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Teatro

(497 risultati)

Festival delle Colline Torinesi / Tre vertigini sull’assenza

È un dramma del vuoto, Roberto Zucco, l’ultimo testo scritto da Bernard-Marie Koltès ormai moribondo per l’infezione da Hiv, rappresentato la prima volta nel 1990. Una pièce dei tempi nuovi, dell’atto gratuito, della voglia di affermazione esistenziale, quando la vita riserva poco, e si risolve in uno spreco, in una corsa contro la morte e verso di essa, propria e degli altri. Koltès scrisse i suoi testi lirici e disperati, pieni delle urla di dolore del mondo, quello dei più poveri ed emarginati, strapiantati nelle metropoli occidentali, negli anni ’80, un po’ sbrigativamente definiti post-moderni, neo-spettacolari, superficiali. Le sue opere rievocano il mistero della grande tragedia, quella classica, con squarci poetici che entrano nei desideri e nelle paure dei nostri giorni.   Roberto Zucco, ph. Andrea Macchia.  Roberto Zucco si ispira alla vicenda di un giovane veneto, Roberto Succo, che seminò morte intorno a sé; è la storia assurda di un serial killer di provincia, una vicenda di assoluto spaesamento, di rifiuto di qualsiasi valore costituito. Un eroe, a suo modo, negativo (ma come tutti gli eroi negativi fascinoso); autore di un grido, difficilmente...

Teatro cinema musica ambiente / Borgo in festa nel Salento

Salento di mare e di cieli indaco, Salento di pizzica, di terra rossa e di ulivi. Salento vicino, troppo vicino all’Ilva di Taranto, al petrolchimico di Brindisi e ai loro venti tossici. Salento scempiato dalla Xylella che brucia gli ulivi a macchia di leopardo, ora ad Alezio, sulla costa ionica, ora a un centinaio di chilometri nel brindisino, a Oria, e molti sono convinti che si tratti di untori che inoculano il batterio. Salento insidiato dall’inutile impianto Tap, il gasdotto che arriva dal confine tra Turchia e Grecia, attraversando l’Adriatico, per sbarcare a Melendugno e sradicare piante secolari, in uno dei luoghi di terra e di mare più belli, una costa rocciosa piena di resti archeologici che vanno dall’età del bronzo al medioevo, dai Messapi in contatto con la Creta di Minosse ai Bizantini e oltre.   Proprio vicino a Melendugno si è aperta l’estate delle sagre del Salento con Borgo in festa, una tre giorni di musica, teatro, cinema, artigianato, cibo, arte, discorsi, nel paesino antico di Borgagne. Dall’1 al 3 giugno si è svolta, nella piazza, nelle corti delle vecchie case contadine, davanti al castello, una sagra anomala, che non mira tanto a fornire l’immagine...

Suq festival, dal 15 al 24 giugno a Genova / Improvvisamente il Mediterraneo (e altro ancora)

Il successo di una manifestazione che si ripete da vent’anni in una città culturalmente non facile come Genova deve avere ragioni profonde o inaspettate. Un evento peraltro dalla durata non indifferente (dieci giorni) che all’inizio di ogni estate indugia e trattiene le serate di turisti e residenti. Circa settantamila le presenze nell’edizione dell’anno scorso e numeri altrettanto elevati in quelle precedenti. Un successo che si fa forte della partecipazione di ospiti di assoluto prestigio; e poi parole e idee che potrebbero essere sufficienti a spiegare l’interesse che i Genovesi dimostrano alla manifestazione. sebbene quest’interesse, da solo, probabilmente non basterebbe. Certamente giova la posizione, di indubbio fascino, specie dopo il tramonto, quando le prime ombre si allungano sul Porto Antico, e dal mare risalgono sentori antichi fino a quel momento coperti dal calore estivo e dalla vita urbana che corre a pochi metri. È del resto in queste ore, a due passi dal Bigo di Renzo Piano, dai Magazzini del Cotone e dalla antica darsena, che Genova sembra ricongiungersi alla sua storia, riacquistare la sua identità – fragile quanto evidente – di città sospesa tra mare e monti. È...

