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Letteratura

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Verso il futuro: dubbio e imprecisione / Lo scudo di Achille

Lo scudo bronzeo di Achille poco dopo la fine della guerra di Troia era da mettere senz’altro nella vetrina di un museo ma forse da rottamare come strumento di guerra. Eppure, quando era in uso con dietro Achille imbestialito, probabilmente faceva l’effetto di una bomba H e ne parlava tutto il Mediterraneo: arte, metallurgia, tecnologia, scienza, religione al servizio di Ares, Fobos e Deimos. Perfino noi di adesso siamo ancora in grado di tremare di paura, infilando con la fantasia lo scudo narrato da Omero nel braccio sinistro del più cattivo dei bronzi di Riace, quello coi riccioletti che sta a Reggio Calabria. Invece un contadino del Sannio, con la sua razione di fagioli e pancetta nella scarsella, si sarebbe sganasciato dal ridere al solo vederlo di lontano, con tutta la sua Quadrata Legione Romana. Eppure molti, a quei tempi di conquista della Britannia, sognavano il ritorno all’età del bronzo, dopo che l’età del ferro, pagata cara a rate dal consumatore, aveva sortito un risultato tremendo: basta solo pensare al coltello a serramanico di sarda memoria, dimenticando però “sottoprodotti negletti” come vomeri, zappe, badili...   Qualche tempo fa, in un momento di...

Il giocatore / E se vinco?

Ecco cosa dice Maestro Snoopy all’allievo Woodstock: “Nasci. Cresci. Colpo di fulmine. Colpo d’aria. Colpo di freddo. Colpo di sonno. Ma un colpo di culo, mai?” È questo il pensiero, per niente recondito, di tantissimi italiani: l’idea che solo un colpo di fortuna possa veramente portarti fuori dalle peste del vivere. Con la forza di una formidabile sintesi il nostro bracchetto sa toccare, anche se non proprio con grande raffinatezza, il nervo giusto per capire la radice del comportamento di tantissima gente che si rivolge quotidianamente alla fortuna con intenti serissimi pensando di potere davvero mettere le mani su un tesoro definitivo per una piena realizzazione della propria vita. Nello spirito di Aleksej Ivanovic, Il giocatore di Dostoevskij: “Contando anche la vincita precedente, avevo ora millesettecento fiorini, e tutto questo in meno di cinque minuti! Sì, in momenti come quelli ti dimentichi di tutti i tuoi precedenti insuccessi. Quel denaro io l’avevo vinto rischiando più che la vita; avevo osato rischiare, e ora ero stato riammesso nel consorzio umano!” (F. Dostoievskij, Il giocatore, trad, G. Pacini, Garzanti 2016, p. 193).    Tutti abbiamo esperienza di...

Mark L. Winston, Il tempo delle api / Lezioni di vita dall’alveare

Di libri sulle api e sull’apicultura sono pieni gli scaffali delle biblioteche e non potrebbe essere diversamente perché sia l’insetto in sé, sia le sue società hanno sempre attratto l’attenzione dell’uomo. Il rapporto con le api e l’utilizzo dei suoi prodotti risalgono dalla notte dei tempi: già le figure sulle pareti delle grotte preistoriche dimostrano che le pratiche per sfruttare questi insetti non erano poi così diverse da quelle usate oggi dalle varie popolazioni. Cosa quindi può aggiungere di nuovo un altro libro su questo insetto?    10.000 anni fa, nello Zimbawe, era già in uso il sistema della fumigazione dell’arnia. Cueva de la Arana, Bicorp, Spagna. Pittura rupestre di 8000 anni fa. Un uomo raccoglie il miele. Mark Winston è un ricercatore canadese, professore all’Università di Simon Fraser (Canada), che ho avuto il piacere di conoscere. È considerato a livello internazionale uno dei massimi esperti di api e di impollinazione. I suoi studi si sono fondamentalmente concentrati sull’ecologia e sull’influenza di questi insetti in agricoltura. Un legame conoscitivo e anche affettivo sempre più stretto con il suo oggetto di studio l’ha portato a...

