Primo Levi come prisma

Anche per la mia insegnante di scienze naturali la chimica era un testo di chimica, e basta. Era le pagine di un libro. Non aveva mai toccato in vita sua un cristallo o una soluzione. Era un sapere trasmesso da insegnante a insegnante, senza mai un collaudo pratico. C’erano le esperienze in aula, ma erano sempre le stesse. Mancava assolutamente tutto quello che è inventivo in queste cose […]. [Mio padre] il cannocchiale non me l’aveva comprato, ma un microscopio da 250 ingrandimenti sì, con il quale organizzavo spettacoli «classici», una soluzione di allume per vedere i cristalli... Avevo una macchinetta da proiezione del Pathé Baby, a passo ridottissimo: invitavo i miei amici, e mettevo il vetrino al posto della pellicola, si vedevano crescere i cristalli.

 

Primo Levi racconta così, dialogando con Tullio Regge, le sue prime esperienze scientifiche. In opposizione a un ambiente scolastico chiuso alla prassi e all’invenzione, un microscopio regalatogli dal padre, una macchinetta da proiezione del Pathé Baby adoperata, per dire così, in maniera creativa, amici cui mostrare vetrini sui quali crescono cristalli. La scenetta casalinga pare di minima importanza. Levi indugia tuttavia su alcuni particolari concreti e curiosi. Li rende narrativamente pertinenti. Del resto, non si dice di solito e con ragione che se un racconto ben fatto, d’improvviso e senza magari darlo troppo a vedere, inquadra una doppietta appesa sopra un camino è perché, prima che esso si concluda, quella doppietta sparerà? Primo Levi fu un grande narratore. Se parlando di una stagione aurorale dà spazio a dettagli siffatti, sarà ragionevole non trascurarli in funzione di una comprensione della vicenda complessiva, sua e della sua opera. Di doppiette, nella scena in questione, se ne vede infatti più d’una, e ad altezze diverse di arditezza metaforica. Col microscopio e con la macchinetta da proiezione si è a un livello elementare. Sono strumenti, come lo è una doppietta. Come doppiette, in un discorso ragionevole su Primo Levi, in una narrazione che lo riguardi, si sa bene che, andando avanti, li si vedrà sparare. Ed essi hanno sparato, in effetti, tanto considerando l’opera sua, quanto la sua vita.

 

Primo Levi ha osservato il mondo. Per farlo, s’è indefettibilmente servito d’un microscopio, anche quando, anzi, soprattutto quando il mondo da osservare prendeva sembianze macroscopiche, come quelle della storia in cui gli accadde di cadere. Più le questioni gli si presentarono grandi, più si accanì, a scopo sperimentale, nel metterne porzioni minuscole ma pertinenti e significative sotto la lente del suo microscopio, convinto o non convinto che fosse che così ogni questione, prescindendo dalla sua taglia, fosse meglio o veramente osservabile: insomma, e grazie al Cielo, più per indole che per volontà, quindi senza fare proclami, in proposito. D’altra parte, si trattò a un certo punto di riferire delle sue osservazioni al microscopio. Così gli venne di fare, di nuovo, per indole prima che per volontà. Primo Levi non mise allora in opera il complesso apparato e le sofisticherie di un proiettore professionale. Sapesse o non sapesse manovrare un simile ipotetico aggeggio, evitò di mettersi alla prova. Era protetto peraltro dal ruolo, conclamato, di operatore dilettante. Si tenne stretto così alla sua personale macchinetta da proiezione, adoperata in modo non canonico e per scopi allotri. Niente effetti speciali, di conseguenza, anche perché, per ottenere risultati proiettivi di qualità, una volta che si sia osservato bene (e quello s’era appunto fatto), bastano la cura e l’attenzione all’espressione da cui nessun essere umano responsabile delle proprie azioni dovrebbe esimersi.

