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Teatro

(399 risultati)

Nella voce a passo di fiato / Romanzo, teatro, storia: sotto sotto è tutto un cantare?

Cara Laura,   eccomi dunque convalescente per ferita di lancia violenta, impossibilitato a essere fra voi, ma felice di affidare alla tua voce l’intervento che si intitolava Salita alla montagna Etna con visione del fuoco: verso l’azione perfetta, e ora si chiama, per forza di cose abbastanza diverso, Nella voce a passo di fiato.    Se fossi venuto a Pavia avrei proiettato il film poema – dura 16 minuti  – in cui si vede il tuo amico cavaliere che sale dal mare fino al fuoco indossando il cavallo Benenghéli mentre si sente la sua voce che dice il poema del titolo. Poi, nei minuti restanti (quattordici)  avrei mostrato l’omologia fra la montagna del fuoco (il teatro più alto da cui abbia recitato in vita mia) e quel monte, il Monte Ricco sui colli Euganei, sulla cui cima sta il bagolaro gigantesco che è l’asse del mondo di tutta la saga dell’eterno andare (lo vedi simbolicamente disegnato sulla copertina del libro), piantato dal protagonista Lorenzo adolescente all’inizio della sua avventura di andare a suonare il violoncello in capo al mondo. Avrei fatto notare come le immagini dell’inizio del cammino verso l’Etna sono girate fra le nebbie dei Colli...

Sky and the Family Stone / Storie di parentela secondo ZimmerFrei

“Non farò figli per questo Paese”. Quarantatré giovani, una dopo l’altra, pronunciano questa frase in primo piano. È Stop Kidding, la video-installazione che ZimmerFrei presenta al padiglione dei giovani artisti italiani della Biennale di Venezia 2003, quando sono passati poco più di tre anni dall’apparizione sulla scena italiana del collettivo composto da Massimo Carozzi, Anna de Manincor e Anna Rispoli. Un filo teso congiunge quella pronuncia netta e frontale che mirava a “spaccare la membrana protettiva tra corpo singolo e corpo sociale” e il progetto Family Affair che ZimmerFrei sta sviluppando da più di un anno in diverse città europee (Lille, Valenciennes, Varsavia, Budapest, Torres Novas, Milano, Losanna), sperimentando un formato partecipativo che tiene uniti video, archivio sonoro e performance dal vivo.  Qui è la famiglia contemporanea, questo monstrum esploso e non ben definito, a esser il nucleo da cui prendono avvio nuove possibili narrazioni sul progettarsi delle esistenze, gettando una luce di volta in volta diversa su aspetti distintivi, come l’essere figli, la maternità e il maternage, i padri single, l’eredità e la trasmissione generazionale inscritta nel...

Pasolini secondo Trevi e Popolizio / Ragazzi di vita in scena

Il primo a prendere la parola è il narratore. Le parole sono quelle di Pasolini, ma suonano con l’epica sfasata di un western meridiano: faceva un cardo… un sole sfacciato… metteva a foco tutto... Sull’altro lato della scena si apre il set del bagno dar Ciriola. Ed è subito mutande e corpi giovani che schizzano nell’acqua.  Ma non sono passati cinque minuti dall’inizio dello spettacolo che er Riccetto, personaggio feticcio di Ragazzi di vita, intenzionato a tuffarsi nel Tevere per salvare una rondine che vi sta miseramente affogando, salta letteralmente in collo all’attore incaricato della narrazione e gli resta in braccio, piantando così nel corso del fiume e nella scrittura il perno drammaturgico dello spettacolo. Una soluzione semplice, di buona resa plastica, capace di strappare la risata al pubblico, ma anche di precisa, diremmo quasi umile efficacia. La stessa che mi è sembrata caratterizzare la trasposizione teatrale del romanzo di Pasolini sul palcoscenico del teatro Argentina di Roma a opera di Massimo Popolizio e Emanuele Trevi, entrambi al servizio di un autore che, ognuno a modo suo, conosce bene, al punto di sapere dove mettere le mani senza affondare nella...

