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Letteratura

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Torino 1943-1945 / Carlo Greppi, Uomini in grigio

24 ottobre 1945: la Corte straordinaria d’assise di Torino condanna a dieci anni di detenzione il quasi cinquantenne Antonio M., originario di Paternò. Una sentenza che, come molte altre, è annullata un anno dopo dagli effetti dell’amnistia Togliatti. Prima della Liberazione Antonio M. è stato un brigadiere dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana, autista e – forse – addetto alla persona del maggiore Gastone Serloreti, anima nera della caserma di via Asti, sinistro simbolo della violenza del fascismo repubblicano a Torino. Dopo l’8 settembre 1943, Antonio M., appartenente alla Milizia, ha disertato, si è dato malato ma, arrestato, al principio del 1944 ha accettato di servire la Repubblica sociale nella Gnr. Durante il dibattimento gli specifici capi d’accusa a suo carico – avere arrestato due partigiani, Carlo Pizzorno, poi fucilato, e Pierino Cerrato, deportato a Dachau e sopravvissuto – si rivelano fragili. Per contro si accerta che, senza volere compensi, ha dato aiuto ad alcuni suoi coinquilini perseguitati, in un caso addirittura nascondendo uno di essi, ebreo, in casa propria. Eppure, Antonio M. ha continuato fino alla fine a...

Camilleri a quota cento / Montalbano è stanco

Arrivato al suo centesimo libro – come a ribadire una sfida atavica con l’ambito collega Georges Simenon – con L’altro capo del filo (Sellerio, pp. 301, € 14) Andrea Camilleri non ha più dubbi: l’antieroe di Vigàta non ce la fa più. Arranca maledettamente, ha il fiatone, non è connesso con l’andazzo generale. Le cicaronate di caffè, come le chiama, non bastano a tenerlo vispo, e dorme pochissimo: lui e tutti gli uomini del commissariato. Ma persiste, imperterrito, nella sua azione perturbante contro il tempo e i tempi, in questo gioco ormai più che ventennale dove la giustizia formale si scontra con l’etica personale, il rispetto della legge sedicente uguale per tutti con lo sdegno idiosincratico verso il malcostume generalizzato. Ecchecavolo, sembra ripetere a ogni piè sospinto. Da una parte gli sbarchi allucinati dei migranti, a centinaia ogni notte, da gestire in sede locale senza alcun reale supporto politico ed economico da chicchessia. Dall’altra il delirio quotidiano di uomini e cose che, lasciando accumulare nei decenni offese e malanimi, vivono di vendette che dovranno esser gustate fredde.    Diciamoci la verità: quest’Altro capo del filo vede le cose dalla...

La politica dell’impossibile / Stig Dagerman, il genio suicida

Nelle pagine finali di Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman scriveva “Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione”. Quel testo, pubblicato su un periodico svedese nel 1952 (e disponibile da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari), venne considerato il suo testamento. L’autore di Bambino bruciato aveva ventinove anni. In cinque anni di scrittura forsennata, tra il 1945 (anno di uscita del suo romanzo d’esordio, Il serpente) e il 1950, aveva pubblicato romanzi e racconti che gli avevano fruttato un grande successo. Dagerman era l’enfant prodige della letteratura svedese del dopoguerra. Nella sue pagine i lettori potevano trovare disperazione e rabbia, e un radicalismo che era la conseguenza più diretta di un inesausto arroverallarsi sul tema della libertà.   “La libertà ha inizio con la schiavitù e la sovranità con la soggezione”, scriveva ancora in Il nostro bisogno di consolazione. “Il più sicuro indizio della mia mancanza di...

