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Un romanzo sul cinema in quanto retropensiero della cultura americana / Aleksandr Hemon. Zombi

L’arte della guerra zombi è Il dono di Humboldt di Aleksandr Hemon. È la sua versione contemporanea, l’unica possibile, oggi, di quel romanzo con cui Saul Bellow rinunciava a tutto, a una progressione drammatica, una costruzione coerente del racconto, anche a una sorta di pudore o affetto nei confronti dei personaggi, per raccontare, a metà anni Settanta, il vuoto di rappresentazione e l’impasse creativa che aveva già colto la cultura modernista. Era una romanzo su Chicago, Il dono di Humboldt, così come quasi vent’anni dopo, a fine anni ’80, un altro libro di Bellow, Ne muoiono più di crepacuore, pur senza specificarlo, era un romanzo sulle Twin Cities del Midwest americano, Minneapolis e Saint-Paul, così pulite ed eleganti e ricche e anche alte, ma così irrimediabilmente piatte, così vuote e fallimentari, tenute insieme dal denaro, e vivacizzate dalla sola cosa rimasta all’uomo contemporaneo, non la politica, non l’arte e nemmeno la cultura, ma il cuore (e forse, non sempre, il sesso), in una sorta di “umanesimo oltre l’uomo”, di umanesimo come ultima spiaggia prima della dissoluzione.    Il dono di Humboldt girava volutamente a vuoto attorno a una promessa, un dono...

Aristofane, Serres, Gadda, Szymborska / Nuvola

  Si sa, le cose del Cielo nascondono quelle della terra. Può accadere però che siano i fenomeni atmosferici ad impedirci di vedere il cielo: “prevediamo il momento esatto di un’eclissi, ma non sappiamo se potremo vederla” (Michel Serres), una nuvola potrebbe frapporsi allo sguardo. Ma nella storia del pensiero (filosofico e scientifico) le cose del cielo hanno nascosto le meteore che si stendono fra il cielo e la terra; nel cielo stellato sopra di noi abbiamo cercato il riferimento per la navigazione morale (un cielo spesso nascosto fra le nebbie del mar Baltico), nel rassicurante ripetersi dei moti planetari abbiamo cercato il modello della stabilità dei saperi. All’astronomia abbiamo affidato la luminosa verità, alla meteorologia, grande rimossa della storia della scienza, lasciamo il campo fluttuante e instabile di quanto è al più probabile: le “nuvolaglie filosofiche” sono illusorie e volubili parvenze dove ognuno può leggere quel che vuole. “Il cielo della verità, le nuvole dell’errore”, per dirla con Hegel: un’immagine di cui oggi leggiamo i possibili rovesciamenti.    Nella commedia di Aristofane, il coro delle Nuvole – le divinità evocate da Socrate a...

Scrivere era per lei «come abitare la terra» / Natalia Ginzburg

Prende il via questa sera a Torino l'omaggio a Natalia Ginzburg, nel centenario della sua nascita, nell’auditorium del Grattacielo della sua città, in corso Inghilterra. Tre serate (4, 10, 18 maggio) in cui Toni Servillo, Anna Bonaiuto e Lella Costa leggeranno alcune delle pagine più emozionanti della scrittrice.   Ci sono – sostiene Vittorini – due specie di scrittori: «Quelli che, leggendoli, mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e che cioè mi danno la conferma di “come” so che in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, e cioè mi rivelano un nuovo, particolare “come” sia nella vita». Senza attribuire a questa affermazione un giudizio di valore, ma assumendola a livello puramente fenomenologico, si può dire che Natalia Ginzburg appartenga alla prima categoria. Ogni sua pagina, narrativa o saggistica e perfino teatrale, ci mette di fronte a idee e intuizioni che ci sembra sempre di avere avuto (non è detto poi che sia davvero così), ci fa incontrare figure e personaggi che ci pare di conoscere già da tempo, ci fa riscoprire il possesso di salde convinzioni che non si era sicuri di avere prima della...

