Basaglia e il suo tempo

Franco Basaglia muore a Venezia nel 1980, dove era nato 56 anni prima. Quarant’anni fa esatti, il 13 maggio 1978, due anni prima della sua scomparsa, viene approvata la legge di chiusura delle istituzioni manicomiali, nota come legge Basaglia, benché nel testo, e nelle sue applicazioni successive, non risponda del tutto alle sue idee e ai suoi progetti. Sul piano storico, la legge Basaglia si colloca dopo una serie di provvedimenti che liberano lo psichiatra dalla posizione di “agente di custodia” e lo rendono, sulla carta, “terapeuta”. Si passa, a livello del testo, da una dimensione di contenzione a una dimensione di cura. Nello stesso tempo, a partire dai primi anni Sessanta, nasce l’idea che la cura della “malattia mentale” sia da ridiscutere e che sia da ridiscutere persino l’idea di “malattia mentale”.

 

Basaglia non è solo al mondo, è l’avanguardia di uno Zeitgeist. Lo psichiatra Thomas Szasz (1920-2012), nel 1961, scrive Il mito della malattia mentale. Szasz lavora a quel tempo in una città dello stato di New York che porta un nome singolare, dal sapore antico: Siracusa. È un ebreo ungherese, immigrato negli Stati Uniti nel 1938, scampato allo sterminio. Erving Goffman (1922-1982), sempre nel 1961, scrive Asylum, un’opera di denuncia del trattamento manicomiale. Tuttavia l’opera fondamentale di tutta questa vicenda è La storia della follia di Michel Foucault, recentemente riedita, in edizione critica integrale, da parte di Mario Galzigna, per BUR.

Prima dell’uscita di queste opere, Basaglia, nonostante gli studi medici, ha già una robusta formazione filosofica. Alcuni dicono che i suoi ispiratori principali sono Eugène Minkowski (1885-1972), Maurice Merleau-Ponty (1908-1961) e Jean-Paul Sartre (1905-1980), si dice anche che la sua impostazione psichiatrica sia legata alla fenomenologia. In realtà Basaglia è un grande conoscitore della psichiatria fenomenologica e della filosofia esistenzialista, ma il suo contributo teorico e pratico va ben al di là di queste impostazioni. 

 

Molti psichiatri fenomenologi spostano la sguardo sulla “malattia mentale” dal piano strettamente biologico a quello della vita intesa come forma di esistenza. Tuttavia per i fenomenologi classici si tratta pur sempre di “forme di esistenza mancata”, per citare una formula di Ludwig Binswanger (1881-1966). Per Basaglia invece si tratta della vita, della sua imprevedibilità e della relazione tra ciò che accade e la risposta sociale e comunitaria. In altri termini Basaglia va ben oltre la posizione della psichiatria fenomenologica: sposta lo sguardo psichiatrico e psicologico dalla medicina verso la società, crea una clinica del sociale. 

Marco Cavallo, il cavallo azzurro costruito al tempo dell’apertura/chiusura del manicomio di Trieste, è il simbolo della relazione tra i matti e la società. Da quel momento diventa chiaro che il primo lavoro da fare è decostruire i pregiudizi sociali sulla follia, in particolare su quella parola che ha un potere metaforico enorme: schizofrenia. Marco Cavallo gira per le strade e racconta di come la follia sia parte della vita; racconta, per citare Edgar Morin, la storia di homo sapiens demens. Con Basaglia la clinica diventa clinica sociale della singolarità. In questo contesto, la diagnosi stessa diventa forma di potere. Sulla scorta delle intuizioni di Michel Foucault (1926-1984) il potere e il sapere, in epoca moderna, diventano sinonimi di controllo dei corpi al fine di renderli docili.