Arrivare a baita / Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern

«Nell’inverno del 1944 ero prigioniero dei tedeschi in un paese verso il mar Baltico. Nevicava fitto, nevicava sempre. Io guardavo attraverso le piccole finestre della baracca ricordando la mia felice libertà nel paese lontano. E nel silenzio, tra il nevischio, mi ritrovai a ricordare compagni che la guerra aveva portato via. Improvvisamente mi tornarono veri, come stessi rivivendoli, i fatti che mi erano capitati l’anno prima […]. Presi allora un mozzicone di matita che conservavo nello zaino per quella mania che avevo di scrivere il mio diario, e su pezzi di carta racimolati in fretta incominciai a scrivere». È in questa maniera che il sergente maggiore degli Alpini Mario Rigoni Stern decide di trasformare la stesura del suo diario personale nel racconto di una testimonianza, di ciò che vide in Russia durante la Seconda guerra mondiale, a cominciare dalle sponde bianche di neve di un Don immobilizzato dal ghiaccio. Lì, dove il fiume devia improvvisamente verso est e sembra avvicinarsi fatalmente al Volga per poi ritornare in direzione del mar Nero. È in questa maniera che degli appunti presi su blocchi di fogli numerati divengono l’ossatura di quel libro che sarà pubblicato nel...

Dove cadono le ombre / Mariella Mehr e le coordinate del tempo

Le Giornate degli autori della 74. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica ha visto in programma il primo lungometraggio di Valentina Pedicini, Dove cadono le ombre. Pedicini è conosciuta dal pubblico che ama la poesia per il suo lavoro documentaristico su Mariella Mehr: dalla vita e dalla scrittura di Mariella Mehr nasce Dove cadono le ombre, un film che giunge dalla necessità di non far parlare direttamente la scrittrice, come nei documentari, ma di dar voce alla sua storia, narrata nelle sue opere, come personale e al contempo universale, che non si riferisca a una sola persona ma nasca da centinaia di biografie, come scrive in apertura di film Pedicini. Perché nella vicenda Mehr c’è la tragedia, accaduta in Svizzera dal 1926 al 1986, di un numero di bambini jenisch che va dagli ottocento ai duemila (e di altrettante madri e famiglie). I bambini venivano strappati alle madri, subito sterilizzate, e rinchiusi in orfanatrofi, ospedali psichiatrici, prigioni, con l’intento di estirpare il fenomeno del nomadismo. La Pro Juventute, associazione filantropica, che ha portato avanti questo progetto, ha usato i piccoli per esperimenti scientifici e violenze al fine di...

La scrittura orale di Marco Aime / Narrare per proverbi e immagini

Se fare poesia non è andare a capo spesso, Marco Aime è un poeta del nostro tempo. Ci ha offerto nel tempo così tante prove di dialogo tra mondi e della complessità di quegli incontri tra differenze culturali ed esistenziali da istituire una vera e propria tenzone col nostro mondo interno. Sia che si tratti di un racconto dal campo del suo liceo di provincia, che della transumanza in un luogo alpino, o di una sfida dell’antropologia che fa i conti col proprio sguardo come nella ri-narrazione dei Dogon del Mali dopo Griaule, oppure degli eccessi di culture, o ancora dei costumi ancestrali e contemporanei nella decorazione del corpo, Aime racconta poeticamente la varietà dei mondi che mette a tema della sua osservazione.   Il fatto è che egli si lascia osservare, più che osservare e poi traduce e descrive a suo modo i suggerimenti che lo raggiungono. E le sue descrizioni sono dense e leggere allo stesso tempo, come se avesse inventato una nuova forma narrativa: la scrittura orale. Sì, perché quando Aime si siede a proporre un suo racconto dal campo, così come quando leggiamo un suo libro, l’atmosfera è quella di un contesto garbato, gradevole, accogliente, in cui viene voglia...