Conversazione con Marco Martinelli / Aristofane a Scampia

Marco Martinelli ha portato i classici a Scampia, Diol Kadd e Chicago, Mazara del Vallo, Lamezia Terme, tra i portoricani del Bronx e a Rio de Janeiro. Ha portato i classici e il caos, o, detto altrimenti, l’amore: “Platone prima e i Vangeli poi hanno segnato questa strada che il mondo continua a maltrattare, tradendo l’eros che pulsa dalle pagine”, mi dice.   Aristofane a Scampia, pubblicato da Ponte alle Grazie, racconta della non-scuola, una storia che è molte altre storie: quella dell’incontro tra lui ed Ermanna Montanari, quella del Teatro delle Albe – la compagnia teatrale da loro fondata –, quella di Eresia della felicità. Sono storie intrecciate insieme, iniziate tutte nelle aule del liceo classico Dante Alighieri di Ravenna, da quella fervida asinina ignoranza che avrebbe cercato nel tempo, con pazienza e lentezza, di dare corpo al rovello che genera ogni parola, coltivando il teatro come un campo.     “Perché non venite a insegnare teatro ai miei ragazzi, all’Istituto Tecnico Nullo Baldini di Ravenna?” La non-scuola nasce da un invito. Un invito che porta con sé una domanda che ha accompagnato e accompagna il Teatro delle Albe: qual è il segreto per...

Segni d'Infanzia a Mantova / Teatro per ragazzi e non solo

Segni d'Infanzia è un festival che si svolge da dieci anni a Mantova con la direzione di Cristina Cazzola. Ha una peculiarità: non solo la consistente dimensione internazionale – dimostrata dagli spettacoli ma anche dal fitto calendario d'incontri e discussioni – o la complessa ricchezza del programma (difficile districarsi in un'offerta ampia e varia che copre dalle 10 di mattina a sera inoltrata per una settimana, dal 26 ottobre al 2 novembre); ma il fatto che è un festival interamente dedicato al teatro per ragazzi. Una delle tante “Cenerentole” spesso troppo di frequente dimenticate dal grande teatro (ufficiale o di ricerca che sia), o almeno non sempre al centro dell'attenzione di teatri e critica; ma che anche in Italia dispone di una quantità di strutture, operatori, occasioni di esposizione e confronto di grande diffusione e spesso anche di qualità, che non hanno nulla da invidiare alla scena – diciamo – per i “grandi” (per farsi un'idea della vivacità del settore, si può dare un'occhiata a Eolo, rivista dedicata al teatro ragazzi diretta da Mario Bianchi).    E a Mantova, nei giorni di Segni d'Infanzia – quest'anno dedicato al tema del lupo, disegnato da Dario...

La passione di una vita / Amleto. Conversazione con Fabrizio Gifuni

Dal suo alto scranno l’arbitro sussurra nel microfono ai tennisti: «Please, play». L’invito diventa ancora più poetico, e opportunamente ambiguo, se a proporcelo è Fabrizio Gifuni, impegnato come è – da, si può dire, sempre – in serissime meditazioni amletiche. Al principio della sua formazione teatrale ci sono due anni spesi all’Accademia con il maestro Orazio Costa in un lavoro esclusivo su Amleto (ricorda sempre: «ognuno di noi alla fine lo sapeva tutto a memoria, in ognuno dei ruoli»). In anni più recenti, una scena capitale della Cognizione del Dolore gli aveva fatto intuire il carattere amletico del protagonista gaddiano: così nel suo L’ingegner Gadda va alla guerra i diari e le invettive antimussoliniane di Gadda si interpolano con brani shakespeariani (del resto un Gadda ormai vecchio, intervistato in tv, bofonchiava: «Rileggo solo l' Amleto»). All’inizio di questo ottobre, per Le vie dei Festival, Gifuni ha presentato un Concerto per Amleto – brani del dramma alternati a movimenti delle due Suite che Dmitrij Šostakovič scrisse per un Amleto teatrale (op. 32) e per uno cinematografico (op. 116), con la direzione musicale di Rino Marrone con l’Orchestra sinfonica abruzzese...

