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Letteratura

(1,485 risultati)

Giorgio Agamben. La vita delle forme / Inquietare il proprio tempo

Da poche settimane è uscito – per la collana Opus dell’editore Seuil – un’edizione integrale che raccoglie le traduzioni francesi dei volumi di Homo sacer, il grande progetto filosofico di Giorgio Agamben. Il corposo volume consolida un dibattito e un’attenzione editoriale che in terra straniera è vivo da molti anni; in Italia, invece, il confronto critico con il pensiero di Agamben – in corso in realtà da molti anni – sta solo ora cominciando ad assumere la forma di una rigorosa operazione analitica che prende corpo in volumi monografici e collettanei dedicati. Forse con qualche anno di ritardo, se prendiamo seriamente la bella definizione che gli ha dedicato Georges Didi-Huberman: «Giorgio Agamben, uno dei filosofi più importanti, più inquietanti del nostro tempo. Che cosa chiedere di meglio a un pensatore che inquietare il proprio tempo, proprio per il fatto che egli stesso ha un rapporto inquieto con la propria storia e con il proprio presente?» (Georges Didi-Huberman, Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 42).   Di questo panorama sono consapevoli Antonio Lucci e Luca Viglialoro, curatori del volume intitolato...

Chi ha paura di Alex il dinosauro? / Immaginazione, utopia e natura in Fa’afafine

A: “Ma tu hai visto lo spettacolo Fa’afafine di Giuliano Scarpinato?” B: “No, ma penso sia pericoloso, per l’identità dei nostri figli e l’esistenza della famiglia naturale. Parla, infatti, di un bambino trans-gender.”   Questo dialogo inventato non è purtroppo slegato dalla realtà. Esso sintetizza al massimo le ‘ragioni’ delle molte proteste che sono state sollevate contro il lavoro Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro. Chi protesta contro questo spettacolo ne parla, infatti, pur non avendolo visto e a partire da presupposti ideologici. Ignoranza e preconcetti di base hanno molto danneggiato, dunque, la ricezione di un lavoro che da tanti punti di vista può essere considerato stupendo. Non mi soffermerò, in questa sede, ad approfondire perché l’ideologia è profondamente dannosa nei riguardi di questo spettacolo e del teatro in generale, né perché la ricerca teatrale di Scarpinato non è affatto pericolosa per i bambini. Questi due compiti sono stati già stati assolti rispettivamente dagli articoli molto densi di Mario Bianchi per Krapp’s Last Post, che sottolinea come la visione del lavoro sia “assolutamente necessaria per il mondo del teatro ragazzi italiano ma...

Un esercizio difficile / Scrivere ancora un tema?

Nell'ampia, e talora aspra, discussione sul degrado dell'italiano, generata dalla recente lettera-appello di 600 docenti e germinata in innumerevoli spin-off che ne hanno esplorato le diverse sottotrame politico-ideologiche (dalle responsabilità della scuola a quelle del web, passando per un classico assoluto del revisionismo culturale italiano, ovvero la demolizione postuma della figura di Don Milani), aleggiava nelle scorse settimane lo spettro della creatura polimorfa a cui da un secolo abbondante abbiamo affidato il compito di vigilare sulla buona lingua dei nostri studenti: il componimento d'italiano. Il componimento d'italiano, meglio conosciuto come «tema», costituisce infatti la prova più largamente utilizzata per testare le competenze linguistiche degli scolari, nonché quella dai contorni didattici più labili: perché non valuta, appunto, soltanto la cosiddetta forma, ma anche l'aderenza alla traccia, le conoscenze disciplinari e interdisciplinari, il saper argomentare e creare collegamenti, l'attitudine all'analisi e alla sintesi, e più in generale la capacità di mettere in ordine fatti e pensieri per strutturare un discorso articolato e coerente su un certo argomento....