Il teatro di Spiro Scimone e Francesco Sframeli / Amore e altri epigrammi dell’inquietudine

Sembra sempre di essere di fronte allo stesso copione nel teatro di Spiro Scimone e Francesco Sframeli. Eppure ogni lavoro intona note singolari, indulge a colori particolarissimi, incrinati, infantili, comici, metafisici, straziati e strazianti. Hanno fatto bene perciò a Bologna l’Arena del Sole e il teatro del Dams, la Soffitta, a presentare quattro opere di questi attori-autori riunite in una mini-personale, le due creazioni del debutto, Nunzio (1994) e Bar (1997) in dialetto messinese, l’ultima, Amore (2015), la recente Pali (2009).    Amore, ph di Paolo Galletta.    Gli spettacoli di questo duo, scritti da Scimone e interpretati da entrambi, sono più facili da vedere all’estero che in Italia e sono stati ricreati in scena perfino, in traduzione, dalla Comédie Française. Mai più lunghi di un’ora, disegnano una galleria di epigrammi dell’inquietudine che passano negli anni dall’iperrealismo di facciata degli inizi a un apparente surrealismo. In realtà squarciano a fondo l’essere umano, le sue fragilità, le sue inconsistenti ineliminabili speranze, malinconie, immedicabili ferite. I discorsi quotidiani, banali, ripetitivi scavano crepacci interiori e...

Si apre oggi a Reggio Emilia Fotografia Europea / Dalla via Emilia al mondo

  Le carte geografiche sono molto cambiate negli ultimi decenni e ancora di più quelle non tanto fisiche o politiche quanto quelle dell’attualità, della sociogeografia. Sono cambiati i confini degli stati, si assiste a spostamenti, migrazioni lungo vie che assumono un nuovo significato inatteso, si eliminano frontiere, si abbattono muri da una parte e se ne erigono dall’altra, gli uni viaggiano per turismo e svago, gli altri per necessità e altri ancora per sopravvivenza. Flussi, liquidità, globalizzazione da un lato, strade obbligate, barriere, ostacoli dall’altra. Questi temi sono sempre di attualità e sempre in movimento, sono i temi stessi del cambiamento. E poi, facciamo comunque qualche distinzione: i confini separano e uniscono al tempo stesso, possono essere dei puri bordi di un territorio, cioè di un luogo a forte identità, o anche i suoi margini, dove questa identità si sfrangia e compenetra con un’altra; possono essere delle soglie o delle frontiere, ovvero luoghi di passaggio, di attraversamento, e di trapasso anche, di trasformazione, o di delimitazione e di filtro selettivo e distributivo – la frontiera tra noi e i barbari, gli invasori, gli altri, i mostri...

Che tipo di casa siamo? Il nuovo libro di Luca Molinari / La casa senza radici

Campagna inglese. Un luogo del nostro immaginario, dove tutto appare perfetto: pecore e greggi disposte armoniosamente, il cielo con le sue grandi nubi e i tagli improvvisi di luce, prati verdissimi e ogni stelo d’erba che sembra essere stato pettinato con cura di prima mattina. Ma interviene un elemento del tutto dissonante a ricordarci che non viviamo in un quadro di Constable, bensí nel XXI secolo: uno strano edificio, rivestito con losanghe di acciaio lucido in mezzo alla boscaglia. La forma è quella di una capanna, elementare e arcaica nella sua purezza volumetrica, che per metà della lunghezza è sospesa sul vuoto della vallata sottostante. Sembra quasi che questo piccolo edificio sia scivolato silenzioso sul prato fino a fermarsi in pericoloso equilibrio, ma non è cosí perché proprio sotto la pancia di questa casa di campagna 2.0 è agganciata un’altalena che ci riporta in maniera impudica ad Alice nel Paese delle Meraviglie e a un mondo a testa in giú.    La residenza, realizzata nel Suffolk nel 2010 dallo studio olandese MVRDV, veri e propri nipotini colti e dispettosi della fine postmoderna del secolo scorso, non a caso è stata chiamata Balancing Barn. Pare che...