A tavola con gli Atridi / Santa Estasi di Antonio Latella

La tragedia greca è uno spettacolo per stomaci forti. Nelle storie del mito trovano diritto di cittadinanza matricidi, infanticidi e persino episodi di cannibalismo: proprio un tremendo banchetto di carne umana segna l’origine della storia degli Atridi, e ne sancisce il fatale sviluppo.    Crisotemi, ph Brunella Giolivo.   Non stupisce, allora, che Antonio Latella abbia pensato di iniziare e concludere Santa Estasi – una maratona di otto spettacoli dedicata alla sanguinaria famiglia del mito – proprio su un tavolo da pranzo. È tra i piatti di portata, del resto, che si consumano gli orrori: il capostipite Atreo, scoperta l’infedeltà della moglie Erope e del fratello Tieste, si vendica servendo a quest’ultimo le carni cucinate dei suoi figli. Ma, a ben guardare, cosa significa per i Greci l’atto di mangiare un altro essere umano? La portata destabilizzante del cannibalismo è legata, prima che alla morale, al mancato rispetto per le regole del vivere civile: se la cultura del cibo e i riti codificati del banchetto ci rendono parte di una comunità, eccedere dalla norma non può che portare a conseguenze irreversibili.   Elena, ph Brunella Giolivo.   Latella...

Dario Fo, comico contro

L’avevamo cercato in maggio Dario Fo, noi di Doppiozero, per un’intervista sui maestri. Gli avrei chiesto chi sono i maestri oggi, sottintendendo che lui, scanzonato comico, politico sempre di traverso, artista capace di sbalzare con un movimento di ciglia un personaggio, un carattere, un misfatto, un maestro lo era, anomalo, simile a quegli spiriti che in certe tradizioni popolari si divertono a mettere tutto sottosopra e poi, magari, ti fanno scoprire un tesoro. La cosa si è trascinata: non stava bene, non riusciva a parlare. L’intervista è saltata. I timori per la sua salute, si erano però quasi diradati quando è apparso di nuovo in pubblico a Cesenatico (il buon ritiro suo e di Franca Rame) per presentare l’ultimo libro che aveva scritto e una mostra di disegni, su Darwin. E ieri se n’è andato, nella sua Milano, a 90 anni.   L’ultima volta che era salito sul palcoscenico era stato per raccontare un altro suo libro storico, di quelle sue storie dove i fatti vengono forzati con l’immaginazione arrivando probabilmente più vicino alla verità (a una verità) di quanto i nudi avvenimenti conosciuti consentano di fare. Si trattava della storia degli indiani Seminole e il libro...

Romaeuropa festival / L’Orestea mutila di Romeo Castellucci: 2016-1995

Orestea: Roma, 2016   L'Orestea di Eschilo è l'unica trilogia tragica giunta grossomodo per intero fino a noi, divisa nelle tre parti di Agamennone, Coefore, Eumenidi. Certo amputata del suo presumibilmente importante quarto pezzo, il dramma satiresco che andava a chiudere le tetralogie in gara all'agone greco, un ipotetico Proteo andato perduto. Negli scritti che accompagnano la creazione del '95 di Orestea (una commedia organica?), Romeo Castellucci – seguendo Benjamin – dedica una certa attenzione alla questione, a questa «quarta parte enigmatica» che è una «commedia che ha il peso di tre tragedie». Sarà per questo che la messinscena di una tra le più violente, laceranti e tuttora vive opere teatrali della tradizione d'Occidente, firmata dalla Socìetas Raffaello Sanzio vent'anni fa e ora riallestita, è sì di un'atrocità inaudita, ma è anche popolata di inaspettati frammenti di quella “risata della commedia” andata persa col Proteo mancante, che sembrano puntellare lo sviluppo tragico, a volte lacerandolo altre sostenendolo. «Cosa dire del Proteo perduto? Cosa dire di questa commedia che avrebbe controbilanciato (…) tutta quanta la trilogia tragica? È lì che mi colloco?»,...