 

 

Basaglia è parte di un Rinascimento internazionale che inizia nel 1962 con l’apertura delle porte del manicomio di Gorizia. Un Rinascimento che coinvolge, più ancora dei paesi occidentali ricchi, l’America Latina, e in particolare il Brasile, dove Basaglia tiene una serie di conferenze pubblicate da Cortina: le Conferenze brasiliane. Il pensiero e l’opera di Basaglia in America Latina hanno dato vita a un movimento di salute pubblica di enorme importanza e la sua fama odierna, laggiù, è certamente più forte e viva di quanto non sia qui. Da tempo questo Rinascimento, in Europa e in America del Nord, è terminato. Non sappiamo quando, forse alle soglie di fine secolo, quando Big Pharma rilancia il mercato degli psicofarmaci e riesce a convincere i governi di molti paesi a tenere sotto controllo i medici che non li usano costantemente nel loro lavoro. I medici che, prima di somministrarli, pensano se siano o meno necessari; gli psichiatri che rispettano la volontà dei pazienti quando i pazienti li rifiutano, che non li sottopongono ad amministrazione sanitaria controllata.

 

Oggi, questi medici – “scientifizzati” dall’industria farmacologica – sono a rischio di denuncia. Forse è in questo momento, da quando è cominciato questo fondamentalismo scientista, che il Rinascimento democratico in psichiatria, e in psicologia, tramonta. È possibile oggi far ritornare questo Rinascimento basagliano?

Basaglia non è mai stato un idealista, ha sempre saputo che i farmaci hanno un effetto su chi li assume, il suo problema però è fondare la possibilità di una pratica clinica differente da quella farmacologica, ma anche diversa da quella del comportamentismo condizionante e dalla psicoanalisi classica. Non si tratta di cambiare il cervello, o la consapevolezza, del soggetto, non si tratta neppure di costringerlo a integrarsi (o disintegrarsi) nella società; si tratta della vita, si tratta di dare valore all’esistenza, non riguarda la guarigione da una malattia, riguarda il riconoscimento dell’altro come soggetto degno di rispetto; sempre, anche in caso di reato. Il reato va punito, ma nell’ambito delle procedure garantite dallo stato di diritto, dalla Costituzione, non attraverso la contenzione psichiatrica. L’obiettivo di Basaglia non è mai stato quello di una perfetta utopia libertaria, ma la psichiatrizzazione dei reati ha un sapore totalitario, lo stesso che hanno le cinghie di contenzione appese ai lettini nei reparti di diagnosi e cura.

 

In quegli anni, la scienza psichiatrica era stata messa in crisi anche dalla psicologia sociale. Nel 1973, in piena epoca basagliana, lo psicologo David Rosenham (1929-2012) fece un esperimento: inviò otto persone “sane” in altrettanti ospedali psichiatrici del territorio americano, le persone inviate avevano il compito di dichiarare che sentivano alcune voci; poi, dopo questa dichiarazione, dovevano comportarsi normalmente. Sette di loro ricevettero la diagnosi di schizofrenia, una la diagnosi di psicosi maniaco-depressiva. Quando fu pubblicato l’articolo relativo a questo esperimento, lo psichiatra direttore di un ospedale si offese e sfidò Rosenham chiedendogli di inviare una campione più grande di pazienti, perché in statistica sono possibili errori casuali, ma non errori sistematici. Rosenham disse che avrebbe inviato a quell’ospedale un numero di circa 200 pazienti. Dopo quel periodo, in quell’ospedale, il numero dei “simulatori” crebbe enormemente, ma Rosenham aveva mentito; non aveva mai inviato nessuno. 

Quelli tra il 1960 e il 1980 sono gli anni dello smascheramento del fenomeno che Foucault chiama “potere psichiatrico” (si vedano le lezioni di Foucault del 1973-74 al Collège de France, pubblicate da Feltrinelli). Credo che l’esperimento di Rosenham non sarebbe stato possibile senza l’esperimento sociale ben più ampio dell’apertura del manicomio di Gorizia nel 1962 da parte di Basaglia e di Antonio Slavich (1935-2009). Gorizia è, secondo me, l’evento storico più importante per il mondo della salute mentale; segna la fine del dominio medico sulla follia. La follia torna a essere campo di interesse, al di là della medicina, per la psicologia, l’arte e la letteratura; diventa oggetto di studi per la filosofia, l’antropologia, le scienze sociali. 