Ricordi berlinesi / Hans Magnus Enzensberger. Tumulto

Dalla copertina del libro ci guarda un irriverente signore dall’aria giovane, che tuttavia ha superato da un pezzo la trentina, un casco di capelli biondi da paggio, stravaccato su una sedia da ufficio anni Sessanta, una gamba che scavalca il bracciolo, il tavolo da lavoro inondato di fotografie e di carte, sullo sfondo la libreria, davanti ad essa una macchina da scrivere.    È lui, non ci sono dubbi, sebbene l’Enzensberger di oggi con il suo aspetto di raffinato gentleman europeo sembra quasi agli antipodi dell’enfant terrible che negli anni Sessanta a Berlino Ovest scandalizzava i benpensanti tedeschi insieme a Rudi Dutschke e agli altri membri del movimento studentesco. Il ‘tumulto’ a cui si riferisce il titolo del libro (Tumulto, Einaudi, 233pp., 19,50 €), ottimamente tradotto da Daniela Idra, è il ‘disordine’ generalizzato – “lo sconvolgimento dell’ordine tedesco” – a cui aderì una generazione di giovani in lotta in quegli anni col perbenismo piccolo borghese della Germania postbellica, una generazione antisistema, come si diceva allora, che all’ordinato conformismo borghese dei padri aveva opposto la fantasia irriverente delle forme di lotta, la contestazione...

Tra memoria e antropologia / Se questo è un uomo e le prime testimonianze

Il mio contributo a questo convegno prende le mosse da uno studio sui primi libri che hanno raccontato in Italia i Lager: tale contesto può contribuire ad evidenziare quanto la forza letteraria dell’opera di Levi si radichi nella sua attitudine all’esercizio antropologico e quanto in esso trovi la capacità di generare memoria. Si tratterà di considerare quanto la struttura narrativa, tanto nel suo rapporto con l’oggetto e il destinatario tanto con il contesto più in generale, evochi temi e questioni familiari all’antropologia.   A qualche mese dall’uscita di Se questo è un uomo, Cesare Cases, germanista e vivace intellettuale della comunità ebraica milanese, coglieva “il segreto” del libro nell’aver voluto “rendere l’inumano con parole umane, riportare il regno della morte nelle dimensioni consuete degli uomini che dimorano nelle case”: una sfida riuscita grazie all’arte che permette a Levi di dare a vedere il “mondo omogeno, compatto” del Lager, di scandagliarlo di fronte al lettore “al contrario di quel che accade in parecchi libri usciti dall’esperienza dei campi di concentramento, incapaci di superare l’immediatezza dell’orrore”. Quando, nell’ottobre 1947, usciva in...

Due giorni di convegno dedicato a Primo Levi tra Bergamo e Milano / Primo Levi etnologo

«Ogni grande narratore è anche un etnologo, e tale qualità, che in alcuni può risultare accessoria o implicita, in Primo Levi divenne via via centrale». Sono parole di Daniele Del Giudice, tra le quali va sottolineato l’aggettivo “grande”. Perché non tutti i narratori sanno raccontare dopo aver analizzato, sviscerato, metabolizzato le categorie del vissuto, fino a restituire non una semplice descrizione della realtà, ma anche e soprattutto una nuova visione di quei fatti, elaborata alla luce della storia e del comportamento umano. Una narrazione che non si limiti al descrivere, ma che proponga una nuova teoria attraverso cui guardare il mondo.   È nel campo di Auschwitz prima e lungo le strade di mezza Europa poi che Primo Levi getta le basi della sua antropologia. È là che inizia il suo lavoro di etnologo, per poi tradurre tutte le sue riflessioni nella sua opera più profonda e drammatica che sarà I sommersi e i salvati. Sopravvissuto al campo di sterminio, Levi attraversa un’Europa segnata da una umanità rimescolata, travolta da una guerra che è iniziata con una rivendicazione identitaria fortissima ed è finita con lo sbriciolare ogni appartenenza. Perché per appartenere a...

Visita guidata ai dettagli / Cliccare su Bosch

Lascio Parigi dalla Gare du Nord, il treno macina chilometri e ore, leggo e dormo, mi rifocillo alla stazione di Amsterdam prima della coincidenza. Arrivato a destinazione trovo l’appartamento di Airbnb, quattro chiacchiere con la padrona e a letto presto. Sul comodino sono impilate varie pubblicazioni su Bosch, ergo il sonno sarà agitato, interrotto bruscamente dallo spremiagrumi per la colazione.   Sono nel cuore dell’Europa, un cuore appartato, perché a ‘s-Hertogenbosch, a circa un’ora da Amsterdam Rotterdam Eindhoven Anversa, non si capita per caso. Qui è nato Jheronimus van Aken, che dalla cittadina prese anche il nome, e qui torna dopo 500 anni dalla sua scomparsa in occasione della più grande retrospettiva mai organizzata sulla sua opera.   Esito prima di entrare nelle sale, dilatando al massimo il momento che mi separa dalla mostra. Esploro il bookshop e il «Bosch shop», il bagno e il caffè finché mi ritrovo dentro come se scivolassi sul bagnato. Uscirò frastornato ore dopo, con la luce del giorno che mi brucia gli occhi. Tutti questi sforzi per cosa? Per vedere, solo per vedere – e vedere stanca. Tanta energia psico-fisica ed economica per passare una giornata...