Il nuovo lusso / Il silenzio

Del silenzio come bene comune   Il silenzio è un bene comune molto delicato; è come un pascolo o una fungaia o una fonte d'acqua, dove se io mi approprio sregolatamente della più parte del bene, ne tolgo agli altri il godimento (gli economisti chiamano questi beni, «rivali»). Come nel caso dei beni comuni tradizionali (acqua e pascoli) e dei nuovi beni comuni della conoscenza, beni «non rivali» studiati da Elinor Ostrom, anche il silenzio torna a ridestare attenzione man mano che lo si perde; talvolta non soltanto a causa di una generica diffusione di rumori industriali e urbani, ma proprio perché qualcuno che del silenzio è fobico gira una manopola, schiaccia un pulsante e lo distrugge, per sé e per gli altri. Qualcuno che non ama il silenzio e che impone le sue preferenze, perché non è vero che il silenzio lo amiamo tutti e ci dispiace perderlo.   I portatori di silenzio   Sono, coloro che lo amano, I portatori di silenzio? Lo dice nel titolo uno dei libretti-perle (“taccuini”) della collana dell'Accademia del Silenzio, fondata e diretta da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot, quello del poeta Stefano Raimondi. Il silenzio dei poeti è diverso dal silenzio...

La scrittura letteraria come un Teatro Anatomico / Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce

Non esiste il risparmio nella scrittura: chi scrive una storia, annota Natalia Ginzburg in un passaggio delle Piccole virtù, «deve buttarci dentro tutto il meglio che possiede e che ha visto, tutto il meglio che ha raccolto nella sua vita». La notte ha la mia voce, di Alessandra Sarchi, è un libro bello e importante anzitutto per questa capacità di non preservarsi: di non lasciar cristallizzare, fino al logoramento, domande essenziali di una vita, e che intanto possiamo fissare in due-tre punti: cosa diventi quando sei in ospedale? In quel teatro anatomico che è adesso il tuo corpo, cosa si mette in scena? E il tuo io arrivato da là fuori quale parte rappresenterà, d’ora in poi?   O, ancora: qual è la biografia di un corpo spezzato? Cosa ne ricompone la scrittura, se cerca di rimettere dentro un intero le trame del suo destino; come, con quale voce può farlo? Questo è il centro della narrazione, eppure questa non è la sostanza, perché La notte ha la mia voce non è il reportage di una degenza ospedaliera, non è una testimonianza, e non è neppure un memoir. Chi cercasse tutto questo dovrà passare altrove, perché l’ultimo romanzo di Alessandra Sarchi non s’ispira alla poesia...

Il mondo sonnolento dello scrittore lombardo / L’invenzione. Ritorna Alberto Vigevani

Stando alla vulgata, la narrativa italiana sarebbe povera di scritture di racconti. Diversa sorte tocca a lavori brevi la cui natura non è semplice da definire: Vigevani è tra i campioni assoluti di questo pensare alla letteratura. Una produzione novecentesca in confidenza con l’espressione dell’interiorità che, in contesto nazionale, risale a certa Firenze del secondo quarto del secolo Ventesimo, e su di uno scacchiere maggiore coglie l’eco proustiana: doveroso – ma sino a che a punto? – scomodare un universo, anche solo di riferimento, della poetica vigevaniana, dai sodali di “Solaria” prima a quelli di “Letteraura” poi, all’insegna del magistero ideale di Alessandro Bonsanti.   Tra altre occupazioni raffinato libraio antiquario e editore, Alberto Vigevani romanziere è tra i massimi prosatori del Novecento italiano. Il silenzio cui l’attualità sembra condannare i testi del lombardo è vinto, di tanto in tanto, dall’uscita di lavori che impongono un’attenzione rinnovata per un’opera capace di sopravvivere alle estati della prosa d’arte e di richiamare, dunque, la critica e i lettori alla fatica di un formidabile quanto mai imbozzolato interprete della letteratura della...

Generazione TVB / Adolescenza, stato interminabile

“Come va?”, “Tutto ok”, “Com’è andata a scuola?” “Solito”. L’adolescente è laconico. Quando è costretto a comunicare con il mondo altro, quello adulto, adotta un sistema monosillabico e risponde per gentile concessione a quell’evidente tentativo di estorsione. La comunicazione tra i grandi e chi cammina nelle sabbie mobili di un’età storicamente ingrata, ora incerta, è la parte più ardua di quella missione formativa che già Freud definiva impossibile. I testi che parlano di adolescenti appaiono spesso stereotipati, gli usi e i costumi dell’età incappano nelle definizioni della patologia, in ammiccamenti verso le forme che assume la sessualità: lo sguardo dall’alto di una generazione rivolto verso il basso di quella che cresce ripropone, ogni volta e di nuovo, il confronto tra passato e futuro, modelli sociali e aspettative genitoriali e, a ognuno, i propri ricordi di gioventù. Ai miei tempi non era così, né poteva esserlo perché ogni generazione che avanza costruisce il proprio volto in un mondo diverso.    Tiziana Iaquinta, pedagogista, e Anna Salvo, terapeuta di formazione psicoanalitica, evitano le trappole della moralizzazione e della demonizzazione, e partono da un...

