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Teatro

(483 risultati)

Nuove scene: Kepler-452 / Un giardino dei ciliegi a Bologna

C’è stata una stagione, nell’ambiente teatrale italiano, nella quale il concetto di biodiversità era come un refrain. Grazie alle riflessioni di Gilles Clément contenute per esempio nel Manifesto del terzo paesaggio e a quelle sull’architettura e l’urbanistica del Rem Koolhaas di Junkspace, si è imposto un pensiero dell’arte che affermava la necessità di preservare spazi per la crescita di specie diverse, contro la monocultura del consumo, affermando allo stesso tempo che proprio l’arte potesse divenire il baluardo o l’avamposto di tale diversità. Un’arte che difendeva il margine e al contempo si raccontava come margine, rivendicando un’orgogliosa differenza. Una stagione fondamentale per perimetrare i nostri spazi d’azione ma che, a qualche anno di distanza, ha forse finito per fare coincidere la differenza con l’emarginazione. In tale ragionamento Bologna è un buon osservatorio, una città che ha visto nascere diversi spazi “incolti” che via via sono stati chiusi, oppure si sono trasformati in locali per concerti e spacci di birre artigianali.   Dagli anni ‘90 a oggi azione politica, sociale e artistica hanno saputo congiungersi: dal Link, centro multidisciplinare...

Conversazione con Enzo Moscato / Il teatro, eterna replicanza dell’altro

Se dovessimo identificare un diretto discendente di Antonin Artaud, quello sarebbe Enzo Moscato. Le anomalie e gli ossimori caratterizzano tutta la sua produzione artistica e drammaturgica. Pensiamo alla sua doppia natura di autore e attore che lo vede simultaneamente artefice della scrittura e del suo prendere corpo, voce e senso sulla scena; alla sua doppia e triplice funzione da un lato di autore attore sperimentale alla maniera di Carmelo Bene, dall’altro perfettamente inserito nella tradizione di capocomico di una compagnia che raccoglie alcune tra le forze migliori del teatro napoletano.    Uscito come uno spiritillo dalle macerie del terremoto dell’80 che sconvolse Napoli e ne cambiò la geografia anche teatrale, Moscato fa parte, assieme a Annibale Ruccello, Antonio Neiwiller, Tonino Taiuti, di quella che fu definita la “nuova drammaturgia” post eduardiana che prendeva in carico la Tradizione con tutto il suo portato di tradurre e portare avanti ma anche e soprattutto tradire. Nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli, “gineceo narrante” dal quale ha attinto gran parte dell’immaginario che popola il suo universo teatrale, la filosofia post strutturalista è la lente...

Conversazione con Chiara Guidi / La voce in una foresta

È un prezioso libro rosso quasi quadrato, fuori formato, dal titolo lungo e cantante, incantato: La voce in una foresta di immagini invisibili. Lo ha pubblicato Nottetempo, lo ha scritto Chiara Guidi, che fu una delle anime della Socìetas Raffaello Sanzio, con Romeo Castellucci e con la sorella di lui Claudia. Ora hanno dismesso il nome del pittore dalla provocatoria bellezza e pure l’accento sulla ì: sono una Societas, una società o qualcosa di simile, una ditta (quanto fantastica, però). La vena creativa rimane, nelle tre voci, separate.  Romeo ha appena firmato una regia a Amsterdam. Claudia e Chiara le abbiamo viste riunite da poco per Xing a Bologna con Il regno profondo. Perché sei qui, due clownesche sentinelle beckettiane su un podio, con la parola che ronza, che disloca, disgiunge, cataloga, incrina, domanda, che prova a scalfire di dubbi metafisici sul destino e la volontà una vita condannata, cui ci si può sottrarre solo con un sommesso sberleffo, un rantolo, un inspessimento vocale, un ghiribizzo fisico, un sospiro che incrini l’ordine del discorso. Claudia cerca i piedi di una danza arcaica, originaria, in scansioni che vengono dai versi classici. Chiara...

