Amselle. Islamici africani

Se c’è un autore che riesce sempre a far riflettere su temi, che spesso appaiono scontati, questo è Jean-Loup Amselle. Mantenendo dritta la barra del timone lungo una rotta che era già chiara fin dai suoi primi lavori di carattere africanista, Amselle ha sempre navigato contro le onde del pensiero comune sul quale spesso ci piace adagiarci. E di luoghi comuni l’Africa è stata infestata, soprattutto a causa della narrazione, quasi sempre occidentale, che è stata fatta di questo continente. Partendo da una triste attualità, quella del jihadismo in Africa occidentale, l’antropologo francese opera un’analisi storico-antropologica per dimostrarci come questo fenomeno abbia radici antiche, a dispetto della narrazione, piuttosto diffusa anche in ambienti accademici specializzati, che esista solo un “islam nero” di ispirazione prevalentemente sufi e tendenzialmente moderato, contaminato da molti elementi “pagani” tradizionali, che si contrappone all’islam ortodosso e radicale dei paesi arabi.

 

Questa divisione, secondo Amselle, come nel caso delle etnie africane, è ancora una volta il prodotto dei lavori di molti studiosi, di epoca coloniale e postcoloniale, che hanno voluto in qualche modo de-islamizzare l’Africa occidentale, fornendone così un’immagine fuorviante. Non a caso l’autore insiste molto su Marcel Griaule e sui suoi discepoli, che hanno ripulito l’immagine dei Dogon del Mali da ogni sorta di “incrostazione” islamica, mentre già da tempo la religione di Maometto era ben presente nei loro villaggi. Pur essendo evidente come molti degli elementi della teogonia dogon fossero di ispirazione musulmana, Griaule preferisce connetterli all’antica Grecia, comparandola alla Teogonia di Esiodo. In questo modo la cultura dogon, in quando destoricizzata, depoliticizzata e deislamizzata diventa universale, decontestualizzata da tutto ciò che la circonda.

 

 

In realtà, ci dice Amselle, l’Africa ha conosciuto fin da tempi lontani forme molto radicali di islamizzazione come quelle dei jihadisti del XIX secolo Usman dan Fodio, El Hadj Omar e Samori, i cui principi, peraltro, si ispiravano in gran parte alle idee del giurista riformatore musulmano del XVI secolo Al-Maghili, una sorta di Torquemada del Sahara, come lo definisce Amselle, consulente di diversi sovrani dell’epoca, che nel 1492 avviò un pogrom contro gli ebrei e che predicava un islam quanto mai radicale.

È interessante notare come, in modo più o meno diretto, il pensiero di Muhammad Yussuf, fondatore di Boko Haram, il movimento terrorista che affligge da anni la Nigeria con i suoi attentati e rapimenti, si rifacciano proprio al Al-Maghili e alla riproposizione della sua dottrina per mano di Usman dan Fodio. La storia si ripete anche oggi, questo e altri movimenti simili combattono contro la contaminazione dell’islam con pratiche ritenute pagane.

 

Questa contrapposizione netta tra islam sufi e islam radicale è anche frutto della concorrenza tra due paradigmi di interpretazione delle società dell’Africa occidentale: quello dell’orientalismo arabista e quello dell’etnografia, che si fanno alla divisione, tutta coloniale, tra Maghreb e Africa nera. Il primo, avendo una tradizione scritta, è diventato appannaggio degli orientalisti, mentre la seconda, segnata dall’oralità, ricade nel paradigma del primitivismo. In questo caso, secondo gli studiosi, la specificità subsahariana starebbe nell’assenza dell’islam oppure in un islam “nero”. Solo recentemente, grazie a studiosi più giovani, si è iniziato a “riconnettere” la religiosità musulmana dell’Africa occidentale al Sahara.

 

Un’altra distorsione operata da molti studiosi occidentali è stata quella di disconnettere l’elemento religioso dalla politica. In questo modo, sulla scia di Griaule, l’islam africano viene presentato come puro, universale; Amselle arriva persino a paragonarlo a una religione new age. In realtà, come ci mostra nella seconda parte del libro, dedicata specificatamente al caso maliano, il legame è molto stretto, e non da ora, complesso e a volte ambiguo, ma sempre evidente. La separazione e l’occultamento del carattere politico vanno letti anche alla luce del fatto che proprio il wahhabismo, la corrente ortodossa dell’islam saudita, si era pesantemente opposto all’invasione coloniale francese. Tanto è vero che nel 1957 vennero organizzati dei veri e propri pogrom contro i wahhabiti. Negli anni precedenti l’indipendenza del Mali (1960) i wahhabiti rappresentavano la borghesia commerciante, che si opponeva ai marabout tradizionali, accusati di spacciare amuleti in cambio di denaro e di condurre vite sregolate. In un certo senso, rappresentavano la parte “etica” della società. Inoltre appoggiavano il partito anticoloniale, mentre i rappresentanti dell’islam “nero” delle confraternite, stavano dalla parte dell’amministrazione francese. Leggendo questi e altri fatti, si comprende come l’intreccio tra religione e politica è quanto mai fitto e anche negli ultimi anni, mentre il paese continua a subire una deriva morale sempre più acuta, l’islam rappresenta per i giovani un modello di vita. Un islam temperato, che rifugge la violenza, ma che si rifà all’ortodossia araba e non a quella popolare africana.

 

Proseguendo un cammino iniziato fin dai tempi di L’invenzione dell’etnia (ed. or. 1985), proseguito poi con Logiche meticce (ed. or. 1990) e con Connessioni (ed. or. 2000), Amselle continua a farci riflettere sul potere della narrazione e sulla pesante influenza che lo spirito classificatorio che caratterizza il paradigma di una certa antropologia, ma non solo, esercita nella costruzione di schemi sulla base dei quali si finiscono per realizzare politiche di intervento talvolta fallimentari. Rileggere la storia à la Amselle è senza dubbio più faticoso, più complesso, non ci dà mai soluzioni facili, ma senza dubbio è molto più redditizio.

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