Artico nero. Il cupo candore dei popoli dei ghiacci

Come al solito, è tutto un problema di prospettive. Se prendiamo il mappamondo e lo osserviamo dall’alto in basso, magari eliminando la pendenza dell’asse terrestre, ci apparirà un paesaggio inedito, l’immagine singolare di una serie di paesi e territori che siamo abituati a considerare, nella migliore delle ipotesi, di sbieco, come frammenti accidentali di altri territori e altri paesi che, inglobandoli, hanno finito per annullarne – antropologicamente e storicamente – l’esistenza. Vedremo così, finalmente nella coerenza di un’unica mappa, i tanti luoghi che s’affacciano nel mar Glaciale Artico, abitati da genti con storie assai diverse ma con un medesimo destino di fondo come i Sami, gli Inuit, i Nenet, i Ciucki, gli Jakuti, gli Yupik e moltissimi altri, ognuna delle quali rientrante, politicamente e amministrativamente, in giurisdizioni dipendenti da un gruppo eteroclito di distintissimi e civilissimi Stati-nazione.

 

Come ben mostra Matteo Meschiari nel bellissimo Artico nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci, Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Siberia, Canada e Stati Uniti hanno, ciascuno a suo modo, sottoposto le etnie intorno al Polo Nord a forme al tempo stesso striscianti e atroci di colonialismo, per così dire, implicito. Non solo ne hanno sottovalutato il portato culturale (mortificando lingue e religioni, tradizioni familiari, abitudini venatorie, costumi sessuali), ma ne hanno altresì distrutto l’habitat millenario, fatto di iceberg costantemente attraversati, tundre abitatissime, steppe fortemente vissute, instancabili e appassionati percorsi in lungo e in largo per la superficie candidamente rassicurante di una neve sperabilmente eterna. Nel silenzio dell’ufficialità politica, e con la frequente connivenza della ricerca antropologica, le popolazioni artiche sono sempre state oggetto di sistematiche operazioni di distruzione, con deportazioni di massa, inurbamenti coatti, disastri ambientali, soprusi sessuali, museificazioni, mortificazioni d’ogni sorta, giusto per mano di quei governi sedicenti illuminati che, con la scusa del disagio climatico, hanno costantemente (e ipocritamente) dichiarato di volerne migliorare le condizioni di vita.

 

Così, i popoli dei ghiacci sono stati – e vorrebbero continuare ancora a essere – per lo più nomadi; dediti alla pesca del salmone e di chissà che o alla caccia di foche, renne e caribù, dimorano in igloo, tende o altri spazi abitativi apparentemente abborracciati ma in effetti assai curati nell’architettura e nei valori simbolici. La strutturazione interna della tenda (con il doppio ingresso, la zona degli uomini e quella delle donne, la zona degli adulti e quella dei bambini), per esempio, è lo specchio silente della società inuit, pacificamente gerarchica perché fortemente animista. Trasferire questa gente in appartamenti cittadini, dotati – come si dice – di tutti i confort della vita moderna, significa pertanto ucciderne, con le abitudini quotidiane, gli stessi corpi. Nell’Artico si conta il maggior numero al mondo di suicidi fra gli adolescenti, soprattutto se inurbati. Così come l’alcool, venduto a valanghe dai mercanti occidentali e sorbito a fiumi dalla gente del luogo, ha distrutto migliaia e migliaia di famiglie. Si beve per dimenticare? Troppo semplice.

