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Letteratura

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La rivoluzione del potere gentile / Wake up! Salviamo teneramente il mondo

Lo vediamo che così non va. Difficile individuare nella storia età dell’oro, della felicità, della compassione, della solidarietà tra esseri umani. Eppure oggi abbiamo una facoltà di soffrire per le tragedie collettive e individuali. Questa sensibilità, che forse possiamo dire molto diffusa in un tempo percepito come drammatico da molte coscienze, è un bene prezioso, che nel passato è stato testimoniato da saggi, da filosofi, da guru, da profeti, da vittime che avevano la possibilità di scrivere, di testimoniare la loro acutezza. Se una eccellenza resta alla cultura, è la sua capacità di vedere e riferire ciò che in tanti esseri umani è dolore privato, disperazione intima, tuttalpiù sfogo straziante davanti alla telecamera di un giornalista spedito sul luogo del disastro per alimentare anche l’affare economico dell’informazione istantanea e globale.   L’aspetto migliore delle religioni è sempre stato il loro nucleo empatico, il più semplice, quello che ritrovi nelle più autentiche e originarie dichiarazioni dei maestri che le hanno fondate: profeti dell’Antico Testamento ebraico, Buddha nei sutra, Gesù nei Vangeli, Maometto nel Corano. Isabella Guanzini non è propriamente “...

Marco Rossi Doria e la lettera dei 600 / La lingua della vita

Il dibattito di questi giorni sullo stato della competenze linguistiche degli studenti universitari e sulla messa in stato di accusa della scuola italiana è l'occasione per ragionare insieme a Marco Rossi Doria, insegnante ed esperto di politiche educative e sociali e già sottosegretario all'Istruzione, sullo stato della questione ed è anche un modo per riprendere temi e problemi già affrontati da Doppiozero.   La “lettera dei 600” docenti universitari e intellettuali sulla crisi della formazione degli studenti italiani ha avuto una vasta eco. Mi sembra che non aggiunga nulla di nuovo in termini di analisi e piuttosto si concentri sulle responsabilità della scuola, in modo perfino poco intellettualmente onesto. La mia impressione è che manchi una riflessione più ampia sulla società e su come questa, nelle altre sue agenzie di socializzazione, abbia abdicato al ruolo educativo. Ne risulta in questo modo un'accusa molto giudicante che si rovescia sulla sola scuola e sugli insegnanti...   Vorrei non parlare dei toni della lettera dei 600 alla quale ho risposto su Repubblica dell’8 febbraio invitando a un lavoro comune che ha bisogno di responsabilità condivise, molto...

Fare emergere la texture delle cose del mondo / Hercules Segers, misteriosi paesaggi

Forse il più grande artista quasi sconosciuto, incisore e pittore. Morto tra il 1633 e il 1640, attivo in Olanda all’inizio del 1600, poco prima di Rembrandt. Hercules Segers, di lui sappiamo ben poco, non abbiamo nemmeno un volto, o un’ipotesi di volto. Eppure fu uno degli artisti più innovativi del Secolo d’oro olandese. Paesaggi melanconici come casse di risonanza che non somigliano a niente dei suoi contemporanei, ottenuti con una sperimentazione nell’arte incisoria così rivoluzionaria da rimanere un rompicapo per molti artisti e secoli a venire.    Hercules Segers, Paesaggio con cascata, ca.1615-1630, Amsterdam, Rijksmuseum.   Si è chiusa in gennaio al Rijksmuseum di Amsterdam Hercules Segers, la prima grande retrospettiva a lui dedicata, organizzata in collaborazione con il Metropolitan Museum di New York, dove prosegue a partire dal 13 febbraio (The mysterious landscapes of Hercules Segers, fino al 21 maggio 2017).  Questi due eventi presentano i risultati di un programma di ricerca scientifica e storica condotto per quasi tre anni dai ricercatori del Rijksmuseum.    Hercules Segers, Sentiero nel bosco, olio su tela su tavola, ca. 1618-1620...