Un libro di Federico Leoni / Lacan. Clinica e etica del godimento

Nel corso di tutto il suo insegnamento Lacan compie uno sforzo enorme, quello di intendere, sempre e comunque, il come e il dove è presente la causa negli effetti – in particolare in quegli effetti di cui la psicoanalisi si occupa e con i quali ha a che fare, e che prendono via via il nome di sintomo, di soggetto, di inconscio, di desiderio ecc.  Che cosa significa tutto ciò? Significa che Lacan ha cercato fin da subito, e progressivamente in modo più radicale e al contempo rovesciato, di intendere la “funzione”, il “peso” dell’incidenza del significante nel funzionamento del significante, della genesi della struttura nella struttura, della costituzione del soggetto nel soggetto costituito, del trauma nel traumatico, del taglio nel dispiegamento dell’inconscio ecc., dunque appunto la “funzione” e il “peso” della causa nell’effetto. Detto altrimenti Lacan sin dall’inizio del proprio insegnamento cerca di cogliere la funzione dell’accadere nell’accaduto, individuando in questo nodo un punto centrale della teoria e della pratica psicoanalitica.   Se si prende come riferimento il testo di apertura degli Scritti, La lettera rubata, si può cogliere come già questo Lacan,...

La bottega degli occhi

C’è un vicolo nella Gerusalemme vecchia, nel labirintico quartiere arabo. È labirintico anche quello ebraico, come quello armeno: forse il dedalo nella Città Sacra non è casuale, ma scelta necessaria per l’incombere di verità assolute: una sorta di teologia urbanistica. La Via Crucis taglia tutti i quartieri con le sue botteghe di ricordini del Calvario: la Main Street della sacralità. In quel vicolo discosto c’è una sola bottega, un negozio di macellaio che espone sul marciapiede, in grandi ceste, la sua atroce mercanzia: grasse code di pecora gravide di sugna, teste di pecora decapitate e due ceste ricolme di occhi strappati alle orbite ovine, ognuno con la coda del nervo ottico, che possono sembrare, a un’occhiata distratta, lumachine. Sono migliaia, accatastati alla rinfusa, quei bulbi oculari, e per via del caos ci sono sempre in quelle ceste occhi che seguono imploranti chi passa di lì. Si tratta, com’è evidente, di un mero fatto statistico (almeno spero). Ma l’angoscia non lo è: è la condizione del pianeta in cui viviamo, di prede e predatori. Nemmeno le pecorelle sono mica innocenti, come vorrebbero apparire: loro predano l’erbetta verde e sono fortunate, oltre che...

Simona Vinci, Teresa, Basil / La prima verità

Qualche settimana fa, a Venezia, si è tenuto il Festival dei Matti, e lì ho avuto ho avuto occasione di incontrare Simona Vinci e di parlare con lei del suo romanzo La prima verità, uscito da qualche mese e finalista al Premio Campiello. La prima cosa che le ho domandato è stata, quasi inevitabilmente, da dove arrivasse l’idea del libro, quale fosse il punto di partenza. Simona Vinci disse di essere partita da un’immagine, quella di una donna che nuotava in un mare invernale, allontanandosi dalla riva. Quell’immagine nel libro è diventata Teresa, una delle protagoniste, reclusa nel manicomio di Leros, Grecia. Isola sulla quale si svolge gran parte del romanzo. Vinci mi ha confermato quello che penso da tempo, ovvero che sia quasi sempre un’immagine che si fissa nella mente – e che si trasforma in un’ossessione – qualcosa che nasce prima ancora dell’idea di ciò che si andrà a scrivere, o almeno in contemporanea. Una donna che nuota e circa otto anni dopo un romanzo che è bello e straordinario. Un libro che è narrativa pura, memoir, reportage, storia di fantasmi, un libro che c’entra con la poesia, fin dal titolo (La prima verità viene da un verso del grande poeta greco Ghiannis...

