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Fotografia

(488 risultati)

African photography; bridges the gap / Africa and the West. So close and yet so far

Italian Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    It is a risk inherent in every story, but especially in that of photography: the misappropriation of another's life, pain and suffering. The assumption of our own point of view and interpretation as an objectifying lens: here then our pain is attributed to someone else, our wonder sewn onto an anonymous face, which becomes public and is used for a particular message. It happens often in so-called developing countries (for which, as we shall see, another more realistic and less damaging title is needed), and in the great theater of humanitarian tragedies (women and children exposed in many non-governmental fundraising campaigns immediately come to mind). It happens particularly in Africa, a continent that is a source of narrative ideas brimming with pathos and not always faithful to reality. It happened in the early years of the 19th century, when photography came into being and was first used in Africa. Photographers of the colonial regime and travelers recounted "their Africa," full of exoticism and asymmetries. However, Africans who used this new technology –the Creole-Ghanaian Lutterodt family, the Sierra...

Fotografia africana: colmare le distanze / Africa e Occidente. Così vicini, così lontani

English Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    È un rischio implicito in ogni narrazione, ma specialmente in quella fotografica: l’appropriazione indebita della vita altrui, del dolore e della sofferenza. L’assunzione del proprio punto di vista e d’interpretazione come diaframma oggettivante: ecco allora la nostra pena attribuita a qualcun altro, la nostra meraviglia cucita addosso a un volto che resta anonimo, ma diventa pubblico e viene messo a servizio di questo o quel messaggio.  Succede spesso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per i quali, come vedremo, ci vorrebbe un’altra denominazione, più realistica e meno pregiudizievole) e nel grande teatro delle tragedie umanitarie (pensiamo a donne e bambini esposti in molte campagne di fund raising delle organizzazioni non governative). Succede in particolare in Africa, continente che abbonda di spunti narrativi pieni di pathos e sottratti alla verifica.  Succedeva già nei primi anni del XIX secolo, quando la fotografia nasce e sbarca in Africa. Fotografi del regime coloniale e viaggiatori raccontavano “la loro Africa”, piena di esotismi e asimmetrie. Gli africani che facevano propria la...

Goethe Institut Torino / L’immagine (sin troppo verosimile) del terrore

Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Gianluca Solla per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Leggendo le raffinate considerazioni di cui Pierandrea Amato costella il suo In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo (Cronopio), quest’estate era di fatto impossibile sottrarsi all’interferenza che sovrappone alle fotografie di Abu Ghraib, vecchie appunto di dieci anni, le immagini delle esecuzioni dello IS o Stato Islamico in Iraq e Siria delle ultime settimane.   Già nel 2004 la decapitazione di Nick Berg in Iraq venne presentata come una rappresaglia per le vittime delle torture americane di Abu Ghraib. Eppure nella tortura americana in Iraq e nelle decapitazioni dell’IS differenti sono le messe in scena e diverse le implicazioni di questi atti di guerra. Le foto delle...

Maestro del guardare e maestro di legami / Vedere Hockney nella Londra di Brexit

Nessuno è più iconico di David Hockney sulla scena artistica britannica di oggi: «Most of all I want to be | In David Hockney’s diaries» ('la cosa che desidero di più è comparire nei diari di David Hockney'), cantava Dan Tracey, la voce del gruppo acid rock Television Personalities, già nel 1982 (David Hockney’s Diaries). Trent’anni dopo, sempre sulla scena indie pop, trascorrere un pomeriggio con David Hockney (Afternoons with David Hockney) era il sogno dei Miniature Tigers, cui Charlie Brand dava la voce per un improbabile appello: «David, go on, you know I'm listenin'. Tell me what's in your heart | David, sometimes you try my patience » ('su, David, lo sai che sono tutt’orecchie: dimmi cos’hai nel cuore, David, a volte metti a dura prova la mia pazienza'). Essere un’icona pop non sembra che lo metta a disagio, se Hockney riesce a tornare in mostra a intervalli regolari nei luoghi più prestigiosi della scena artistica londinese: David Hockney: A Bigger Picture lo consacrava alla Royal Academy all’inizio del 2012, sette mesi dopo apriva alla Tate Modern A Bigger Splash: Painting After Performance, con titolo preso dalla sua tela forse più famosa, e ora la Tate Britain gli...