Massimo Recalcati. Il mistero delle cose / Il silenzio della psicoanalisi di fronte all’arte

A che cosa serve un sintomo? L’ultimo Lacan lo diceva provocatoriamente ma molto chiaramente: il sintomo non serve a niente. Serve soltanto a godere. È un’affermazione che evidentemente ribalta quello che è ancora oggi uno dei luoghi comuni più diffusi riguardo all’esperienza della psicoanalisi. Ovvero, il fatto che si tratti di una pratica che produce una conoscenza riguardo al sé, alla propria interiorità, al proprio – ma il termine andrebbe chiarito – inconscio. Che cos’è infatti l’inconscio? È un insieme di significati che riguardano noi stessi e che sono nascosti alla coscienza? È un archivio di esperienze passate che sono successivamente state represse per il loro contenuto traumatico? Che cosa vuol dire “fare esperienza” dell’inconscio durante l’analisi?   Giorgio Celiberti, 1992-1995 Teorema magico   La psicoanalisi, inventata dalle isteriche alla fine del XIX secolo, è nata come obiezione nei confronti di un’eziologia medica che non riusciva a trovare la causa di un malessere che pur manifestandosi oggettivamente sul corpo sembrava non avere ragione d’esistere. È stata l’isterica a inventarsi un messaggio cifrato, iscritto sul proprio corpo, indirizzato a un...

Funzione Méliès / Precoci incontri con il futuro

Il dominio della fantascienza sugli schermi contemporanei include quelli che con Jameson potremmo definire ideologemi legati a un ampio arco di concettualizzazioni del mutamento tecnoscientifico della/nella società: dal mutamento come progresso, al mutamento come inquietante catabasi. Lungo la linea nobile che unisce proiezione utopica ed estrapolazione distopica come poli opposti di un continuum critico (le cui tipologie e topologie sono state mappate da studiosi esploratori della terra del fantastico come Tom Moylan), si diversifica un proliferare di narrazioni che tengono viva e sempre rinnovano la “funzione Méliès” nei nostri consumi culturali – tra l'onirico e il luciferino, tra la meditazione e il trucco.   Georges Méliès in una scena di Escamotage d'une dame chez Robert-Houdin (Star Film 70, 1896).    La fantascienza vive un'epoca ricca di possibilità tecniche, e l'industria dell'intrattenimento non cessa di sfruttare questo potenziale, come dimostra tra l'altro il convinto uso dell'etichetta di genere fantascientifico riproposto al cinema, in tv, in console, sul web (a differenza della “timidezza” che vige in Italia da parte dell'editoria maggiore). Ma...

Gilles Clément, Ernesto Schick. Le vagabonde / Piante ed erbe viaggiatrici

  Un nuovo contributo a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA).    Nel 1980 un botanico svizzero, Ernesto Schick, decide di studiare le erbe che si trovano nei sedimi ferroviari del Ticino, in particolare nella stazione internazionale di Chiasso. Analizzando i binari, le traversine, le massicciate, i canali laterali, le porzioni di terreno racchiuse tra una linea ferroviaria e l’altra, tutti i luoghi che sono prossimi al passaggio dei vagoni, Schick censisce 763 specie vegetali diverse, che costituiscono un quarto dell’intera flora svizzera; tra queste il 20% appartiene a specie in via di estinzione. Una biodiversità davvero incredibile. Molte sono terofite: fuggite da orti botanici, giardini, campi coltivati, sono arrivate sin lì inattese. Sono i treni ad averle trasportate, spesso da luoghi molto lontani. Basta un convoglio merci carico di sacchi di semi, e qualche lontano cereale giunge in quelle zone; quindi da qui si trasferisce lungo quegli interminabili interstizi, che sono le linee ferroviarie. Schick registra piante...