Da oggi a Palazzo Reale / Keith Haring a Milano

La pagina dei Diari reca la data del 13 giugno 1984. C’è un disegno. Uno dei suoi omini le cui mani entrano nel corpo passandolo da parte a parte, disegnando così una specie di esse rovesciata. La mano di destra attraversa la testa e sbuca oltre; quella di sinistra attraversa la pancia. L’omino non ha occhi, bocca, orecchie e neppure naso. A fianco: 84. Sotto, un cuore, da un lato, e un intestino o stomaco, dall’altro. Keith Haring, la cui mania di tenere un diario personale discende dal suo mentore, Andy Warhol, spiega che questo disegno l’ha fatto per la prima volta a Milano nel 1984. Vuole sintetizzare la “riconciliazione tra testa e stomaco”. Spiega che il puro intelletto senza sentimenti è inutile, e potenzialmente pericoloso – e fa l’esempio del computer suo grande nemico –, mentre “l’espressionismo (stomaco) senza intelletto è insensato e in genere noioso”.    Strano disegno perché, per quanto ai piedi del personaggio ci sia il cuore, le due mani attraversano la testa e lo stomaco, non propriamente il cuore, che culturalmente dovrebbe essere la sede dei sentimenti, almeno da qualche secolo in qua. Che il cuore per Haring stia nello stomaco? In quella pagina di...

L'attività letteraria come parassitismo / Rileggere oggi il processo Brodskij

«Qui da noi [in Unione Sovietica] tutti lavorano. Come ha potuto oziare per così tanto tempo?» «Lei non considera il mio lavoro come tale. Scrivevo versi, per me è un lavoro.»   La trascrizione del processo a Iosif Brodskij è una piccola miniera di temi su cui riflettere. Oltre alla questione del rapporto tra letteratura e potere, che è sempre stato il punto focale del caso giudiziario che fece scalpore anche in Occidente, un altro aspetto chiave del processo appare attuale: la considerazione dell'attività letteraria da parte della società.    Nel 1964 il ventiquattrenne Iosif Brodskij veniva esiliato da Leningrado per cinque anni con l'accusa di parassitismo e di perniciosa influenza sulla gioventù. Al giovane ebreo, che avrebbe poi scontato solo un anno e mezzo della pena, veniva contestato di aver cambiato tredici mestieri nell'arco di meno di dieci anni e di aver passato lunghi periodi senza lavorare. Della sua inattività, ritenuta addirittura più grave dei versi antisovietici, antipatriottici, decadenti e diseducativi, vennero portate delle prove, accompagnate dalla richiesta di spiegare come egli potesse vivere con i magri guadagni derivanti dall'attività...

Ri(n)tracciare il paesaggio di Goffredo Parise / Achille, Omero e Parise

Il caso vuole che in questo momento, con in mano I lembi dei ricordi. Ri(n)tracciare il paesaggio di Goffredo Parise della Società Letteraria di Verona (Antiga Edizioni 2016), io non abbia a disposizione i miei volumi delle opere di Parise e tutto il materiale a lui riferito accumulato nel tempo. Causa trasloco i libri stanno ancora al riparo negli scatoloni in attesa di rivedere nuovamente la luce sulle librerie. Adesso qui devo contare esclusivamente sulla memoria per parlare di lui, e questo mi mette propriamente nelle condizioni di fidarmi solo delle risorse "naturali" per recuperare la realtà e presentarla in modo che sia almeno un po’ attendibile. Nonostante abbia letto accuratamente l’autore e lo abbia anche conosciuto e frequentato, un certo "tremolio"dei dati mi è inevitabile. D’altro canto raccontare Goffredo Parise è difficile, una vita così complessa, ancorché breve, e ricca, piena di frequentazioni le più disparate, di case, di storie. Non è facile, per niente.    Ph di Moreno Vidotto, elaborate da Giosetta Fioroni.   Nietzsche diceva: "Va sempre come per Achille e Omero: uno ha la vita, il sentimento, l’altro li descrive" (Umano, non umano). Ma se...