Emma Dante a Siracusa / La ridicola caduta di Eracle

All’inizio del secolo scorso, fu Duilio Cambellotti a inaugurare con le sue scene le rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa. Da allora, la rassegna dell’INDA dedica una specifica attenzione alla scenografia (su questo argomento si veda il recente Le città del Teatro Greco di Vittorio Fiore e Vito Martelliano), sollecitando nomi del calibro di Massimiliano Fuksas e Arnaldo Pomodoro a ripensare lo spazio antico. Emma Dante, chiamata a dirigere l’Eracle di Euripide nella stagione 2018, arriva alla prova siracusana con le idee chiare anche su questo aspetto. Affida la scenografia a un architetto di formazione, ma attore di professione: Carmine Maringola, presenza irrinunciabile negli spettacoli della Dante degli ultimi anni. Il risultato è un impianto scenico di forte impatto visivo ma –contrariamente a quello che spesso accade in contesti orientati alla spettacolarizzazione – in stretto rapporto funzionale alla visione della regia. A chiudere idealmente il semicerchio delle gradinate è un enorme cimitero marmoreo, con una moltitudine di ritratti appesi sui loculi tombali e croci di legno: è il palazzo regale di Eracle, e diverrà il luogo deputato a raccogliere le...

Novara, dal 21 al 23 settembre / Scarabocchi. Il mio primo festival

Cosa sono esattamente gli scarabocchi? Il ponte che unisce disegno infantile e scrittura adulta? Nel linguaggio comune gli “scarabocchi” sono parole mal scritte, illeggibili, che ricordano delle macchie. I bambini scarabocchiano quando non sanno scrivere o tentano di imitare la grafia dei loro fratelli più grandi e già alfabetizzati. L’etimologia della parola è assai incerta: secondo alcuni vocabolari deriva da scarabotto, “scarafaggio”, a detta di altri viene da un termine francese, escarbot, che è la fusione di due parole: escharbot, “scarafaggio” e escargot, “chiocciola”; un linguista, Giacomo Devoto, vi vede invece l’incrocio di due termini, escharbot, “scarafaggio” e scarabèo; la ragione risiederebbe nella forma che hanno di solito le macchie nella scrittura scarabocchiata: l’impronta di uno scarabeo.   Gli scarabocchi rivelano una sorta di natura animale del bambino, ma anche vegetale (gli scarabocchi richiamano la forma di rami, foglie, fronde, cespugli), se non addirittura minerale, per via dell’origine degli inchiostri, un tempo prodotti ricorrendo a pigmenti di origine minerale. In ogni caso, lo scarabocchio rende evidente una condizione che sembra valicare — o...

Conversazione con Piersandra Di Matteo / Diritto alla città

Right to the City è un programma di dieci giornate di processi partecipativi, performance, workshops, incontri, seminari e installazioni, con cui prende avvio, a Bologna, dal 15 al 24 giugno, Atlas of Transitions, progetto europeo co-finanziato dal programma Creative Europe di cui Ert - Emilia-Romagna Teatro Fondazione è capofila, in collaborazione con Cantieri Meticci e il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna. Il progetto europeo di larga scala dedicato alla migrazione coinvolge sette paesi partner – Italia, Albania, Belgio, Polonia, Francia, Grecia e Svezia – che svolgeranno nei prossimi anni attività nei rispettivi territori. In Italia, nel biennio 2018-20, prenderà vita Atlas of Transitions Biennale, una rassegna fuori formato di cui le giornate di Right to the City sono l’esordio. Con un tempismo straordinario, nel pieno di un’ondata reazionaria, il progetto mette in campo tutti gli elementi più indesiderati al cosiddetto “paese reale”: l’Europa, i migranti, e buona parte dei diritti di una civiltà più o meno avanzata.   Ma dove nasce la fiducia nella possibilità delle pratiche artistiche di fronteggiare e perfino attaccare, da...