Scrivere è una faticaccia schifosa / Le lettere di Samuel Beckett

È un libro bellissimo, questo primo volume delle lettere di Beckett che viene pubblicato ora dalla casa editrice Adelphi; un libro che permette di approfondire ulteriormente la conoscenza di quel decennio particolarmente problematico che sono stati gli anni Trenta nella vita del grande scrittore irlandese, sul quale già le biografie della Bair e di Knowlson si erano soffermate con dovizia di dettagli proprio perché così determinante per gli sviluppi futuri della personalità e dell’opera letteraria dell’autore. Ed è pure doveroso complimentarsi con i traduttori, Bocchiola e Pignataro, i quali, sebbene già noti per la loro bravura, qui hanno fatto un lavoro davvero impressionante per la precisione con cui sono riusciti a rendere la varietà dei registri utilizzati nei testi e i numerosi e in certi casi continui cambiamenti di toni umorali che caratterizzano gran parte delle lettere le quali presentano difficoltà non meno impegnative da risolvere di quelle che si possono riscontrare negli scritti letterari beckettiani della stessa epoca. Il periodo in questione è dunque quello che va dal primo soggiorno lavorativo a Parigi del giovane Beckett in qualità di lettore presso l’École...

Una conversazione con Romeo Castellucci / Il naufragio dello spettatore

Das Floß der Medusa di Hans Werner Henze, in scena alla Dutch National Opera & Ballet di Amsterdam nella cornice del Opera Forward Festival 2018 con la tua regia, Romeo Castellucci, nasce come “oratorio volgare e militare”. Cosa significa comporre un dispositivo scenico per quest’opera?   Das Floß der Medusa consiste nella lettura cantata del diario di bordo di una zattera in avaria in mare aperto. L’oratorio si fonda su una potente intuizione teatrale: la scena dell’esecuzione musicale e vocale è concepita in due parti, una destinata ai vivi e l’altra ai morti, interpretati da una poderosa massa corale. Caronte, la voce recitante e narrante, è la figura mediana tra i due mondi, separati da una precisa scelta strumentale. I vivi sono associati ai fiati, mentre i morti agli archi, in un sistema di spazializzazione delle voci che è già una dichiarazione drammaturgica. Si potrebbe dire che musica e parole siano concepite come una specie di assemblaggio, una sorta di zattera realizzata con pezzi eterogenei tratti dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, dai Pensieri di Blaise Pascal, da informazioni estrapolate dalle cronache dei sopravvissuti e trasfigurate poeticamente in...

Figli degli anni ’80 / Filippo Ceredi: frammenti di un teatro politico

“Nel giro di un paio d’anni era cambiato tutto: il movimento non c’era più, un sacco di gente era in galera o all’estero e quelli rimasti erano completamente spiazzati, non sapevano cosa fare. Erano tutti depressi e il bisogno di aggregazione a cui li aveva abituati la politica si è trasformato nel rito  di uscire e andare nei bar (…) perché l’unica cosa che restava da fare era consumare”. Bastano poche righe per una fotografia generazionale anni ‘80: a scattarla è Anna Negri, figlia di Toni, nel suo Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli, 2009) dedicato ai decenni più caldi della nostra storia recente. Esattamente in quello storico passaggio affonda le radici il lavoro di Filippo Ceredi, Between me and P. A leggere la presentazione dello spettacolo, si potrebbe pensare a un lavoro prettamente biografico: Ceredi, videomaker e artista visivo, affida alla sua performance un frammento della sua storia famigliare. È il 1987: il fratello Pietro scompare improvvisamente quando Filippo ha solo cinque anni, lasciando i genitori senza notizie.     Ma lo spettacolo trascende il personale per arrivare al collettivo; non a caso torna in scena (dopo un debutto a...

