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Teatro

(410 risultati)

Drammaturgie / Il “teatro nel teatro” di Eliade: un’ipotesi ermeneutica

I lettori italiani e attenti di Mircea Eliade sanno che il teatro rappresenta un interlocutore importante nella sua riflessione storico-filosofica. Il suo mastodontico corpus letterario e scientifico comprende, infatti, numerosi testi che riflettono sul lavoro degli attori e sulla funzione “soteriologica” che dovrebbe assolvere la rappresentazione drammatica. Si potrebbe ricordare, a tal proposito, almeno Diciannove rose, ossia l’ultimo romanzo di Eliade, da lui pubblicato in rumeno nel 1980, che costituisce senz’altro il documento più esplicito della sua concezione teatrale. Nel capitolo 11 del libro, il romanziere Anghel Pandele e l’attore Ieronim Thanase definiscono lo spettacolo come una «tecnica di redenzione», che procura a chi ne partecipa il raggiungimento di una misteriosa «libertà assoluta», ovvero l’evasione da un tempo e da uno spazio storico che diventa ogni giorno sempre più oppressivo, avvilente, claustrofobico. Meno noto – almeno finora – è che Eliade non fu solo un teorizzatore del teatro e della sua essenza soteriologica. Fu anche un drammaturgo, che pubblicò nel corso della sua esistenza quattro testi teatrali (Ifigenia, Uomini e pietre, Avventura spirituale,...

Conversazione con Alberto Anile / Totò. Un comico per tutte le stagioni

  Nelle prime ore del 15 aprile 1967, moriva improvvisamente il principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, in arte Totò. Da quella notte sono passati cinquant'anni, ma la sua figura è più viva che mai nell'immaginario collettivo. Affrontarla significa  raccontare una porzione consistente della cultura nazionale, sia “bassa” che “alta”, dal ventennio fascista ai prodromi del '68; ma significa anche, dietro le risate, domandarsi quanto sia ancora in grado di parlare a noi (ma soprattutto di noi), spettatori italiani d'oggi. In occasione di questo anniversario, Doppiozero ha deciso di dedicare a Totò uno speciale in più parti, nel quale le testimonianze d'epoca verranno affiancate alle parole dei nostri collaboratori, ciascuno alle prese con una sequenza, un'immagine o una battuta tratte dagli oltre novanta film interpretati dal grande comico napoletano. Per restituire un ritratto a più voci di un artista rivelatosi, nell'arco di mezzo secolo, davvero inesauribile. Come ogni vero classico.       Su Antonio de Curtis è stato detto e pubblicato di tutto. Non si contano gli articoli, le memorie, i saggi dedicati al Principe, alla...

Il cielo non è un fondale a Prato / Noi e Annie (Ernaux)

Il teatro raccontato dagli artisti. Del Cielo non è un fondale di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini ha già scritto su Doppiozero Graziano Graziani in occasione della prima romana. Per le recite di Prato (fino a domenica 12 al Fabbricone) abbiamo chiesto direttamente agli autori un intervento sulla genesi dello spettacolo, un’altra tappa del loro particolarissimo, antiretorico, quotidiano, lacerante, ironico “teatro dell’invisibile”, sospeso tra rappresentazione e suo svelamento, tra nuda verità e bisogno di storie e di emozioni.    Non è uno spettacolo tratto da O uno spettacolo su Non è nemmeno liberamente ispirato a Né dedicato    Siamo incappati nella sua opera come può succedere anche in un matrimonio riuscito: ti innamori di un altro, magari il dottore dove vai a fare una visita medica in una città straniera.  Avevamo già un tema molto ampio, il rapporto tra paesaggio e figura, ci interessava affrontare la questione urbana, avevamo fatto tante letture, ragionamenti. Ci bastava solo una trama, un piccolo fatto vero o di fantasia che rendesse possibile tessere una narrazione. Siamo invece incappati – lo ripetiamo – in un mondo, un universo che ci ha...