Atlante occidentale / Diritto

La parola diritto deriva da directum, che come aggettivo vuol dire diretto, retto, e quindi, in senso figurativo, giusto, buono, per bene, onesto, leale, probo: sostanzialmente vuol dire procedere in una direzione regolare. Se ci mettiamo una maiuscola e lo trasformiamo in sostantivo, la parola si trasforma nel complesso delle norme poste dall’autorità sovrana che costituiscono l’ordinamento giuridico (Treccani). E allora, per quanto il contrario etimologico dell’aggettivo sia connotato negativamente (storto, sghembo, curvo e obliquo), ancor più lo è in senso figurativo (ingiusto, cattivo, perfido, sleale). Non c’è dubbio che, rispetto a questo concetto di Diritto, si sia tentati di simpatizzare con i devianti dalle regole (im)poste dall’autorità sovrana: basti pensare alla figura di Antigone che privilegia le norme non scritte e indistruttibili dettate dalla natura e dalla propria coscienza (nel suo caso anche dalle leggi divine) alle leggi dell’uomo.   Ma se lo decliniamo al plurale, ci imbattiamo in prerogative, opportunità, facoltà garantite dall’ordinamento a ciascuna persona, persino nei confronti dell’autorità...

Fabbrica Europa / Drammaturgie dell’eterno presente

Niente si crea, niente si distrugge, tutto si ripete. Il futuro non ha memoria. È un ritorno, un “eterno ritorno”. Uguale e per tutti. Un bacio, un incontro, una sconfitta, sono sempre un bacio, un incontro, una sconfitta. Gli atti restano atti. Tali e quali. La superficie delle azioni è immobile e costante. Continua, anche tra spazi e tempi diversi o lontani. Il cosa ne sarà, può essere declinato solo al presente: cosa ne è. Gli orizzonti richiamati dal fiorentino Festival Fabbrica Europa 2018 (direzione artistica di Maurizia Settembri e Maurizio Busìa) “su cui affacciarsi e scorgere nuovi cammini possibili” appaiono quindi come l’ora, l’adesso, il preciso istante della scelta. Che fare, dove guardare, come agire. Una traiettoria intima e collettiva, umana e tecnologica, che abbiamo seguito passando attraverso la visionarietà multifocale di Re-Mark di Sang Jijia, la libertà eteroguidata di Go Figure Out Yourself di Wim Vandekeybus/Ultima Vez, la glacialità metafisica di Iarna del Teatrul Nottara di Bucarest e la sessualità straniata di Present Continuous di Salvo Lombardo.   Sang Jijia, “Re-Mark”, ph. Marco Caselli Nirmal. Il lentissimamente lento movimento di Carolina...

Mirandola, 7/10 Giugno 2018 / Seconda lettera a Dorothea sopra il Diavolo e l’Angelo

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore. Nei prossimi giorni pubblicheremo alcuni scritti di approfondimento sui temi di cui si discuterà durante il Festival, in compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo. Giuliano Scabia sarà al Festival il 9 giugno alle 18.30, Parco della Memoria.   Dall’aria, ottobre 1983 Cara Dorothea   anche se non esisti tu sei, dentro di me, la persona a cui mi vien voglia di narrare, qualche volta, le avventure teatrali del Diavolo e dell’Angelo. Ora ne leggerai di una che non avevo mai pensato mi potesse capitare.     Les italiens erano stati invitati in Francia, come nei tempi antichi. Però, a differenza che nel 500, non a corte, nel centro di Parigi, ma in banlieue, a Villejuif. Ho attraversato le Alpi (quei boschi! quelle nevi!) per il Gran San Bernardo. Sulla mia R4 fourgonnette portavo i costumi e gli attrezzi, tutto sdoganato. Francia è stato il lungo balzo per Franca Contea e Borgogna, sopra l’autostrada. Pensavo che tu potevi...