Strade di Roma / Teatri d’amore

Sandro Penna e Raffaele Cedrino, via della Mole dei Fiorentini 28, 1957. SANDRO   Raffaele, perché vuoi scappare? Mi piaci, Raffaele, perché eri un poco animale, bestia, ti avevo visto a guardare il fiume, come se fossi una creatura che faceva parte di quell’ambiente. All’Isoletta fuori San Paolo splendevi, nel riverbero del sole, ti stagliavi come il compimento di un sogno. Lo sai che io non dormo la notte, devo vagare per la città, per trascorrere il tempo e battere le ore. Già che le poesie io non le volevo nemmeno pubblicare, mi stava bene la fama di lirico segreto. Vuoi scappare perché non ti ho dato il premio, dici che te l’avevo promesso. Già che è stato un premio tanto faticato, che proprio non mi volevano dare, uno dei giudici disse che si sarebbe coperta di vergogna tutta Italia, e sulla stampa hanno commentato che la sinistra foraggia la pornografia e il cattivo gusto. Forse sì, te li ho promessi quei denari, ma in un momento di felicità creativa, quando mi pareva che questo avrebbe cementato la nostra unione per sempre. Te lo ricordi, no, quando all’Acqua Acetosa ti dicevo di scegliere le poesie, per il libro? Pier Paolo diceva che sbagliavo, che ero sciocco a...

Caryl Churchill a Roma / L’imponderabile ronde dell’Impero

Trovare la maturità, la sicurezza, la disinvoltura dove ci si aspettavano le esitazioni o le iperboli di un apprendistato è sempre un’esperienza disorientante. Ma sul palcoscenico questa nascita artistica tutta d’un pezzo è più frequente di quanto si immagini: alla fine di Settimo Cielo, uno dei pezzi di teatro più famosi di Caryl Churchill che Giorgina Pi ha portato in scena con la sua compagnia al teatro India di Roma, viene da pensare che la regista romana, rendendo onore al proprio pseudonimo, sia appena uscita dalla mente di Zeus e subito abbia cominciato a esercitare la propria sapienza. Non è tanto da un segno che lo si capisce, quanto dal suo contrario: dal fatto che tutto è passato al pubblico senza un intoppo, a cominciare dalla demoniaca ars combinatoria dell’autrice britannica che trasforma i neri in bianchi, gli uomini in donne, le bambine in bambole e l’Africa del colonialismo ottocentesco in un déjeuner sur l’herbe vittoriano, pieno di caustiche e pungenti rivelazioni, o in una cena di Natale degna dei Morti di Joyce.   Non si sente alcuna contraddizione nel ritrovare i protagonisti della prima parte dello spettacolo un secolo dopo, in un parco della Londra del...

Roberto Latini al Piccolo di Milano / Arlecchino e i suoi doppi

Una recita a mano armata. La prima immagine che si vede nel Teatro comico di Goldoni secondo Roberto Latini, e l’ultima, è una pistola puntata contro il pubblico attraverso uno spiraglio aperto nel sipario. In teatro si rischia la vita?    I giganti della montagna di Latini da Pirandello si chiudevano, similmente, con i piedi di un uomo disteso, morto, fuoriuscenti da una stretta apertura della cortina del sipario. Raccontare uno spettacolo del regista attore romano non è mai semplice. I materiali si accumulano, si sovrappongono si distendono, si contraddicono. Testo e azioni, invenzioni visive e suoni, voci naturali, voci amplificate, voci riverberate. Il presente della scena, il qui e ora, le maschere dell’attore, le parole, l’“arsenale delle apparizioni” del teatro, per riprendere un’espressione dei pirandelliani Giganti della montagna cara a Latini. Nel Teatro comico di Carlo Goldoni – la prima delle “sedici commedie nuove”, il “la” della riforma dell’autore veneziano del 1750 – allestito per il Piccolo Teatro di Milano sullo storico palcoscenico di via Rovello, tutto questo si compone da subito in una, in molte citazioni, e in una minaccia allo spettatore. ...