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917 / Jurij Bondi. L'agitator

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917, anniversario dei fatidici giorni che "sconvolsero il mondo" e non soltanto la Russia: la Rivoluzione Socialista d'ottobre. Il suo effetto, tra splendori e miserie, si è protratto per una settantina d'anni nel corso dei quali molteplici testi culturali, a fianco di eventi politici e rivolgimenti sociali, sono stati prodotti. Esamineremo ogni mese un'immagine particolarmente significativa per quel percorso commentandola, analizzandola, sistemandola nel tempo e nel discorso da cui era emersa. Questo sarà il nostro omaggio ai cent'anni di una delle utopie più grandi della terra e, inevitabilmente, al suo crollo.    La prima immagine della serie dedicata alla rivoluzione d’ottobre del 1917, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, per dirla con la retorica sovietica, è un manifesto che appartiene alla categoria dell’agitazione sociale. L’agitator era una figura diversa da quella del propagandist. Propagandare all’epoca significava diffondere, divulgare, portare a conoscenza ed era assente la connotazione negativa di lavaggio del cervello o ossessivo proselitismo. Agitare significava invece coinvolgere, entusiasmare, rendere...

Conversazione con Claudio Longhi / Teatro partecipato, attore, regia, scrittura

Dal 2012 Emilia Romagna Teatro Fondazione produce a Modena progetti teatrali speciali definiti di “teatro partecipato”. Tali progetti si caratterizzano per l’impegno a tempo pieno di un nucleo stabile di attori professionisti in una serie di appuntamenti che nel corso di molti mesi, spaziando da cene-spettacolo a laboratori nelle scuole, da reading di grandi romanzi a partite di calcio, attraversano spazi culturali, ricreativi e commerciali della città, e coinvolgono la più varia umanità in una riflessione su uno specifico tema socio-politico di volta in volta posto al centro del lavoro. Spingendo sul pedale ludico da un lato e su un rigore intellettuale impregnato di materialismo storico dall’altro, coadiuvati dal dispiegamento di una sofisticata rete di partnership e una raffinata strategia di comunicazione, tali operazioni mirano esplicitamente a convocare i cittadini intorno al teatro, perché tutti vi riconoscano nuovamente lo spazio in cui la comunità si riunisce per interrogarsi sul presente. I materiali, le riflessioni, gli studi accumulati precipitano infine in uno spettacolo in scena in teatro nella stagione ufficiale, con una affluenza entusiastica di pubblico che...

Pinocchio di Antonio Latella / Di Geppetto, e di altri padri bugiardi

Meglio guardarsi dai padri. Dalle loro ambizioni, dalle loro aspettative, e persino dal loro amore. La galleria di figure genitoriali che popola gli spettacoli di Antonio Latella è a dir poco inquietante: a cominciare dall’incestuoso Agamennone (in Santa Estasi, di recente proclamato miglior spettacolo 2016 dal Premio Ubu), per proseguire con l’insinuante e distruttivo Luca Cupiello (nel bellissimo Natale che ha replicato da poco al Carignano di Torino), fino al Geppetto comparso sul palco del Piccolo Teatro di Milano per il debutto di Pinocchio.   Ph Brunella Giolivo.   Tutti – siano essi eroi del mito, personaggi di una favola, o ordinari capifamiglia – danno mostra di un clamoroso fallimento della paternità, e delle sue funzioni affettive ed educative. Collodi sembra aver condiviso la medesima riflessione, se è vero che nella sua favola compare un nucleo famigliare incredibilmente disgregato e quasi del tutto assente: Pinocchio, privo di madre e alle prese con una presenza maschile poco autorevole, si muove solo nel mondo e apprende l’indispensabile da figure transitorie e incontrate per caso. Ma il Geppetto dai toni farseschi e patetici che ricordiamo (per chi...