Richard Schechner a Roma / Tutto il mondo è performance

«Per lui la politica è ovunque, non è possibile rifugiarsi nel territorio dell’“arte per l’arte” o in qualche teoria astratta, avulsa dalle prassi artistiche e culturali. Nei suoi spettacoli, nei suoi scritti teorici, ha sempre ridefinito le arti performative e le ha poste in una nuova dimensione critica e discorsiva, rivelando l’intima somiglianza e il carattere intercambiabile del polo discorsivo e del polo creativo». Con queste (e molte altre parole) il Senato Accademico della Sapienza Università di Roma assegnava, lo scorso 24 maggio, il Dottorato di Ricerca Honoris Causa in Musica e Spettacolo a Richard Schechner, regista e teorico teatrale statunitense, fondatore dei performance studies. L’ateneo romano ha organizzato diversi eventi per celebrare il suo riconoscimento e la sua presenza in un paese come l’Italia, dove i performance studies hanno avuto una diffusione importante, ancorché limitata rispetto al contesto anglosassone. L’editore Bulzoni ha pubblicato tre traduzioni: La teoria della performance (a cura di Valentina Valentini, 1984), Magnitudini della performance (a cura di Fabrizio Deriu, 1999) e Il nuovo terzo mondo dei performance studies (a cura di Aleksandra...

In-Box dal vivo a Siena / L’invenzione dello spettatore

Si chiama In-Box. È un percorso lungo un anno ed è due festival, uno dedicato agli spettacoli per ragazzi e uno a quelli per il pubblico adulto. Nella fase finale si svolge a Siena e suscita, al di là della qualità degli spettacoli presentati, qualche domanda essenziale su alcuni punti: lo stato della distribuzione e del radicamento del teatro nuovo, indipendente, emergente, non o poco finanziato; il rapporto tra riproduzione video e spettacolo dal vivo; la questione degli spettatori: chi sono, come chi fa teatro li conosce o lo presume, immagina di allargarne numero, interessi e impegno e indirizza la creazione misurandosi con la loro presenza-assenza (audience development è una sigla di successo nel teatro d’oggi, contenuta nei programmi europei di sviluppo del settore, un “processo strategico e dinamico di allargamento e diversificazione del pubblico e di miglioramento delle condizioni complessive di fruizione”).   In-Box verde, riservato al teatro ragazzi, non l’ho seguito. Segnalo solo il vincitore, Et amo forte ancora di Locanda Teatro di Milano, che si è aggiudicato 12 repliche.  Il meccanismo di uno dei pochi festival che termina con una premiazione è...

Trasparenze Festival a Modena / Il teatro, il carcere e l’evasione

Parlare con cognizione di un festival teatrale anche piccolo è sempre un compito impegnativo e ingrato. Occorre infatti individuare e analizzare un elemento che accomuni almeno la maggior parte delle proposte artistiche che si concentrano nei pochi giorni di attività, incorrendo nell’inevitabile sacrificio dei loro tratti distintivi e dei loro spesso originali propositi. Nel caso di Trasparenze Festival 2018, tenutosi a Modena dal 10 al 13 maggio 2018, tale comune denominatore può forse essere individuato nel concetto su cui si è imperniato il convegno di chiusura dell’intera iniziativa: il «teatro sociale d’arte». L’espressione intende alludere a una modalità di fare spettacolo che sia tanto di impatto sulla nostra società e giovi in qualche modo alle relazioni che legano i suoi membri, dunque abbia appunto una funzione “sociale”, quanto capace di evocare poesia sulla scena, come emerge dalla specifica “d’arte”. Essa suggerisce, insomma, un’idea di teatro situata nell’aureo mezzo tra il discorso estetico disimpegnato, privo di ripercussioni sulla vita associata, e la forma “spettacolare” dall’impianto esclusivamente utilitario, con poco o nulla di bello e creativo.   La...