Conversazione con Roberto Latini / Un “Teatro comico” jazzistico

Nel Teatro comico di Carlo Goldoni (1750) realizzato al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Roberto Latini si incontrano due fra i più importanti spettacoli che il secondo Novecento abbia dedicato all'enigma della Commedia dell'Arte e alla sua inesauribile capacità di dialogare con gli attori, che ne rigenerano le tecniche, e con gli spettatori, che ne riconoscono all'impronta convenzioni e allusioni contraddicendo le storiche soluzioni di continuità delle sue pratiche. Mi riferisco al leggendario Arlecchino servitore di due padroni diretto da Giorgio Strehler al Piccolo (la prima versione è del 1947) e al Ritorno di Scaramouche (1995) di Leo de Berardins. Il ricordo degli attraversamenti goldoniani di Strehler è reso qui palpabile da immagini e citazioni, mentre la lezione attoriale di Leo de Berardinis vive nelle persone degli attori. Elena Bucci, Marco Manchisi e Marco Sgrosso (tutti presenti nel Teatro comico) hanno infatti indossato per la prima volta la maschera durante le prove del Ritorno di Scaramouche, e lo stesso Latini si è formato assimilando il magistero di Leo alla scuola romana di Perla Peragallo.    Questo intreccio fra espressioni d'arte e percorsi...

Conversazione con Massimo Mezzetti, assessore alla cultura Emilia-Romagna / Cultura, sogni e ricchezza

Siamo in piena campagna elettorale. Nessun partito ha messo al centro del proprio programma la cultura. Tasse, immigrazione e sicurezza sono ritenuti dalla politica, e dai media, temi di interesse degli italiani, e quindi leva di voto; la cultura no. Forse per un equivoco di fondo sul senso della cultura stessa, che invece implicherebbe domande molto meno accessorie di quanto è diventato costume lasciar intendere. Che idea di mondo ha in testa la nostra classe dirigente? Quale visione della società e dell’essere umano guida le scelte di chi ci governerà? Come se lo immaginano l’essere umano ideale per il quale lavorano? In quale forma di città, di ufficio, di casa, di famiglia, di corpo? Cosa mangerà? Quali viaggi farà? Cosa indosserà? Come occuperà il proprio tempo? Come trascorrerà le domeniche? Che lingua parlerà? Con quale tono e quale spirito si rivolgerà agli altri? Come tratterà le sue coste, e le sue montagne e gli animali? Come tratterà il suo Dio, o l’assenza di Dio o il Dio degli altri? Da cosa trarrà felicità? E poi, subito dopo: come costruirlo quest’uomo ideale? Quale è lo stato dell’arte della nostra civiltà e cosa si può fare in Italia, in Europa e nel mondo? Gli...

Perché a Sanremo si parla tanto di lui? / Ma chi è questo Koltès

La notizia È in corso la serata finale del Festival di Sanremo, il 10 febbraio 2018. Pierfrancesco Favino recita un frammento – quattro minuti – di La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès. Lo vedono in diretta 11 milioni di spettatori. Arrivano gli elogi ma anche le polemiche.   Che si dice  Il più entusiasta della folta schiera è Stefano Massini. Il lancio del suo editoriale sulla prima pagina della “Repubblica” del 12 febbraio annuncia una “Ode al nuovo bardo che ha fatto vincere il teatro al Festival. Ha recitato Koltès davanti a 11 milioni di italiani. E così il teatro torna tra il popolo come nella polis greca”. Con un'acribia filologica che quasi non basta nemmeno Wikipedia, spiega: “È stata la versione aggiornata delle parabasi nelle antiche feste delle Lenee, ovvero quell'istante altamente civico in cui la polis riunita accettava di guardarsi dentro, delegando all'attore la biopsia spietata della propria cancrena”. A quel punto l'Italia si era già spaccata in due, o forse in tre. Perché è agguerrito e multicolore anche il partito anti-Favino, che si accanisce contro il Festival, contro l'attore, contro tutti quelli che lo difendono. Così in rete...