Della crudeltà clinica / Schumann in manicomio

Incipit “Nel 1845, il dottor Richarz elabora una terapia per la cura della psicosi-schizofrenica basata sull’isolamento.” (da Alessandro Zignani, Il richiamo dell’angelo. Cinque pezzi fantastici sulla follia di Robert Schumann, p. 7)   Come raccontare la storia della follia di Schumann? Un importante contributo arriva dalla pubblicazione italiana delle lettere tra la moglie Clara e Robert (1854-1856) e dalla memoria di Clara. Clara Schumann (1819-1896), notissima concertista, che sopravvivrà di cinquant’anni al marito, scrive di quei momenti: Sabato, il 4 arrivò! Oh Dio, la carrozza era di fronte alla nostra porta. Robert si vestì con molta fretta, entrò nella carrozza con Hasenclever (il medico) e i suoi due infermieri, non chiese di me, né dei bambini, e io me ne stavo seduta vicino alla signorina Leser immobile dal dolore e pensavo, ora soccomberò! Il tempo era splendido, almeno il sole l’ha accompagnato! Avevo consegnato al dottor Hasenclever un bouquet di fiori per lui, che poi gli diede in viaggio; l’ha tenuto a lungo in mano, senza pensarci, poi d’improvviso ne ha annusato il profumo e sorridendo ha stretto la mano al dottor Hasenclever! Più tardi ha regalato a...

Va pensiero del Teatro delle Albe / La luce ustoria dei fiammiferi

Va pensiero, ultimo lavoro del Teatro delle Albe, coprodotto da Ravenna Teatro con Emilia Romagna Teatro Fondazione, avrebbe dovuto essere, in origine, un lavoro su Giuseppe Verdi. Invece è diventato un nuovo capitolo della serie di opere epico-didattiche delle Albe, quelle lunghe e popolose, corali, nel senso che richiamano a sé tutta la comunità di attori, tecnici e organizzatori della compagnia. Un’altra opera-manifesto con la drammaturgia di Marco Martinelli, come L’Avaro, Pantani, Vita agli Arresti di Aung San Suu Kyi, che sprofonda nell’attualità per condividere nei grandi teatri cittadini (dallo Storchi di Modena, all’Alighieri di Ravenna, per cominciare), una riflessione esemplare sulle miserie del mondo e sul valore dell’eresia; un’opera molto poco postmoderna nella filosofia e nella forma, che fa vibrare – attraverso simboli che si rivelano ustori anche nella società liquida e post-immunologica – l’archetipo emozionante della fiammella che resiste contro il dilagare del male, dell’uno contro i molti, della schiena che non si piega, neanche quando è spezzata: il Davide biblico, il Cristo, il Principe Costante, Aung San Suu Kyi.    La speranza risorgimentale...

Teatro delle Albe / Le miniature di Ermanna

Un anno fa usciva Miniature Campianesi, primo libro scritto da Ermanna Montanari, di recente vincitrice del premio della Associazione nazionale critici di teatro come migliore attrice dell'anno. Piergiorgio Giacchè racconta l’importanza di questo libro.   Ermanna Montanari e Marco Martinelli li conosco e riconosco dal tempo del teatro di gruppo, come la sola coppia che ha fatto gruppo senza mai divenire “aperta”: anzi, ermannamarco lo scrivono e lo vivono tuttattaccato… E l’amico spettatore non osi dividere quel che il teatro ha unito… Ma in realtà il teatro è venuto dopo una storia d’amore che era ora di ricordare e rivendicare. Ed è questo che hanno fatto, sia Ermanna che Marco, in due diversi libri che mi sono arrivati insieme e che mi sono letto “all’unisono”, alternando l’uno all’altro.. O l’Uno all’Altra?  Il fatto è che i due libri si dividono subito, e non soltanto per il senso ma piuttosto per il sesso che caratterizza i due mestieri del teatro. Perché diciamolo: a dispetto delle loro desinenze, Attore è sostantivo femminile e Regista è aggettivo maschile, chiunque sia a indossarne gli habitus. Così il libro di Marco (Aristofane a Scampia) si spende e si spiega...