Canti di augurio e dono / Il teatro segreto di Giuliano Scabia

Intona Laura Artioli, figlia di Eneide Notari, sorella quest’ultima di Ines, di Ersilio, di Sveno (nome di epico principe danese), di Dante, di Aurora, di Euridice, di Dalmazia, figli di Domenico Notari, detto Minghín, capomaggio dell’Appennino, muratore, volto scolpito nella pietra con occhi azzurri cielodimontagna; canta la nipote Laura, ormai proveniente dalla pianura, come tutti i nipoti:   Sempre negli infiniti mondi dentro il tempo appena nato che spera farsi eterno la vita dovunque fiorirà.   27 dicembre 2016. Siamo nella casa dei Notari, quella che fu abitata da Sveno, muratore anche lui come il padre e poeta nel tempo segreto, “murator sul foglio chino” a inventare ottave, come gli antichi poeti degli epici cantari. Siamo a Busana, nell’alto Appennino Reggiano, per gli auguri per l’anno nuovo. Siamo arrivati con un sole di cartapesta drappeggiato di stoffe colorate, con il vecchio cantastorie del Gorilla Quadrumàno, che nessuno ha mai domato né con baston né con la mano, il re delle bestie che, dopo aver salvato una corte, è tornato a regnare tra le fiere in mezzo al bosco. Indossiamo, Giuliano Scabia e io, due mantelli e due cappelli; abbiamo un cavallo...

Sulle scene, dietro le scene / Lo spettacolo dell'anno

Sono cinque anni che la rubrica di teatro esce su Doppiozero. Cinque anni di sguardi, cronache, dissezioni anatomiche e visioni di giardino nel corpo di questa fragile, forse inattuale arte. Di entusiasmi, polemiche, sconfitte, scoperte. Abbiamo pensato di regalarci un gioco: di farci i nostri “premi Ubu”, scrivendo cosa della stagione immediatamente trascorsa, dei tempi del teatro, ci è piaciuto, o immaginando cosa ci riserva l’immediato o prossimo futuro. Bisognava nominare uno spettacolo, un artista, o anche un problema, una crisi, o qualcosa che sta emergendo… Abbiamo coinvolto non solo quelli che scrivono più assiduamente, ma anche amici che sono intervenuti magari solo una volta e artisti cari, che in alcune occasioni ci hanno donato loro scritti, loro sguardi. Alcuni hanno risposto subito, altri, isolati in montagna o alle prove di qualche spettacolo, non hanno potuto aderire. Ne è sortito il monstrum che leggerete, perché, naturalmente, molti hanno scantonato (ma neppure tanto) dal compito assegnato, tanto da creare un discordante collage di umori e visioni, componendo, piuttosto che il ritratto dello spettacolo migliore, un composito affresco dello stato dello spettacolo...

Thomas Bernhard a Parigi / Krystian Lupa a colpi d’ascia

Siedono in dieci attorno a un lungo tavolo rettangolare da ultima cena e, così facendo, completano con un’immagine invalicabile la struttura a ferro di cavallo del Théâtre de l’Odéon: è un disegno semplice e bello, il più bello di Des arbres à abattre, traduzione francese di A colpi d’ascia, l’adattamento del romanzo di Thomas Bernhard che corona il “ritratto” che il Festival d’Automne ha dedicato al regista polacco Krystian Lupa. Una vecchia cuoca, piccola e con l’aria di averne abbastanza di questo mondo in disfacimento versa nei piatti degli ospiti quello che sembra un vero consommé, e i commensali parlano con la finta brillantezza che si conviene a una cena artistica, inframezzati da un tintinnio di piatti e stoviglie che al pubblico suona familiare, perché è lo stesso, amplificato e lievemente osceno, che rumoreggiava in uno dei filmati del primo tempo, nel pranzo di campagna che seguiva un funerale.  A tener banco è l’ospite d’onore, sistemato al centro, l’attore grandioso e trascinante che pubblico e ospiti hanno atteso per oltre due ore, l’impareggiabile interprete dell’Anitra selvatica di Ibsen, un tipo massiccio e baritonale che mangia voracemente e tra una...