Il fallimento di un modello / Italia: il paese insoddisfatto

Nel 2004 fui invitato a un congresso sull’Italia a Monaco di Baviera, che aveva per titolo, in italiano, “Va bene”. Quando intervenni, dissi che quel titolo non andava affatto bene, perché le cose in Italia andavano invece abbastanza male. E portai vari dati sul declino dell’Italia, che era cominciato da più di un decennio. Il titolo del congresso rivela comunque un cliché diffuso in molti paesi: che in Italia, malgrado tutto, si mangia bene, le donne sono eleganti, ci si gode le città d’arte, insomma, l’Italia è un paese felice.  In realtà l’Italia è fra i paesi con la popolazione più insoddisfatta. Gli indicatori sociali OCDE su 30 paesi nel 2009 mostrano che l’Italia è il paese con la minor soddisfazione soggettiva di vita, esclusa la Turchia. Dato che non stupisce, perché gli italiani si lamentano quasi di tutto, e specialmente dei politici. Ma se la situazione non era florida nel 2004, dopo la crisi del 2008 essa è di molto peggiorata. La crisi ha colpito l’Italia più duramente di tutti gli altri paesi europei, esclusi Grecia e Cipro. I numeri annoiano, ma sono essi a dare la misura del disastro. Il PIL pro capite italiano nel 2000 era di 17 punti superiore a quello...

Ricordare in analisi / Terapia della sabbia

“Siamo un labirinto di parole, di immagini, di gesti e di espressioni, in continua germinazione, ci perdiamo nella ‘selva oscura’ delle nostre rappresentazioni, ciascuna essenziale, legata dal senso con ogni altra, poi, in un lampo, i fantasmi scompaiono come quando si solleva la nebbia, e resta una sola cosa, l’immagine germinale racchiusa in una foglia, un sasso, una conchiglia, un seme, un fiore”. Maurizio Franco, medico psichiatra che lavora in un servizio pubblico, a lungo responsabile di una comunità per la riabilitazione di pazienti psichiatrici gravi, torna sul luogo del trauma come luogo del delitto, in stanze dove, inesauribile, una corrente continua a circolare. È una stanza, quella dell’incontro analitico, alla quale si approda e poi si ritorna, dove capita di risentire la voce del padre, rivedere i castelli eretti in faccia al mare. Dove “riprovare a scavare nella sabbia asciutta” è una delle esperienze possibili in un setting che prevede la presenza di sabbiere dal fondo e dal bordo azzurro (cm. 57 x 72 x 7). E scaffali “dove la realtà è esplosa, i suoi componenti sono in ordine sparso, per quanto allineati. Regno animale, vegetale, minerale sono apparentemente...

Il colore più brutto del mondo / Marrone

«De maròn ghe xe solo 'e scarpe»: così il mio maestro di pittura, Paolo Quaresima, citando il suo professore veneziano all'Accademia. Il marrone non c'è nello spettro e non c'è in pittura, la cui grammatica usa piuttosto la tavolozza dei bruni e delle terre. Anche nel linguaggio comune il marrone gode di cattiva fama, che forse ha radice nell'etimo, nell'arroganza della castagna più grande «unica nel riccio per aborto delle altre» (Dizionario etimologico Pianigiani). Al di là dello scherzo, la parola non piace, indica qualcosa di negativo, di sbagliato: il Battaglia la fa derivare dal latino medievale ma[r]ro, -ōnis, che significa errore. Uno dei suoi significati infatti è «errore, sbaglio madornale; notizia, affermazione non corrispondente al vero o falsata in modo eccessivo; azione sconsiderata, inopportuna, dannosa  –  con valore attenuato: birbonata, marachella, scappatella». (Grande dizionario della lingua italiana, Utet). Il dizionario suggerisce come esempio, tra gli altri, una frase di Don Abbondio in Fermo e Lucia: «No, Fermo, per amor del cielo, non mi fate un marrone: non mettete in imbroglio me e te». Nei Promessi sposi il marrone scompare e Don Abbondio...