Reiner Stach, “Questo è Kafka?” / Il gabinetto delle meraviglie del dottor K.

In fondo, l'avevamo sempre saputo. Il 2 luglio 1913, Kafka annota sul proprio diario «la passione e l'entusiasmo con cui ho recitato una scena di film comico alle mie sorelle nella stanza da bagno». Possibile? Kafka spettatore di film comici? Di più: Kafka – l'austero Kafka, il minaccioso, enigmatico Kafka – che mima una gag da slapstick comedy per la gioia delle sorelle... nel bagno di casa? Riesco quasi a immaginarlo piroettare da una parte all'altra della stanza, mulinando l'aria con le braccia, mentre con le smorfie del volto dà vita a tutti i personaggi; e alla fine, terminata la pantomima, capitombola giù per terra, esausto, fra le risate e gli applausi delle sorelle entusiaste.    «Perché non sono mai capace di far questo davanti agli estranei?», si rammarica qualche riga più sotto. La verità è che ci riusciva fin troppo bene. «Sono noto per le mie grandi risate», scrive Kafka a Felice Bauer, in una lettera dello stesso periodo, «persino durante un incontro solenne con il nostro presidente – sono trascorsi ormai due anni, ma nell'Istituto la leggenda mi sopravviverà». La situazione è da comica finale. Gli ingredienti ci sono tutti: l'Autorità in tutta la sua...

Intervista con Giuliana Bruno / Superfici. Non vi è comunicazione senza contatto

New York, 16 dicembre 2016   Viviamo tra gli schermi, ribadisce Giuliana Bruno, professoressa al Department of Visual and Environmental Studies dell’Università di Harvard, nel suo ultimo libro appena tradotto in italiano, Superfici. A proposito di estetica, materialità e media. I laboriosi preparativi per la nostra intervista ne forniscono l’ennesima – e imprevista – conferma: avendo dimenticato il registratore, cerco su Google programmi di registrazione della voce che non riesco a scaricare; lei ha un iPad ma non ci permette di registrare. Potremmo utilizzare il suo cellulare ma il file sarebbe troppo pesante da trasferire. Finché mi rendo conto che Quick Time Player ha la funzione Audio Recording. Posiziono il computer – questa scultura domestica così familiare – sul tavolo, in mezzo a noi, in modo che capti le nostre voci. Sfioro il touchpad ogni volta che lo schermo svanisce. Insomma, persino la memoria della voce passa oggi attraverso la superficie degli schermi.   Mappatura e superfici   Riccardo Venturi: Vorrei cominciare rivenendo sul decennio che va dalla pubblicazione de L’Atlante delle emozioni. [2002, tr. it. 2006, nuova edizione Johan & Levi 2015]...

La letteratura come volontà di potenza / Da Napoleone a Goebbels

Goebbels a comizio.    «Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». Dei tanti slogan ominosi del Secolo breve è questo, forse, il più rivelatorio. Non è un caso che, proprio commentando questa frase, uno degli intellettuali più brillanti e provocatori del nostro tempo, Boris Groys, abbia spiegato come certe dinamiche del potere culturale mutuino, più o meno simbolicamente, la volontà di potenza (o di sopravvivenza) del potere tout court – quello politico. Ricorda Groys come «Goebbels si sia sforzato soprattutto per ottenere un successo da scrittore. Per lui fucilare la gente era una deviazione per raggiungere un successo letterario». La frase in questione, secondo Groys, «esprime una reazione alla pretesa scandalosa della cultura, supponendo che tale pretesa provenga da una istituzione reale, da una reale istanza di potere. Ed è per questo che tale istanza dev’essere eliminata». E il fatto che oggi tutti ricordiamo questa frase – secondo il critico d’arte e filosofo russo, da tempo trapiantato in Germania – dimostrerebbe paradossalmente che Goebbels, scrittore fallito, ha ottenuto infine il successo cui tanto aspirava.   Un successo davvero...