L’avanguardia catalana e la scena politica / Agrupación Señor Serrano, l’arte di contraffarre le immagini

Quante insidie si nascondono dietro a un’immagine? Siamo in grado di individuarle e di difenderci? La questione, in una società che affida proprio all’immagine la maggior parte delle sue narrazioni, è cruciale e profondamente politica. Ed è questo il tema che l’ensemble catalano Agrupación Señor Serrano affronta da alcuni anni, con leggerezza solo apparente. Dunque non fidatevi troppo di Àlex Serrano e Pau Palacios (due dei fondatori) quando parlano con understatement della loro poetica, disinnescandola tra battute e sorrisi sornioni: in realtà il gruppo, premiato con il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2015, opera con precisione chirurgica su alcuni dei più delicati nervi scoperti del contemporaneo. Il merito di averli riportati in territorio italiano va a Zona K di Milano: una piccola realtà che, pur muovendosi in un territorio sovraccarico di proposte come quello meneghino, mostra ormai da qualche anno una notevole personalità curatoriale e un lodevole coraggio nella programmazione. Questa volta in cartellone, tra fine novembre e inizio dicembre, è stato presentato un prezioso focus dedicato all’avanguardia catalana: non solo Agrupación Señor Serrano, ma anche uno dei...

Mise en scène / Bertolt Brecht. Chausseestraße 125, Berlino

Dunque sarà stato qui, dietro questo portone, dietro questa facciata a due piani. Qui Bertolt Brecht avrà preso dimora nell’ottobre del 1953, dopo gli anni dell’esilio in Scandinavia e a Santa Monica, vicino a Hollywood, e dopo una serie di abitazioni a Berlino Est e dintorni. Paesaggio metropolitano asciutto, senza fronzoli. Accanto un cimitero storico che i turisti vengono ancora oggi a visitare. La strada che passa qui davanti prosegue fuori città. Porta un nome che è una tautologia, la parola francese per indicare una via selciata. Poco distante da qui restano alcuni solitari relitti del Muro. Naturalmente quello che i documenti ufficiali dell’epoca chiameranno “baluardo di protezione antifascista” era allora di là da venire.   Per il dopoguerra la casa è un vero lusso in una Germania, non solo orientale, che convivrà con le rovine dei bombardamenti ancora a lungo dopo l’anno zero. Apparentemente invisibile, la guerra s’insinua tra gli oggetti esposti in queste stanze. Ha il suo segno più vistoso nella magra biblioteca, fatta tutta di libri e di riviste dell’epoca tra il ritorno in patria e l’anno della morte. Si è preso anche i libri, l’esilio. Quelli rimasti, l’...

Romaeuropa Festival / L’Africa fantasma di Elvira Frosini e Daniele Timpano

All’inizio di Acqua di Colonia di Elvira Frosini e Daniele Timpano, mentre i due performer, in bilico sulla destra del proscenio, arcigni come due falchi ai quali è stato appena tolto il cappuccio, guatano la sala, sulla destra del palco del Teatro Quarticciolo di Roma, è seduta una signora di colore. Una figura piccola e snella che, la testa avvolta in una specie di turbante, si sforza soprattutto di non essere notata: rimarrà in quella posizione per tutta la prima parte dello spettacolo, seduta con le gambe incrociate, il suo unico movimento sarà di cambiare gamba da accavallare – e gioco forza, chi la guarda, per l’enigma rappresentato proprio della sua impassibilità, quasi un contrappunto del fervore satirico che le ribolle attorno, non può fare a meno di leggere in quel gesto una specie di intenzione ritmica. Alla fine dello “zibaldino africano” verrà riaccompagnata al suo posto in platea, come quegli spettatori che un tempo venivano chiamati sul palco dagli illusionisti, e sempre più spesso, oggi, su una scena che si vuole interattiva: il pubblico la applaude anche se non ha fatto nulla. Le accade, insomma, quel che secondo Nicola Chiaromonte capita all’“oggetto vero” una...

Nella voce a passo di fiato / Romanzo, teatro, storia: sotto sotto è tutto un cantare?