 

Qui ci si potrebbe fermare. Come si è detto, si resterebbe alle metafore più ovvie. Concettualmente, in funzione di un discorso su Primo Levi, microscopio e macchinetta da proiezione sono già catacresi. Nella narrazione del dettaglio biografico, ci sono tuttavia altre doppiette che nell’opera e nella vita di Primo Levi hanno sparato e vale forse la pena di tematizzarle.

 

Una è classica e funzionale. Essa è racchiusa nella parola esperienze. Attribuirle il modificatore scientifiche suonerebbe pleonasmo, una volta ridimensionata la supponente maiuscola con cui scienza circola nel Moderno, tragicomicamente. Nel discorso su Primo Levi e nella narrazione – cioè nell’ordinata ricognizione – della sua vicenda umana e letteraria, l’esperienza, la sua esperienza varia e inventiva correla microscopio e macchinetta da proiezione, che prendono valore in funzione dell’esperienza. Quando qui si dice esperienza, si badi bene, ci si riferisce al senso particolare e profondo che alla parola italiana, a dire il vero un po’ generica, dà la corrispondenza con la tedesca Erlebnis, cioè con qualcosa che si radica essenzialmente nel vivere come processo e come attività e, quindi, in un vivere come predicato transitivo. Primo Levi, che si doleva di non potere vivere la chimica a scuola e che la viveva nelle sue esperienze domestiche, ha vissuto il Lager, come ha peraltro vissuto ogni momento della sua vita, che il Lager ha preceduto o seguito. E non c’è osservazione al microscopio che egli abbia fatto né proiezione che ne sia sortita che non dipendano strettamente da tale sua (soprav)vivenza.

 

Primo Levi

 

E si è a questo punto all’ultima metaforica doppietta che occhieggia nella scenetta autobiografica. Lo si ammette: quella che richiede la lettura, a prima vista, più ardita. Essa è custodita, come in uno scrigno, nel sintagma «si vedevano crescere cristalli», con la sua allitterazione di fonosimbolica pregnanza: /kr/... /kr/... Qui, per procedere, bisogna però sgombrare anzitutto la via da un intralcio e liberare il pensiero da un’interferenza. Come immagine, il cristallo si presta a un facile impiego: quello che ne fece, per esempio, Italo Calvino in Esattezza, la terza delle sue Lezioni americane. Pur tra distinguo e cautele che sembrano messi lì per non urtare nessuno, l’immagine del cristallo vi è opposta all’immagine della fiamma. Ora, un cristallo prospettato sotto una simile polarizzazione oppositiva, come «immagine d’invarianza e di regolarità di strutture specifiche», è certo utile a un momentaneo chiaroscuro argomentativo. Il concetto che ne sortisce diventa però pericolosamente fuorviante nel momento stesso in cui tracima dal suo contesto discorsivo. Fuori dell’estemporanea contrapposizione, infatti, non si tratta né di un’idealizzazione fruttuosa né d’una astrazione di cui un ragionevole progredire della conoscenza necessiti. Fuori di una contrapposizione sofistica, insomma, il cristallo come «immagine d’invarianza e di regolarità di strutture specifiche» è, semplicemente, una fantasia. Legittima, come ogni fantasia. Come la fantasia che gli esseri umani sono angeli (o diavoli) e le mille altre fantasie che riempirono le teste che il Moderno si accontentò di inzeppare, nei periodi in cui sospese, almeno su larga scala, lo spiccio programma di mozzarle messo invece in opera in più d’una delle sue fasi parossistiche (che furono poi, come si sa, i suoi momenti migliori).