Primo maggio / Amare il proprio lavoro

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell'Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l'hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è...

Easy virtue in mostra a Amsterdam / Prostituzione e arte

Nel 2011 Bertrand Bonello presentò a Cannes un film memorabile e poco o niente distribuito da noi: L’Apollonide, in cui si narravano le vicende, a colori foschi e contrastanti, di un bordello parigino, di cui il regista ricostruiva in modo analitico il meccanismo economico e le potenzialità evocative di uno spazio per eccellenza censurato, eppure sempre presente nell’immaginazione collettiva. Easy virtue (il titolo è tratto da una celebre play di Noël Coward del 1924), una mostra notevolissima e molto fortunata, in scena al Museum Van Gogh ad Amsterdam, proveniente dal Musée d’Orsay (dove l’esposizione si intitolava balzacchianamente Splendeurs et misères), dove ha riscosso altrettanto successo, punta i riflettori su un tema inedito: il contributo, tutt’altro che piccolo, che le prostitute hanno fornito all’arte in Francia, specialmente nell’epoca tra ‘800 e ‘900, quando a Parigi le “belles de nuits”, definite con termini sempre più fantasiosi (ma non per questo meno dispregiativi) erano figure in vista, dotate di un loro preciso appeal.   Geesjekwak, Universiteitsbibliotheek leiden.    Le cortigiane più celebrate potevano, come nuovi mecenati, determinare un...

Michieletto nella tana del lupo / L’Opera da tre soldi torna al Piccolo Teatro

Nella prima stagione senza Luca Ronconi, tra controverse eredità e riflettori puntati sull’operato della nuova squadra, L’opera da tre soldi è senza dubbio la produzione più impegnativa e rischiosa del Piccolo Teatro di Milano.  Quasi due mesi di tenitura, venti attori e un’intera orchestra sinfonica: questi sono solo i segnali più eclatanti dell’investimento sullo spettacolo diretto da Damiano Michieletto per l’anno delle celebrazioni brechtiane. Ci sono poi un certo numero di questioni simboliche che pesano, se possibile, ancor di più: l’Opera torna in scena per la terza volta al Piccolo dopo due importanti regie strehleriane, di cui la prima (1956) segna un fondamentale momento di svolta nella storia dello stabile milanese e delle sue fitte relazioni internazionali (vedi recensioni, bozzetti e altro negli archivi multimediali del Piccolo Teatro).     Brigate.    La rappresentazione contemporanea di Brecht è poi un vero e proprio nodo di Gordio: perché se è vero che recenti allestimenti e un rinnovato interesse critico testimoniano la volontà di guardare con nuovi occhi alla tradizione, è innegabile che la storia della ricezione italiana sia...

Recensione a Paul Mason / Immaginare il postcapitalismo

Flashback. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio 2015, dopo 30 ore consecutive di negoziati a vari livelli, si chiude l’accordo tra il governo greco e le istituzioni della Ue. Nella memoria è la notte in cui si consuma ciò che il giornalista del Guardian Ian Traynor definirà un extensive mental waterboarding subito da Tzipras a opera di Merkel e Hollande, con il giovane premier che butta la giacca sui tavoli di Bruxelles, “prendetevi anche questa”, mentre in rete si insegue il tweet. #TspirasLeaveEUSummit (Tsipras abbandona l’Eurosummit). È la conclusione di una tragedia greca contemporanea ambienta nell’epoca del dominio della finanza, climax di un percorso traumatico che si è trascinato per mesi, dopo la vittoria del partito di sinistra Syriza al governo del paese. Segnerà la crisi, a questo punto irreversibile, di un sistema complessivo di punti di riferimento, rendendo ostile lo spazio europeo nel quale prevalgono le previsioni unilaterali di grandi apparati totalitari. Per molti, è proprio tra tali rovine che prenderà vita, nonostante tutto, una nuova consapevolezza e un nuovo desiderio di pensare il cambiamento.    Parto da qui per introdurre la lettura del libro...