Speranza, fede, carità, amore e desiderio / C'è bisogno di pessimismo

Le opere di Terry Eagleton, noto «leftist» inglese, si leggono in genere volentieri perché sono intelligenti, dotte, acute e ben scritte. Che poi siano pienamente originali, è un'altra storia, giacché l'autore sembra forsennatamente leggere e attingere ovunque, e delle sue prede spesso le tracce si vedono benché non citate. Lo si avverte anche nel suo saggio sulla speranza, un tema sul quale ho scritto anch'io in queste stesse pagine: il mio autore principale era Albert Camus con la sua speranza umana senza speranza divina. Gli autori di Eagleton sono molti ma i suoi autori-chiave sono Walter Benjamin con la sua speranza realista non ottimista e San Paolo, per il quale la fede sarebbe realismo e non una questione di ingenuo ottimismo. C'è bisogno di pessimismo, afferma ripetutamente Eagleton e come dargli torto: forme di ottimismo eccessivo sono moralmente dubbie, come il pensiero teologico della teodicea, ovvero la risposta alla domanda su come Dio possa permettere il male, con l'asserzione che dal male non può che provenire il bene, anzi quello sarebbe di questo la «preziosa condizione». Persino forme più miti di ottimismo sono banali e non costruttive; serve pessimismo, ma non...

Lacan, come Jung, si è sbagliato / Muriel Drazien lettrice di Joyce e Lacan

Il libro di Muriel Drazien Lacan lettore di Joyce, per Portaparole, è un testo denso e complesso sull'opera di James Joyce e sulla lettura che Jaques Lacan fa di Joyce. Si tratta dell'incontro tra i due autori più criptici e difficili del Novecento. Non c'è dubbio. Complimenti all'autrice, che li conosce e li tratta con grande competenza. Drazien si è formata a Parigi con Lacan e ha ascoltato direttamente i suoi seminari. Madrelingua inglese, newyorkese di origine, mostra una conoscenza rara e approfondita dell'opera di Joyce, letto a partire dalla comune lingua materna. Al lettore che non ha questa lingua materna, la lettura di Joyce assegna giri supplementari, si tratta di trovare altre soluzioni, il percorso si fa più tortuoso. Inoltre, essendo psicoanalista, conosce altrettanto bene le parole di Lacan, non solo per averlo letto, ma per avere avuto il privilegio di conoscerlo personalmente. Dà a Lacan, virtù rara per un lacaniano, spessore umano.   Drazien dunque usa l'inglese come lessico familiare, ma certo non è tutto qui.  Joyce non scrive solo in inglese, o meglio, l'inglese non è la sola lingua materna. La vita di esule gli permette di scrivere anche un po' in...

Classi. La diseguaglianza nella scuola

Lo scorso 14 gennaio, quasi allo spirare dei diciotto mesi previsti dalla legge 107/15, sono state approvate in prima lettura dal Consiglio dei Ministri otto delle nove deleghe previste dai commi 180 e 181. La recente messa a punto del governo è l'occasione per discutere due importanti libri usciti nell’ultimo periodo che, da angolature differenti ma complementari, pongono con forza il tema disuguaglianza all’interno dei sistemi educativi. Il primo, Questioni di classe (di G. Maria Cavaletto, A. Luciano, M. Olagnero, R. Ricucci, Rosenberg & Sellier, 2015) articola otto «discorsi sulla scuola», otto capitoli in cui si analizza quanto il sistema dell’istruzione secondaria continui a riprodurre disuguaglianze originate dalla diversità del contesto familiare: il grande disegno della modernità scolastica consistente nel «sostituire i meccanismi ascrittivi della riproduzione sociale per far prevalere i meccanismi acquisitivi» (p. 187), in modo da garantire una reale eguaglianza delle opportunità educative base per la costruzione di un progetto di vita realmente autonomo segna un arretramento di significative proporzioni. Il secondo, di Marco Romito, Una scuola di...