Viviamo tra l'originale e la copia / Malinconici eppure creativi

Sono la copia   Sono la copia e muoio di malinconia sognando di essere il mio originale. Mi consolo pensando che, dal momento che ha reso possibile la mia creazione, anche l’originale vive nello scarto tra se stesso e me. Persino chi ci ha creato entrambi non ne esce più: non poteva non crearmi mentre non riusciva a non cercare di conoscere l’originale, per scoprire che per farlo finiva comunque per creare una copia, cioè me. Quella sua capacità creativa che gli permette di conoscere è la stessa fonte della sua malinconia. Quell’illusione, che non è inganno, che nasce dal gioco con l’originale al fine di conoscerlo e che lo conosce solo dando vita a una copia, cioè a me, è il senso della vita, e quel senso pare che stia nell’ineluttabile scarto tra la vita stessa e la conoscenza. Chi mi crea non può che agire così, perché è fatto per “seguire canoscenza”; una volta che mi ha creato vivrà nella tensione tra me e l’originale, scoprendo che la vita è lì, con la sua generatività e la sua malinconia. Come ne I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rilke, l’esistenza si dà tra elementi impercettibili e infimi, ma anche terribili e meravigliosi. Mi capita ogni tanto di pensare di...

Un lungo dialogo con Stas’ Gawronski / Milo De Angelis. Strappare qualche parola al buio

La tua poesia è sempre stata una poesia difficile, di ardua comprensione. Eppure i tuoi versi non sono liberi, sembrano nascere da una necessità profonda. Quale?   La necessità è sempre la stessa: strappare qualche parola al buio e consegnarla a uno sguardo. Le  mie parole vengono da lì, da quel luogo arduo che tu dicevi, arduo e rinchiuso, da quella camera oscura in cui sono confinate e chiedono di trovare una forma, di non restare lì ammutolite in un solo cuore. Ed è vero che non sono libere: il cammino da quella stanza al mondo, il cammino dal silenzio alla voce è un cammino pieno di insidie. Non si può essere euforici, curiosi o arbitrari. La via d’uscita è una sola. Uno solo è il modo in cui la parola può compiersi. Per questo la parola deve misurare i passi e condurli in quella via, che è anche la propria salvezza e che è una via obbligata: non c’è altro modo per la parola se non quello che verrà inciso sulla pagina. E il lettore deve sentirlo: è l’unico modo.     Il tuo primo libro, Somiglianze, è un testo che ha segnato una generazione. Puoi dirci in che senso?   È sempre difficile parlare dei propri versi in rapporto a una contingenza storica. La...

Sulle tracce del bene con Gabriella Caramore, Maurizio Ciampa / La vita non è il male

Esiste il bene? Che cos'è? Come si diffonde? Si impara? Si chiedono questo, e molto altro, Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa autori del saggio La vita non è il male (Salani Editore), un'indagine alla ricerca del bene e delle sue tracce in un mondo e in un tempo, i nostri, che venendo dopo un secolo che è stato il più sanguinario della storia avrebbero dovuto, così si sperava, essere stanchi di sangue e crudeltà. Avremmo dovuto imparare dalla storia almeno qualcosa. E invece, abbiamo visto con incredulità e sgomento ricominciare la stessa tragedia, così silenziosa e piena di ragionevolezza, all'inizio…: file di uomini, donne e bambini vestiti poco e male, sotto la neve, in attesa di una scodella di cibo. È uno spaesamento quello che ci coglie. Cosa stiamo vedendo? In che epoca siamo? Sono ebrei, zingari, dissidenti politici? Siamo nella Germania hitleriana? Dove siamo? Non lo so, non lo ricordo, ma siamo oggi e quelli sono gente in fuga dai loro paesi, per molti e diversi motivi. È un'immagine che mi ha fatto paura. Non temo che i profughi ci portino via le cose, le ricchezze, il lavoro, lo spazio; temo che ci portino via l'illusione che avevamo di essere migliori dei nostri...