Goethe Institut Torino / Etica per l’immagine

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero propone qui una riflessione di Elio Grazioli intorno al tema per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Siccome sono una persona moderata, dalla vita quotidiana fortunatamente esente in fin dei conti da problemi etici drammatici e da quella professionale incentrata sull’immagine artistica più che su quella massmediale, non me la sento di affrontare questioni che non conosco dall’interno né problematiche teoriche che rischiano l’idealità. Mi sento disarmato e impotente di fronte ai comportamenti umani che francamente mi risultano incomprensibili. E proprio perché sono una persona moderata, vorrei mettere qui in scena due situazioni invece estreme di cui ho già avuto occasione di parlare in altre occasioni. La prima riguarda una domanda che mi sono posto...

Intervista a Paola Di Bello / L’uno e il molteplice

Con Paola Di Bello abbiamo visitato la sua mostra “Milano Centro” percorrendo le sale del Museo del Novecento in Piazza Duomo. La fotografa ci vive dal 1973. Vi sono esposti diversi suoi lavori, uno dei quali, “L’enigma dell’ora” appartiene alla collezione del museo e rappresenta la statua canoviana di Napoleone, che nel cortile di Brera si trasforma in una doppia meridiana, diurna e notturna, quasi l’emblema della sua visione complessa e stratificata.  Poi si prosegue. Si vedono fra gli altri “Espèce d’Espace” (1997-2001), “Eclisse 3254” (2015), “Concrete Island” (1999). E infine l’installazione “Ora e qui” (2016), un progetto site-specific ubicato nella Sala Fontana, al terzo piano del museo.    Si tratta di una composizione di fotografie della vita che si svolge in Piazza del Duomo, scattate da diversi punti della piazza e che senza l’ausilio della macchina fotografica non si sarebbero mai potute vedere, perché uniscono nel medesimo fotogramma i giorni, le notti e punti di vista diversi.  Stampate su pellicola, le fotografie, sono apposte alle grandi pareti vetrate della sala, che si affacciano sul Duomo, sovrapponendosi alla piazza e allo stesso Duomo....

Spazio, linguaggio e creatività in Africa

English Version   L'articolo qui di seguito è scritto da Hanna Minaye e si ispira alla sua partecipazione alla sesta tappa di AtWork ad Addis Abeba. Il workshop intensivo di 5 giorni, condotto da Simon Njami, si è svolto a dicembre 2016 in partnership con Aida Muluneh e Addis Foto Fest e ha coinvolto 21 giovani fotografi, scrittori, designer, artisti visivi e filmmaker etiopi. Il tema "What is home?" ha evocato sentimenti forti e contrastanti, emozioni, atmosfere... questo il racconto di Hanna.    Hanna Minaye at work, ph Raffaele Bellezza.   Una mattina ho deciso di fare una passeggiata fino all’attrazione principale del mio quartiere ad Addis Abeba: una pasticceria che esiste ormai da 50 anni, nota con il nome di Enrico. Avevo assaggiato le loro millefoglie centinaia di volte, ma non le avevo mai acquistate personalmente. Insieme ad alcuni amici, mi sono unita alla coda di gente che si estendeva lungo la strada. “Quando sono pronti i dolci, lo capisci dal profumo”, disse scherzando un anziano signore dietro di noi. Lo stesso signore mi aveva sentito raccontare in inglese ai miei amici la storia di un gatto. E mi aveva interrotto, dicendo in amarico: “Lei...

Space, Language, and a Creative Africa

Italian Version   The article below is written by Hanna Minaye and is inspired by her AtWork Addis Chapter 06 experience.  The intensive 5-day workshop, conducted by Simon Njami, took place in Addis Ababa in December 2016 in partnership with Aida Muluneh and Addis Foto Fest and involved 21 young Ethiopian photographers, writers, designers, visual artists and filmmakers. The theme “What is home?” has evoked some strong and contradictory emotions and atmospheres… here’s Hanna’s story.   Hanna Minaye at work, ph Raffaele Bellezza.   One morning, I decide to walk to the landmark of my neighborhood in Addis Ababa – a 5 decade-old patisserie, infamously going by the name Enrico. A hundred times I’ve eaten their mille-feuille but never before had I purchased the desserts myself. My friends and I joined the street-long queue; “when the cakes are ready, they release the smell to let the people know,” jokingly described by an old man behind us. This same man overheard me tell a story about a cat in English to my friends. He interrupted me to say in Amharic, “you don’t like to mix with people, do you?!” and used this moment of silence to explain that he feels the...