Una scrittrice cinese tra le Alpi / Lo yin e lo yang di Heidi

Sono cresciuta nella Cina degli anni settanta e ottanta, in una famiglia comunista: i libri per bambini neanche sapevo cosa fossero. A quel tempo in Cina le favole non erano viste di buon occhio. Piuttosto ci venivano propinate le gesta eroiche dei comunisti rivoluzionari. A scuola, un bimbo di sette anni imparava a difendere il paese dagli imperialisti americani. La mia prima storia per bambini l’ho letta a sedici anni – era La sirenetta di Hans Christian Andersen. Vivevo ancora nel sud della Cina con i miei genitori comunisti. Quella storia bellissima mi fece un grande effetto. Me ne innamorai. E mi spezzò il cuore quando la sirenetta si tagliò la coda per diventare umana e fare innamorare il principe. Quella storia mi mise di fronte a un mondo radicalmente diverso – un mondo che il governo cinese non voleva mostrare. Un mondo seducente quanto crudele e doloroso. Non bastava che la sirenetta danzasse per il principe sui suoi piedini sanguinanti: lui l’abbandonava perfino, per sposarne un’altra, una principessa vera. Arrivata alla fine, quando la sirenetta muore e il suo corpo si dissolve in schiuma, ero in lacrime. Mi ricordo che camminavo verso la scuola costeggiando i campi...

Dal numero speciale di Philosphy's Kitchen / Mito e (neuro)scienze

Pubblichiamo un estratto da un saggio del numero speciale della rivista Philosphy's Kitchen, MITO. Mitologie e mitopoiesi nel contemporaneo (a cura di Giovanni Leghissa ed Enrico Manera). Pensato come espansione del volume Filosofie del mito nel Novecento, Carocci 2015, il numero della rivista ospita interventi dedicati alle forme contemporanee della mitologia nel Novecento in diversi ambiti (arte, letteratura e cinema, storiografia, mito, esoterismo, scienze cognitive).   L'intelligenza del dio   Molti sono gli antropologi e gli psicologi di orientamento cognitivo che sostengono che le credenze religiose e mitiche siano una conseguenza naturale dell'evoluzione della mente umana, o mente/cervello, come si dovrebbe dire per sottolineare l'impostazione materialista di questi autori. Considerando il suo ruolo fondamentale nella storia delle scienze cognitive, un punto di vista interessante è quello di Howard Gardner, il padre della teoria delle «intelligenze multiple» (Gardner, 1987). Gardner (2000) analizza la possibilità di una forma autonoma di intelligenza, spirituale o religiosa, che comprenderebbe due abilità principali: realizzare particolari stati fisici coinvolti...

Università, italiano, anglicismi / L’italiano non è sexy

A volte, lo confesso, mi lascio prendere dallo sconforto. Non sempre, intendiamoci. La maggior parte del tempo, di fronte a questo fenomeno, la mia reazione è più contenuta. Un sordo fastidio per espressioni correnti e andanti come “open day” o “summer school”. Un principio di irritazione per diciture quali “job placement”, “problem solving”, “incoming student” (spesso semplificato in “incoming”). Un’irritazione più marcata per “welfare”, “mission” e “customer care”. Una desolata rassegnazione alla pronuncia anglicizzante di parole come tutor o media (tiútor, mídia) – che peraltro si tramuta immediatamente in orticaria all’emergere occasionale (ma capita, eccome se capita) di “tutoraggio” pronunciato tiutoraggio. (Personalmente dico solo “tutorato”; di tanto in tanto mi sorprendo perfino a chiedermi come suona a un orecchio inglese tutorage, rispetto a tutoring – ma questo ovviamente è un altro discorso).   Non so se devo essere considerato un purista. A me non pare. D’accordo, “taggare” non cessa di dispiacermi, “spoilerare” mi disgusta, “card” mi stucca o mi esaspera. Ma, per dire, troverei insensato andare alla ricerca di un equivalente italiano non dico di software o di...