Manuale di autodifesa per una conoscenza necessaria (ma non sufficiente) di DFW / "Hai letto Infinite Jest?”

Alcune volte si trema senza controllo di fronte a una domanda. “Hai letto Infinite Jest?” è per me una di queste. Meglio ammetterlo: non ho (ancora) avuto il coraggio di leggerlo per intero. Nemmeno di comprarlo, per la verità. Mi turba la mole del volume (lo so, è una scusa pietosa); mi deprime la lunghezza chilometrica delle note a piè di pagina; mi atterrisce la trama labirintica e vorticosa, nella quale è facile perdersi per non ritrovarcisi più. Penso di intendere il genere di sfida paradossale (e diciamocelo, un po’ sadica) lanciato dall’autore: “prova a leggerlo, vediamo se ce la fai; l’ho scritto apposta perché tu possa ben guardarti dall’aprirlo”. E poi: quanti altri classici non ho (ancora) letto! E quanti altri dovrei riprendere in mano! Il “cimitero delle nostre letture”, come lo definiva Franco Fortini in uno splendido saggio, chiede non senza ragioni la precedenza; e finora, l’ha ottenuta. Almeno su Infinite Jest.      Ogni volta che entro in una libreria, il romanzo mi fa l’occhiolino, mi guarda di sottecchi, mi rimprovera in silenzio. Tenta di abbagliarmi con la sua copertina violacea e ‘nebulosa’, con il suo titolo shakespeariano tratto da quel...

Esperimenti / Scienziati pazzi

C’è un passo nel secondo libro del De divinatione in cui Cicerone scrive nihil tam absurde dici potest quod non dicatur ab aliquo philosophorum, ossia non esiste niente di così assurdo che non sia stato detto da un filosofo. È una frase che mi è venuta in mente leggendo questo gustoso Scienziati pazzi di Luigi Garlaschelli e Alessandra Carrer, una carrellata mozzafiato che passa in rassegna “un numero sterminato di esperimenti davvero folli, divertenti e incredibili” lunga centottantatré pagine. La figura dello scienziato pazzo, il maniaco perennemente chiuso nel suo laboratorio, tra macchinari misteriosi e sinistri, con la chioma scarmigliata e gli occhi allucinati, non è solo un personaggio da film, ma gode di esistenza reale. Forse oggi nell’immaginario collettivo la sua figura è andata sbiadendo, sostituita da quella del nerd e da quella del geek, quest’ultimo più specializzato nel settore informatico. Ma dietro questa immagine inquietante, cinematografica e reale, se ne profila un’altra, mitologica, quella di Prometeo, il titano che rubò a Zeus il fuoco. E infatti a pagina 30 è rievocata l’opera di Mary Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo, dove lo scienziato Victor...

L'argentino che volle farsi italiano / Wilcock, iconoclasta solitario

“Sarà esistito davvero?”: è questa la domanda che mi faccio sempre ogni volta che chiudo un suo libro. Sarà esistito veramente Juan Rodolfo Wilcock, o è soltanto un personaggio partorito dalla fantasia di qualcun altro? Prima ancora che uno scrittore (Adelphi, suo editore “storico” sta pian piano ristampando in edizione economica tutte le sue opere), Wilcock è in effetti un gran personaggio letteario. Anche per questo, non mi ha sorpreso più di tanto ritrovarlo fra le pagine del non-fiction novel di Sandra Petrignani Addio a Roma (Neri Pozza, 2012), indispensabile regesto di aneddoti sulla Roma delle Arti e delle Belle Lettere a cavallo del mezzo secolo.   Il “personaggio-Wilcock” possiede innegabilmente un suo pittoresco fascino, a cominciare dalla scelta di vivere nell'estrema periferia capitolina, in un fabbricato anonimo di via Demetriade, fra la Tuscolana e l'Appia Nuova: un appartamento che l'amico Elio Pecora ricorda «barocco, pieno di libri, di polvere e peli di cane» e dove Sebastiano Vassalli ricordava d'aver preso anche le pulci («e non fu facile debellarle»). Né passava inosservata la sua aria da dandy straccione, con gli abiti acquistati di seconda mano e un...

