Cerco l'estate tutto l'anno

30 Luglio 2023

Perché ci rimangono impresse tante memorie di eventi, occasioni, incontri, amori avvenuti d’estate? Di libri letti d’estate? Perché ci ricordiamo le estati, l’estate, che la odiamo o la amiamo? 

Perché l’estate è diventata la stagione per eccellenza dei ricordi, di «fotogrammi di immagini fissate nella memoria e caricate talvolta di non poca nostalgia. Perché l’estate è anche un’idea di felicità: di rifugio, di ritorno alla natura o di luogo ideale della nostra giovinezza». Lo scrive Alessandro Vanoli nel suo saggio sull’estate, il quarto e ultimo pezzo del suo quatuor sulle stagioni scritte in lettere e non in musica ma altrettanto piene di risonanze. Fa seguito a Inverno (2018), Primavera (2020) e Autunno (2021) di cui avevo scritto su Doppiozero

«Senti l’estate che torna...» diceva una canzonetta delle Orme che partecipava a un Disco per l’estate 1968, e in effetti rieccola. Ce lo dice la forza dell’abitudine, avrebbe detto con aria sussiegosa il filosofo scettico-empirista David Hume. In realtà non ce n’è certezza, non siamo in grado di dimostrarlo: solo l’abitudine crea l’attesa, anche se molto probabilmente l’estate tornerà anche l’anno prossimo, non sappiamo con quali connotazioni però. Un altro grande filosofo della letteratura, Northrop Frye, sosteneva persino che le quattro stagioni corrispondono ai suoi quattro generi principali, satira, commedia, tragedia, romanzo: l’estate, tanto per confermare il tutto, è il romanzesco, «tempo di libertà e di avventura, e di possibilità che rasentano la stranezza dei sogni». (La citazione è da Martin Amis, La storia da dentro, Einaudi 2023, romanzo autobiografico. Da leggere. Possibilmente questa estate.) 

Ma lasciamo la filosofia, con la quale concluderemo, e torniamo alle canzonette e alle estati feconde di successi canori ad essa ispirati di cui accenna Vanoli, dai celebri successi di Legata a un granello di sabbia (Nico Fidenco 1961) a Sapore di sale (Gino Paoli 1963), Una rotonda sul mare (Fred Buongusto 1964), Azzurro (Adriano Celentano 1968 ma è di Paolo Conte!). Questo il breve elenco dell’autore, ma credo che ognuno abbia qualcosa da aggiungere, io per esempio avrei Stessa spiaggia stesso mare (Piero Focaccia 1963) e persino un canto da oratorio o da colonia estiva che credo di essere l’unica a ricordare (Viva l’estate, tempo di sogni…). 

Fa tutto parte della dimensione di spensieratezza e leggerezza che oggi si lega all’estate. Da stagione di lavoro durissimo nei campi, solleone, incendi, zanzare e locuste questa stagione si trasformò completamente con il cambiamento sociale, in periodo di ferie e di vacanze, tanto da farsi «desiderabile come forse non era mai stato nei millenni e nei secoli precedenti». Divenuta dunque luogo di desideri e di sogni, l’estate si fa carico in genere di un lungo periodo di vacanza, un periodo vacante, vuoto. Vuoto di che cosa? Ovviamente di lavoro.

Il lavoro sta cambiando, è cambiato, ce ne siamo ben accorti. Alcune cicale di oggi che preferiscono cantare invece di raccogliere il grano per l’inverno, e lasciare andare la barca invece di remare, sostengono che il lavoro che viene proposto per lo più non dà soddisfazione, che di lavorare non vale la pena, ma chi ce lo fa fare. La critica è giusta, va bene, e allora? Non sarebbe più ragionevole lottare per cambiare le condizioni di lavoro, invece magari di smettere di lavorare, ovvero di far parte di quel 40% che in Italia lavora mantenendo il restante 60% spostando ancora di più la proporzione. Come manterrà se stessa e la rimanente fetta di popolazione che non lavora e diventa sempre più grande? Di che cosa si camperà, mi viene da chiedermi ogni volta che leggo esternazioni di questo tipo? 

E oltre a ciò dove troveremo le nostre soddisfazioni se non dal lavoro ben fatto, la gioia di aver svolto bene un compito difficile, la felicità sulla terra, come lo definiva Primo Levi (La chiave a stella, 1978)? Riporto la citazione di Levi per intero, per far capire che cosa ci si perde: 

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi), costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono… Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più: esiste però anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrare il lavoro, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno non solo in astratto, ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero.

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E quando non lavoreremo più perché chi ce lo fa fare ma vivremo di sussidi e di cedole, che cosa ne sarà del desiderio e dell’attesa dell’estate? Forse ci creeremo una vacanza dall’ozio e svolgeremo d’estate (?) qualche settimana di attività produttiva che attenderemo con ansia, chi sa.