Insegnare francese sulle gradinate sotto gli alberi / Place de la Bataille des migrants de Stalingrad

È passato quasi un anno dall’infinito marzo francese, quando il progetto di legge El Khomri et son monde hanno innescato un vasto movimento sociale di rivolta e a Parigi la Nuit Debout si è insediata a Place de la République (ne ho parlato qui). Oltre al mio morale, atterrato da un plumbeo clima post 13 novembre, il movimento ha sollevato molti coperchi, generato azioni a catena in vari contesti cittadini, rafforzato la rete di solidarietà e resistenze nei vari ambiti sociali e associativi; informato me e Camilla dell’evacuazione di un liceo dismesso occupato da 300 migranti e un pugno di militanti prevista all’alba del 4 maggio (#65marzo) 2016. Nella notte tra il 3 e il 4 maggio Camilla ha quindi legato la bicicletta sotto casa mia, ha telefonato a Bertrand per avvisarlo che non rientrava e abbiamo puntato la sveglia alle cinque meno un quarto. Poco dopo le cinque arrivavamo al Lycée Jean Jaurès nel diciannovesimo arrondissement, e io mi sono sentita prendere da un’eccitazione mista a pudore, la timidezza del neofita, di chi sta per fare una cosa e non sa come si fa.     Dal cordone pacifico davanti all’entrata dell’edificio cui ci siamo agganciate si alzavano thermos...

Straniero, dialogo, condivisione, ospitalità / Edmond Jabès. La parola ferita

“Non si racconta Auschwitz. Ogni parola lo racconta”. Così Edmond Jabès replica alla domanda se sia possibile scrivere poesia dopo Auschwitz. La frase compendia bene il cammino dello stesso Jabès, nella cui scrittura la parola ferita, la parola segnata dal tragico del Novecento, è insieme parola del dolore e della responsabilità, del deserto e del cielo che lo sovrasta, del vuoto e delle immagini che lo abitano, dei silenzi e delle voci che li attraversano e interrogano.          A ventisei anni dalla sua morte, Edmond Jabès è uno scrittore fortemente contemporaneo. Per il fatto che la sua opera si situa, ancora, nel cuore delle domande proprie della nostra epoca. Parole come straniero, dialogo, condivisione, ospitalità, nei libri di Jabès si aprono in un ventaglio di interrogazioni, si fanno pensiero e racconto, lingua della poesia e compito morale, rappresentazione meditativa e invito alla responsabilità del singolo.           Questa contemporaneità di Jabès, nel mio caso, che è il caso di un traduttore e amico, ha anche un’altra configurazione: è presenza di un’immagine – con la sua voce, con il suo sguardo, con le sue...

La retorica della divulgazione / Publisher in love

Quale editore italiano oserebbe mai, neanche su un tema quale l’amore che va per la maggiore, pubblicare un’antologia che, seppure in paperback, costa 42.99 sterline e consiste in ben trecentonovantadue pagine? Credo davvero in pochi. Ormai qui da noi domina un certo tipo di retorica della divulgazione, e quando all’editore di turno proponi un volume leggermente più complesso, nonostante il tuo nome di autore permanga serio, non pratichi tuttologia, non pubblichi un volume dopo l’altro, solo per trasformarsi in personaggio che la massa adora, e si è recato ben poco in questa nostra televisione che mira più alle polemiche rispetto all’informazione, mentre preferisce a codesta malmessa televisione la radio, ti viene di solito risposto, con accento milanese o romano, “no, mia cara, qui gli italiani non leggono, quando leggono lo fanno a caso, se leggono se ne vantano su anobii solo per l’allucinazione di credersi recensori.   E, poi, mia cara, diciamocela tutta, un librettino sulle cento pagine sul come far sesso venderebbe, ma quanto tu mi stai proponendo sui differenti tipi di amore e di amare (amare giocare a basket non è come amare il tuo gatto, amare l’uomo che ti mena, in...