Perché Lacan si è sbagliato sul rapporto sessuale (e forse anche sull’amore) / Amore tragico, amore comico

Gli aforismi sono enunciati a forte densità, che “danno da pensare”. Somigliano a quei fiori giapponesi, che Proust evoca all’inizio della Recherche, e che, quando vengono gettati nell’acqua, si espandono. L’acqua degli aforismi è l’interpretazione. Un aforisma di Kierkegaard dice: “Se due persone che si amano non si capiscono, è tragico. Se due persone che non si capiscono si amano, è comico”. Questo enunciato non potrebbe forse generare una teoria, e in ogni caso inaugurare una lunga riflessione? Jacques Lacan ha detto più di una volta che l’amore è un sentimento comico. Quest’affermazione va intesa come un’attribuzione delle storie d’amore alla sfera della commedia, cioè a intrecci che si sviluppano sul filo dell’equivoco, e in cui l’attrazione – anche reciproca – si manifesta in forma capovolta, come reciproca antipatia. Il lieto fine rimane visibile sullo sfondo, e si impone solo nel momento in cui il legame tra i protagonisti rischia di venire definitivamente spezzato. Esemplare è la vicenda narrata in un film di Lubitsch, Scrivimi fermo posta (1940), di cui esiste un remake (meno valido) con Tom Hanks e Meg Ryan (C’è posta per te). In Lubitsch la trama è questa: Alfred e...

Il disincanto dello scrittore polacco-napoletano / Gustaw Herling

Non so se facesse la sua passeggiata quotidiana anche prima; prima che gli venisse un infarto e che il medico gli vietasse di andare a Parigi, come faceva regolarmente ogni due mesi. La passeggiata lungo via Caracciolo doveva farla perché il cuore ne traeva giovamento, ma forse era anche un modo per mimare il suo allontanamento da casa e il successivo ritorno in uno spazio e in un tempo diversi, quasi una miniatura, rispetto a quelli cui era abituato nella sua pratica dell’andirivieni. Parlo di Gustaw Herling, di quell’uomo alto e di corporatura massiccia che ogni mattina puntualmente attraversava a piedi alcune strade napoletane. Da via Crispi, oltrepassata piazza Amedeo, veniva giù per via dei Mille fino a piazza dei Martiri; da lì, tagliata in due piazza Vittoria, scendeva fin quasi al mare e tornava indietro percorrendo via Caracciolo in senso contrario allo scorrere delle automobili, fino a raggiungere Mergellina, dove al capolinea c’era un autobus che l’avrebbe riportato a casa. M’immagino che a volte, al centro esatto della vasta baia, si fermasse dimenticando per un attimo il suo rimuginìo continuo. Per poi affrettare il passo, quando gli tornava in mente qualche...

Keyla la Rossa: un incontro con letture domani al Teatro Franco Parenti (Milano) / I. B. Singer dalle parti di via Krochmalna

“Dalla via Krochmalna ci sono passato in droshky e c’era una puzza tale che non riuscivo nemmeno a respirare. Canali di scolo pieni di liquami di fogna. Mentre passavo, una ragazza ha svuotato fuori dalla finestra un secchio di acqua lurida. Mi ha mancato per un pelo”, dice con disprezzo l’arricchito giramondo Max Levitas (lo Storpio), uno dei delinquenti che popolano lo straordinario romanzo inedito Keyla la rossa di Isaac Baschevis Singer (1904-1991), ambientato in gran parte a Varsavia, nell’ex quartiere ebraico, in via Krochmalna, che prende il nome dalle lavanderie ebraiche (in polacco krochmal significa “amido”).        Alla fine degli anni settanta abitai per qualche mese in un palazzone in via Krochmalna, dove aveva, fino al 1935, vissuto lo scrittore Premio Nobel per la letteratura (1978): “La mia casa paterna in via Krochmalna a Varsavia era una casa di studio, un tribunale, una casa di preghiera, un luogo dove si narravano storie e si celebravano anche matrimoni e banchetti chassidici. Da bambino ho sentito esporre da mio fratello maggiore e maestro, Israel J. Singer, che più tardi scrisse I fratelli Ashkenazi, tutti gli argomenti che i razionalisti...

