Diario del lutto

31 ottobre (1977)

 

Lunedì, ore 15. Rientrato per la prima volta da solo nell’appartamento. Come potrò mai viverci tutto solo? E simultaneamente evidenza che non vi è alcun altro luogo di ricambio.
 

 

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31 ottobre (1977)

Acutezza nuova, strana, nel vedere (in strada) la bruttezza o la bellezza della gente.

 

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1° novembre (1977)

Momenti in cui sono «distratto» (parlo, all’occorrenza scherzo) – e come secco – a cui seguono bruscamente emozioni atroci, fino alle lacrime.

Indecidibilità del senso: si può dire tanto che sono insensibile, se non addirittura articolato su di una sensibilità esteriore, femminile («superficiale»), contraria all’immagine seria del vero dolore – quanto che sono profondamente disperato, intento a lottare per darla a bere, per non incupire chi mi sta accanto, ma che a tratti, non potendone più, «crollo».
 


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4 novembre (1977)

Questa notte, per la prima volta, sognato di lei; era sdraiata, ma niente affatto malata, con la sua camicia da notte rosa dell’Uniprix...
 


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4 novembre (1977)

Verso le ore 18: l’appartamento è caldo, dolce, illuminato, pulito. Lo rendo tale, con energia, devozione (ne gioisco con amarezza): ormai e per sempre sono io stesso la mia propria madre.
 


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5 novembre (1977)

Pomeriggio triste. Breve spesa. Dal pasticciere (futilità) compro un financier. La piccola commessa, servendo una cliente, dice Voilà. Era la parola che dicevo portando qualcosa a mamma quando mi occupavo di lei. Una volta, verso la fine, semicosciente, ripeté facendomi eco Voilà (Je suis là – sono qui –, parola che ci siamo detti l’un l’altra per tutta la vita).
Questa parola della commessa mi fa venire le lacrime agli occhi. Piango a lungo (rientrato nell’appartamento insonoro). [...]
 

La madre di Barthes verso il 1897

 


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10 novembre (1977)

Si augura «coraggio». Ma il tempo del coraggio è quello in cui era malata e io mi occupavo di lei, vedendone le sofferenze, le tristezze; e in cui dovevo nascondermi per piangere. Ad ogni momento bisognava prendere una decisione, assumere una figura, e questo è il coraggio. – Adesso coraggio vorrebbe dire voler vivere e di questo se ne ha fin troppo.
 


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12 novembre (1977)

[Stupido]: sentendo cantare Souzay* «J’ai dans le coeur une tristesse affreuse» («Ho nel cuore un’orrenda tristezza»), scoppio in singhiozzi.

* di cui un tempo mi prendevo gioco
 


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16 novembre (1977)

Ora, ovunque, per strada, al caffè, vedo ogni individuo sotto la specie del colui-che-deve morire, ineluttabilmente, cioè precisamente del mortale. – E con non minore evidenza, li vedo come coloro-che-non lo-sanno.
 


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19 novembre (1977)

[Confusione degli statuti]. Per mesi, sono stato sua madre. È come se avessi perduto mia figlia (esiste un dolore più grande di questo? Non ci avevo mai pensato).
 


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21 novembre 1977

Smarrimento, senso d’abbandono, apatia: sola, a folate, l’immagine della scrittura come «cosa che dà voglia», oasi, «salvezza», progetto, breve «amore», gioia. Suppongo che la sincera credente abbia gli stessi slanci verso il suo «Dio».
 


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12 febbraio 1978

Sentimento difficile (spiacevole, scoraggiante) d’una mancanza di generosità. Ne soffro.
Non posso evitare di mettere ciò in relazione all’immagine di mam., così perfettamente generosa (e lei che mi diceva: sei buono).
Credevo, una volta lei scomparsa, che avrei sublimato questa scomparsa con una sorta di perfezione di «bontà», con l’abbandono d’ogni meschineria, d’ogni gelosia, d’ogni narcisismo. E divento sempre meno «nobile», «generoso».
 


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12 febbraio 1978

Neve, molta neve su Parigi; è strano.

Mi dico, e ne soffro: lei non ci sarà mai più per vederla, per farsela raccontare da me.
 


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16 febbraio 1978

Questa mattina, ancora neve e, alla radio, dei Lieder. Che tristezza! – Penso alle mattine in cui, ammalato, non andavo a scuola e provavo la gioia di restare con lei.
 


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6 marzo 1978

Il mio cappotto è così triste che mi sembra che mam. non avrebbe sopportato la sciarpa nera o grigia che mettevo sempre, e sento la sua voce che mi dice di mettere un po’ di colore.
Per la prima volta, quindi, prendo una sciarpa colorata (scozzese).
 