In conversazione con Riccardo Giacconi / Il teatro dei sonnambuli

Riccardo Giacconi: La mattina del 30 ottobre 1911, mentre si trova nel cortile della caserma Cialdini di Bologna in attesa della partenza per la guerra di Libia, il soldato Augusto Masetti spara un colpo di fucile contro il tenente colonnello Stroppa, ferendolo a una spalla. Una volta interrogato, Masetti dirà di non ricordarsi di nulla, e che per questo motivo non può pentirsi. Vorrei iniziare parlando del tuo libro Suggestione (Bollati Boringhieri, Torino 2011) e, in particolare, di questo episodio, legato ai temi del libro, ma che hai deciso di non includere.   Andrea Cavalletti: È questa, in effetti, l’epoca delle amnesie, delle depersonalizzazioni, della suggestione. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si moltiplicano i casi di doppia personalità, o di donne e uomini che spariscono e, dimentichi di sé, iniziano altrove una vita nuova. La vicenda dell’anarchico Masetti rientra in questo panorama, e ha perciò radici lontane. Come la parola ‘suggestione’ nominava allora ciò che alla fine Settecento si chiamava ‘mesmerismo’ o ‘magnetismo animale’, così nella perdita e nello sdoppiamento della personalità si rinnovava l’antica storia delle possessioni. Detto...

Villes balnéaires du XVIIIe siècle à nos jours / Tutti al mare

Uno dice “vado al mare”, e immagina spazi aperti e aria pura, ben distanti dal caos cittadino e dallo smog delle fabbriche, dal cemento e dall’asfalto, dai rumori e dai miasmi metropolitani, dallo stress di una quotidianità pervicacemente imbruttita dal continuo correre. Ci si immagina una vita alla Celentano, se pure ricca di sabbia e di iodio, sotto il segno tanto agognato quanto misterioso di una natura madre e matrona. Le scuse non mancano: si va al mare innanzitutto per ragioni salutari, poi per sgranchire il corpo e mettere la mente a riposo, per staccare dal tran tran, rituffarsi nelle silenziosità nutritive del liquido più amniotico che ci resti. Il tipo da spiaggia mostra le chiappe chiare, si sa, ma anche un’atavica voglia di benefica wilderness. Tanto fittizia quanto irresistibile.      L’invenzione del mare come attrazione turistica viene da qui, come azione parallela all’espandersi della (si fa per dire) civiltà industriale, ricerca di una purezza quasi atavica, desiderio di ritrovare se stessi, la propria supposta autenticità: nessuna artificiosità, nessuna sovrastruttura, niente cupidigia, niente secondi fini, niente di niente.    Ma è...

Nanni Balestrini, l’opera al nero – e a colori

Paul Klee, Angelus Novus.   L’angelo della storia vola ad ali dispiegate, sospinto da una bufera. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre verso il cielo cresce il cumulo delle macerie davanti a lui: che, da quelle macerie, non può distogliere gli occhi spalancati. L’immagine della Nona Tesi Sul concetto di storia di Benjamin è abusata, certo, ma in pochi casi come questo pare adeguata a rendere l’insieme di vorticoso movimento energetico, e lancinante fissità orrorosa, che restituisce l’opera di Nanni Balestrini. Il quale del resto aveva scelto un emblema aereo, verso la metà degli anni Settanta, quale propria allegorica controfigura poetica: la signorina Richmond, androgino e astratto auto-travestimento, è insieme la Poesia e la Rivoluzione. Screziata bellezza cangiante, anzi (con altro montalismo) «iridescente», come si legge nella Descrizione superficiale della signorina Richmond – prima delle «Ballate» che ne cantano le gesta – il «piccolo gioiello alato» si riveste di tutti i colori: «sta quasi sempre nascosta e vola raramente / data la sua natura timida e solitaria / spicca per la bellezza dei colori delle sue piume /...

