggerisce con decisione una lettura cronologica del fenomeno fotografico, ma un’occhiata più attenta all’indice e, soprattutto, indulgere alla piacevole tentazione di sfogliarne le pagine, senza meta e senza un perché ulteriore, ci fanno subito rendere conto che una lettura sequenziale non è necessariamente l’unica né la migliore possibile....

I clichés di Balthus

La nuvola Balthus   L’opera di Balthus – il pittore più crudelmente anacronistico del XX secolo – vive di una prodigiosa imbalsamazione. Le adolescenti dei suoi dipinti sembrano provenire da un mondo senza vita, la loro natura esangue non stemperata dalle pose maliziose. Le superfici sono trattate come fossero un affresco, con quell’impasto di olio, calce e caseina steso prima di applicare il colore. Ancora, il conte Balthasar Klossowski de Rola ha avvolto la sua pittura e la sua figura in un alone di mistero creato ad arte, opposto ma complementare all’aura di Andy Warhol: la reclusione del primo e la forsennata esposizione del secondo, il silenzio spocchioso e la fenomenale logorrea, il kimono o la rustica lana e la parrucca o il giubbotto di pelle, il Castello e la Factory e così via. Balthus e Warhol: due artisti abilissimi nel mantenere viva l’equivocità riguardo al senso della loro opera, due maschere dell’arte del XX secolo, due irresistibili “impostori”.       Un’ultima patina è stesa infine dalla letteratura critica: Artaud e Rilke, Pierre Klossowski e...

Guardie e ubriachi

La vicenda della foto di Capodanno a Manchester ha avuto una sua grande eco anche qui in Italia. Nel giro di neppure una settimana, la storia è stata ripetuta già più volte: la notte di Capodanno, Joel Goodman, un fotografo freelance, gira per il centro di Manchester per vedere che cosa succede attorno alla mezzanotte, “capturing the excitement and the mayhem of New Year's Eve” (dice il Manchester Evening News). Scatta questa foto all’incrocio tra Dantzic Street e Well Street. Insieme ad altre viene postata sul sito online del giornale; la nota un producer della BBC, Roland Hughes, che su Twitter sostiene che assomigli a un bel quadro (“like a beautiful painting”). I social networks rilanciano a migliaia e la foto diventa celebre, ma per più di quindici minuti. Il Manchester Evening News online lo definisce subito “Manchester masterpiece”, ne traccia l’antefatto, intervista il fotografo, ne propone una sorta di analisi estetica.   La foto non è per niente pittorialista, ma sui social diventa insistente il richiamo alla storia dell’arte: uno chiama in causa un quadro di Hogarth,...

Vivian Maier: l’arte di scomparire

È nel silenzio che si riesce bene a vedere il mondo? Cosa significa per un fotografo non sentire la necessità di sviluppare le proprie immagini? Lasciarle avvolte da un vuoto di forma, nella quiete, nella pace, nel buio. “Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo”, afferma Vivian Maier. E così ha fatto. Eppure non ha sviluppato che pochi scatti e ha vissuto senza fare rumore, al riparo da qualsiasi ansia di apparire. La storia è nota. Vivian nasce a New York nel 1926 da madre francese e padre austriaco. Il suo primo contatto con la fotografia avviene in tenera età: nel 1930 la madre divide l’appartamento con la ritrattista Jeanne Bertrand e molto probabilmente da qui ha inizio la sua avventura di fotografa. Trascorre poi l’infanzia in Francia e nel 1951 torna negli Stati Uniti dove lavora tutta la vita come baby sitter. Non c’è molto altro. “Disse che fin da giovane aveva scelto di diventare bambinaia perché le sembrava che le potesse garantire una certa libertà e perché qualcuno le dava un tetto sopra la testa”, ricorda Chuck Swisher,...

Gabriele Basilico

Due anni dalla morte di Gabriele mi sembrano ancora troppo pochi per potere parlare del fotografo in una prospettiva storica. Ci manca ancora troppo l’uomo, prevale il sentimento dell’assenza. O per meglio dire ci manca la sua presenza. Inoltre, io non sono un critico: faccio il fotografo. Un fotografo che parla delle immagini di un altro fotografo inevitabilmente verifica le proprie ed è a partire dalla propria pratica che si confronta con quelle dell’altro. Se poi l’altro fotografo è, è stato, anche un amico, con le fotografie dell’amico si confronta e si specchia, si scontra anche, cerca di comprendere se stesso e l’altro in ciò che li unisce e in ciò che li separa. Se ne difende mentre se ne lascia influenzare. Ma quando l’amico non c’è più la faccenda si fa più difficile e complicata.    In apparenza è difficile pensare a due fotografi più diversi di me e Gabriele. Tuttavia molte volte abbiamo riconosciuto nella diversità dei temi trattati, degli approcci stilistici, una profonda comunanza etica e culturale nella maniera di concepire...

Geoffrey Batchen. Un desiderio Ardente

«Fotografia è il nome di un problema piuttosto che di una cosa. Scrivere una storia delle origini degna di questo problema – una storia per la fotografia piuttosto che una storia delle fotografie: questa è la sfida che abbiamo di fronte.» Con queste parole Geoffrey Batchen conclude la prefazione all'edizione italiana del suo celebre saggio del 1997 Un desiderio ardente. Alle origini della fotografia, pubblicato nel nostro paese solo alla fine del 2014 grazie alla casa editrice Johan & Levi, con una traduzione ad opera di Marta e Elio Grazioli.   William F. Talbot, Linen   La sfida è quella di ripensare la questione delle origini – e quindi l'identità della fotografia – non chiedendosi semplicemente chi sia l'inventore del medium, ma come e in quale contesto nasca il desiderio di fotografare, che si manifesta in diversi autori già molto prima della sua ideazione. Il testo si conclude con un Epitaffio che indaga lo status della fotografia con l'avvento del digitale e la sua natura artificiosa. In una crisi sia epistemologica sia tecnologica, in cui il fotografo, completamente...