Intervista a Uliano Lucas e Tatiana Agliani / La realtà e lo sguardo

Ho incontrato Uliano Lucas a casa sua, a Saronno, insieme alla figlia Tatiana. È un uomo tenace:  questo si impara parlando con lui. È memoria vivente. Lucas ricorda tutto: luoghi, volti, persone, ogni aspetto di quello che ha vissuto e fotografato.  E tutto acquista grande dignità. Si capisce cosa significa credere nel proprio mestiere, anzi, essere il proprio mestiere: occhio e memoria, senza cedimenti. E cosa significa entrare negli eventi, smascherare gli inganni, considerare un evento in tutta la sua complessità. “Non esistono eroi o eroine”, mi racconta. “Devi imparare a demitizzare ogni figura e collocarla in un contesto oggettivo". Le sue immagini lo fanno. Ma non è tutto. Si impara anche un’altra cosa: ad essere generosi, a non risparmiarsi mai. Sono stata a casa loro per otto ore consecutive. Abbiamo parlato, discusso, ci siamo confrontati. Ho registrato una parte della nostra conversazione dedicata al libro sulla storia del  fotogiornalismo in Italia, scritto insieme alla figlia Tatiana Agliani, tutto il resto dei nostri discorsi si è sedimentato dentro di me. Ha cambiato il mio sguardo, il mio modo di considerare un’immagine.  Provo un profondo...

Jessica Backhaus: six degrees of freedom

A un primo sguardo non si riesce a dire nulla. Si resta in silenzio, si osservano le immagini esposte. Ci sono degli oggetti. Cosa vogliono suggerire? Da dove provengono? A chi appartengono? Sono vicini e lontani, mobili e immobili, familiari e perturbanti, immersi in un vuoto, per certi aspetti interrogante. Ogni spettatore riconosce le loro forme ma si perde nel mistero della loro presenza semplice ed ermetica: un foglio piegato sul tavolo, una lampadina, un filo. Nient’altro. Tracce.    Forse, come scriveva Marcel Proust, “l’immobilità delle cose intorno a noi è imposta loro dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti”. Così è l’atto di osservare le fotografie di Jessica Backhaus esposte da Micamera a Milano: costringe a una sorta di immobilità dello sguardo, simile all’azione che si compie quando si sta immobili di fronte a uno specchio, nel tentativo di comprendere il mistero del nostro volto, il punto di contatto tra soggettività e realtà.   Per questo l’immagine-oggetto di Jessica Backhaus vuole del tempo tutto per sé, perché in cambio offre nella sua completa immobilità, e in quella dello...

Lezioni di entomologia di un giovane medico / Farfalle nelle terre rosse del popolo Swazi

Molti decenni fa, in una magnifica giornata d’autunno australe, dopo un volo di quasi una giornata ed un altro più breve su di un piccolo turboelica, atterrai sull’altopiano meridionale africano a 1000 metri di quota. La temperatura era sorprendentemente fresca per questo primo impatto con la terra d’Africa, una terra rossa e argillosa cosparsa di macchie di alti eucalipti verdi argentati e di praterie gialle lucenti che esalava aromi ignoti a chi come me proveniva dalle latitudini settentrionali e mai aveva toccato il suolo africano. Era un profumo morbido e aromatico che ricordava quello dell’incenso misto a legno arso: ovunque le narici percepivano il bruciato, che evidentemente proveniva dalle povere capanne che mi attorniavano, e non ci si poteva liberare da questo sentore di terra selvaggia. Ero giunto in Swaziland, il paese del popolo Swazi che ancora viveva con i propri usi e costumi ancestrali. La gente incolonnata in attesa dei pochi parenti e amici giunti con il mio piccolo aereo era vivacemente vestita con un manto rosso dai disegni bianco e neri a strie regolari e zigzaganti. Alcuni di loro, portavano delle strane piume mozze per metà e di colore rosso vivo infilzate...