11 febbraio 1963 / Sylvia Plath: il richiamo fatale della perfezione

11 febbraio 1963; è un lunedì gelido a Londra. L’inverno di quell’anno viene ancora oggi ricordato come uno dei più terribili: la neve non smette di cadere dal giorno di Natale; il traffico è paralizzato e le strade sono rese impraticabili da pericolose lastre di ghiaccio. Uscire di casa risulta un’impresa ardua, ma, a dire il vero, il rimanervi chiusi all’interno lo è altrettanto: l’acqua gelata fa esplodere le tubature, mentre le centraline elettriche subiscono continue interruzioni, impedendo agli impianti domestici di funzionare. È appena giunta l’alba. Sylvia Plath è sola, dopo la separazione dal marito, l’affascinante Poeta Laureato inglese Ted Hughes. Il nuovo anno è iniziato all’insegna delle difficoltà: il suo fisico è fortemente debilitato; prima i bambini, e poi lei, contraggono una brutta influenza che li costringe a letto per un’intera settimana. Persino le inusuali premure e l’eccessiva vicinanza di Ted, che in quei giorni fa spesso visita ai figli Frieda e Nicholas, riescono a turbarla: il rancore, la rabbia nei confronti del marito prendono il soppravvento. In una vita scandita da abbandoni, quest’ultimo è riuscito ad accendere in lei un fuoco completamente nuovo...

Conversazione inedita / Alberto Boatto, la morte interrotta

Nel 2013, per la precisione il 30 marzo, incontrai Alberto Boatto nella sua casa nel quartiere Fleming, a Roma. La consuetudine con lui e sua moglie, Gemma Vincenzini, non era recente. Ma l’anno prima ero rimasto molto colpito da una sua conferenza, al Palazzo delle Esposizioni, sul suo viaggio a New York nel 1964. Ammiravo da tempo la sua scrittura, algida e immaginifica; mi colpiva però questa sua inedita apertura a raccontare di sé. Intuivo che, dietro alla maschera imperturbabile del suo stile e del suo contegno, c’erano dei moventi – diciamo esistenziali – che, quanto più rimossi (o meglio repressi), tanto più potevano parlare, una volta esplicitati, e non a me solo. Registrammo così, sotto l’emblematica insegna di una Sedia elettrica originale di Andy Warhol, una lunga conversazione che, ci ripromettemmo, avremmo in seguito rivisto insieme per pubblicarla su doppiozero, magari integrandola di una parte più da vicino dedicata a quel viaggio in America, prelevandola dalla sua conferenza al Palazzo delle Esposizioni. A quel tempo, inoltre, Stefano Chiodi stava progettando la riedizione di uno o più suoi libri. Poi non ci fu più, in effetti, occasione di lavorarci: e Ghenos...

Il cielo non è un fondale a Prato / Noi e Annie (Ernaux)

Il teatro raccontato dagli artisti. Del Cielo non è un fondale di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini ha già scritto su Doppiozero Graziano Graziani in occasione della prima romana. Per le recite di Prato (fino a domenica 12 al Fabbricone) abbiamo chiesto direttamente agli autori un intervento sulla genesi dello spettacolo, un’altra tappa del loro particolarissimo, antiretorico, quotidiano, lacerante, ironico “teatro dell’invisibile”, sospeso tra rappresentazione e suo svelamento, tra nuda verità e bisogno di storie e di emozioni.    Non è uno spettacolo tratto da O uno spettacolo su Non è nemmeno liberamente ispirato a Né dedicato    Siamo incappati nella sua opera come può succedere anche in un matrimonio riuscito: ti innamori di un altro, magari il dottore dove vai a fare una visita medica in una città straniera.  Avevamo già un tema molto ampio, il rapporto tra paesaggio e figura, ci interessava affrontare la questione urbana, avevamo fatto tante letture, ragionamenti. Ci bastava solo una trama, un piccolo fatto vero o di fantasia che rendesse possibile tessere una narrazione. Siamo invece incappati – lo ripetiamo – in un mondo, un universo che ci ha...