Recensione a Paul Mason / Immaginare il postcapitalismo

Flashback. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio 2015, dopo 30 ore consecutive di negoziati a vari livelli, si chiude l’accordo tra il governo greco e le istituzioni della Ue. Nella memoria è la notte in cui si consuma ciò che il giornalista del Guardian Ian Traynor definirà un extensive mental waterboarding subito da Tzipras a opera di Merkel e Hollande, con il giovane premier che butta la giacca sui tavoli di Bruxelles, “prendetevi anche questa”, mentre in rete si insegue il tweet. #TspirasLeaveEUSummit (Tsipras abbandona l’Eurosummit). È la conclusione di una tragedia greca contemporanea ambienta nell’epoca del dominio della finanza, climax di un percorso traumatico che si è trascinato per mesi, dopo la vittoria del partito di sinistra Syriza al governo del paese. Segnerà la crisi, a questo punto irreversibile, di un sistema complessivo di punti di riferimento, rendendo ostile lo spazio europeo nel quale prevalgono le previsioni unilaterali di grandi apparati totalitari. Per molti, è proprio tra tali rovine che prenderà vita, nonostante tutto, una nuova consapevolezza e un nuovo desiderio di pensare il cambiamento.    Parto da qui per introdurre la lettura del libro...

Il film di Christian Vincent vincitore della coppa Volpi / La corte. La giustizia al cinema

Vinta la Coppa Volpi dello scorso anno giunge ora nelle sale La corte, film francese di Christian Vincent.  Il titolo italiano, innovato rispetto all’originale L’hermine, cioè l’ermellino, sembra influenzato da ragioni pubblicitarie, quasi a voler evocare i classici duelli processuali in aula, ricordi di derivazione americana. Ma non è così, o meglio non solo.  Come propone Calvino in Palomar, un punto di avvio è la ‘descrizione’ del racconto.  Si tratta di una pellicola atipica che combina due generi narrativi diversi, come fossero strati che si sovrappongono. In altri termini l’apparenza immediata, cioè il titolo, le scene, i personaggi, la loro presentazione introducono nel mondo processuale, meglio in un’aula della Corte di Assise dove si discute un processo di omicidio particolarmente triste. Un padre è accusato della morte della figlioletta e moglie-madre ne chiede la condanna. La Corte è chiamata a decidere, presieduta da un giudice rigido, formale, severo, poco socievole anche con i colleghi.   Questo però è il livello esterno, la superficie della storia, una sorta di contenente che comprime un contenuto ancora ignoto. Infatti ben presto scatta la...

Anna Maria Ortese in difesa degli animali / Un giorno l’agnello parlerà

Talvolta i libri si vedono prima che prendano corpo. Quattro anni fa, quando approdai all’Archivio di Stato di Napoli per consultare il Fondo Anna Maria Ortese, mi trovai a sfogliare un malloppo di documenti – Garboli direbbe un «cartame» – dove vidi subito, distintamente, un libro possibile. Anzi ne vidi due. In verità, stavano già acquattati nell’inventario redatto dagli archivisti napoletani; bastava scorrere le scarne didascalie del regesto per rendersi conto che, nella sezione «Testi diversi», c’erano due filoni tematici da riscoprire, due capitoli della vicenda biografica e artistica della scrittrice da riaprire: uno di impegno civile intorno alla pena di morte e alle vicende dei criminali nazisti detenuti in Italia, che all’epoca sollevarono polveroni polemici, al delitto Moro e all’aborto; l’altro intorno a questioni ambientaliste e animaliste.   È sempre più difficile che questi libri fantasmatici abbiano la fortuna di divenire cosa salda, specie se si devono cucire, confezionare a partire da pezze, ritagli, scarti. Tale è infatti lo stato dei documenti ortesiani in questione, per lo più dattiloscritti con aggiunte e correzioni autografe non sempre di facile lettura...