Uno dei pensieri più interessanti e stimolanti del libro di Vanoli sull’estate – che poi è tutto una miniera di spunti di stimoli di pensieri – è proprio il cambio di prospettiva umana nei confronti dell’estate (umana, perché le cicale continuano a cantare, le rane a gracidare e le rondini a garrire; e poi, giusto della parte ricca dell’umanità). Nei secoli dei secoli infatti proprio l’estate fu un periodo di lavoro agricolo intensissimo e faticosissimo, svolto con strumenti approssimativi, per raccogliere i frutti della terra nel caldo opprimente, nella polvere, in mezzo a insetti fastidiosi e animali pericolosi, con tutta la fatica di vivere accentuata dai rischi per il raccolto, grandine, inondazioni, incendi, cavallette…

Certo che l’estate era, anche allora, lo splendore estetico dei campi gialli di erba medica, di girasoli, di grano soprattutto, come lo si vede riprodotto nei calendari medievali. E tuttavia la vera riscoperta dei colori estivi avviene quando la pittura comincia a uscire dalle botteghe d’arte e a guardarsi intorno e quando «con Cézanne e Van Gogh il giallo caldo e luminoso dell’estate cominciò a fissarsi sulla tela». 

Epoca della mietitura l’estate, a fine luglio («Il ventinove luglio, quando matura il grano/è nata una bambina, con una rosa in mano», la colonna sonora dell’estate non ha fine). E della guerra, che iniziava in primavera e continuava in estate – anche l’ultima guerra in corso ai confini dell’Europa è iniziata alla fine di febbraio e si pensava che al massimo in estate si sarebbe conclusa, e invece – con i suoi rischi e i suoi effetti disastrosi per i contadini che lavoravano nei campi, calpestati e saccheggiati, e per i soldati che ci guerreggiavano e magari nel campo di grano venivano sepolti, ombreggiati da mille papaveri rossi.

C’è anche il puzzo micidiale delle estati di una volta, però, quando la gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati e le strade di letame fermentato: «puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra» (come scrive Patrick Süsskind all’inizio del suo Profumo). Eppure in mezzo a tutto questo afrore nascono opere incantevoli come il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, con i suoi spiriti folletti del solstizio.

Ma c’è anche il cielo d’estate degli antichi Greci, quando a fine luglio si alzava Sirio, la stella più luminosa che fosse dato vedere, così brillante che nelle notti limpide senza luna si poteva vedere una leggerissima ombra degli oggetti. L’ombra di Sirio! Entusiasmante, sembra scritto proprio per me che a mia volta ho scritto Buio per lodare il buio che fa vedere le stelle (e molto altro). Nei mesi più caldi dell’anno, – scrive il poeta di Le opere e i giorni, Esiodo (588) – «Sirio brucia la testa e le ginocchia e la pelle è secca per il calore», nella stagione dell'estate spossante, quando nelle ore torride della giornata è più forte il calore del sole. Saffo nella vecchiaia lo cercava, rivendicando per sé il «desiderio di sole», perché l’estate è dei vecchi per la secchezza, non per il calore. Anzi, la stagione dei vecchi è l’inverno, a causa del raffreddamento del calore interno causa, si pensava, della vecchiaia stessa. Lo affermava Aristotele, lo disegnava Leonardo nei suoi visi e corpi di vecchi coi capelli radi e imbiancati, la pelle raggrinzita, la parte inferiore del volto raccorciata tanto che il mento si avvicina al naso. Uno sbilanciamento verso il secco e il freddo, un mix di estate e inverno, ecco come la medicina umorale spiegò per molti secoli il fenomeno biologico dell’invecchiamento.

Come ci sono i fantasmi e i mostri del buio, che compaiono all’ora di mezzanotte, così ci sono, c’erano, i fantasmi della luce, anzi della luce meridiana (da lat. meridies da medi-dies, mezzo-dì), quando il sole è più alto all’orizzonte. Vanoli ricorda i demoni del meriggio estivo, silenzioso, caldo, estenuante, nel quale gli dei «potevano mostrarsi in tutta la loro pericolosità e Pan gettava i contadini nel terrore pànico», come facevano con i naviganti «le Sirene, il cui nome ricorda la stella Sirio cui è legato». 

Fenomeni antipodici, mostri, fantasmi, spiriti di mezzanotte e di mezzodì, come antipodici erano il solstizio d’estate che celebrava la nascita di San Giovanni e il solstizio d’inverno con quella di Gesù. Feste che connettevano i legami con il cielo e la terra, i divini e i mortali, di cui abbiamo perduto il senso. 

Alessandro Vanoli, Estate. Promessa e nostalgia, Bologna, il Mulino, 2023.

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