Per una rivoluzione gentile / La sapienza del cuore

"Insegnaci a contare i nostri giorni/e giungeremo alla sapienza del cuore" (Sal 90). Per il salmista la consapevolezza della mortalità e, quindi, della preziosità di ogni giorno vissuto, è la via maestra che porta alla sapienza del cuore, cioè a quella forma di sapere che è saggezza, perché è conoscenza dell'intima natura dell'uomo e del rapporto vitale in cui sta con gli altri e il mondo. Sapienza del cuore vuol dire comprendere che siamo fatti di relazioni alle quali, per il bene di tutti, dobbiamo dedicare attenzioni e cure. Su questo tema negli ultimi tempi sono usciti i tre libri di cui vorrei parlare. Del primo intitolato, appunto, La sapienza del cuore (Raffaello Cortina Editore) è autrice Luigina Mortari, pedagogista impegnata da molti anni in un'importante e innovativa riflessione sul tema della cura.    Si può "vivere per inerzia", afferma all'inizio del libro citando Seneca, ma questo non sarebbe niente più che un conservarsi nel tempo. Vivere significa molto di più: vuol dire realizzare le proprie potenzialità, diventare ciò che possiamo essere o, meglio, ciò che siamo in potenza. Per questo abbiamo bisogno di inserire la nostra vita in un'architettura di...

Guida galattica per gli autostoppisti / A spasso per la galassia con Douglas Adams

Chi non vorrebbe andare a spasso per l’universo in autostop? Saltare a scrocco da un pianeta all’altro della galassia; sentire qualcuno che non racconta la solita solfa; innamorarsi di qualche creatura strana e poco pericolosa, diversamente da qui; visitare il “Museo dell’Immaginario demenziale di Maximegalon” (al solo pensiero vado in brodo di giuggiole); nuotare in mari di altri colori sotto cieli con altre stelle, da cui andarsene prima che diventino anche loro consuetudine? In attesa che qualche astronave transiti di qui e ci dia un passaggio, possiamo sempre farci le ossa e imparare alcune nozioni indispensabili leggendo la trilogia in cinque volumi di Douglas Adams (1952-2001), Guida galattica per gli autostoppisti.     La serie, che è poi diventata anche radiofonica, televisiva, film e videogioco, ripete il titolo del primo volume, uscito nel 1979 e subito diventato oggetto di un culto che non mostra sintomi di cedimento, tanto che ad esso sono dedicati siti, club e tutti i parafernalia che attorno agli oggetti di culto proliferano, incluso l’equivalente del joyciano Bloomsday, il “Towel Day” che si celebra ogni 25 maggio, a cui si può partecipare indossando per...

Ben Lerner. Odiare la poesia / Scrivere poeticamente (e misurarsi con una perdita)

Di Ben Lerner, poeta e narratore molto apprezzato già col suo primo romanzo Un uomo di passaggio (Neri Pozza, 2014), è uscito da poco un breve ma folgorante saggio dal titolo Odiare la poesia (Sellerio, 2017) per la traduzione di Martina Testa. L’autore quindi, dopo essersi provato in questi anni nello stile narrativo, è tornato a confrontarsi col suo primo amore; ricordiamo difatti che esordì poeticamente negli Stati Uniti nel 2004 col libro Le figure di Lichtenberg, ora pubblicato e tradotto per la prima volta in Italia dalla casa editrice Tlon. Lerner torna a confrontarsi col fatto poetico, ma guardandolo dal di fuori, attraverso gli strumenti della speculazione teorica ed anche dello scetticismo e dell’ironia. Si prende atto nel libro che l’ideale Poetico è irraggiungibile, poiché le poesie reali, che sono dentro il quotidiano, non potranno mai abbracciare il canto che abita le elisie sfere, il canto degli dei. Lerner ricorda che Platone nel Fedro fa dire a Socrate: “…Questo sopraceleste sito nessuno dei poeti di quaggiù ha cantato, né mai canterà degnamente…” e paradossalmente, l’attacco più veemente che l’antichità abbia compiuto su questa arte potrebbe essere letto come la...