Ritratto di Marshall McLuhan

Nella primavera del 1965, seduto nel giardino di un lussuoso ristorante francese di New York, Tom Wolfe guarda ipnotizzato la cravatta a scatto, con affari di plastica applicati, che indossa Marshall McLuhan. Un tipo di cravatta, aggiunge lo scrittore, da 89 cents, con il nodo già preparato: qualcosa di dozzinale e insieme involontariamente snob. Siamo alla vigilia dell’esplosione di celebrità del professore dell’Università di Toronto. Tra qualche mese sarà trasformato in un guru, e il suo nome diventerà di colpo noto ai lettori dei giornali e delle riviste illustrate di tutto il mondo. Puntualmente, Wolfe racconta tre anni dopo la folgorante apparizione dell’astro, l’autore di Galassia Gutenberg (1962), in un lungo articolo intitolato non a caso “E se avesse ragione?”. Vi riporta una frase di McLuhan, a sua volta citata da un altro autore: “La celebrità è una persona nota per la sua notorietà”. A questa celebrità collabora, del resto, il ritratto stilato da Wolfe, impeccabile cronista mondano, in pagine folgoranti.   Lo scrittore americano – diventato a sua volta noto per aver inventato l’espressione “radical  chic” e per aver dato un perfetto ritratto degli anni...

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917 / Jurij Bondi. L'agitator

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917, anniversario dei fatidici giorni che "sconvolsero il mondo" e non soltanto la Russia: la Rivoluzione Socialista d'ottobre. Il suo effetto, tra splendori e miserie, si è protratto per una settantina d'anni nel corso dei quali molteplici testi culturali, a fianco di eventi politici e rivolgimenti sociali, sono stati prodotti. Esamineremo ogni mese un'immagine particolarmente significativa per quel percorso commentandola, analizzandola, sistemandola nel tempo e nel discorso da cui era emersa. Questo sarà il nostro omaggio ai cent'anni di una delle utopie più grandi della terra e, inevitabilmente, al suo crollo.    La prima immagine della serie dedicata alla rivoluzione d’ottobre del 1917, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, per dirla con la retorica sovietica, è un manifesto che appartiene alla categoria dell’agitazione sociale. L’agitator era una figura diversa da quella del propagandist. Propagandare all’epoca significava diffondere, divulgare, portare a conoscenza ed era assente la connotazione negativa di lavaggio del cervello o ossessivo proselitismo. Agitare significava invece coinvolgere, entusiasmare, rendere...

Due insegnanti replicano ai professori universitari / Non sanno

Non sanno niente Andrea Giardina   “Non sanno niente”. Chi frequenta le malinconiose aule scolastiche sa che l’espressione è probabilmente la più ricorrente tra gli insegnanti. Una parola d’ordine, quasi un refrain, recitato talvolta con sofferta pietà nei confronti delle misera insipienza, talaltra con acrimonia appena rattenuta verso i guasti dei tempi e, in aggiunta, con un certo sottile compiacimento per la certezza di non essere parte della volgare schiera. Ma l’accusa di ignoranza crassa ricorre soprattutto in una circostanza. Si tratta di quella dolente fase d’avvio del percorso scolastico che, complici le ineffabili imprecisioni del sistema, si protrae almeno fino a Natale.   È questo il momento in cui i Consigli di classe si compattano per esprimere gli esiti dei test d’ingresso, da cui risulta, invariabilmente, la seguente trafila: chi ha fatto ingresso nella scuola secondaria di secondo grado dà l’impressione di avere abissali lacune, chi si iscrive alla scuola secondaria di primo grado sembra non essere mai stato scolarizzato. In qualche occasione, per personale esperienza, mi è occorso di sentire maestre della scuola primaria rivolgere le medesime accuse...