Contemporanea Festival 2016 Prato / Spettatori/Attori

A Contemporanea Festival 2016, la quarta delle “conferenze brevi incastrate tra musica e lettura” Four Little Packages di Claudio Morganti – passaggio più recente delle sue riflessioni sul teatro che ormai da diversi anni si svolgono al festival nei sotterranei del Teatro Magnolfi – ha come oggetto lo spettatore. Di nuovo Morganti indaga il senso e la sostanza del teatro, ragionando davanti al proprio pubblico, supportando il discorso con pezzi di musica, filmati e per finire l'intervento di Attilio Scarpellini, che discute “dell'abbraccio fatale”, della confusione fra realtà e spettacolo. Il critico porta singolari esempi in cui il limite fra l'una e l'altro è stato – volontariamente o meno – abbattuto e il correlato pensiero di importanti teorici del Novecento: siamo tutti spettatori, ipotizzava Guy Debord nella Società dello spettacolo; siamo tutti attori, gli faceva eco più tardi Jean Baudrillard, in fondo senza contraddirlo. In realtà, unendo gli estremi di un ragionamento tutto sommato coerente sulla situazione attuale fra spettacolo e realtà, siamo tutti attori e tutti spettatori, sempre, allo stesso tempo. E un implicazione-chiave del discorso è che se tutto è diventato...

Terni Festival / Lucia Calamaro: i morti e quelli che restano

La vita ferma, l’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, ripercorre due ossessioni della scrittrice e regista romana: la presenza continua dei morti vicino ai vivi, dentro i vivi, in uno spazio che si dilata nel tempo invaso dai ricordi continuamente minacciati dagli abissi bui dell’oblio, e il ritorno della madre, del rimosso, della vita, dell’origine, del magico, del tumore che è escrescenza della vita, eccesso di vita verso la morte, come potrebbe suonare un pastiche di titoli di opere di quella che è oggi la nostra maggiore, più straziata e straniata, ironica, dolorosa e cantante drammaturga italiana. Il suo teatro è diluvio di parole caratteristiche, di caratteri, anzi umori che non si tengono a bada, che scivolano in modo deliberato nel pathos perché guardano in faccia, senza reverenze, la vita come problema, come male di vivere, come strazio delle assenze; che ricattano perché non possono fare a meno di farlo, per chiedere affetto in un mondo senza pietà e senza sentimenti, al massimo in preda ai brividi effimeri delle emozioni.    La vita ferma, ph di Alessandro Carpentieri.   Ricorda, per opposizioni, l’epigrammatica poesia dell’inquietudine di Spiro Scimone:...

Una generazione che ha dissipato i suoi poeti / Simone Carella, regista e poeta

Alla morte di Vladimir Majakovskij, nel 1930, un suo amico, il grande linguista Roman Jakobson – dismesso per qualche pagina l’abituale rigore dottrinario – scrisse un epicedio, un apologo memorabile al quale diede il titolo Una generazione che ha dissipato i suoi poeti. Elenca i nomi dei poeti fucilati (Gumilëv), suicidati (Esenin, oltre allo stesso Majakovskij), morti di stenti (Blok, Chlebnikov). Tutti spariti fra i trenta e i quarant’anni: «in ognuno di essi v’è la coscienza dell’ineluttabile condanna». Non aveva né trenta né quarant’anni, ne aveva settanta Simone Carella quando è morto dopo lunga malattia, ieri, in una clinica romana. Ma è tristemente vero quanto scriveva qualche anno fa (in Declino del teatro di regia) l’amico e lungamente complice Franco Cordelli: «A un certo punto mi sono guardato attorno e mi sono chiesto: perché i registi che ho amato sono già morti? Morti dal punto di vista teatrale o anche, purtroppo, in senso letterale. I grandi sperimentatori degli anni Settanta – Simone Carella, Ugo Margio, Bruno Mazzali, Giancarlo Nanni, Memè Perlini, Mario Ricci, Gianfranco Varetto, Giuliano Vasilicò – si sono tutti consumati, fisicamente consumati, nella ricerca...