«La Lettura»: chiacchiere in libertà / Il teatro che non c'è

Domenica “la Lettura”, il settimanale culturale del “Corriere della sera”, ha dedicato cinque pagine allo stato del teatro italiano, con un forum guidato dal critico del giornale, Franco Cordelli. Era intitolato, con pretenziosità mista a una strizzatina d’occhio giornalistica, Manifesto per un teatro sexy. Abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori di Doppiozero di reagire all’articolo riflettendo sulle questioni principali che ne emergono: lo stato del teatro italiano e il suo il futuro. Hanno provato a dipanare o a moltiplicare qualche filo Oliviero Ponte di Pino, Attilio Scarpellini, Roberta Ferraresi, Rossella Menna, Massimo Marino. Buona lettura.   I sette vizi capitali della scena italiana (Oliviero Ponte Di Pino)   Che bello! Finalmente sei pagine dedicate al “teatro sexy” aprono il supplemento culturale del più autorevole quotidiano italiano! Che bei nomi chiamati a dibattere! Peccato che dalla tavola rotonda sulla “Lettura” emerga una scena sempre intrappolata in un'eterna discussione, come quella che rischiamo di aprire oggi su Doppiozero.  Per cominciare, ci sono i mali storici del teatro italiano. È una litania che ci ripetiamo da tempo e che riecheggia...

Massini e Tiezzi al Piccolo di Milano / Freud o l’interpretazione dei sogni

Sembra, in questo nuovo anno, che il teatro torni a interrogarsi sui fondamenti del Novecento. Freud e Marx, il sogno, la scoperta di quella moltitudine interiore che chiamiamo inconscio, e le lotte politiche e sindacali per vincere l’alienazione della fabbrica e creare una società più giusta. Qui parliamo – in questa recensione in prosa, e nei seguenti Pensieri di Giuliano Scabia in righe simili a versi – del primo spettacolo, Freud o l’interpretazione dei sogni, tratto da un “romanzo” di Stefano Massini, lo stesso autore che in Lehman Trilogy aveva narrato le trasformazioni dell’homo oeconomicus nell’epoca dell’apogeo del capitalismo. Di fabbrica, lotte sindacali e utopie politiche novecentesche, ma aperte sull’oggi, tratteremo la prossima settimana prendendo spunto da La classe operaia va in paradiso di Paolo Di Paolo dal film di Elio Petri e Ugo Pirro, nuova produzione Ert con la regia di Claudio Longhi. Nel Freud prodotto dal Piccolo Teatro di Milano che ha debuttato al Tetaro Strehler la scorsa settimana con la regia di Federico Tiezzi viene rovistato nella parte interna, interiore, quello stesso uomo (e la donna) dell’età del capitalismo e del familismo trionfante.  ...

Leggere col teatro / Pippo Delbono - I libri di Oz

Una volta a teatro il testo imperava. Lo spettacolo era messa in scena, interpretazione di un dramma. Se leggete una critica teatrale di Gramsci, di Gobetti, di Silvio D’amico, l’opera scritta era l’oggetto di discussione, il cardine del ragionamento, era tutto, e la valutazione dello spettacolo si limitava a registrare in scarne osservazioni, più o meno frettolose, l’esecuzione degli attori e l’accoglienza del pubblico. Poi vennero la regia e sperimentazione, basata molte volte su una scrittura scenica, che ripensarono il contributo della componente letteraria. Il teatro in realtà non fece mai a meno dei testi: diventò viaggio, avventura dentro testi vari, anche narrativi, dentro miti, dentro questioni esplorate attraverso il lavoro teatrale d’insieme. Il testo, dal ’68 in poi, divenne pre-testo, sceneggiatura, story-board, testo consuntivo più che preventivo, che descriveva un processo mobile, già avvenuto, ricco di implicazioni.    L’editoria teatrale negli anni tra il ’68 e i primi ottanta visse un vero boom: raccontava, analizzava, rievocava, forniva materiali militanti. Poi si appannò, per rinascere in un altro periodo di inquietudini e di ricerche, di sfide alle...