Insospettabili / Cinquanta sfumature di giallo

Il «giallo» e le sue tracce.    La tavolozza cromatica del «giallo» riserva continue sorprese.  I suoi confini, un tempo, erano considerati netti e rigidi, legati a una precisa epoca storica. Si parlava di un genere letterario sorto sulla scia dei feuilleton ottocenteschi, imperniato sul delitto e sulle indagini per rivelarne l'autore. La fede positivistica nella scienza conduceva a non avere dubbi sullo smascheramento del colpevole e nel ritenere inossidabili i collegamenti tra gli indizi perché essi non potevano che convergere nel successo dell'inchiesta. L'esigenza di sicurezza nel debellare la devianza criminosa, la vittoria dei buoni sui cattivi, la celebrazione di una società sana che subisce una ferita solo momentanea erano le ragioni, tra le molte, del suo successo.    E il successo era incalzante, appassionava gli studiosi e gli intellettuali che intervenivano dividendosi spesso su un nuovo genere letterario non sempre raffinato ma dilagante. Voci autorevoli, ad esempio raccolte nella preziosa ma smarrita antologia La trama del delitto, stimolavano discussioni sul suo inserimento nella letteratura di massa, nell'ambito di quella letteratura di...

Caterina Bonvicini. Tutte le donne di… / Sesso e fallimento

Tutte le donne di Vittorio lo aspettano la vigilia di Natale, sedute intorno al risotto con i porri e al branzino con le patate al forno. Ci sono la moglie, l'ex moglie, le due figlie, la madre, la sorella e l'amante. Lui non c'è. Dà forfait. Avvisa giusto la figlia più giovane con un sms e lascia tutte appese a quell'abbandono, a fare i conti con la sua ingombrante assenza. La scomparsa, la fuga, la perdita di un uomo è il movente per raccontare le sue donne, “le donne di”, e quella preposizione che esige appartenenza e proprietà è il pretesto per tenere insieme tutte quelle declinazioni del femminile, senza lasciarle sbriciolare ognuna nelle sua personale confessione di fragilità («ci sembrava di essere una cosa o un'altra per colpa o per merito suo. Ora siamo quello che siamo, senza scuse»). Quel genitivo garantisce specificazione e relazione, così le donne di Vittorio possono raccontarsi a partire dal vincolo che le lega a lui e ai rapporti che si formano tra loro in sua assenza.   L'ultimo romanzo di Caterina Bonvicini mette a punto un particolare gioco prospettico in cui –  attraverso l'uso mirato della differenziazione stilistica di forme, timbri, registri e...

Federico Bertoni Universitaly. La cultura in scatola / Come distruggere l’Università

Il libro di Federico Bertoni Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016, pp.139, € 15,00) è un libro bello, ed è un libro importante.  Che sia bello non è circostanza banale, per un libro che si occupa dell’Università e dei suoi problemi, fornendo per giunta informazioni e dati preziosi. Ma l’argomentazione di Bertoni parte dalla sua esperienza personale e se ne arricchisce, intrecciando lo stile dell’autobiografia con quello del pamphlet. Soprattutto, lo studioso di Letteratura Bertoni conferma in questo libro che la Letteratura è anche una modalità della conoscenza, e chi ne dubitasse può verificare come – ad esempio – Stendhal possa servire per capire le tensioni frustrate dell’Italia in cui viviamo o la bêtise flaubertiana descriva, meglio di qualsiasi saggio sociologico, la mentalità priva di orrore di sé di chi ci amministra. La regola aurea della burocrazia “Rendere difficile il facile per mezzo dell’inutile” è in questo caso applicata senza risparmio. Basti consultare il glossario di sigle che Bertoni pubblica in appendice (p.129): Anvur, Asn, Asu, Cfu, Crui, Gev, Orcid, Pqa, Peer review, Prin, Psa (che però non è quello che i maschi ultrasessantenni...