Festival Short Theatre / Milo Rau, la crociata dei bambini

Liza è una tredicenne mulatta che sembra più grande della sua età, suo padre è camerunense, sua madre belga, in Africa la considerano bianca, in Belgio nera. Lei in realtà si chiamerebbe Elle, ma il nome suona troppo francese per l’orecchio fiammingo. Nell’audizione che apre i Five Easy Pieces di Milo Rau, in scena alla Pelanda per l’undicesima edizione del festival Short Theatre, l’unico adulto presente, che interpreta la parte del regista, le domanda cosa le piace fare. E lei risponde che le piace cantare, i suoi idoli sono Rihanna e John Lennon. Quando l’uomo le chiede di cantare qualcosa, lei si avvicina al microfono e intona Imagine. Ha una voce chiara e potente che si spande nell’aria, aumentando ulteriormente la prossimità con il pubblico che nella sala strapiena tracima fino ai bordi della scena, ma non si fa in tempo ad assaporare la fascinazione di quel momento da talent show che il regista, trincerato dietro un pc ma proiettato con mostruosa evidenza nel cielo di uno schermo che sovrasta il palco, bruscamente lo interrompe. “Va bene, va bene,” farfuglia sbrigativo, “ora torna al tuo posto”. Perché è così che funzionano i provini, con lo slancio spezzato dell’aspirante...

Il teatro nasce in Valsamoggia / Le Ariette, l'amore e i “territori da cucire”

La bazzanese è una strada provinciale nella pianura emiliana antropizzata. Si parte da Bologna in direzione Valsamoggia e si prosegue sino al modenese, toccando Vignola e Maranello. Ai lati della strada gradualmente spuntano capannoni industriali, vetrerie, bar gestiti da cinesi, hamburgherie colorate di neon, gommisti, palazzi dall'intonaco scrostato, concessionari d'automobili, cantine sociali, pizzerie, negozi di ingrosso, supermercati. La Valsamoggia inizia a Crespellano, borgo alle porte di Bologna aggregato attorno alla provinciale e alla ferrovia suburbana, scelto dalla multinazionale Philip Morris come sede di uno stabilimento per sigarette “che non bruciano”, il futuro del tabacco, dicono, con seicento posti di lavoro promessi e l'apertura di uno svincolo autostradale. Procedendo verso Modena sul lato sinistro compaiono i primi campi coltivati, giallo intenso del grano di fine estate, balle e ballette ordinate, verdi filari di viti e svolte che promettono agriturismi e caseifici.   Bazzanese.   Giriamo verso Monteveglio, zona di Pignoletto dei colli bolognesi e di capitani di industrie di sistemi elettronici per la sicurezza domestica, paese in cui si ritirò...

Drammaturgie dello spettatore / Biennale Teatro 2016

Negli ultimi anni l'attenzione della Biennale di Venezia si è aperta progressivamente al tema della formazione, facendo della sezione College – in teatro e non solo – una delle linee portanti della propria attività. Alla cerimonia di conferimento dei Leoni d'Oro e d'Argento 2016 (rispettivamente a Declan Donnellan e Babilonia Teatri), il presidente Paolo Baratta ha voluto attribuire – a parole – un Leone “virtuale” a Álex Rigola, al suo settimo e ultimo anno di direzione, per il contributo determinante dato alla declinazione del tema College.  In questi anni, infatti, il regista catalano è riuscito tramite la scelta laboratoriale e la programmazione di spettacoli di artisti internazionali a fare inaspettatamente di Venezia – e nonostante la collocazione agostana del festival – un punto di riferimento importante per il teatro italiano; un luogo di confronto, studio e incontro segnato soprattutto dall'apertura e dalla pluralità (di generazioni, geografie, culture e linguaggi, ma anche saperi e mestieri della scena).    Leone d'oro, ph A. Avezzu.   Dal punto di vista di un osservatore continuativo e interno, come chi scrive, quella del 2016 si può considerare a...