Fumetto e autobiografia / Intervista con Lorenzo Mattotti

Giunto alla sua quarta edizione, l'evento di tardo inverno del Festival del film di Locarno, curato dal Direttore Carlo Chatrian insieme a Daniela Persico e incentrato sul rapporto fra cinema e scrittura, è stato dedicato per questa edizione 2016 all'universo del graphic novel. Chiamati a raccogliere l'invito del festival sono stati Blutch e Lorenzo Mattotti, protagonisti assoluti del fumetto europeo, con una tre giorni ricca e multidisciplinare in cui i due artisti hanno potuto non solo parlare del proprio lavoro in intensissime masterlcass mattutine, ma hanno avuto la possibilità di scegliere alcuni film importanti per il loro percorso personale e professionale.    Blutch.    BLUTCH sconta purtroppo nel nostro paese un numero piuttosto esiguo di traduzioni. L'autore di “Per farla finita con il cinema” e “Il piccolo Christian” nella 3 giorni locarnese ha dato sfoggio di tutta la sua sterminata ed enciclopedica conoscenza del cinema, fatta di un culto quasi feticistico per gli attori, unito ad un approccio estremamente personale nel raccontare e rielaborare le peculiarità del linguaggio cinematografico. Dalla fissità monumentale dei volti di “The Wind “...

Roma. Facce da sindaco / I volti dei candidati

Nel pomeriggio di sabato sono passato sulla via Salaria, nel tratto che va dal Grande Raccordo Anulare di Roma allo svincolo per la Tangenziale Est. Un tempo la percorrevo ogni mattina; era una strada assolata, spesso congestionata dal traffico. Da quando invece ho cambiato zona e vita e tutto il resto, la Salaria è diventata soprattutto una delle principali vie della prostituzione. Tuttavia immagino che non ci sia un nesso fra me che cambio vita e il fatto che l’antica strada romana, costruita per trasportare il sale dal guado del Tevere alla Sabina, si sia nel frattempo popolata di puttane, puttanieri e papponi. Fatto sta che, quand’ero ragazzo, questa qui era una semplice consolare schiacciata tra la ferrovia Roma-Firenze e la valle del fiume, che collegava le borgate di Settebagni (dove abitavo io) e Castel Giubileo al quartiere Africano, una fettuccia d’asfalto che lambiva concessionari d’auto, Zecca dello Stato, sede della Motorizzazione Civile e Aeroporto dell’Urbe, giustappunto dove nel 1997 la consolare visse il suo apice di gloria: un megashow degli U2 che richiamò la bellezza di settantamila persone, durante il quale Bono Vox, giocando con i doppi sensi, chiese al...

Intorno al risentimento (parte seconda) / Rancore

Rimorso    Il rancoroso possiede una memoria implacabile, non può perdonare né perdonarsi, e condivide molti tratti simili a chi soffre del sentimento di vergogna: è offuscato dalla memoria di un passato da cui non può separarsi e che non può tenere a distanza. Ciò che manca a chi soffre di questo sentimento è la capacità di ri-vivere, quindi di trovare un senso all’offesa patita, di farla transitare attraverso l’esperienza del proprio vissuto; non si congeda mai dal ricordo della frustrazione, torna a sentire le offese narcisistiche ricevute, edipiche o fraterne, che non si vogliono o non si possono dimenticare o perdonare. Sia nel risentimento, come nella vergogna, appare la figura del “rimorso”, il tornare a mordere o mordersi, sotto la pressione di un’emozione, dice Kancyper, specifica, ripetitiva, alimentando l’attesa di nuove vendette rivolte, prima di tutto, contro se stessi.   Lo psicoanalista sottolinea come il rimorso sia ben altra cosa rispetto all’odio; mentre il rimorso promuove una circolarità regressiva e sadica, l’odio può invece promuovere un movimento centrifugo della libido. Rifacendosi al Freud di Pulsioni e loro destini (1915), Kancyper...

Schivando i "cancheri" della modernità / In viaggio con Ceronetti

Qualche pagina per ambientarsi e, come in un tuffo, arrivano incontro al lettore i tardi anni ‘80 e i ‘90. Un tuffo e una passeggiata soprattutto italiana, ma non solo, dove gli accadimenti, i progetti, gli affanni, le speranze , le paure, gli amori, i pensieri dell'autore (Guido Ceronetti, Per le Strade della Vergine, Adelphi 2016) sfiorano, contaminano, impregnano quegli anni e da questi sono contaminati. In realtà, è un'impressione che ha poca durata. E questo nonostante la scelta di quegli anni sia, per un diario di vita, motivo d'interesse. Gli anni 80 sono stati il decennio della modernità futile, distacco dagli anni di piombo, cesura finale dalle code del Novecento più denso e cupo, quello del terrorismo prima, e a ritroso quello dello "stupro antropologico" provocato della società dei consumi, della perdita della cultura contadina fino all'immane buco nero della seconda guerra mondiale.     Dunque questo il periodo apparentemente al centro dei diari di Ceronetti, viandante per le strade d'Italia e d'Europa. Viene da chiedersi quanto ci sia stato del caso o della scelta. Si potrebbe propendere per la seconda ipotesi, proprio perché gli anni ‘80 sono stati...