 

Ph: Paolo Solari Bozzi

 

E adesso che il riscaldamento globale sta sciogliendo il permafrost, i buchi nell’acqua si contano a milioni. Cambia tutto: le foche e i trichechi hanno preso anch’essi a togliersi la vita, i cacciatori non sanno che pesci pigliare, e il petrolio che sale su dagli abissi porta, con l’annunciata ricchezza, la morte civile prima che fisiologica. L’Artico insomma, secondo Meschiari, non è affatto bianco ma semmai nero; e per più ragioni, letterali come metaforiche, geografiche e storiche al contempo. C’è la lunghissima notte che opprime le menti, il buio che tutto ricopre e tutto uniforma. C’è il greggio che sporca il mare, ma anche e soprattutto le esistenze, le etnie. Ci sono le catastrofi nucleari derivanti da centrali in disuso o da aerei con a bordo testate atomiche rovinati fra i ghiacci e mai più ritrovati. Ci sono i cadaveri dei mammut, riaffioranti dalla neve che si scioglie, zeppi di virus micidiali. E c’è, per prima e ultima cosa, la disperazione – appunto – più nera.

 

Il testo di Meschiari dice tutto questo sotto forma di un resoconto etnografico che è anche testimonianza civile, presa di posizione politica, accusa verso l’accademia consenziente, ma soprattutto accorato storytelling di esperienze di vita vissuta, rilanciate, col passare delle pagine, sotto forma di un investimento poetico che si fa sempre più intenso, più forte, più duro. I sette capitoli del libro raccontano altrettante storie – individuali, famigliari o di gruppo – ambientate a Tarko-Sale (Imalia), Kautoneino (Norvegia), Thule (Groenlandia), Arviat (Canada), Newtok (Alaska), Uelen (Chukotka), Yukagir (Jacuzia): storie di rovina e di perdizione, di soprusi e di incomprensioni, di cattiveria, mal sopportazione, desiderio di rivalsa. L’affresco globale si puntella così di punti di vista locali, particolari, individuali, intimi. Abbastanza superfluo, a conti fatti, star qui a disquisire circa il genere discorsivo o saggistico entro cui il libro potrebbe collocarsi: la mescolanza di registri linguistici, stili, prese di parola, toni, affetti e concetti finisce col produrre un’opera che fa parte al tempo stesso della migliore letteratura e della migliore antropologia – come è giusto che sia quando s’inventa una forma testuale che non vuole bearsi della propria originalità e ne fa piuttosto uno strumento comunicativo innanzitutto efficace: un’arma contro l’ottusità del potere, una bandiera di pace. L’autore, in questo, è parte integrante della storia, si mette personalmente in gioco, col suo viaggio e le sue parole, le sue peregrinazioni bibliografiche e passionali. Ma vuole soprattutto coinvolgere attivamente, scuotendolo fortemente, il proprio lettore.

 

Si leggano le righe finali: “Per congedare questo libro (intendo) ricordare ciò che non conosco, immaginare ciò che non so. Copiare nomi di genti e di posti da fonti etnografiche e da mappe dell’Artico è una cosa straniante. Nomi che devi leggerli e rileggerli per non scriverli sbagliati (…). Ieri notte ho cominciato dai popoli e sono passato ai luoghi. Sono partito dalla Lapponia, sono andato in Groenlandia e quindi nel grande Artico canadese. Ma a un certo punto mi sono fermato. Mancano l’Alaska, lo Stretto di Bering e tutta la Russia. Era tardi. Sono stanco. Fatelo voi però. Dico sul serio. Cercate i nomi che non ho messo, quelli che ho sbagliato a trascrivere. E pensate. Immaginate. Immaginate più che potete. Sami, Kalaallit, Tunumiit, Inughuit, Ahiarmiut, Labradormiut, Nunavimmiut, Iglulingmiut, Kivallirmiut, Netsilingmiut, Invialuit, Inupiat, Tlingit, Alutiiq, Aleut, Yupik, Ainu, Ciucki, Kereki, Koriaki, Eveni, Yukagir, Sakha, Evenchi, Nanai, Negidal, Orok, Dolgan, Tuva, Khaka, Orok, Nganasan, Buryati, Ket, Enet, Nenet, Khanty, Selkup, Komi. Guovdageaidnu, Murmánska, Anár, Roavvenjárga, Hápárá, Hámmárfeosta, Kárásjohka, Romsa, Gárasavvon, Bájil…” E la lista prosegue riempiendo un pagina intera. 

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