Arturo Hernández Alcázar per Underneath the arches

In una intricata rete di cunicoli sotterranei si posa la storia Napoli. Dalle tracce di epoca ellenistica ai rifugi antiaereo, quelle strade nascoste custodiscono gli strati del tempo. Non monumenti, ma tracce di vita, usi e abitudini. In pratica tutto ciò che si oppone al non luogo del white cube. Il cubo bianco, contenitore e sede espositiva privilegiata per decenni per la sua totale assenza di caratteristiche che possano distogliere l’attenzione dall’opera. Per alcuni artisti non esporre nel non-luogo del white cube può essere problematico, per altri una sfida. A maggior ragione quando si tratta di confrontarsi con qualcosa che porta dietro di sé una storia. Ognuno la risolve diversamente, fino a volte a inglobare lo spazio all’interno del proprio lavoro.

 

È il caso dell’opera di Arturo Hernández Alcázar visitabile fino al 13 maggio nell’ultimo tra i ritrovati del sottosuolo partenopeo. La sede è un acquedotto di epoca romana, opera ingegneristica del I secolo, che con questa mostra inaugura un programma di arte contemporanea e residenze per artisti. Scoperto per caso nel 2011, riconosciuto quattro anni dopo nel 2015, questo nuovo sito non è solo uno degli anelli che si aggiungono alla catena di siti sotterranei, ma diventa uno dei passi che le associazioni locali conducono per allargare i percorsi turistici della città, con l’intenzione di riscattarne i quartieri. In questa ottica, quelle che fino a pochi anni fa erano soltanto le fondamenta di un Palazzo storico, Palazzo Maresca-Peschici in area Sanità, oggi sono un sito d’incontro tra storia e attualità. Il progetto artistico è di Alessandra Troncone e Chiara Pirozzi. Underneath the arches, “Sotto gli archi”, il titolo. Blind Horizon, la prima installazione, di Arturo Hernández Alcázar, appunto. Un altro primato di questa iniziativa riguarda l’artista che con questa mostra è al suo esordio personale in Italia.

 

Arturo Hernández Alcázar, backstage, ph Antonio Picascia.


Il progetto nel suo complesso è il risultato della collaborazione tra istituzioni e privati, tra cui la fondazione Morra che accoglie le residenze, l'Associazione VerginiSanità e Celanapoli,  che in maniera congiunta hanno capito l’importanza del ritrovamento e condotto le ricerche fino alla sua apertura al pubblico nel 2015.

Come scrivono le curatrici, Arturo Hernández Alcázar, quarantenne di Città del Messico, lavora di norma con le aree periferiche delle città in cui si trova di volta in volta. Si muove tra depositi e strade, parla con le persone, comprende gli equilibri e inizia a giocarci. 

 

Megafoni e materiali di risulta trovati in situ sono il nucleo di questo intervento. L’installazione è di natura sonora. Il suono si muove al di sotto della superficie rifrangendosi all’interno delle mura cieche, il cui fine è sottolineato da un intervento ostruttivo. Il suono si propaga in uno spazio chiuso intangibile e presente definendo lo spazio e il suo perimetro. Quella di Arturo Hernández Alcázar vuole essere nelle intenzioni dell’artista una riflessione sui meccanismi di manipolazione e controllo esercitati dal potere. Strategie rodate che richiamano decenni di letteratura politica e bio-politica.

 

Arturo Hernández Alcázar, backstage, dettaglio, no credits.


Uno spazio che resta quasi interamente intatto, che non subisce sostanziali alterazioni. Se non una: la presenza degli spettatori. Un secondo elemento con cui gioca Arturo Hernández Alcázar, oltre al suono, immateriale ma presente, sembra essere la fiducia e il suo uso. Scendere al di sotto del livello stradale implica un atto di fiducia. Il percorso di chi scende è guidato dalle tracce audio disseminate attraverso megafoni. Diffusori sonori normalmente utilizzati in luoghi molto ampi e tendenzialmente all’aperto diventano qui la guida per un vicolo cieco. L’orizzonte è infatti chiuso da un intervento realizzato apposta con oggetti del luogo, oggetti lasciati dalle molte identità di questo posto –– una tra le tante, il luogo di rimessa per un ferramenta che vi depositava materiali di risulta. In questo caso è la forza erosiva dell’acqua che si porta dietro detriti e deposita fino a chiudere le uscite da cui il titolo dell’intervento, Blind Horizon. Arturo Hernandez sembra allora riflettere sulle analogie tra la possibilità di controllare l’accesso a un luogo, le prospettive dei suoi orizzonti e il controllo sociale su larga scala. La contemporanea presenza e assenza del potere. La sua capacità di adattarsi alle circostanze pur guidandoci sempre verso lo stesso vicolo cieco. 

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