Sulle tracce del Goofus Bird / Roma. L’ex manicomio di Santa Maria della Pietà

Nel Manuale di zoologia fantastica, Jorge Luis Borges descrive il Goofus Bird, definendolo “un uccello che costruisce il nido a rovescio e vola all’indietro, perché non gli importa del posto dove va, ma di quello dove stava”. A un nido rovesciato assomiglia la pianta del parco di Santa Maria della Pietà. O a un fiore. O, meglio ancora, alla superficie d’uno stagno in cui qualcuno ha gettato un sasso, e le cui onde concentriche si propagano fino alle rive più estreme. L’istituzione fu fondata nella metà del Cinquecento da un sacerdote e da due laici vicini a Ignazio di Loyola. Sorgeva allora nei pressi di Piazza Colonna, ed era preposta all’accoglienza dei pellegrini attesi per l’Anno Santo del 1550. Ma il progetto vero e proprio di una Città della e per la pazzia vide la luce solo agli albori del Novecento, quando si decise di edificare 27 padiglioni su 150 ettari nel quartiere di Monte Mario, accanto alla via Trionfale, nell’area di Sant’Onofrio in campagna.        Dopo due settimane di maltempo, il sole di questa domenica di maggio rende la gente molto soddisfatta. In città si parla di poco altro se non di questo cielo improvvisamente così allegro, di...

Il mancino zoppo: un maestro del pensiero / Sei domande a Michel Serres

Ho incontrato Michel Serres il 15 maggio al Salone del Libro di Torino, dove è stato invitato per discutere insieme a Corrado Augias del suo ultimo libro, Le Gaucher boiteux. Figures de la pensée (Le Pommier, Paris 2015), una vera autobiografia intellettuale, tradotto in Italia da Bollati Boringhieri (Il mancino zoppo. Dal metodo non nasce niente, traduzione di Chiara Tartarini, 2016). Il pubblico italiano può ora meglio apprezzare la sua opera, dopo la pubblicazione di Michel Serres, «Riga 35», a cura di Mario Porro e mia (Marcos y Marcos, 2015) e dei due pamphlet pubblicati da Bollati Boringhieri, e da me tradotti: Tempo di crisi (2010; Temps de crises, Le Pommier, Paris 2009) e Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere (2013; Petite Poucette, Le Pommier, Paris 2012). Un pubblico numeroso e attento è rimasto affascinato dall'affabulazione di questo «maestro del pensiero», come recita la motivazione del Premio Nonino ricevuto da Serres nel 2014. Ho posto a Serres, giovane filosofo ottantacinquenne, «la mente filosofica più fine che esista oggi in Francia» (Umberto Eco), sei domande.    D. Il suo ultimo libro, Il mancino zoppo, che elogia il...

Quadrature del cerchio e altre scommesse

Da qualche tempo il sito di “Doppiozero” ha cambiato veste grafica e impaginazione, facendosi più nitido, geometrico, accessibile. La sua economia, giocata su una relazione stretta e mai tautologica tra parola e immagine, permette di attraversarlo in tutte le direzioni – nell’orizzontalità dei campi tematici e nella verticalità dell’ormai densissimo archivio – con agio e scorrevolezza. È come se Paola Lenarduzzi, Stefano Chiodi e Andrea Morando, cui si deve questa operazione di re-styling, avessero voluto rispondere al quesito che si dovrebbe porre chiunque disegni un sito culturale: come si fa a renderlo ospitale? O, per dirla altrimenti, come si fa a renderlo accogliente e non banalmente invitante, chiaro ma non rigido, serio ma non austero, originale ma non istericamente trendy, stimolante ma senza furberie? Come si fa a metterne in rilievo la funzione e la finalità di contenitore e recettore di idee, pensieri, informazioni che mirano a creare uno spazio comune di riflessione, scambio, scoperta, azione? In estrema sintesi, come si fa pratica culturale sulla rete senza ricalcare la forma della rivista cartacea e senza abbandonarsi all’esaltazione della velocità, dell’...