Cara Laura,   eccomi dunque convalescente per ferita di lancia violenta, impossibilitato a essere fra voi, ma felice di affidare alla tua voce l’intervento che si intitolava Salita alla montagna Etna con visione del fuoco: verso l’azione perfetta, e ora si chiama, per forza di cose abbastanza diverso, Nella voce a passo di fiato.    Se fossi venuto a Pavia avrei proiettato il film poema – dura 16 minuti  – in cui si vede il tuo amico cavaliere che sale dal mare fino al fuoco indossando il cavallo Benenghéli mentre si sente la sua voce che dice il poema del titolo. Poi, nei minuti restanti (quattordici)  avrei mostrato l’omologia fra la montagna del fuoco (il teatro più alto da cui abbia recitato in vita mia) e quel monte, il Monte Ricco sui colli Euganei, sulla cui cima sta il bagolaro gigantesco che è l’asse del mondo di tutta la saga dell’eterno andare (lo vedi simbolicamente disegnato sulla copertina del libro), piantato dal protagonista Lorenzo adolescente all’inizio della sua avventura di andare a suonare il violoncello in capo al mondo. Avrei fatto notare come le immagini dell’inizio del cammino verso l’Etna sono girate fra le nebbie dei Colli...

Sky and the Family Stone / Storie di parentela secondo ZimmerFrei

“Non farò figli per questo Paese”. Quarantatré giovani, una dopo l’altra, pronunciano questa frase in primo piano. È Stop Kidding, la video-installazione che ZimmerFrei presenta al padiglione dei giovani artisti italiani della Biennale di Venezia 2003, quando sono passati poco più di tre anni dall’apparizione sulla scena italiana del collettivo composto da Massimo Carozzi, Anna de Manincor e Anna Rispoli. Un filo teso congiunge quella pronuncia netta e frontale che mirava a “spaccare la membrana protettiva tra corpo singolo e corpo sociale” e il progetto Family Affair che ZimmerFrei sta sviluppando da più di un anno in diverse città europee (Lille, Valenciennes, Varsavia, Budapest, Torres Novas, Milano, Losanna), sperimentando un formato partecipativo che tiene uniti video, archivio sonoro e performance dal vivo.  Qui è la famiglia contemporanea, questo monstrum esploso e non ben definito, a esser il nucleo da cui prendono avvio nuove possibili narrazioni sul progettarsi delle esistenze, gettando una luce di volta in volta diversa su aspetti distintivi, come l’essere figli, la maternità e il maternage, i padri single, l’eredità e la trasmissione generazionale inscritta nel...

Pasolini secondo Trevi e Popolizio / Ragazzi di vita in scena

Il primo a prendere la parola è il narratore. Le parole sono quelle di Pasolini, ma suonano con l’epica sfasata di un western meridiano: faceva un cardo… un sole sfacciato… metteva a foco tutto... Sull’altro lato della scena si apre il set del bagno dar Ciriola. Ed è subito mutande e corpi giovani che schizzano nell’acqua.  Ma non sono passati cinque minuti dall’inizio dello spettacolo che er Riccetto, personaggio feticcio di Ragazzi di vita, intenzionato a tuffarsi nel Tevere per salvare una rondine che vi sta miseramente affogando, salta letteralmente in collo all’attore incaricato della narrazione e gli resta in braccio, piantando così nel corso del fiume e nella scrittura il perno drammaturgico dello spettacolo. Una soluzione semplice, di buona resa plastica, capace di strappare la risata al pubblico, ma anche di precisa, diremmo quasi umile efficacia. La stessa che mi è sembrata caratterizzare la trasposizione teatrale del romanzo di Pasolini sul palcoscenico del teatro Argentina di Roma a opera di Massimo Popolizio e Emanuele Trevi, entrambi al servizio di un autore che, ognuno a modo suo, conosce bene, al punto di sapere dove mettere le mani senza affondare nella...