Marco Baliani / Il teatro dei corpi narranti

Una lectio magistralis bolognese - Roberta Ferraresi   Autore, attore, regista fra i maggiori in Italia, Marco Baliani è stato ed è uno dei protagonisti degli ultimi quarant'anni del nostro Nuovo Teatro. Ne ha accompagnato le diverse “ondate” avanzando per ciascuna tendenza proposte, idee, posizioni in dialogo col presente e sempre però anche – si potrebbe dire – “sfasate”, anticipatrici rispetto al proprio tempo. Dopo una ricognizione dei differenti ruoli e approcci assunti dall'artista dalla fine degli anni Settanta, “maestro” è la parola con cui Cristina Valenti – docente e studiosa, presidente e direttrice dell'Associazione Scenario – ha concluso la propria presentazione dell'artista alla lectio magistralis che si è tenuta al Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna nel contesto di Interscenario 6: sia per condurre l'attenzione sulla persistenza dell'attività pedagogica all'interno del suo intero percorso, sia per sottolineare in senso più ampio e lato la capacità di Baliani di porsi come interlocutore attento, lucido, presente sull'orizzonte dei mutamenti in atto nei linguaggi e nelle pratiche artistiche, tracciando spesse volte ipotesi di lavoro e di percorso...

Civica, Marconcini e Daddi / La farsa e la memoria

C’è una rara intensità, certe volte, in quella finzione che è il teatro. Quando ti dimeni sul palco come un ossesso, e ti rendi conto di raccontare come un idiota una favola piena di furore e strepito che non significa nulla (o tutto), ed è quella della vita. Lo ha detto il grande Shakespeare e sembra certe volte – solo certe volte – di riviverlo, sempre nuovo, questo infernale meccanismo, della forma che trapela verità.  Cosa c’è di più finto di una farsa? Azioni e parole che cercano la risata, scoperchiando certe volte i lati meno nobili – più fragili, più esposti, più grossolani – dello spettatore, abbassando ogni altezza, ogni nobiltà, ogni imprevedibile spirito vitale all’ottusità implacabile del meccanismo, per scatenare il ridicolo. Credere, in fondo, che la vita non abbia senso, o ne abbia uno molto banale, quotidiano, ripetitivo. Cosa si può opporre alla facilità della risata se non il gelo di un cinismo che prova, sotto la forma perfetta, a sventrare, a portare qualcosa che somiglia alle viscere in scena? Questo mi sembra faccia Massimiliano Civica in Belve, dichiarando di credere in un teatro che crei corrente elettrica tra attori e spettatori, che abbia come prova...

Nuove scene: Kepler-452 / Un giardino dei ciliegi a Bologna

C’è stata una stagione, nell’ambiente teatrale italiano, nella quale il concetto di biodiversità era come un refrain. Grazie alle riflessioni di Gilles Clément contenute per esempio nel Manifesto del terzo paesaggio e a quelle sull’architettura e l’urbanistica del Rem Koolhaas di Junkspace, si è imposto un pensiero dell’arte che affermava la necessità di preservare spazi per la crescita di specie diverse, contro la monocultura del consumo, affermando allo stesso tempo che proprio l’arte potesse divenire il baluardo o l’avamposto di tale diversità. Un’arte che difendeva il margine e al contempo si raccontava come margine, rivendicando un’orgogliosa differenza. Una stagione fondamentale per perimetrare i nostri spazi d’azione ma che, a qualche anno di distanza, ha forse finito per fare coincidere la differenza con l’emarginazione. In tale ragionamento Bologna è un buon osservatorio, una città che ha visto nascere diversi spazi “incolti” che via via sono stati chiusi, oppure si sono trasformati in locali per concerti e spacci di birre artigianali.   Dagli anni ‘90 a oggi azione politica, sociale e artistica hanno saputo congiungersi: dal Link, centro multidisciplinare...