Saburo Teshigawara / Danzare sui vetri

Danzare su un pavimento di frammenti di vetro: con Pointed Peak Saburo Teshigawara ci consegna un potente apologo coreografico sul senso del limite, del rischio e dell’equilibrio. Ma, sebbene l’artista sottolinei il suo disinteresse alla “danza di per sé”, è impossibile per lo spettatore non guardare a quest’opera anche come a un disvelamento della natura stessa del danzare, che sull’equilibrio e sulla sfida ai limiti del movimento “naturale” fonda i suoi principi. Essenziale e intenso, Pointed Peak è la nuova performance site specific ideata per gli spazi della Collezione Maramotti d’arte contemporanea nell’ambito del Festival Aperto 2017, che ha rinnovato il patto biennale tra la Collezione e i Teatri di Reggio Emilia nella sintesi ogni volta diversa tra arti plastiche e visive e danza. Diversamente dai suoi predecessori – Trisha Brown con i suoi indimenticabili Early Works, Wayne McGregor, Shen Wei e Hofesh Schechter – Saburo Teshigawara sceglie di confrontarsi con un’opera sola della vasta collezione ospitata nel vecchio stabilimento industriale Max Mara. Infatti, dopo il breve e sorprendente prologo con una danzatrice-topo che si muove tra i pilastri di cemento e le opere...

Masque Teatro / Amor vacui. L’attore e l’assenza

«Assomigliano a sordi coloro che, anche dopo aver ascoltato, non comprendono; di loro il proverbio testimonia: “Presenti, essi sono assenti”». Questo frammento di Eraclito – tramandato nel libro V degli Stromati di Clemente di Alessandria – descrive una forma di «assenza» negativa. Vi sono persone che, pur essendo fisicamente presenti di fronte a qualcuno che sta rivelando loro qualcosa di importante ed eccezionale, risultano del tutto estranee alle parole dette. Esse scivolano su di loro senza produrre alcun effetto, ad esempio un avanzamento di conoscenza. Se applicassimo ora tale discorso oltre Eraclito, potremmo annoverare tra i “presenti-assenti” anche certi attori. Mi riferisco a coloro che, sulla scena, non sono in autentico ascolto dei loro colleghi e con il pubblico che è li pronto ad ascoltare, oppure che “recitano” la loro parte in modo inerte e morto. La loro “presenza” scenica è in realtà appunto una forma di assenza: parlano e agiscono, ma senza avere consapevolezza, attenzione e cura di quanto vanno dicendo/agendo. Non sarebbe così peregrino descrivere il loro comportamento riscrivendo il frammento eracliteo: «Assomigliano a muti gli attori che, anche dopo aver...

Mimmo Cuticchio – Virgilio Sieni / Il pupo il danzatore il cunto dell’angelo

Piove. Piove a dirotto. Il taxi entra nel vialetto tra vecchi capannoni. Sembrano tutti spenti. Il taxista si perde. Mi dice che non sa dov’è il teatro. Scendo, torno all’ingresso, alla guardiola del custode. Chiedo la strada per lo spettacolo di Cuticchio, Mimmo Cuticchio… i pupi… il cunto… con Virgilio Sieni… il danzatore... Non sa bene. Sta guardando la televisione. Giro per i Cantieri della Zisa, Palermo. Sembra un labirinto abbandonato. Buio. Una lucina. Càpito nelle prove di altro spettacolo, Orli di Tino Caspanello, con la regia di Giuseppe Massa (bello, vitale, grottesco, una gara a conquistarsi un posto al sole, seduti su un’anguria – quelle in più si spaccano – per sopravvivere da un naufragio, in mare… gli esodi, le migrazioni, l’attualità poeticamente trasposta…). Esco. Sotto la pioggia. Entro in uno stanzone buio. Qualche rumore in lontananza mi guida e poi una voce che sale. Finalmente ci sono, in questa performance mistero, alchimia di due sguardi diversi, maestri.  La serata, grazie al ritardo del mio aereo da Roma a Palermo, è già iniziata da forse mezz’ora. Mimmo Cuticchio sta raccontando l’amore di Orlando per Angelica, e la sua follia. Il pupo paladino si...