Conversazione con Marco Martinelli / Aristofane a Scampia

Marco Martinelli ha portato i classici a Scampia, Diol Kadd e Chicago, Mazara del Vallo, Lamezia Terme, tra i portoricani del Bronx e a Rio de Janeiro. Ha portato i classici e il caos, o, detto altrimenti, l’amore: “Platone prima e i Vangeli poi hanno segnato questa strada che il mondo continua a maltrattare, tradendo l’eros che pulsa dalle pagine”, mi dice.   Aristofane a Scampia, pubblicato da Ponte alle Grazie, racconta della non-scuola, una storia che è molte altre storie: quella dell’incontro tra lui ed Ermanna Montanari, quella del Teatro delle Albe – la compagnia teatrale da loro fondata –, quella di Eresia della felicità. Sono storie intrecciate insieme, iniziate tutte nelle aule del liceo classico Dante Alighieri di Ravenna, da quella fervida asinina ignoranza che avrebbe cercato nel tempo, con pazienza e lentezza, di dare corpo al rovello che genera ogni parola, coltivando il teatro come un campo.     “Perché non venite a insegnare teatro ai miei ragazzi, all’Istituto Tecnico Nullo Baldini di Ravenna?” La non-scuola nasce da un invito. Un invito che porta con sé una domanda che ha accompagnato e accompagna il Teatro delle Albe: qual è il segreto per...

Segni d'Infanzia a Mantova / Teatro per ragazzi e non solo

Segni d'Infanzia è un festival che si svolge da dieci anni a Mantova con la direzione di Cristina Cazzola. Ha una peculiarità: non solo la consistente dimensione internazionale – dimostrata dagli spettacoli ma anche dal fitto calendario d'incontri e discussioni – o la complessa ricchezza del programma (difficile districarsi in un'offerta ampia e varia che copre dalle 10 di mattina a sera inoltrata per una settimana, dal 26 ottobre al 2 novembre); ma il fatto che è un festival interamente dedicato al teatro per ragazzi. Una delle tante “Cenerentole” spesso troppo di frequente dimenticate dal grande teatro (ufficiale o di ricerca che sia), o almeno non sempre al centro dell'attenzione di teatri e critica; ma che anche in Italia dispone di una quantità di strutture, operatori, occasioni di esposizione e confronto di grande diffusione e spesso anche di qualità, che non hanno nulla da invidiare alla scena – diciamo – per i “grandi” (per farsi un'idea della vivacità del settore, si può dare un'occhiata a Eolo, rivista dedicata al teatro ragazzi diretta da Mario Bianchi).    E a Mantova, nei giorni di Segni d'Infanzia – quest'anno dedicato al tema del lupo, disegnato da Dario...

La passione di una vita / Amleto. Conversazione con Fabrizio Gifuni

Dal suo alto scranno l’arbitro sussurra nel microfono ai tennisti: «Please, play». L’invito diventa ancora più poetico, e opportunamente ambiguo, se a proporcelo è Fabrizio Gifuni, impegnato come è – da, si può dire, sempre – in serissime meditazioni amletiche. Al principio della sua formazione teatrale ci sono due anni spesi all’Accademia con il maestro Orazio Costa in un lavoro esclusivo su Amleto (ricorda sempre: «ognuno di noi alla fine lo sapeva tutto a memoria, in ognuno dei ruoli»). In anni più recenti, una scena capitale della Cognizione del Dolore gli aveva fatto intuire il carattere amletico del protagonista gaddiano: così nel suo L’ingegner Gadda va alla guerra i diari e le invettive antimussoliniane di Gadda si interpolano con brani shakespeariani (del resto un Gadda ormai vecchio, intervistato in tv, bofonchiava: «Rileggo solo l' Amleto»). All’inizio di questo ottobre, per Le vie dei Festival, Gifuni ha presentato un Concerto per Amleto – brani del dramma alternati a movimenti delle due Suite che Dmitrij Šostakovič scrisse per un Amleto teatrale (op. 32) e per uno cinematografico (op. 116), con la direzione musicale di Rino Marrone con l’Orchestra sinfonica abruzzese...