Un’icona che diventa scultura / 216 pacchetti di Gauloises blu

Nel giugno 2000 il fotografo francese Jean-Luc Moulène realizza Bleu Gauloises Bleues, una scultura composta da 216 pacchetti di sigarette, sei in altezza, sei in larghezza e sei in profondità. Data la forma del pacchetto, il risultato è un parallelepipedo piuttosto che un cubo. Privato della sua etichetta, è privato anche – un dettaglio non da poco per un fumatore compulsivo come Moulène – degli impietosi annunci sugli effetti mortali del fumo. Una mossa preveggente se pensiamo che in Francia, a partire da gennaio 2017, entrerà in vigore una legge sul “pacchetto neutro”, senza marca distintiva, colore, design, il nome riportato con un carattere tipografico standard e il 65% del pacchetto invaso da messaggi sanitari. Ciononostante, nel processo di astrazione di Moulène la marca resta ben riconoscibile, grazie al formato, alla linguetta bianca sul lato d’apertura, all’involucro di fine pellicola trasparente e, soprattutto, al colore blu: di Gauloises si tratta. Il colore inconfondibile è sufficiente per evocare l’identità del brand, anche in assenza del logo alla Asterix, il casco alato. Sulla bocca di Jean-Paul Sartre o Albert Camus, di Julio Cortázar o Jean Baudrillard, di Jim...

Memento vivere / Donatella D’Angelo: fotografare il desiderio

Lo ammetto. Ho iniziato a leggere il libro di Donatella D’Angelo, Memento vivere,  conoscendo la vicenda biografica. Non si dovrebbe. Ma è successo. Così ho lasciato che le sue parole costituissero l’aria della storia, anche se non c’è stata la possibilità che essa si dipanasse. Donatella e Josè si innamorano, sono entrambi fotografi e decidono di lavorare insieme. Tutto si colloca nella drammatica tenerezza del tempo prima di ogni evento, dove ogni istante è perfezione, illusione, desiderio. Non sanno cosa potrà accadere, se ne vanno in un casale nel Monferrato, si spogliano e si fotografano.  Sono come sono: un uomo e una donna. Ma  Josè sa che gli rimangono pochi mesi di vita e non lo dice alla compagna. È così che inizia la storia di Memento vivere, la raccolta poetica di Donatella D’Angelo corredata dalle immagini scattate insieme a Josè Lasheras (Edizioni del foglio clandestino, 2016).  Le  immagini e le parole, come in amore, nascono da questa disparità, da un abisso, un vuoto, una mancanza. Nelle fotografie essi sono vicini nel momento in cui sono più distanti, mai più così nudi, mai più così vivi. Le fotografie che si sono scattati lo fanno...

Progetto Jazzi / Il cammino è ciò che inizia a un passo dal buio

  Ci sono estati chiuse come scatole, sigillate. Sono estati che trascorri in una stanza, in ufficio, o su un letto d’ospedale, in una cella, in uno spazio delimitato da pareti che ti sono ostili. Capitano estati così. A volte è il lavoro che ti costringe a questa clausura, altre volte la malattia, tua o di un tuo caro, oppure la necessità di concentrarti per originare un’opera, o è la depressione che ti impedisce di uscire. Sei rinchiuso in un buio che non se ne va nemmeno quando spalanchi le finestre. Sei al centro della stanza ma è come se non ci fossi. È come se la tua vita fosse fuori, e tu non fossi altro che un organismo che respira, ma che non è in vita. Capitano estati così.   Fuori la gente si tuffa e trattiene il respiro, costruisce castelli sulla battigia, alcuni prendono il mare nelle mani e lo portano fischiettando nelle fontane, altri fanno l’amore intensamente, più intensamente che in inverno. Molti si scattano fotografie e le spediscono in giro per il mondo, affinché tutti vedano quanto sono felici i loro piedi e i loro capelli, e le loro occhiaie che svaniscono bagno dopo bagno e i pori della pelle aperti e ricettivi e poi le unghie, le...