Una stagione teatrale a più voci / Spettacolo dell'anno

L’anno scorso ci avevamo provato. Quest’anno ci abbiamo preso gusto e il gioco si è allargato. Raccontiamo la stagione teatrale trascorsa a più voci, quelle di chi abitualmente scrive sulla rubrica di teatro di Doppiozero, quelle di alcuni osservatori ospiti e di artisti che stimiamo e amiamo. Confondiamo le acque, tra chi il teatro lo fa e chi lo guarda e lo analizza, convinti che di un’unica ecosfera del possibile, dell’utopia, dello sguardo di traverso, al mondo delle ombre, al germinare in ombra, oggi si tratti.  Abbiamo chiesto di eleggere o di raccontare lo spettacolo o il tema teatrale dell’anno. Ne è venuto fuori un caleidoscopio di visioni, una piccola enciclopedia del 2017 teatrale, delle creazioni e degli umori di una stagione, da gustare poco alla volta, da centellinare. Buona avventura (e buon 2018) anche ai nostri lettori con (in disordine di apparizione): Massimo Marino, Massimiliano Civica, Roberta Ferraresi, Graziano Graziani, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, Matteo Brighenti, Enrico Piergiacomi, Francesca Saturnino, Daria Deflorian, Maddalena Giovannelli, Roberto Latini, Lorenzo Donati, Lorenzo Pavolini, Attilio Scarpellini, Piergiorgio Giacchè, Armando...

Anticipazioni / Voci da “Si nota all’imbrunire” per Silvio Orlando

Lucia Calamaro scrive per la scena con una passione, una carnalità, una profonda levità che la fa considerare da molti la migliore autrice teatrale italiana. Sicuramente è la più imprevedibile, quotidiana, intensa, umorale, figurale, intellettuale, emozionale, destrutturante, costituente, destituente, ricostituente... Scava nei traumi che ci avvolgono tutti i giorni con umorismo acre con allegro dolore con spietata dolcezza, aiutandoci a scrutarci e a riconoscerci meglio. Lucia, che ha collaborato in alcune occasioni con Doppiozero, regala per le feste ai lettori della rivista l’anteprima di una bella parte del nuovo testo che sta scrivendo per Silvio Orlando. Ma questo lo spiega lei, alla fine della nota che segue questa breve premessa.   Ma. Ma.   Si nota all’imbrunire (solitudine da paese spopolato) (Alcune spiegazioni dell’autrice)   PERSONAGGI:  UN PADRE (solo e isolatosi volontariamente in una casetta di un paese spopolato X) LA FIGLIA DELUSIONE (fa la sosia-aspirante scrittrice-quasi fallita. In fondo è la preferita) LA FIGLIA MEDICO, riuscita, specialista in medicina narrativa (anche se strafa/fa tutto bene/ nessuno la nota, ma lei vede tutto, sa, ha...

Conversazione con Motus / Panorama: il sogno di vedere tutto

Fondata a Rimini nel 1991 da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, la compagnia Motus porta inscritta nel nome una vocazione al viaggio, al nomadismo fisico e mentale, allo smantellamento dei confini, alla libertà di muoversi, di essere in divenire, di “transitare” da un territorio, un linguaggio, un genere e un orientamento sessuale all’altro. Negli anni ha presentato i propri lavori in giro per il mondo, nei grandi festival di arti performative: dall’Under the Radar newyorchese, al Festival TransAmériques di Montréal, da Santiago a Mil in Cile, al Fiba Festival di Buenos Aires, fino all’Adelaide Festival e al Taipei Arts Festival. Reduce dal successo di MDLSX, con Silvia Calderoni, e dal progetto speciale Hello Stranger con cui il Comune di Bologna ha celebrato, nel 2016, i venticinque anni di Motus, la compagnia sta lavorando attualmente a Panorama, un nuovo spettacolo che esplora e invoca ancora una volta la fluidità dei confini, in questo caso geografici. Il nuovo lavoro nasce dal coinvolgimento dei membri della Great Jones Repertory Company, un gruppo interetnico di attori e attrici residenti a La MaMa, storico teatro dell’East Village fondato da Ellen Stewart. Proprio dall’...