A tavola con gli Atridi / Santa Estasi di Antonio Latella

La tragedia greca è uno spettacolo per stomaci forti. Nelle storie del mito trovano diritto di cittadinanza matricidi, infanticidi e persino episodi di cannibalismo: proprio un tremendo banchetto di carne umana segna l’origine della storia degli Atridi, e ne sancisce il fatale sviluppo.    Crisotemi, ph Brunella Giolivo.   Non stupisce, allora, che Antonio Latella abbia pensato di iniziare e concludere Santa Estasi – una maratona di otto spettacoli dedicata alla sanguinaria famiglia del mito – proprio su un tavolo da pranzo. È tra i piatti di portata, del resto, che si consumano gli orrori: il capostipite Atreo, scoperta l’infedeltà della moglie Erope e del fratello Tieste, si vendica servendo a quest’ultimo le carni cucinate dei suoi figli. Ma, a ben guardare, cosa significa per i Greci l’atto di mangiare un altro essere umano? La portata destabilizzante del cannibalismo è legata, prima che alla morale, al mancato rispetto per le regole del vivere civile: se la cultura del cibo e i riti codificati del banchetto ci rendono parte di una comunità, eccedere dalla norma non può che portare a conseguenze irreversibili.   Elena, ph Brunella Giolivo.   Latella...

Dario Fo, comico contro

L’avevamo cercato in maggio Dario Fo, noi di Doppiozero, per un’intervista sui maestri. Gli avrei chiesto chi sono i maestri oggi, sottintendendo che lui, scanzonato comico, politico sempre di traverso, artista capace di sbalzare con un movimento di ciglia un personaggio, un carattere, un misfatto, un maestro lo era, anomalo, simile a quegli spiriti che in certe tradizioni popolari si divertono a mettere tutto sottosopra e poi, magari, ti fanno scoprire un tesoro. La cosa si è trascinata: non stava bene, non riusciva a parlare. L’intervista è saltata. I timori per la sua salute, si erano però quasi diradati quando è apparso di nuovo in pubblico a Cesenatico (il buon ritiro suo e di Franca Rame) per presentare l’ultimo libro che aveva scritto e una mostra di disegni, su Darwin. E ieri se n’è andato, nella sua Milano, a 90 anni.   L’ultima volta che era salito sul palcoscenico era stato per raccontare un altro suo libro storico, di quelle sue storie dove i fatti vengono forzati con l’immaginazione arrivando probabilmente più vicino alla verità (a una verità) di quanto i nudi avvenimenti conosciuti consentano di fare. Si trattava della storia degli indiani Seminole e il libro...

Romaeuropa festival / L’Orestea mutila di Romeo Castellucci: 2016-1995

Orestea: Roma, 2016   L'Orestea di Eschilo è l'unica trilogia tragica giunta grossomodo per intero fino a noi, divisa nelle tre parti di Agamennone, Coefore, Eumenidi. Certo amputata del suo presumibilmente importante quarto pezzo, il dramma satiresco che andava a chiudere le tetralogie in gara all'agone greco, un ipotetico Proteo andato perduto. Negli scritti che accompagnano la creazione del '95 di Orestea (una commedia organica?), Romeo Castellucci – seguendo Benjamin – dedica una certa attenzione alla questione, a questa «quarta parte enigmatica» che è una «commedia che ha il peso di tre tragedie». Sarà per questo che la messinscena di una tra le più violente, laceranti e tuttora vive opere teatrali della tradizione d'Occidente, firmata dalla Socìetas Raffaello Sanzio vent'anni fa e ora riallestita, è sì di un'atrocità inaudita, ma è anche popolata di inaspettati frammenti di quella “risata della commedia” andata persa col Proteo mancante, che sembrano puntellare lo sviluppo tragico, a volte lacerandolo altre sostenendolo. «Cosa dire del Proteo perduto? Cosa dire di questa commedia che avrebbe controbilanciato (…) tutta quanta la trilogia tragica? È lì che mi colloco?»,...