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23 marzo 1978

La fretta che ho (verificata di continuo da settimane) di ritrovare la libertà (sbarazzato dai ritardi) di mettermi a lavorare al libro sulla Foto, cioè d’integrare la mia pena a una scrittura.
 


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24 marzo 1978

La pena, come una pietra...
(appesa al collo,
in fondo a me)
 


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10 aprile 1978
 


Urt. Film di Wyler, Piccole volpi (The Little Foxes) con Bette Davis.
– La ragazza parla a un certo punto di «cipria».
– Tutta la mia prima infanzia che riaffiora. Mamma. La scatola di cipria. È tutto qui, presente. Sono qui.
→ L’Io non invecchia.
(Sono «fresco» come al tempo della «cipria»).


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6 maggio 1978

Oggi – già di cattivo umore –, momento, verso la fine del pomeriggio, d’orrenda tristezza. Una bellissima aria di basso di Haendel (Semele, atto III) mi fa piangere. Penso alle parole di mam. («Mon R, mon R»).
 


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8 maggio 1978

(In vista del giorno in cui potrò finalmente scrivere).

Finalmente! Separato da questa scrittura in cui mettevo persino la respirazione, il riprender fiato della mia pena, a causa di mille e una occupazioni inopportune e spossanti, finalmente –
(separato dalla mia pena a causa degli altri, separato da loro dal «filosofare»).
Tendevo le braccia non verso l’immagine, ma verso il filosofare [di] quest’immagine.
 

 

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10 maggio 1978

Da più notti, immagini – incubi in cui vedo mam. malata, colpita. Terrore.

Soffro della paura di ciò che ha avuto luogo.

Cfr. Winnicott: paura di un crollo che ha avuto luogo.

 


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17 maggio 1978

Ieri sera, film stupido e volgare, One Two Two. È ambientato al tempo dello scandalo Stavisky , un’epoca che ho vissuto. In genere non mi ricorda nulla. Ma, ad un tratto, un dettaglio della scenografia mi sconvolge: semplicemente una lampada abat-jour pieghettata, con la cordicella che pende. Mam. ne faceva – visto che aveva fatto del batik. Tutta lei mi salta addosso.
 


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18 maggio 1978

(ieri)
Dal Flore vedo una donna seduta sul davanzale di una finestra de La Hune; ha un bicchiere in mano e l’aria d’annoiarsi; uomini di schiena, il primo piano è stipato. È un cocktail.

I cocktail di maggio. Sensazione triste, deprimente di stereotipo sociale e stagionale. Straziante. Penso: mam. non c’è più e la vita stupida continua.
 


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18 maggio 1978

La morte di mam.: è forse la sola cosa, in vita mia, che non abbia preso nevroticamente. Il mio lutto non è stato isterico, a malapena visibile agli altri (forse perché l’idea di «teatralizzarla» mi sarebbe stata insopportabile); e senz’altro, se fossi stato più isterico, manifestando la mia depressione, mandando via tutti, smettendo di far vita sociale, sarei stato meno infelice. E mi accorgo che la non nevrosi non è bene, non va bene.
 


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(7 giugno (1978). Mostra «Gli ultimi anni di Cézanne», con AC)

Mam.: come un Cézanne (gli ultimi acquarelli).
Il blu Cézanne.
 


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9 giugno 1978

Questa mattina, traversata la chiesa di Saint-Sulpice, la cui semplice vastità architettonica m’incanta: essere nell’architettura – Mi siedo un secondo; una sorta di preghiera istintiva: perché mi riesca il libro Photo-Mam. E poi noto che sono sempre intento a chiedere, a voler qualcosa, sempre tirato in avanti dal Desiderio infantile. Un giorno, sedersi allo stesso posto, chiudere gli occhi e non chiedere niente... Nietzsche: non pregare, benedire.
Non è forse a ciò che dovrebbe portare il lutto?
 


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11 giugno 1978

Il pomeriggio con Michel, messe in ordine le cose di mam.

Cominciato stamattina a guardare le sue foto.

Un lutto atroce ricomincia (ma non aveva smesso).

Ricominciare senza riposo. Sisifo.
 

La madre di Barthes verso il 1903

 


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13 giugno 1978

[...]
Questa mattina, con grande difficoltà, riprendendo le foto, sconvolto da una in cui mam. bambina, dolce, discreta accanto a Philippe Binger (Giardino d’inverno di Chennevières, 1898).
Piango.
Nemmeno la voglia di suicidarsi.
 