Attualità di Michel Maffesoli, tra sociologia e filosofia / Tribù, reti, passioni

Nonostante i grandi sconvolgimenti tecnologici, organizzativi ed estetici che hanno interessato le società contemporanee, il pensiero di Maffesoli pare ancora in grado di rendere conto del presente, proprio perché egli non ha voluto enfatizzare la determinante tecnologica del mutamento. La variabile indipendente che egli utilizza per spiegare il mutamento sociale è la società stessa. In tal modo, a rischio di cadere in una sostanziale tautologia, egli è stato in grado di formulare una visione onnicomprensiva che, seppure ragionando in termini di grandi categorie, giunge a spiegare i fenomeni nella sfera del “micro”. La riedizione de Il vuoto delle apparenze di Michel Maffesoli, nella collana iMedia di Edizioni Estemporanee (curata da Tito Vagni) con postfazione di Nuccio Bovalino, è una buona occasione per tornare a riflettere sulla particolarità dell’approccio di questo filosofo-sociologo, la cui produzione ha saputo resistere all’usura del tempo, per corrispondere in modo quasi adattivo al cambiamento sociale e culturale che oggi viviamo.   Con il Tempo delle tribù (1988), Michel Maffesoli esprimeva un punto di vista alternativo sulla postmodernità, rispetto a quello di...

Il futuro dell'Europa / Il patrimonio culturale

Il 2018 sarà l’Anno europeo del patrimonio culturale. “Cartaditalia”, la rivista edita dall’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles e da Treccani, ha dedicato a questo argomento un numero speciale in due volumi quadrilingui con testi e saggi di grandi studiosi europei. Pubblichiamo per gentile concessione dei responsabili e dell’autore, che ringraziamo, l’Introduzione di Pier Luigi Sacco.   Il tema del patrimonio culturale è, tradizionalmente, uno dei punti fermi dell’identità europea. L’Europa è stata il luogo di incubazione delle prime istituzioni culturali moderne, delle teorie e delle tecniche della conservazione e della salvaguardia, delle stesse politiche culturali. Ed è la storia stessa del nostro continente a dare al patrimonio un ruolo centrale non soltanto nella trasmissione della cultura da una generazione all’altra, ma anche nella creazione di nuova cultura. La consapevolezza del rapporto tra cultura e identità europea è anche fortemente radicata nei cittadini di tutti gli Stati membri dell’Unione: nell’indagine sui valori culturali europei condotta da Eurobarometro nel 2007, l’89% per cento del campione dichiarava che la cultura e lo scambio culturale...

William O’Hagan e la Vita Segreta / Lo scrittore come medium di massa

La Vita Segreta non è un libro su internet, come è stato da molti presentato. Sì, è vero, racconta tre personaggi che rappresentano un bel pezzo della cultura digitale favorita dall’ascesa di internet ma non è per questo che ha senso leggere il libro.  La Vita Segreta (tecnicamente una raccolta di tre saggi (long form essays) pubblicati in precedenza sulla London Review of Books) è un libro che riconcilia con la scrittura. Ancor prima di ciò che racconta, il libro è importante perché ci restituisce speranza sul ruolo dello scrittore nella società. O’Hagan trasforma lo scrittore in un medium di comunicazione di massa: uno scrittore che scompare, nonostante la narrazione in prima persona, per farsi letteralmente medium, apparato, canale di comunicazione tra il lettore e le vite dei personaggi narrati nel libro. La scrittura di O’Hagan ha il potere di portarci a pochi centimetri dalla vita e dal corpo di tre persone che non abbiamo mai incontrato e di cui abbiamo sentito soltanto parlare: Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, “Ronnie Pinn”, uno sconosciuto uomo britannico morto negli anni ottanta al quale l’autore ridà vita online creando suoi profili fake sui social media...