Orizzonti festival / Il teatro a Chiusi non è una follia

Prima di Orizzonti Festival 2016 erano quattro amici al Barretto Hakuna Matata. Adesso sono il ‘gruppo di ascolto’ del direttore artistico. Vorrebbero un luogo unico a Chiusi in cui riunire tutti gli eventi del Festivàl (lo chiamano così, alla Pippo Baudo, con l’accento sulla a). Andrea Cigni ribatte parola su parola, come se fosse in una riunione operativa, non a prendere il caffè nei giardini del Duomo, e spiega con allegra, gentile fermezza, che un festival deve aprirsi e integrarsi, stare dentro e uscire dalle mura, le sue e della città. Altrimenti non ha possibilità di sopravvivere né, probabilmente, ragioni di esistere. “Al di là del suo essere e avere ci sta simpatico” mi dicono a ‘seduta’ conclusa. E poi riprendono a discutere: ognuno ha la sua idea. Lo sentono loro, Orizzonti è diventato cosa e casa propria. Non possono più farne a meno, come le strade, il panorama, il cibo, come se ne andasse della vita stessa del borgo. Possono solo aiutare a consolidarlo, migliorarlo, ampliarlo, per far entrare ancora più luce dalle finestre e pubblico dalle porte.   Andrea Cigni, ph Eleni Albarosa.   Al suo terzo anno di direzione artistica, il 40enne toscano di...

Festival Volterra Teatro / Le città ideali di Armando Punzo

Estasi. Uscire dal mondo. Uscire dall’umano. Andare verso zone d’esperienza inesplorate, verso forme altre, al di là. Mi sembra questa, in modi diversi, la tensione di molti festival e spettacoli di teatro visti quest’estate. Riformulare il mondo partendo dall’analisi del vuoto pieno di inutile, menzognero spettacolo dove stiamo naufragando. Provare a immaginarlo diverso, ballando sull’assenza, sulla mancanza e sulla mutazione: cercando nel corpo, e nello spazio pubblico, con graffio d’artista, le relazioni possibili, come a Santarcangelo; mettendo in piazza il conflitto e lo stallo tra presente e memoria, sognando la possibilità di ritessere con l’immaginazione teatrale fili disconnessi di società, come a Monticchiello. Lo dice ancora più esplicitamente il titolo di Volterra Teatro, La città ideale. Tutto il festival che ha per centro da ormai quasi trent’anni lo spettacolo della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo quest’anno si è sviluppato intorno al tema dell’invenzione di nuovi mondi, con la cura di dramaturg di Rossella Menna.   Dopo la tempesta; ph. Stefano Vaja   Il punto di partenza è come ogni anno il carcere mediceo, dove alle 15 di ogni giorno, dal...

Piccola storia di un teatro anticonformista

Nel cuore dell’immensa Mosca, non lontano dalla stazione Kurskaja e dallo Zemljanoj Val, una delle vie più trafficate della città, si nasconde all’interno di un piccolo condominio il Teatr.doc. Una sede di questo tipo potrebbe far pensare a una piccola scena sperduta nel grigio e nello smog della città; in realtà, il Doc è stato nel presente secolo uno dei teatri più in vista a livello mediatico in tutta la Russia, con una propria estetica ben definita e una costante produzione di nuovi drammi.   Il Teatr.doc è infatti il principale promotore del “teatro di documentazione” russo, corrente sviluppatasi col volgere del nuovo millennio come fenomeno di importazione, dopo una serie di seminari in Russia del Royal Court Theatre britannico. I drammaturghi e registi russi furono infatti affascinati dal modo di scrivere pièces dei colleghi anglosassoni, i quali partivano da documenti reali riguardanti persone comuni. Da queste masterclass i registi Elena Gremina e Michail Ugarov trassero ispirazione per creare il Teatr.doc, che nacque nel 2002 e diede ben presto origine ad altri seminari e festival (come il Ljubimovka) che contribuirono ulteriormente a diffondere il non-fiction...