Questa sera a Libri Come, Roma / John Berger, Il settimo uomo

Nel 1974 John Berger e Jean Mohr terminano di scrivere un libro dedicato all’emigrazione in Europa. Raccontano con parole e immagini gli undici milioni di persone che dai paesi marginali del Continente (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia) si sono spostate per lavorare nei paesi più ricchi. Provengono anche da Turchia e Nord Africa. I due autori descrivono principalmente la migrazione maschile, lasciando sullo sfondo quella femminile, ed escludono la Gran Bretagna che per via del Commonwealth riceve lavoratori stranieri da tutto il mondo. Il settimo uomo (Contrasto, pp. 347, € 24,90) tradotto da Maria Nadotti, preziosa curatrice dei libri di Berger, è un volume inconsueto e unico, che dovrebbe stare nelle biblioteche di tutte le scuole italiane, sfogliato e letto in ogni classe, commentato ad alta voce dagli insegnanti. Sono certo che se don Milani l’avesse avuto tra le mani, l’avrebbe elevato a libro di testo della sua scuola di Barbiana. Si tratta infatti di un racconto – qualunque cosa scriva, Berger è sempre un narratore – e insieme di un libro scientifico, con dati e tabelle, di un libro di psicologia e insieme di antropologia, di un album d’immagini e insieme di un libro di...

A trent’anni dalla morte di Carlo Cassola / La ragazza di Bube: una troppo repentina resurrezione

Esiste una pagina di diario, quella del 2 aprile 1963, in cui Carlo Cassola annota: «Nel pomeriggio ho riguardato gli appunti de La ragazza di Bube» (Carlo Cassola, Racconti e romanzi, a cura di Alba Andreini, Milano, Mondadori, 2007, pp. 1796). Si può partire da lì, come ha fatto Alba Andreini che di Cassola ha curato il meridiano, per ripercorrere la genesi del romanzo uscito da Einaudi nel 1960 e scoprire l’esistenza, già nella primavera del 1958, di un abbozzo di trama; una traccia che assume pochi giorni dopo le forme dell’impegno, quando l’autore scrive a Calvino di voler provare al più presto a lavorare su quella nuova storia (ivi, pp. 1793-1808).   Il libro è ambientato negli anni confusi dell’immediato dopoguerra. Bube è un giovane reduce dalla Resistenza che gode di fama di vendicatore, tanto spietate e ardimentose furono le sue imprese; Mara è una ragazza di campagna, semplice e selvaggia. Si conoscono, si innamorano, ma Bube deve fuggire in Francia per aver ucciso il figlio di un maresciallo dei carabinieri. Lei potrebbe rifarsi una vita quando conosce un suo coetaneo operaio che le offrirebbe di certo un futuro quieto, però lo allontana. Attende Bube e, quando...

African photography; bridges the gap / Africa and the West. So close and yet so far

Italian Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    It is a risk inherent in every story, but especially in that of photography: the misappropriation of another's life, pain and suffering. The assumption of our own point of view and interpretation as an objectifying lens: here then our pain is attributed to someone else, our wonder sewn onto an anonymous face, which becomes public and is used for a particular message. It happens often in so-called developing countries (for which, as we shall see, another more realistic and less damaging title is needed), and in the great theater of humanitarian tragedies (women and children exposed in many non-governmental fundraising campaigns immediately come to mind). It happens particularly in Africa, a continent that is a source of narrative ideas brimming with pathos and not always faithful to reality. It happened in the early years of the 19th century, when photography came into being and was first used in Africa. Photographers of the colonial regime and travelers recounted "their Africa," full of exoticism and asymmetries. However, Africans who used this new technology –the Creole-Ghanaian Lutterodt family, the Sierra...

Fotografia africana: colmare le distanze / Africa e Occidente. Così vicini, così lontani

English Version   Headache by Heba Khalifa, Egyptian.    È un rischio implicito in ogni narrazione, ma specialmente in quella fotografica: l’appropriazione indebita della vita altrui, del dolore e della sofferenza. L’assunzione del proprio punto di vista e d’interpretazione come diaframma oggettivante: ecco allora la nostra pena attribuita a qualcun altro, la nostra meraviglia cucita addosso a un volto che resta anonimo, ma diventa pubblico e viene messo a servizio di questo o quel messaggio.  Succede spesso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per i quali, come vedremo, ci vorrebbe un’altra denominazione, più realistica e meno pregiudizievole) e nel grande teatro delle tragedie umanitarie (pensiamo a donne e bambini esposti in molte campagne di fund raising delle organizzazioni non governative). Succede in particolare in Africa, continente che abbonda di spunti narrativi pieni di pathos e sottratti alla verifica.  Succedeva già nei primi anni del XIX secolo, quando la fotografia nasce e sbarca in Africa. Fotografi del regime coloniale e viaggiatori raccontavano “la loro Africa”, piena di esotismi e asimmetrie. Gli africani che facevano propria la...