Come si diventa Gesuiti / Adriano Prosperi, “La vocazione”

La vocazione è un libro che riprende un tema che appassiona Prosperi da sempre: il misto di ammirazione per la straordinaria capacità di affermarsi della Chiesa cattolica e di orrore di fronte alla ferocia del suo dominio sulle persone. Ma l'ammirazione prevale, specialmente in questo libro in cui sono al centro i Gesuiti nel primo secolo della Compagnia: l'intelligenza, la capacità psicologica e l'utilizzazione della comprensione antropologica della società nel mondo cattolico appaiono qui dispiegate nel rafforzare la Compagnia, nel selezionare i militanti, nell'imporsi dentro e fuori dalla Chiesa. Tutta la lettura di questa vicenda è fatta da Prosperi attraverso i documenti relativi alla procedura che porta alla vocazione per divenire gesuita, alla selezione e al controllo successivo per garantire la formazione, l'obbedienza e la perseveranza degli adepti. E la documentazione è essenzialmente quella delle memorie scritte specialmente dai nuovi aderenti, autobiografie apparentemente personali – perché tutte raccontano vicende specifiche e proprie – ma di fatto create secondo una struttura mutevole ma sempre riferita a temi costanti: la nascita della vocazione come un messaggio...

Madri e figlie / Julieta. Almodóvar

I personaggi di Almodóvar hanno un solo modo per tenere uniti i legami spezzati: raccontandoli. Scrivendo il proprio amore, confessandolo alla persona amata, parlando con la parte mancante. I personaggi di Almodóvar sono scrittori, anche quando, semplicemente, vivono. Con la loro vita, scrivono sullo schermo. Come Esteban all’inizio di Tutto su mia madre, che prima di morire e lasciare la madre al proprio dolore completa ciò che la parola scritta ha lasciato a metà.           Anche nell’ultimo film di Almodóvar, Julieta, c’è un rapporto materno spezzato. Una madre che non vede la figlia da dodici anni, dopo che quest’ultima, appena maggiorenne, si è rifugiata per un mese in una casa per ritiri spirituali e poi è fuggita senza dare notizie. Come tutte le donne di Almodóvar, anche Julieta prova a ricucire le ferite riscrivendo la propria storia. Julieta è rimasta vedova da giovane, ha cresciuto la figlia da sola, lontano dal mondo che aveva costruito con l’uomo che amava. O forse è accaduto il contrario: resa inerme e passiva dal dolore, Julieta è stata salvata e cresciuta dalla figlia. E un amore sbilanciato e carico di troppi silenzi ha finito per...

Anders Breivik, una persona normale

Sto scrivendo la recensione momento per momento, mentre leggo, senza avere terminato, correggerò le mie impressioni man mano che il testo prosegue, mi è impossibile leggere senza scrivere. Oltre 600 pagine dedicate ad Anders Behring Breivik, supposto pronipote del fondatore dello stretto. Sottolineo, segno, tremo. Poi penso. Si presenta la madre Wenche, infermiera, e il padre, diplomatico che non ha rapporti col figlio. Madre sola, nessuna inclinazione alla socialità, iper-maltrattata da bambina. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scrive Tolstoj.  Si scrive della dolcezza e della brutalità della madre verso il figlio, delle richieste di assistenza sociale e psichiatrica, delle valutazioni di rischio, tipiche dei servizi sanitari, della ricerca di una famiglia affidataria, che potrebbe diventare adottiva, della richiesta del padre, che ora sta in Francia, di avere l'affido del figlio, poi la sua ritrattazione. Molto rumore per nulla.   L'infanzia di Anders fa venire in mente il Franti di De Amicis. Però, crescendo, il giovane vive un'adolescenza che si potrebbe definire normale, tra hip hop e graffiti. Ma...