Archivio Zeta al Passo della Futa / Macbeth e Heidegger al Cimitero militare germanico

Sembra di essere nella brughiera scozzese, qua sui monti d’Emilia. Specie se la giornata è fresca, come capita in questo agosto. Prati rasi. Un odore che all’inizio non sai bene identificare. Un cerchio di monti intorno. Un lago (Suviana?) sullo sfondo. Qualche fiore viola. Qualche ghirlanda funebre secca tra le distese di pietre tombali allineate, che conservano i resti di soldati nati, in gran parte, nel 1924, nel 1925, e morti nel 1944-45 sulla Linea Gotica, sotto le bandiere del Führer. Un’altra violenza in scena nel silenzio odoroso (ma cosa sarà quell’odore?) del Cimitero militare germanico della Futa, sotto la grande ala spezzata a mosaico di tessere di pietra del sacrario, un po’ nibelungico, sul culmine della collina. “Heil Macbeth”, salutano i messaggeri, dopo che le arcane sorelle, le streghe, come pipistrelli, come incappucciati del KKK, hanno fatto la loro profezia e si sono allontanate: “Macbeth, sarai re”. Cicale. Un rumore di motore in lontananza, attutito. Suono leggero di marimba.   ph. Franco Guardascione   Macbeth di Archivio Zeta va in scena in modo itinerante nel luogo che la compagnia di Firenzuola (ora residente a Bologna) ha scelto da anni per...

Il Teatro Povero da 50 anni in scena / Notte di attesa a Monticchiello

L’ombra di un albero secco. L’ombra di un antico paiolo. Una scena in costruzione: un telo sul fondo nasconde le ombre di persone che appariranno per costruire un muro, per difendersi da minacce esterne che fanno paura. Monticchiello si trova tra i campi bruciati e dorati della senese Val d’Orcia, poco dopo la rinascimentale Pienza, la città ideale di Pio II Piccolomini, oggi odorosa soprattutto di pecorino e di stanze in affitto. In questo piccolo borgo di origine medievale, da cinquant’anni un paese intero fa teatro. Un paese fatto di un centinaio di anime, che in estate o durante le feste si triplicano grazie a tutti quelli che tornano dalle città e agli altri che hanno eletto questo luogo a loro buon ritiro.   Il primo spettacolo, L'eroina di Monticchiello (1967)   Iniziarono a allestire spettacoli nel 1967, parlando di terra, di lotte dei mezzadri contro i padroni, ricordando la Resistenza e altri episodi di opposizione. Già dai primi anni il Teatro Povero di Monticchiello consolidò un metodo di lavoro originale, con spettacoli condivisi che affrontavano, secondo metodologie del teatro politico e brechtiano allora in voga, nodi della vita del paese: il rapporto...

Maschere / Agamben tra i Pulcinella del Tiepolo

In Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi (nottetempo, 2015) Giorgio Agamben ci accompagna in un viaggio polifonico fra le immagini che Giandomenico Tiepolo ha dedicato alla maschera napoletana, dagli affreschi con i quali aveva decorato la propria villa di Zianigo (oggi conservati, staccati, nel museo del ‘700 veneziano di Ca’ Rezzonico) all’album di 104 tavole intitolato Divertimento per li regazzi, realizzato alla fine del XVIII secolo.   Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca’ Rezzonico, Venezia   Agamben intreccia più regimi discorsivi (filosofico, storico, politico, iconografico, autobiografico) entrando e uscendo dai personaggi che il filo del suo pensiero incontra.   Innanzitutto questo divertimento è una riflessione sul rapporto fra filosofia e commedia, un  rapporto più antico e profondo rispetto a quello con la tragedia: il personaggio comico vive in una sorta di eterna erranza, non ha il destino segnato dalla colpa come l’eroe tragico e proprio per questo la sua forma tipica non è l’azione, ma il lazzo che interrompe il mythos.   Giandomenico Tiepolo, Pulcinella e i saltimbanchi, 1797, affresco. Ca’...