Contemporanea Festival 2016 Prato / Spettatori/Attori

A Contemporanea Festival 2016, la quarta delle “conferenze brevi incastrate tra musica e lettura” Four Little Packages di Claudio Morganti – passaggio più recente delle sue riflessioni sul teatro che ormai da diversi anni si svolgono al festival nei sotterranei del Teatro Magnolfi – ha come oggetto lo spettatore. Di nuovo Morganti indaga il senso e la sostanza del teatro, ragionando davanti al proprio pubblico, supportando il discorso con pezzi di musica, filmati e per finire l'intervento di Attilio Scarpellini, che discute “dell'abbraccio fatale”, della confusione fra realtà e spettacolo. Il critico porta singolari esempi in cui il limite fra l'una e l'altro è stato – volontariamente o meno – abbattuto e il correlato pensiero di importanti teorici del Novecento: siamo tutti spettatori, ipotizzava Guy Debord nella Società dello spettacolo; siamo tutti attori, gli faceva eco più tardi Jean Baudrillard, in fondo senza contraddirlo. In realtà, unendo gli estremi di un ragionamento tutto sommato coerente sulla situazione attuale fra spettacolo e realtà, siamo tutti attori e tutti spettatori, sempre, allo stesso tempo. E un implicazione-chiave del discorso è che se tutto è diventato...

Terni Festival / Lucia Calamaro: i morti e quelli che restano

La vita ferma, l’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, ripercorre due ossessioni della scrittrice e regista romana: la presenza continua dei morti vicino ai vivi, dentro i vivi, in uno spazio che si dilata nel tempo invaso dai ricordi continuamente minacciati dagli abissi bui dell’oblio, e il ritorno della madre, del rimosso, della vita, dell’origine, del magico, del tumore che è escrescenza della vita, eccesso di vita verso la morte, come potrebbe suonare un pastiche di titoli di opere di quella che è oggi la nostra maggiore, più straziata e straniata, ironica, dolorosa e cantante drammaturga italiana. Il suo teatro è diluvio di parole caratteristiche, di caratteri, anzi umori che non si tengono a bada, che scivolano in modo deliberato nel pathos perché guardano in faccia, senza reverenze, la vita come problema, come male di vivere, come strazio delle assenze; che ricattano perché non possono fare a meno di farlo, per chiedere affetto in un mondo senza pietà e senza sentimenti, al massimo in preda ai brividi effimeri delle emozioni.    La vita ferma, ph di Alessandro Carpentieri.   Ricorda, per opposizioni, l’epigrammatica poesia dell’inquietudine di Spiro Scimone:...

Una generazione che ha dissipato i suoi poeti / Simone Carella, regista e poeta

Alla morte di Vladimir Majakovskij, nel 1930, un suo amico, il grande linguista Roman Jakobson – dismesso per qualche pagina l’abituale rigore dottrinario – scrisse un epicedio, un apologo memorabile al quale diede il titolo Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Elenca i nomi dei poeti fucilati (Gumilëv), suicidati (Esenin, oltre allo stesso Majakovskij), morti di stenti (Blok, Chlebnikov). Tutti spariti fra i trenta e i quarant’anni: «in ognuno di essi v’è la coscienza dell’ineluttabile condanna». Non aveva né trenta né quarant’anni, ne aveva settanta Simone Carella quando è morto dopo lunga malattia, ieri, in una clinica romana. Ma è tristemente vero quanto scriveva qualche anno fa (in Declino del teatro di regia) l’amico e lungamente complice Franco Cordelli: «A un certo punto mi sono guardato attorno e mi sono chiesto: perché i registi che ho amato sono già morti? Morti dal punto di vista teatrale o anche, purtroppo, in senso letterale. I grandi sperimentatori degli anni Settanta – Simone Carella, Ugo Margio, Bruno Mazzali, Giancarlo Nanni, Memè Perlini, Mario Ricci, Gianfranco Varetto, Giuliano Vasilicò – si sono tutti consumati, fisicamente consumati, nella ricerca...