Conversazione con Enzo Moscato / Il teatro, eterna replicanza dell’altro

Se dovessimo identificare un diretto discendente di Antonin Artaud, quello sarebbe Enzo Moscato. Le anomalie e gli ossimori caratterizzano tutta la sua produzione artistica e drammaturgica. Pensiamo alla sua doppia natura di autore e attore che lo vede simultaneamente artefice della scrittura e del suo prendere corpo, voce e senso sulla scena; alla sua doppia e triplice funzione da un lato di autore attore sperimentale alla maniera di Carmelo Bene, dall’altro perfettamente inserito nella tradizione di capocomico di una compagnia che raccoglie alcune tra le forze migliori del teatro napoletano.    Uscito come uno spiritillo dalle macerie del terremoto dell’80 che sconvolse Napoli e ne cambiò la geografia anche teatrale, Moscato fa parte, assieme a Annibale Ruccello, Antonio Neiwiller, Tonino Taiuti, di quella che fu definita la “nuova drammaturgia” post eduardiana che prendeva in carico la Tradizione con tutto il suo portato di tradurre e portare avanti ma anche e soprattutto tradire. Nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli, “gineceo narrante” dal quale ha attinto gran parte dell’immaginario che popola il suo universo teatrale, la filosofia post strutturalista è la lente...

Conversazione con Chiara Guidi / La voce in una foresta

È un prezioso libro rosso quasi quadrato, fuori formato, dal titolo lungo e cantante, incantato: La voce in una foresta di immagini invisibili. Lo ha pubblicato Nottetempo, lo ha scritto Chiara Guidi, che fu una delle anime della Socìetas Raffaello Sanzio, con Romeo Castellucci e con la sorella di lui Claudia. Ora hanno dismesso il nome del pittore dalla provocatoria bellezza e pure l’accento sulla ì: sono una Societas, una società o qualcosa di simile, una ditta (quanto fantastica, però). La vena creativa rimane, nelle tre voci, separate.  Romeo ha appena firmato una regia a Amsterdam. Claudia e Chiara le abbiamo viste riunite da poco per Xing a Bologna con Il regno profondo. Perché sei qui, due clownesche sentinelle beckettiane su un podio, con la parola che ronza, che disloca, disgiunge, cataloga, incrina, domanda, che prova a scalfire di dubbi metafisici sul destino e la volontà una vita condannata, cui ci si può sottrarre solo con un sommesso sberleffo, un rantolo, un inspessimento vocale, un ghiribizzo fisico, un sospiro che incrini l’ordine del discorso. Claudia cerca i piedi di una danza arcaica, originaria, in scansioni che vengono dai versi classici. Chiara...

Scrivere è una faticaccia schifosa / Le lettere di Samuel Beckett

È un libro bellissimo, questo primo volume delle lettere di Beckett che viene pubblicato ora dalla casa editrice Adelphi; un libro che permette di approfondire ulteriormente la conoscenza di quel decennio particolarmente problematico che sono stati gli anni Trenta nella vita del grande scrittore irlandese, sul quale già le biografie della Bair e di Knowlson si erano soffermate con dovizia di dettagli proprio perché così determinante per gli sviluppi futuri della personalità e dell’opera letteraria dell’autore. Ed è pure doveroso complimentarsi con i traduttori, Bocchiola e Pignataro, i quali, sebbene già noti per la loro bravura, qui hanno fatto un lavoro davvero impressionante per la precisione con cui sono riusciti a rendere la varietà dei registri utilizzati nei testi e i numerosi e in certi casi continui cambiamenti di toni umorali che caratterizzano gran parte delle lettere le quali presentano difficoltà non meno impegnative da risolvere di quelle che si possono riscontrare negli scritti letterari beckettiani della stessa epoca. Il periodo in questione è dunque quello che va dal primo soggiorno lavorativo a Parigi del giovane Beckett in qualità di lettore presso l’École...