Sul binario abbandonato acri risate / Con gli Omini sulla Porrettana

Allo spettacolo degli Omini si arriva in treno, su un binario unico. Si parte da Pistoia alle 21 e si scende in una stazioncina sulla Porrettana, una delle prime linee ferroviarie d’Italia, 1864, allora un miracolo di ingegneria che univa nord e centro, un lato e l’altro dell’Appennino. La fermata del Castagno è radura sotto un ombrello di tigli e castagni, davanti al buco nero di una galleria che ingoia il binario.   La corsa speciale, Omini © Emiliano Pona   Oggi parliamo di questo lavoro, La corsa speciale, seconda tappa di un Progetto T prodotto con i Teatri di Pistoia, incentrato sulla vecchia linea ferroviaria. Nella prossima puntata, giovedì prossimo, continuerà questo piccolo viaggio nel teatro estivo di Toscana con un paese intero che da cinquant’anni si mette in scena, Monticchiello, un borgo di pochi abitanti vicino a Pienza, un villaggio fantasma, un vecchio centro mezzadrile trasformato in località di villeggiatura (ah, la modernità!). Si proseguirà, dopo una sosta di una settimana, in un altro luogo anomalo, il carcere di Volterra, mutato da Armando Punzo con i detenuti attori della Compagnia della Fortezza in teatro, in luogo di utopia, letteralmente...

Festival di teatro / Santarcangelo: eredità e bilanci

Da domenica mattina, la notizia rimbalza in rete: sarà Eva Neklyaeva la nuova direttrice del Festival di Santarcangelo. Una giovane donna bielorussa, che raccoglie idealmente il testimone dalle figure femminili che l’hanno preceduta nella scorsa decade: Ermanna Montanari, Chiara Guidi e, naturalmente, la direttrice uscente Silvia Bottiroli.   Eva Neklyaeva, Alice Parma, Silvia Bottiroli,  ph. Diane, Ilaria Scarpa, Luca Telleschi   Il curriculum della Neklyaeva – tutto orientato alla multidisciplinarietà, all’incrocio tra le arti, all’indagine dello spazio pubblico – sembra, almeno a un primo sguardo, segnare una forte linea di continuità con l’operato degli ultimi anni. L’eredità del quinquennio Bottiroli, con la sua decisa impronta curatoriale, è del resto emersa con particolare chiarezza in questa quarantaseiesima edizione, che è parsa quasi una coerente summa del lavoro svolto. Slancio verso l’internazionalità, dispositivi artistici atti a catalizzare la partecipazione del pubblico, centralità della ricerca sul corpo, ripensamento e rifunzionalizzazione degli spazi non teatrali: queste le istanze che hanno caratterizzato il programma e in particolare il...

Che cos’è un maestro? / Giuliano Scabia. I bambini unici maestri

  In questa intervista dubita, nega, diffida che ci siano maestri. Lo leggerete. Ma Giuliano Scabia per molti lo è stato, un maestro, segreto o dichiarato, guida per percorsi nel corpo, nel teatro, nella poesia, nei testi, nella vita che germoglia, che erompe, nelle storie, negli intrecci di cose di fatti di vite nelle strade, nei luoghi degli scontri e nei posti più silenti, più segreti. È stato uno degli inventori del Nuovo Teatro in anni lontani, già avvolti nella leggenda e nelle dispute dell’accademia. Ha collaborato con Nono, con Carlo Quartucci e con i suoi attori (c’erano, tra gli altri, Leo de Berardinis e Claudio Remondi), scrivendo sulla scena un testo come Zip. Ha rovesciato il Piccolo Teatro con i segni, sessantottini, di un’avanguardia che voleva rifare le arti e il mondo. Poi ha inventato il teatro a partecipazione. Ha incontrato i “matti”, le favole, gli studenti, i montanari dell’alto Appennino reggiano, e la sua vena da ideologico-sperimentale è diventata narrativa, conversativa, interrogativa. Ha fatto un teatro che non era affermazione ma domanda, rottura continua di confini. Per trent’anni ha insegnato all’università, al Dams di Bologna, mandando ogni...