Alimentazione / Cibo pornografico

I significati espressi dall’alimentazione all’interno delle società occidentali sono stati interpretati in passato soprattutto dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, il quale ha messo in evidenza come i comportamenti e le abitudini alimentari producano senso e coesione per il vivere sociale e si basino su un’opposizione fondamentale: quella tra il concetto di crudo e quello di cotto. Tale opposizione, a sua volta, rimanda a quella tra natura e cultura. Vale a dire che, secondo quest’interpretazione, il passaggio dal crudo al cotto ha coinciso con un processo di crescita del livello di civiltà. Per Lévi-Strauss, inoltre, l’alimentazione può essere considerata come un linguaggio dotato di una precisa struttura. Un linguaggio costituito da regole d’esclusione (tabù alimentari), da opposizioni significanti (salato/dolce, ecc.), da norme d’associazione simultanea (al livello di un piatto) oppure successiva (al livello di un menu) e da modelli d’uso. Ma le scelte effettuate dagli individui nell’ambito alimentare rendono possibile lo svolgimento anche di quella funzione di differenziazione sociale su cui è fondata ogni società. Quella funzione cioè che mantiene viva la conflittualità...

Pasolini, La lunga strada

“Sono felice. Era tanto che non potevo dirlo: e cos’è che mi dà questo intimo, preciso senso di gioia, di leggerezza? Niente. O quasi. Un silenzio meraviglioso è intorno a me: la camera del mio albergo, in cui mi trovo da cinque minuti, dà su un grosso monte, verde verde, qualche casa modesta e normale”. Così scrive su carta intestata dell’Albergo Savoia di Casamicciola Terme, a Ischia, Pier Paolo Pasolini nel luglio del 1959. Partito da Ventimiglia, sta esplorando le coste e le spiagge italiane scendendo fino in Sicilia per poi risalire a Trieste. Si tratta di una serie di articoli, tre in tutto, che il settimanale Successo dell’editore Palazzi, diretto da Arturo Tofanelli, gli ha commissionato.   L’idea è del fotografo Paolo di Paolo e Tofanelli ha pensato subito a Pasolini quale compagno di viaggio. Nel mese di maggio ha pubblicato Una vita violenta, suo secondo romanzo dopo la scandaloso Ragazzi di vita; il riscontro di critica e di pubblico è positivo, come racconta Nico Naldini in Pasolini, una vita, biografia del poeta riedita da poco in forma accresciuta (Tamellini Edizioni). Si tratta di uno dei primi reportage sull’Italia del boom, che scopre le vacanze e si stende...

Una passione “more geometrico demonstrata” / Gabriele Basilico in Marocco

Nell’estate del 1971 Gabriele Basilico parte con Giovanna Calvenzi e due amici, Leo Ferrari e Claudia Kerpan, per il Marocco. Viaggiano con la Citroën, una Ami 8. Prima di arrivare nel paese africano attraversano Francia e Spagna. Gabriele sta studiando architettura; ha una grande barba scura e folti capelli; è magro e possiede uno sguardo intenso. Reca con sé due Nikon F. e pellicole in bianco e nero, e poi alcune a colori. Giovanna studia invece Lettere. Sono già stati in Iran, e come molti studenti dell’epoca amano i paesi esotici. L’itinerario è stato pianificato a tavolino: Tangeri, Tétouan, Chefchaouen, Fès, Meknes, Volubilis, Rabat, Casablanca, Marrakech, Essaouria, Ouarzazate, M’hamid, Agadir, Tiznit, Guelmin. Di questo viaggio resta una serie di rullini da trentasei fotogrammi e in una scatola il progetto di un libro mai pubblicato insieme a un foglietto che lo organizza: “Ordine e contenuto degli argomenti”.   Alto Atlante, 1971.   Vi sono indicati in quattro sezioni i capitoli e la distribuzione delle immagine scattate. Basilico non era in quel momento un fotografo, eppure era già un fotografo. Non di semplice immagini, ma di libri. Il progetto è lì a...