 

Non dire apertamente, però, che si tratta d’una fantasia, non ripeterlo fino a stancarsi, non mettere in guardia chi finisce per farsi sedurre dalle fantasie e dai loro propalatori, in buona o cattiva fede, produce tempeste di fole, spacciate per giunta ora come “oggettive”, ora come “scientifiche”: anzi, come Scientifiche. Il cristallo cresce e in tal modo manifesta la sua struttura intima e latente ma, fuori della fantasia che lo riguarda, ciò gli accade in stretta correlazione con l’ambiente. I modi delle sue ricorrenze sono pertanto interminati: regolari e irregolari, simmetrici e asimmetrici, omogenei e disomogenei, in funzione di condizioni interne e intimamente correlate con le esterne, oltre che esterne e intimamente correlate con le interne, combinate con innumerabile varietà. Cresce, tuttavia, e in tale crescita sta la sua essenza, la sua invarianza, se si vuole, che è conseguentemente un processo.

 

E si è giunti così al punto richiesto da una premessa. Si è giunti all’esposizione sotto forma metaforica (non si vuol dunque dire al chiarimento) dell’ipotesi che soggiace a questo libro sull’opera di Primo Levi. Ipotesi che è anche servita a dargli un titolo.

Al pari della proverbiale doppietta, anche i cristalli in crescita, non i cristalli della fantasia dell’invarianza strutturale, ma i cristalli e basta hanno sparato nell’opera e nella vita di Primo Levi. E lo hanno fatto sonoramente. Troppo, per non sortire un effetto di assordimento? Non si ha certo l’autorità per affermarlo, ma una esperienza del mondo delle lettere bastevole per sospettarlo, sì. Del resto, la circostanza autobiografica di dettaglio da cui ci si è mossi lo dice esaurientemente. Armato del suo microscopio e della sua macchinetta del Pathé Baby, sul fondamento della sua Erlebnis, a chi amichevolmente guarda ciò che proietta, Primo Levi mette davanti agli occhi cristalli in formazione, quei cristalli che l’insegnante dalla chimica e dall’esperienza libresca non aveva mai toccato in vita sua. I cristalli di Levi prendono forme bizzarre e singolari, talvolta; talaltra, consuete e familiari. La loro superficie è variabilissima e variabili paiono i processi che soggiacciono alle variabilità superficiali. Qui, è tuttavia parso adeguato riassumerli (a costo di semplificarli) sotto l’immagine complessiva del prisma. Peraltro, anche nell’astrazione geometrica (che è astrazione consapevole d’esserlo) il prisma si presenta con stupefacente multiformità, per numero e orientamento di spigoli e facce.

 

L’ipotesi di questo piccolo libro è dunque che l’opera di Primo Levi sia prismatica, che si cristallizzi sotto forma di prismi. Desultoriamente, gli scritti che esso contiene guardano e commentano qualche faccia e qualche spigolo di tali prismi, da differenti punti di vista. Soprattutto, alcuni interrogandosi su come essi sono fatti, altri su come essi si fanno, perché in effetti continuano a farsi: prospettive ambedue legittime, una volta che se ne abbia chiara la differenza e, come si deve fare con tutte le differenze, ci si accosti a essa con rispetto.

 

C’è ancora un modo, però, di intendere la metafora di Primo Levi, complessivamente, come prisma. Il primo e già illustrato investe lo statuto dell’oggetto di un accostamento conoscitivo ragionevole (non si vuol dire scientifico, nemmeno con la minuscola): questione cruciale, come capì Ferdinand de Saussure. Il secondo, fin qui taciuto, concerne crucialmente il metodo e, col metodo, strumenti e procedure. Ecco, allora: come prismi, Primo Levi e la sua opera scompongono i raggi disciplinari che li attraversano e sono così, per il loro valore sperimentale, strumenti di verifica dell’affidabilità metodologica e concettuale di molti accostamenti all’umano: dal teoretico all’etico, dal sociologico allo storico, dallo psicologico all’antropologico. Primo Levi e la sua opera sono del resto strumenti di verifica anche per l’accostamento letterario e per quello linguistico, quali sono messi all’opera e esercitati nelle pagine che seguono, con la modestia irreparabile della loro beata futilità.

 

 

Introduzione a Prisma Levi, a cura di Heike Necker, Edizioni ETS, Pisa 2015, pp. 7-11.

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