Il fumetto dell’io / “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge

È spesso bizzarro il destino di alcuni testi che la critica, il pubblico e il passare del tempo finiscono per elevare al rango di capolavoro. L’uomo senza talento di Yoshiharu Tsuge appartiene senza ombra di dubbio a questa categoria: penultimo libro pubblicato in vita dall’autore prima del ritiro dalle scene, questo manga ha nel tempo conosciuto un seguito sempre più ampio a livello internazionale, superando la ritrosia del proprio autore e arrivando a diventare uno dei testi imprescindibili per comprendere a pieno le potenzialità espressive della letteratura disegnata. Ma facciamo un passo indietro. Il percorso da autore di Yoshiharu Tsuge è stato lungo e tortuoso, tanto quanto le sue vicende esistenziali. Il suo talento è precoce e fulminante, con opere che l’allora appena diciassettenne Tsuge realizza nel segno dei primi lavori noir di Yoshihiro Tatsumi. Ma il desiderio di dare forma alle proprie storie sarà per il mangaka sempre intrecciato con un profondo disagio esistenziale che con il tempo diverrà vera e propria malattia. Malgrado i ricoveri e un tentativo di suicidio Tsuge tornerà sempre al manga, prima come assistente di giganti quali Sampei Shirato e Shigeru Mizuki e...

Critica

La tradizione di pensiero della modernità ha attribuito un ruolo importante alla capacità dell’essere umano di esercitare un ruolo critico verso la cultura della società in cui vive. Ciò è risultato evidente soprattutto nelle riflessioni che sono state sviluppate nei confronti della cultura generata dai media. Roland Barthes, ad esempio, ha fatto vedere già negli anni Cinquanta, nel celebre testo Miti d’oggi, come sia possibile criticare i miti della cultura di massa. Ha mostrato cioè che si può tentare di «demistificare» i messaggi dei media e dell’industria culturale. A dire il vero, prima ancora di Barthes, era stato Marshall McLuhan a indicare già nel 1951, con il volume La sposa meccanica, che i messaggi della cultura di massa potevano essere trattati esattamente allo stesso modo dei testi letterari e dunque sottoposti a una rigorosa analisi critica. E dopo McLuhan e Barthes, com’è noto, anche Umberto Eco e altri intellettuali hanno fatto vedere la possibilità di un’analisi critica dei messaggi della cultura di massa. L’approccio sviluppato da Barthes ha influenzato anche l’attività di ricerca esercitata dalla cosiddetta “Scuola di Birmingham”. Scuola dalla quale è derivato...

Mario Soldati / Vino al vino

  Ho incontrato Mario Soldati nella sua villa di Tellaro durante un mio soggiorno nell’albergo che confinava con la sua villa, mentre stavo girando Nella città perduta di Sarzana, una fiction televisiva, o come si diceva allora, uno sceneggiato a puntate. Era l’estate del 1980 e andai a trovarlo piuttosto spesso quel mese. L’anno precedente avevo scritto con Luigi Veronelli Il viaggio sentimentale nell’Italia dei vini, che ovviamente aveva tenuto in gran conto il Viaggio lungo la Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, che Soldati aveva realizzato per la RAI nel 1956, primo esempio di giornalismo televisivo gastronomico e antropologico. Ero curioso di capire alcune sue scelte e sapere di più sul suo approccio al vino. Lo ammiravo come giornalista e come scrittore, lo consideravo importante, ma di una generazione ormai trascorsa. Soldati e Veronelli si conoscevano, erano amici tanto che Veronelli lo volle come presidente di giuria del Premio Nonino, ma pur condividendo la passione del vino, soprattutto del vino contadino, avevano due visioni opposte. Convinti entrambi che “il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale” (Soldati) e che “il miglior...