Hinterland #1

Da sposata Rosa era andata a abitare in un quartiere diverso da quello dove aveva vissuto con la famiglia. Mentre ci si avvicinava in auto, vedeva in lontananza l’enorme ammasso di cubi grigi che conteneva quello che rimaneva del suo passato e provò a non pensare al tempo in cui quella bruttura di prefabbricati per lei era casa e rifugio e quotidiano vissuto, ma non vi riuscì. Le aiuole erano già così vuote quando lei ci giocava a settepietre con gli amici? L’asfalto che gira intorno alla rotonda e si immette nel megacondominio aveva già allora tutte le buche che ora si ritrova a scansare?   Il cielo, che le appariva di un colore più neutro, come una campana di vetro fumé racchiudeva dentro di sé l’aria viziata e pesante che ora lei respirava a fatica, le restava sulla lingua amara e di un sapore che ricorda di aver conosciuto una volta, mentre si stava avviando con sua figlia Domitilla a passare sotto l’arco quadrato dell’ingresso al quartiere. Smisurato, si estendeva per centinaia di migliaia di metricubi di alloggi abitativi popolari e si chiudeva con un gruppetto di palazzetti privati costruiti uno a ridosso dell’altro e di ognuno dei quali era difficile intuirne l’...

L'immagine racconto di Internet / La fotografia: una questione molto personale

Circa il 99% degli testi critici, dei saggi e delle recensioni sono declinati alla terza persona singolare, o al massimo, a una prima persona plurale tesa a spogliare l'articolo di individualismo. È una buona norma, che ci ricorda come ogni speculazione intellettuale debba volgersi al piano più generale e obiettivo delle idee. Ora che mi accingo a scrivere dello status della fotografia al giorno d'oggi debbo però necessariamente parlare in prima persona, proprio perché oramai la fotografia è diventata una questione molto personale. Quando rifletto sul senso dell'immagine nella contemporaneità non cerco ispirazione nelle opere dei grandi artisti, o nelle mostre più visitate del momento: guardo quello che faccio io stessa col mio cellulare. Guardo la gente per strada. Guardo le immagini che appaiono sulla mia bacheca su Facebook. Controllo Instagram. L'evidenza della loro mediamente bassa qualità visiva non ha alcuna reale importanza: sento che per capire cosa sta succedendo alla fotografia devo uscire dai musei ed entrare nei social network. Che cosa è successo?   Humans of New York.   Durante le puntate di Master of Photography, il reality sulla fotografia creato e...

Geopolitica del desiderio / I pashtun tra stereotipi (post)coloniali e terrorismo

In una recente pellicola di Bollywood, Dishoom, due nerboruti sbirri-vendicatori indiani sono in missione per salvare il capitano della squadra nazionale di cricket, Viraj (si noti l’assonanza con il vero capitano, Virat). Viraj è stato rapito proprio alla vigilia dell’eterna finale, LA partita: Pakistan contro India. L’azione si svolge in un non meglio identificato stato del golfo Persico, tutto grattacieli, piscine e macchinoni. Puro realismo, non fosse che al suo interno si trova un’enclave pakistana abitata da pashtun, Abudhin.   Abudhin è un pittoresco villaggio, dove uomini con la faccia da criminali, la pelle bianca e gli occhi chiari vendono armi e pugnali come fossero souvenir. Il presunto rapitore del capitano della nazionale indiana si nasconde in un esotico covo segreto, un disordine fatto di giovani donne prigioniere in acquari, danze spinte, gioco d’azzardo, e competizioni testosteroniche, incluso braccio di ferro. Tutti i malviventi indossano rigorosamente il cappello tradizionale pashtun (“chitrali topi”), reso globalmente noto dai Talebani.   I due poliziotti indiani, più americani che mai – le forze del bene – inseguono il presunto rapitore pashtun in...

Museum of Machine / Dayanita Singh: errori, caso, narrazione

Si potrebbe iniziare a raccontare il lavoro della fotografa indiana Dayanita Singh dagli errori. Lo dice lei stessa, l’immagine fotografica ha fissato non tanto la realtà, quanto l’errore che si produce al momento dello scatto, elevato a segno che infonde il senso all’immagine. Accade per la sequenza di  Blue Boook. “È  stato un incidente”, racconta la fotografa. “Ho finito le pellicole in bianco e nero mentre ero in cima a una torre. E mi sono resa conto con meraviglia che una pellicola per luce diurna utilizzata nei primi dieci minuti dopo il tramonto rende ogni cosa azzurra”. Primo passo.    Dayanita Singh, Blue Book 18 Dalla serie “Blue Book”, 2008, C-print 62 x 65 cm, Courtesy of the artist and Frith Street Gallery, London ©Dayanita Singh.    Poi un altro errore. La fotografa racconta di come si è trovata per caso anche a fotografare macchine industriali.  “Ero stata incaricata da «Fortune Magazine» di eseguire un ritratto del proprietario di un’azienda. Lui però non aveva tempo da dedicarmi. In modo un po’ paternalistico mi mandò a visitare le sue fabbriche. E lì restai sbalordita. (…) Non avevo mai visto 10.000 scooter ammassati in unico...