Una conversazione con Romeo Castellucci / Il naufragio dello spettatore

Das Floß der Medusa di Hans Werner Henze, in scena alla Dutch National Opera & Ballet di Amsterdam nella cornice del Opera Forward Festival 2018 con la tua regia, Romeo Castellucci, nasce come “oratorio volgare e militare”. Cosa significa comporre un dispositivo scenico per quest’opera?   Das Floß der Medusa consiste nella lettura cantata del diario di bordo di una zattera in avaria in mare aperto. L’oratorio si fonda su una potente intuizione teatrale: la scena dell’esecuzione musicale e vocale è concepita in due parti, una destinata ai vivi e l’altra ai morti, interpretati da una poderosa massa corale. Caronte, la voce recitante e narrante, è la figura mediana tra i due mondi, separati da una precisa scelta strumentale. I vivi sono associati ai fiati, mentre i morti agli archi, in un sistema di spazializzazione delle voci che è già una dichiarazione drammaturgica. Si potrebbe dire che musica e parole siano concepite come una specie di assemblaggio, una sorta di zattera realizzata con pezzi eterogenei tratti dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, dai Pensieri di Blaise Pascal, da informazioni estrapolate dalle cronache dei sopravvissuti e trasfigurate poeticamente in...

Figli degli anni ’80 / Filippo Ceredi: frammenti di un teatro politico

“Nel giro di un paio d’anni era cambiato tutto: il movimento non c’era più, un sacco di gente era in galera o all’estero e quelli rimasti erano completamente spiazzati, non sapevano cosa fare. Erano tutti depressi e il bisogno di aggregazione a cui li aveva abituati la politica si è trasformato nel rito  di uscire e andare nei bar (…) perché l’unica cosa che restava da fare era consumare”. Bastano poche righe per una fotografia generazionale anni ‘80: a scattarla è Anna Negri, figlia di Toni, nel suo Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli, 2009) dedicato ai decenni più caldi della nostra storia recente. Esattamente in quello storico passaggio affonda le radici il lavoro di Filippo Ceredi, Between me and P. A leggere la presentazione dello spettacolo, si potrebbe pensare a un lavoro prettamente biografico: Ceredi, videomaker e artista visivo, affida alla sua performance un frammento della sua storia famigliare. È il 1987: il fratello Pietro scompare improvvisamente quando Filippo ha solo cinque anni, lasciando i genitori senza notizie.     Ma lo spettacolo trascende il personale per arrivare al collettivo; non a caso torna in scena (dopo un debutto a...

Strade di Roma / Teatri d’amore

Sandro Penna e Raffaele Cedrino, via della Mole dei Fiorentini 28, 1957. SANDRO   Raffaele, perché vuoi scappare? Mi piaci, Raffaele, perché eri un poco animale, bestia, ti avevo visto a guardare il fiume, come se fossi una creatura che faceva parte di quell’ambiente. All’Isoletta fuori San Paolo splendevi, nel riverbero del sole, ti stagliavi come il compimento di un sogno. Lo sai che io non dormo la notte, devo vagare per la città, per trascorrere il tempo e battere le ore. Già che le poesie io non le volevo nemmeno pubblicare, mi stava bene la fama di lirico segreto. Vuoi scappare perché non ti ho dato il premio, dici che te l’avevo promesso. Già che è stato un premio tanto faticato, che proprio non mi volevano dare, uno dei giudici disse che si sarebbe coperta di vergogna tutta Italia, e sulla stampa hanno commentato che la sinistra foraggia la pornografia e il cattivo gusto. Forse sì, te li ho promessi quei denari, ma in un momento di felicità creativa, quando mi pareva che questo avrebbe cementato la nostra unione per sempre. Te lo ricordi, no, quando all’Acqua Acetosa ti dicevo di scegliere le poesie, per il libro? Pier Paolo diceva che sbagliavo, che ero sciocco a...