 

L’impresa del 1962 a Gorizia coinvolge operatori che vengono da tutta Italia e si stabiliscono nella “città maledetta”: tra gli altri Letizia Comba (1932-2000), psicologa, che aveva lavorato con Ernesto De Martino in Puglia intorno al fenomeno del tarantismo, e il marito Giovanni Jervis (1933-2009); Franca Ongaro (1928-2005), compagna di Basaglia, che ha creato la letteratura basagliana, scrivendo con Franco, correggendo i suoi testi, mantenendo una propria autonomia di scrittura, che va oltre l’esperienza basagliana in senso stretto. Gorizia: un po’ dimenticata, e messa da parte, a favore di un’esperienza più stabile e, oggi, istituzionale: Trieste.

Un autore che dà lo spazio che merita all’esperienza di Gorizia è John Foot nel libro La “Repubblica dei matti”, che ho recensito su queste pagine quando uscì, un paio di anni fa, per Feltrinelli. Nella prima parte del libro si racconta la storia di un collettivo di persone che discute, si scontra e infine si separa. Finalmente la storia del Rinascimento basagliano si trasforma da una sorta di agiografia salvifica, in un dibattito, un confronto tra idee, qualcosa che non è monolitico, qualcosa in cui le donne, non-psichiatre, dicono la loro e influenzano fortemente le pratiche di quegli anni. 

 

In questi giorni sta uscendo, per eléuthera, il libro di Piero Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria. La cronaca dell’esperienza culturale basagliana è di nuovo felicemente raccontata. Soprattutto la distanza, sul piano teorico, di Basaglia da una certa psichiatria fenomenologica. Si scrive di un Basaglia influenzato da Edmund Husserl (1859-1938), il fondatore della “messa tra parentesi” fenomenologica, ma anche, e soprattutto, da Henri Bergson (1859-1941). Bergson, a sua volta, influenzò lo sguardo di Minkowski; uno sguardo controverso perché nel libro Il tempo vissuto, scritto nel 1933, l’ispirazione bergsoniana è evidente, mentre nel testo La schizofrenia, antecedente di sei anni, l’impostazione diagnostico-fenomenologica è ancora marcatamente presente. 

Personalmente, se devo trovare un referente letterario all’opera di Basaglia, lo trovo a oltre un decennio dalla sua prima esperienza goriziana. Non ho alcun dubbio a indicarlo nell’AntiEdipo di Gilles Deleuze e Felix Guattari. È vero, Guattari lavora alla clinica La Borde, che non è certo paragonabile all’esperienza di Gorizia, che in qualche modo è una gabbia d’oro, una clinica no-restraint.

 

A La Borde, insieme a François Tosquelle (1912-1994), ci lavora anche Frantz Fanon (1925-1961), che, oltre a essere uno psichiatra e un militante rivoluzionario africano, firma insieme a Tosquelle alcuni testi sulla possibile efficacia dell’elettroshock, insomma un decolonizzatore della psichiatria, che, come ognuno, vive le contraddizioni di un’epoca e di un contesto. Direi dunque che “nessuno è perfetto”, forse neppure Basaglia, per questo lo ammiro. Ma va dato atto che Guattari, a La Borde, ha fatto un lavoro importante come psicologo anti-psicoanalista. Non aveva potere perché non era medico, è possibile che, se avesse avuto almeno un po’ di potere medico, La Borde avrebbe potuto essere una Gorizia francese, chissà. Dunque la domanda finale di questo saggio è: forse Basaglia ci ha insegnato che a dirigere un centro comunitario terapeutico, dove si incontrano persone che non hanno un’etichetta, non solo diagnostica, ma anche medico-biologica, o di “esperto” in senso psi, ci vorrebbe, che so io… un antropologo, per esempio, magari un antropologo su Marte, un folle, chissà. Un Antonin Artaud, una Camille Claudel, un Daniel Paul Schreber, una Lucia Joyce, un’Alda Merini; qualcuno che l’esperienza del manicomio l’ha vissuta da dentro, non da fuori. Questo accadrà in un nuovo Rinascimento, che accadrà solo se riusciremo a fermare la fine del mondo.

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