Teatro popolare d’arte Pirozzi-Civica / Ladri di poesia

Seduto su una sedia, al lato corto di un tavolo bianco, di profilo rispetto al pubblico, l’intero corpo di Luca Zacchini è concentrato in una tensione che culmina in quel braccio pendulo e in quella mano chiusa attorno a un coltello a serramanico: lo impugna con la calma vigile, insonne, di chi può, e soprattutto sa, sferrare il colpo. Seduto al centro del lato lungo, davanti al pubblico, come in aula d’esame, Alberto Astorri non lo guarda, china la testa su un quadernetto aperto e scrive. Scrive senza finzione, con la fatica e la scomodità di chi è consapevole di fare qualcosa di impossibile: scrivere in presenza di un altro, qui e ora, non un testo che evoca o rappresenta, che ricorda o proietta, ma poche parole, qualche verso, magicamente destinato alla salvezza.    È un’azione, come quella di puntare un coltello alla gola di un altro, da cui tutto, dopo una breve antifona, precipitosamente si è aperto sulla scena di Un quaderno per l'inverno, la pièce di Armando Pirozzi allestita – ma la parola giusta sarebbe preparata – da Massimiliano Civica al Fabbricone di Prato. Si chiama, o forse un tempo si chiamava, poesia. Ma la sua invisibile flagranza – vediamo che il...

Come si può fare letteratura dopo piazza Tian’an men / Zhu Wen lascia

Zhu Wen: stralci da un’intervista. Parole sue in viva voce, in quell’inglese approssimativo. Traducendole in italiano fatico a riprodurre un’intonazione, la cantilena personale. Vengono frasi un po’ afone: ma tant’è. Casa sua è Nanchino, la sua giovinezza nella seconda metà dei dorati anni ottanta promessa di riforme, di maggiore libertà, di vento nuovo. Finita e archiviata la Rivoluzione Culturale, riabilitate molte tra le vittime.  Niente studi letterari: la famiglia gli impone la facoltà di ingegneria per irreggimentarlo. Fin da bambino, dice, “ero pieno di talento e quindi considerato una testa calda: attenti, dicevano gli insegnanti ai miei genitori. Sa pensare con la sua testa”. Sa usare le parole, sa esprimersi, è il migliore quando scrive articoli per il giornale della scuola. Me lo racconta Zhu Wen, tutto questo: è la sua versione. Si è seduto tranquillo, abbandonato sullo schienale. Nessun nervosismo, nessuna urgenza di sottolineare passaggi importanti. Racconta, e chissà quante volte già gli hanno chiesto di raccontare se stesso. Ho letto alcune interviste, oggi mi sembra – o è una mia speranza – che ripercorra le proprie tappe con più libertà, come se stesse...

Quel che ci fa vedere il mondo è anche quel che ci acceca / Immagini dappertutto

  Il 15/16 marzo a Torino due giorni di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un contributo di Vanni Codeluppi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   L’immagine ha una storia molto lunga alle spalle, in quanto è nata probabilmente con gli esseri umani. Con la capacità cioè di questi di estrarre dalla realtà che li circonda e di trasformare in simboli gli elementi presenti nell’ambiente di vita. Una capacità che era già presente dunque nei primitivi disegni che venivano tracciati sulle rocce presenti all’interno delle grotte. Disegni che, secondo alcune recenti scoperte fatte dagli archeologi, risalgono a circa 77.000 anni fa.  Ma l’immagine non opera soltanto dando vita a una riproduzione della realtà. Può presentare infatti anche qualcosa che è estremamente dissimile da questa. Qualcosa che appartiene...

In mostra a Milano il multiverso belliniano / Mario Bellini, o della Bellezza

In Giappone vige il divieto di proiettare l’ombra di un edificio sul terreno del vicino. Pare che il problema si possa ovviare in due modi: o acquistando dal proprietario del terreno il diritto di proiettarvi l’ombra, oppure con un colpo di genio. A raccontare di questa peculiarità giapponese è Mario Bellini (1935), mentre illustra il modellino del Tokyo Design Center, edificio da lui progettato nel 1991, esposto nella bella mostra che Milano, la sua città natale, finalmente gli dedica.   Plastici del Tokyo Design Center, 1991. Sotto: alcuni scorci del Tokyo Design Center.      La retrospettiva, intitolata Mario Bellini. Italian Beauty e curata da Deyan Sudjic, Ermanno Ranzani e Marco Sammicheli, cade a trent'anni di distanza dalla mostra che gli dedicò il MoMA di New York, incentrata sulla sua attività di designer (con 25 suoi pezzi già inclusi nella collezione permanente di quel museo). La rassegna milanese, allestita in Triennale, e visitabile fino al 19 marzo, accanto agli oggetti di design, presenta invece l’intero “multiverso belliniano”, che si compone della sua architettura – alla quale egli ha atteso a partire dal 1989 –, dei suoi interventi...