Caryl Churchill a Roma / L’imponderabile ronde dell’Impero

Trovare la maturità, la sicurezza, la disinvoltura dove ci si aspettavano le esitazioni o le iperboli di un apprendistato è sempre un’esperienza disorientante. Ma sul palcoscenico questa nascita artistica tutta d’un pezzo è più frequente di quanto si immagini: alla fine di Settimo Cielo, uno dei pezzi di teatro più famosi di Caryl Churchill che Giorgina Pi ha portato in scena con la sua compagnia al teatro India di Roma, viene da pensare che la regista romana, rendendo onore al proprio pseudonimo, sia appena uscita dalla mente di Zeus e subito abbia cominciato a esercitare la propria sapienza. Non è tanto da un segno che lo si capisce, quanto dal suo contrario: dal fatto che tutto è passato al pubblico senza un intoppo, a cominciare dalla demoniaca ars combinatoria dell’autrice britannica che trasforma i neri in bianchi, gli uomini in donne, le bambine in bambole e l’Africa del colonialismo ottocentesco in un déjeuner sur l’herbe vittoriano, pieno di caustiche e pungenti rivelazioni, o in una cena di Natale degna dei Morti di Joyce.   Non si sente alcuna contraddizione nel ritrovare i protagonisti della prima parte dello spettacolo un secolo dopo, in un parco della Londra del...

Roberto Latini al Piccolo di Milano / Arlecchino e i suoi doppi

Una recita a mano armata. La prima immagine che si vede nel Teatro comico di Goldoni secondo Roberto Latini, e l’ultima, è una pistola puntata contro il pubblico attraverso uno spiraglio aperto nel sipario. In teatro si rischia la vita?    I giganti della montagna di Latini da Pirandello si chiudevano, similmente, con i piedi di un uomo disteso, morto, fuoriuscenti da una stretta apertura della cortina del sipario. Raccontare uno spettacolo del regista attore romano non è mai semplice. I materiali si accumulano, si sovrappongono si distendono, si contraddicono. Testo e azioni, invenzioni visive e suoni, voci naturali, voci amplificate, voci riverberate. Il presente della scena, il qui e ora, le maschere dell’attore, le parole, l’“arsenale delle apparizioni” del teatro, per riprendere un’espressione dei pirandelliani Giganti della montagna cara a Latini. Nel Teatro comico di Carlo Goldoni – la prima delle “sedici commedie nuove”, il “la” della riforma dell’autore veneziano del 1750 – allestito per il Piccolo Teatro di Milano sullo storico palcoscenico di via Rovello, tutto questo si compone da subito in una, in molte citazioni, e in una minaccia allo spettatore. ...

Conversazione con Roberto Latini / Un “Teatro comico” jazzistico

Nel Teatro comico di Carlo Goldoni (1750) realizzato al Piccolo Teatro di Milano con la regia di Roberto Latini si incontrano due fra i più importanti spettacoli che il secondo Novecento abbia dedicato all'enigma della Commedia dell'Arte e alla sua inesauribile capacità di dialogare con gli attori, che ne rigenerano le tecniche, e con gli spettatori, che ne riconoscono all'impronta convenzioni e allusioni contraddicendo le storiche soluzioni di continuità delle sue pratiche. Mi riferisco al leggendario Arlecchino servitore di due padroni diretto da Giorgio Strehler al Piccolo (la prima versione è del 1947) e al Ritorno di Scaramouche (1995) di Leo de Berardins. Il ricordo degli attraversamenti goldoniani di Strehler è reso qui palpabile da immagini e citazioni, mentre la lezione attoriale di Leo de Berardinis vive nelle persone degli attori. Elena Bucci, Marco Manchisi e Marco Sgrosso (tutti presenti nel Teatro comico) hanno infatti indossato per la prima volta la maschera durante le prove del Ritorno di Scaramouche, e lo stesso Latini si è formato assimilando il magistero di Leo alla scuola romana di Perla Peragallo.    Questo intreccio fra espressioni d'arte e percorsi...