Peonie

A tal punto preziose che nel IX secolo il poeta cinese Po Chü-i poteva scrivere: «per il fiore più bello cento pezze di damasco;/ per il fiore mediocre cinque pezze di seta». Ma un giardino senza un albero di peonie (Paeonia suffruticosa) è come una bella donna cui l’amante spilorcio non abbia regalato il gioiello più raro e lucente. Privilegio di pochi, essenza d’imperiali verzieri, in Europa sono giunte dal lontano oriente solo sul finire del diciottesimo secolo quando, non senza difficoltà, s’è dato avvio alla coltura e all’ibridazione.       Belle in boccio, ch’è gonfio e turgido, bellissime al dispiegarsi stropicciato dei petali, talora unghiati a contrasto con la ricca tavolozza cromatica che offre il bianco più candido, il rosa più confetto, il porpora e il viola più profondo; e ve ne sono pure di gialle, albicocca e – si favoleggia – di blu.   Esagerato è il fiore di peonia che può raggiungere i quindici, finanche venti centimetri d’ampiezza, in un giro di petali semplice o doppio, o follemente stradoppio. Le grandi sontuose corolle, soavemente profumate e aperte su un bottone di stami dorati, sono uno splendore che dura un battito di ciglia, ma è l’...

La canzone della libertà di Carlo Pestelli / Bella ciao

Musica e mitologia si somigliano se è vero che la mitologia è il «movimento» di una «massa di materiale tramandata in racconti ben conosciuti che tuttavia non escludono ogni ulteriore modellamento», come ha scritto Kerényi. Entrambe sono fusione di «arte» e «materiale», «espressione conforme ai tempi», piena di significato autonomo e non derivato. Sono un variare sul tema, all'interno di un processo poietico di ricezione e rielaborazione: per Lévi-Strauss (meno intellettualistico e cerebrale di quanto si pensi) «mitologia e musica sono macchine per sopprimere il tempo» il cui linguaggio è quello dell’emotività, generata da una «segreta significazione» capace di suscitare «potenza» e «maestosità» in virtù della «selva di immagini e segni» simili a sortilegi.   Soprattutto, musica e mito si co-appartengono se diventano il canto di comunità esistenti, in cerca di se stesse o ardentemente desiderate. Se dovessi scegliere un caso paradigmatico che conferma tutto questo, sceglierei una canzone, forma codificata e immediata che condensa musica e parola e mette in gioco corpi, strumenti e voci. E tra le canzoni sceglierei Bella ciao, la canzone-mito di cui Carlo Pestelli, musicista...

Memoria e prove di futuro per il centenario della rivolta di Pasqua / 24 aprile irlandese

Il 24 aprile in Irlanda e il 25 aprile in Italia sono date dal valore simbolico enorme e piuttosto simile. Innanzitutto entrambe indicano un’insurrezione: la rivolta di Pasqua (Easter Rising) contro corona e impero inglesi sull’Isola di Smeraldo, la Liberazione dal nazi-fascismo sulla nostra penisola. Inoltre, alla luce degli sviluppi politici successivi, esse rappresentano l’alba, il momento fondativo delle rispettive repubbliche. Ma se la memoria formale di entrambi gli eventi è celebrata dai più alti profili istituzionali, la memoria sostanziale delle stagioni di cui quelle rivolte sono l’emblema – la guerra d’indipendenza come compimento del processo di decolonizzazione da una parte, la Resistenza con cui si pose fine al ventennio fascista e alla tragedia della guerra mondiale dall’altra – continuano a contendersela letture diverse e in conflitto. Si tratta di un conflitto talora aperto (si pensi ai sindaci che durante le commemorazioni vietano alla banda di suonare “Bella ciao” o all’ANPI di leggere un comunicato), più spesso celato sotto la patina retorica e normalizzante dell’ufficialità. Per cui le contrapposizioni, mai sopite poiché di natura politica e culturale, dunque...