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15 giugno 1978

Strano: sofferto molto, eppure – attraverso l’episodio delle Foto – sensazione che cominci il vero lutto (anche perché è caduto lo schermo dei falsi impegni).
 


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16 giugno 1978

Parlando a Cl.M. dell’angoscia che provo nel vedere le foto di mamma, nel progettare un lavoro a partire da queste foto: lei mi dice: forse è prematuro.

Insomma, sempre la stessa doxa (con le migliori intenzioni possibili): il lutto maturerà (cioè il tempo lo farà cadere come un frutto, o scoppiare come un foruncolo).

Ma per me il lutto è immobile, non sottomesso a un processo: niente è prematuro nei suoi confronti (allo stesso modo ho riordinato l’appartamento non appena rientrato da Urt: si sarebbe potuto dire ugualmente: è prematuro).
 


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24 luglio 1978

Lutto
o ϕ

Fotografia del Giardino d’inverno: cerco perdutamente di dire il senso evidente.

(Fotografia: impotenza a dire ciò che è evidente. Nascita della letteratura).

«Innocenza»: che non nuocerà mai.
 


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29 luglio 1978

(Visto un film di Hitchcock, Sotto il Capricorno)

Ingrid Bergman (era verso il 1946): non so perché, non so come dirlo, quest’attrice, il corpo di quest’attrice mi commuove, viene a toccare in me qualcosa che mi rammenta mam.: il suo incarnato, le sue belle mani semplici, un’impressione di freschezza, una femminilità non narcisistica...
 


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11 agosto 1978

Sfogliando un album di Schumann, mi ricordo immediatamente che mam. aveva amato gli Intermezzi (che una volta avevo richiesto alla radio).

Mam.: poche parole fra noi, rimasi silenzioso (termine di La Bruyère citato da Proust), ma ricordo ogni sua minima preferenza, ogni suo giudizio.
 


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18 agosto 1978

Il luogo della camera in cui è stata malata, in cui è morta e in cui abito ora, il muro contro il quale la testiera del suo letto s’appoggiava, vi ho messo un’icona – non per fede – e vi depongo sempre dei fiori su di un tavolo. Arrivo a non voler più viaggiare per poter essere qui, perché i fiori non appassiscano.
 


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22 novembre 1978

Ieri sera, cocktail per i miei 25 anni di Seuil. Molti amici – Sei contento? – Sì, certo [ma mam. mi manca].

Ogni «mondanità» rafforza la vanità del mondo in cui lei non è più.

Senza tregua «mi si stringe il cuore».

Questo strazio, oggi molto forte, nella mattinata grigia, m’è venuto, riflettendoci, dall’immagine di Rachel, seduta ieri sera un po’ in disparte, contenta di questo cocktail, in cui aveva parlato un po’ agli uni e un po’ agli altri, degna, «al suo posto», come le donne non lo sono più e per forza perché non vogliono più aver un posto – una sorta di dignità perduta e rara – che aveva mam. (ella era presente, d’un bontà assoluta, per tutti, eppure «al suo posto»).
 


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22 dicembre 1978

Oh, dire il desiderio profondo di raccoglimento, di ritiro, di «non occupatevi di me» che mi viene direttamente, in modo inflessibile, dalla pena, quasi «eterna» – raccoglimento così vero, che le piccole inevitabili battaglie, i giochi d’immagini, le ferite, tutto ciò che accade fatalmente dal momento in cui si sopravvive, non sono altro che schiuma salata, amara, sulla superficie di un’acqua profonda...
 


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29 dicembre 1978

Avendo ricevuto ieri la fotografia di mam. bambina nel Giardino d’inverno di Chennevières che avevo fatto riprodurre, cerco di metterla di fronte a me, sul mio tavolo di lavoro. Ma è troppo, mi è intollerabile, mi fa troppo soffrire. Quest’immagine entra in conflitto con tutte le piccole, vane lotte, senza nobiltà, della mia vita. L’immagine è davvero una misura, un giudice (comprendo ora come una fotografia possa essere santificata, possa guidare → ad essere rammentata non è l’identità, ma, in quest’identità, un’espressione rara, una «virtù»).

 

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20 gennaio 1979

Fotografia di mam. bambina, di lontano – di fronte a me sul mio tavolo. Mi bastava guardarla, cogliere il tale del suo essere (che mi dibatto a descrivere) per essere reinvestito, immerso, invaso, inondato dalla sua bontà.
 


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18 marzo 1979

 

Ogni volta che sogno di lei (e non sogno d’altro che di lei), è per vederla, crederla in vita, ma altra, separata.
 

Brani estratti da Roland Barthes, Journal de deuil, Paris, Seuil 2009. Traduzione di Marco Consolini.

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