A vent’anni dalla morte / Bufalino e l’uomo invaso

Vent’anni dalla morte di Gesualdo Bufalino: sembrano tanti, se pensiamo a una civiltà così diversa da allora, e dal mondo tutto novecentesco di un uomo che, dal suo estremo lembo di provincia, non aveva fatto in tempo a emozionarsi per le “Tristezze di San Luigi” (così racconta che veniva ipercorrettivamente tradotto St. Louis Blues dai giovani siciliani che furtivamente e golosamente scoprivano quei neri ritmi d’America banditi dall’autarchia fascista) e già veniva folgorato dagli abissi di Charlie Parker; o, se preferite, s’era appena innamorato d’una madeleine inzuppata nei ricordi e già doveva fare rapidamente i conti con le più algide vertigini bibliotecarie d’un argentino cieco.  E cos’avrebbe pensato degli anni Doppiozero – o, meglio, 2.0 – quest’uomo del Novecento che s’ingegnava a far funzionare un videoregistratore con le istruzioni ben in vista sul tavolino, e solo perché ritornassero ad agitarsi, nelle sue notturne visioni d’insonne, i fantasmi di Marlene Dietrich o di Fred Astaire, i fumi del Rick’s Cafè o le brume di un quai parigino?    Domanda inutile: lo scacchista Bufalino (un Antonius Block in borsalino e giacca di tweed) s’arrese al Matto della...

Il carteggio tra scienza e psicoanalisi / Jung e Pauli psiche e atomi

Tra il 1932 e il 1957, il futuro premio Nobel per la fisica Wolfgang Pauli e Carl Gustava Jung, padre della psicologia del profondo, intesserono un fittissimo carteggio alla ricerca di un terreno comune tra realtà fisica (Wirklichkeit) e realtà psichica (Realität) che si rivelò per entrambi estremamente fecondo per la chiarificazione e la ristematizzazione di alcuni concetti chiave al centro dei loro futuri lavori. Ce ne rende finalmente conto nella sua interezza l’edizione italiana a cura del fisico Antonio Sparzani e della psicoanalista junghiana Anna Panepucci, recentemente uscita per Moretti & Vitali: Jung e Pauli. Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e materia, pp. 392, euro 30. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, l’incontro tra i due non fu dovuto a questioni scientifiche ma a ragioni cliniche. Wolfgang Pauli, che nel 1932 era già riconosciuto come uno dei più eminenti rappresentanti della fisica meccanica e di cui Einstein aveva pubblicamente lodato “la comprensione psicologica dell’evoluzione delle idee, l’accuratezza delle deduzioni matematiche, la profonda intuizione, la capacità di presentazione del lavoro con sistematica lucidità, la...

Da Matilde Serao a Pier Paolo Pasolini / Scrittori italiani a Gerusalemme

«All’alba del XX secolo Mosè si ferma in Alessandria d’Egitto, come Cristo ad Eboli». Invero un po’ poco, in un’età che invece vede diffondersi e confermarsi il viaggio sia in quanto catarsi, o esperienza iniziatica, sia come percorso di conoscenza e condivisione. L’oggetto manifesto del volume al quale stiamo dedicando la nostra attenzione è dichiarato fin dalle primissime pagine, trattandosi del tema del viaggio a Gerusalemme nella cultura letteraria italiana a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi sessant’anni del secolo successivo. La data limite è il 1967, con la Guerra dei sei giorni, quando l’intero scenario regionale sarebbe mutato, da subito con gli effetti della vittoria militare d’Israele ma anche sul lungo periodo, con processi in atto i cui risultati dobbiamo ancora verificare ai giorni nostri. Non di meno, poiché l’autore è uno spigolatore di professione, uso a ripassare, con arguzia e metodo, quanto da altri parrebbe già essere stato fatto oggetto di una più che soddisfacente pulitura e mondatura, quel che dal suo fare ne deriva sono ricostruzioni di quadro dai tratti inediti.   L’acribia premia, a tale riguardo. Alberto Cavaglion con il suo...