Va pensiero del Teatro delle Albe / La luce ustoria dei fiammiferi

Va pensiero, ultimo lavoro del Teatro delle Albe, coprodotto da Ravenna Teatro con Emilia Romagna Teatro Fondazione, avrebbe dovuto essere, in origine, un lavoro su Giuseppe Verdi. Invece è diventato un nuovo capitolo della serie di opere epico-didattiche delle Albe, quelle lunghe e popolose, corali, nel senso che richiamano a sé tutta la comunità di attori, tecnici e organizzatori della compagnia. Un’altra opera-manifesto con la drammaturgia di Marco Martinelli, come L’Avaro, Pantani, Vita agli Arresti di Aung San Suu Kyi, che sprofonda nell’attualità per condividere nei grandi teatri cittadini (dallo Storchi di Modena, all’Alighieri di Ravenna, per cominciare), una riflessione esemplare sulle miserie del mondo e sul valore dell’eresia; un’opera molto poco postmoderna nella filosofia e nella forma, che fa vibrare – attraverso simboli che si rivelano ustori anche nella società liquida e post-immunologica – l’archetipo emozionante della fiammella che resiste contro il dilagare del male, dell’uno contro i molti, della schiena che non si piega, neanche quando è spezzata: il Davide biblico, il Cristo, il Principe Costante, Aung San Suu Kyi.    La speranza risorgimentale...

Teatro delle Albe / Le miniature di Ermanna

Un anno fa usciva Miniature Campianesi, primo libro scritto da Ermanna Montanari, di recente vincitrice del premio della Associazione nazionale critici di teatro come migliore attrice dell'anno. Piergiorgio Giacchè racconta l’importanza di questo libro.   Ermanna Montanari e Marco Martinelli li conosco e riconosco dal tempo del teatro di gruppo, come la sola coppia che ha fatto gruppo senza mai divenire “aperta”: anzi, ermannamarco lo scrivono e lo vivono tuttattaccato… E l’amico spettatore non osi dividere quel che il teatro ha unito… Ma in realtà il teatro è venuto dopo una storia d’amore che era ora di ricordare e rivendicare. Ed è questo che hanno fatto, sia Ermanna che Marco, in due diversi libri che mi sono arrivati insieme e che mi sono letto “all’unisono”, alternando l’uno all’altro.. O l’Uno all’Altra?  Il fatto è che i due libri si dividono subito, e non soltanto per il senso ma piuttosto per il sesso che caratterizza i due mestieri del teatro. Perché diciamolo: a dispetto delle loro desinenze, Attore è sostantivo femminile e Regista è aggettivo maschile, chiunque sia a indossarne gli habitus. Così il libro di Marco (Aristofane a Scampia) si spende e si spiega...

Al Funaro “Aladino” di Matěj Forman / Maestria dell’illusione

Un teatro di marionette e ombre come una danza dei veli. Aladino di Matěj Forman appare e scompare da una sarabanda di paraventi mobili dalle forme orientaleggianti. Sono i negozi, le botteghe, gli empori che trasformano per un’ora la sala del Funaro di Pistoia nel gran bazar delle storie. Un’atmosfera di trambusto, andirivieni di compravendite, accoglie il pubblico fin da subito: performer in nero e oro, scarpe a punta, fez, gilet e fascia, offrono il tè ai nuovi arrivati. I contratti sono chiusi o ancora da chiudere, ma l’importante non è questo, è ritrovarsi, passare il tempo insieme, parlare, aprirsi, mentre il fumo del tè sale e le parole ci ricongiungono con l’alto: la saggezza, la generosità. La nebbia sottile di stasera racconta in prima nazionale Le mille e una notte e la favola di Aladino messe in scena dalla compagnia The Forman Brothers’ Theatre fondata nel 1992 da Petr e dal fratello gemello Matěj, figli del regista premio Oscar Miloš Forman. Una comunità di nomadi teatrali senza fisso palcoscenico né ensemble definito. Attorno a ogni progetto, infatti, si costituisce un nuovo gruppo, per creare il clima di lavoro necessario a trovare la forma narrativa più...