La «completezza» della donna e il tabù del rimpianto / Storie di donne che tornerebbero indietro

Chi l'ha detto che la completezza della donna si realizza tramite la maternità? Che la capacità di fare figli è il nucleo cruciale dell'esistenza di una donna? Certo, lo affermano molte religioni, culture e società. Ma deve per forza essere così? E se alcune donne e uomini non percepissero il desiderio di genitorialità? E se alcune donne, horribile dictu, che figli hanno avuto, se ne pentissero, rimpiangendo la condizione di quando non erano nati? È contro il tabù del rimpianto che si rivolge l'analisi della sociologa israeliana Orna Donath in questo recente studio uscito l'anno scorso in Germania, dove ha provocato un vivace dibattito, e che esce ora tradotto in lingua italiana. Molte donne diventate madri per inerzia, per abitudine o per costrizione familiare e sociale, si sono trovate a soffrire di rimpianto e pentimento: «Ah, non l'avessi mai fatto!». Sono donne che vanno al di là della ripartizione, che trattai nel volume da me scritto con Duccio Demetrio nel 2012, Senza figli (Milano, Raffaello Cortina editore) tra le  childless, le «senza figli», ovvero le donne che, pur sentendosi orientate verso la maternità, non riescono a realizzarla, e le childfree, le «libere da...

Maître del godimento del corpo / I tre passi fondamentali della perversione

Possiamo riassumere l’illusione perversa in tre passi distinti. Il primo passo è quello critico. Il perverso ambisce a denunciare la Legge degli uomini come un’impostura, a smascherarne la falsità e l’ipocrisia, a sviluppare una serrata critica alla dimensione disciplinare, repressiva, assoggettante della Legge. Per Sade la Legge assomiglia ad un “serpente velenoso”. La Legge degli uomini è un veleno perché trasforma la vera virtù – la spinta acefala della pulsione – in vizio, perché associa la virtù al giudizio morale imboccando la strada superegoica dell’esaltazione idealizzante del sacrificio e della colpa.     La critica della Legge è un punto fondamentale del pensiero perverso. Non a caso Sade assume l’atto perverso come una sorta di “negazione della negazione”: negazione di quella negazione morale che la Virtù eserciterebbe sul Vizio. Nega la negazione della vita promossa dalla Legge; solo il Vizio, non la Virtù, sarebbe, infatti, l’espressione naturale – “senza Legge” – della vita. Il carattere di impostura e di artificio simbolico della Legge consiste invece nel fatto che essa allontana l’uomo dalla Natura rendendolo schiavo, prigioniero della Legge stessa, la...

Raffigurano o parlano? / L’immagine senza titolo

Al pari della cornice, anche il titolo rientra nella categoria delle soglie, dei dintorni dell’immagine, secondo l’accezione che gli hanno dato Gerard Genette e Jacques Derrida, che nel suo La verità in pittura le attribuisce perfino una funzione o un carattere di verità. Dal momento che l’immagine è un oggetto visibile, un artefatto volto a far vedere, per capire cosa rappresenta dovrebbe bastare il semplice atto del guardarla, ci si dovrebbe poter limitare a riconoscere e descrivere quello che mostra al nostro sguardo: in breve, essendo destinata all’occhio, dovremmo attenerci a quel che il nostro organo della visione rileva, senza cercare suggerimenti o indicazioni aggiuntive, nella fattispecie un titolo, che possa chiarire o aiutare a vedere meglio o diversamente quello che appare raffigurato.  Intorno all’immagine, a delimitare i bordi dello sguardo, in realtà, non ci sono soltanto i limiti fisici del supporto su cui è dipinta, ma vanno inclusi anche i titoli, quali elementi soglia e orientanti la visione dell’immagine. Anche se il problema che pone il titolo all’immagine dipinta è alquanto recente, l’assegnazione di esso non è mai stata una decisione semplice e scevra...