Conversazioni di arte contemporanea / Il rimosso nell'opera di Marzia Migliora

Si inaugura con questa intervista il blog di Ilaria Bernardi: Conversazioni di arte contemporanea, che propone dialoghi con note figure dell’arte italiana (diverse per provenienza, generazione e ruolo) tesi, anziché a recensire eventi in corso, a ripercorrere il passato dei singoli interlocutori per poi cogliere il loro punto di vista sul presente e sul futuro dell’arte contemporanea, riflettendo su come siano cambiate le modalità di agirvi e quali siano le prospettive per le nuove generazioni desiderose di farne parte.    Carl Gustav Jung nel 1922 definì l’opera d’arte qualcosa che supera l’ambito soggettivo del vissuto individuale dell’artista per assumere un valore intersoggettivo. L’artista Marzia Migliora sembra dar conferma a tale postulato junghiano attraverso un lavoro che, prendendo spesso spunto da testi letterari, memorie individuali e collettive, fatti di attualità, induce esperienze condivise, riflessioni corali e cortocircuiti di pensiero.  Passato/presente; vedere non vedendo/non vedere vedendo; amore/morte; gioco/paura; immaginazione/realtà sono solo alcune delle polarità che entrano in conflitto (o in rapporto creativo) nelle sue opere, capaci di...

24 novembre 2016. Roma | MAXXI / Intervista a Letizia Battaglia. Fotografia e vita

Da tempo avevo deciso che volevo conoscere Letizia Battaglia, ma non trovavo il coraggio di scriverle. Mi è sempre sembrato uno di quegli appuntamenti che si rimandano per mantenere viva la speranza che non finisca tutto nel preciso istante dell’incontro. Tuttavia qualcosa mi diceva che non potevo farle un’intervista senza prima aver visto la sua città. Così sono stata a Palermo alcuni giorni, insieme a mia sorella. Ho cercato di carpire i segreti del luogo, di entrare in sintonia con ciò che mi circondava: i rumori delle strade, gli odori, i mercati, le periferie, i luoghi dei morti fotografati da Letizia. È strana Palermo. Ti avvolge in una morsa di contraddizioni, è insieme culla e tomba, mare e asfalto, bellezza e morte. La città lascia qualcosa di nuovo nel mio sguardo, un velo umido che resta incollato alla pelle come le voci che mi sfiorano per strada e che assorbo con il timore di perdere qualcosa, di non capire tutto quello che mi passa accanto. Non c’è modo di abbandonarla. E così decido: strappo i fogli con l’intervista che avevo scritto prima di partire, leggendo i libri e guardando le fotografie sui cataloghi. Non hanno più senso. Riscrivo tutte le domande di notte,...

La geopoetica e la soglia della luce / Il nordland

Vedo il Nordland come il collo della clessidra chiamata Norge. Questa regione di acqua e di terre alte mi ha ispirato l'idea dell’Ultratempo, visione capace di sgretolare le misurazioni umane dello scorrere e liberare le energie più grandi che ci avvolgono dallo spazio – perché l'Ultratempo, generoso, sa estrarre la sabbia per farci scrivere sul territorio con la lingua delle rocce, dei corsi d'acqua, degli alberi, degli insediamenti, delle tracce che gli altri animali lasciano per chiarire che siamo un solo popolo, sul Pianeta e che nessuno, mai, è clandestino. Attraversando quella terra ho visto la magia della luce artica attrarmi – in un fiordo? in un passo tra due vette levigate dai millenni? –  dove, precisamente, iniziava il prossimo cammino e l'ho anche scritto, per non dimenticarlo mai: «Prosegui sino a dove non conosci. Capirai allora perché sei vivo.»      La prima volta che ho messo piede nel Nordland era un giorno di prima estate del 1997. Nelle settimane trascorse da solo tra Finnmark, Troms e Nordland, avevo potuto assorbire una tale enormità di connessioni territoriali da sentirmi a volte sopraffatto. Avevo i taccuini, per provare a raccogliere...