Bisogna bruciare Siti?

«“Mettermelo in culo”, disse, con tranquilla innocenza, Ernesto»: così risponde un ragazzino sedicenne, nella Trieste del 1880, a un uomo adulto che gli ha fatto capire le sue intenzioni erotiche e gli ha dichiarato, in dialetto, e usando un rispettosissimo pronome di terza persona, «non sa cosa mi piacerebbe tanto farle?». La forza eversiva, scandalosa, della battuta, circondata da un’aura che si percepisce ancora oggi, composta dalla magica rarefazione del dialogo, della situazione imbarazzante, della differenza di classe (Ernesto è colto, di famiglia medio borghese, il bracciante è povero, usa quasi sempre la lingua del popolo), non sta certo nel termine usato e nell’atto che presuppone. Nell’Italia del 1975, quando esce il romanzetto di iniziazione scritto da Umberto Saba durante un soggiorno in clinica più di vent’anni prima, e mai pubblicato, il termine e il verbo hanno di sicuro perso forza e peso. E qualcuno potrebbe sempre rifarsi allo stesso atto che Lawrence mette in scena tra la consueta e ormai desueta Connie Chatterley e il guardiacaccia, oppure contare quanta frequenza ha lo stesso atto in una pagina di Sade, dove, come insegna Barthes, il coito anale ha uno specifico valore filosofico, in quanto sovverte le leggi naturali tanto detestate dai filosofi libertini. Le strategie usate in circostanze diverse per circondare di un cordone sanitario robusto l’atto sodomitico fanno parte della storia della cultura.

 

Lawrence stesso, nel difendersi dall’accusa di pornografo, dovette ricorrere a una complessa ricostruzione storica che risaliva fino al momento in cui “flusso sessuale” e “flusso escrementizio”, rigorosamente separati, iniziavano a contaminarsi. Così come, secondo il tribunale vittoriano, la colpa del guardiacaccia stava nell’aver contaminato la mente della bella Connie insegnandole parole proibite.

Le idee di Lawrence intorno a sesso e contaminazione escrementizia vengono ricostruite con grande puntualità dal premio Nobel J.M. Coetzee: «Non esiste forse un rapporto diretto fra lettura, curiosità e fiuto per ciò che è sporco?» (Pornografia e censura, Donzelli, 1996). E anche ammesso che Lawrence immaginasse per la sua Lady una rinascita di liberazione dalle convenzioni, un trascendimento dei valori borghesi attraverso la vittoria sulle paure e sui tabù legati alla sessualità, «il tabù viene davvero eliminato una volta che è stato trasgredito?» si chiede Coetzee, che cita subito un immancabile Bataille: «La frequenza e la regolarità della trasgressione non ledono l’intangibile stabilità del divieto, perché ne sono anzi il complemento».

 

L’azione che suona così esplicitamente cruda e irriverente nella bocca dell’adolescente Ernesto ritorna, con un rimando altrettanto diretto, nella mente di Leo, giovane prete diciannovenne che si trova in un campo estivo con alcuni ragazzini e sente la spinta del desiderio erotico per Maicol, nove anni, che lo invita a dormire con lui nel sacco a pelo. Dopo aver rifiutato, Leo combatte per tutta la notte col desiderio, al mattino ritrova la lucidità e capisce che Dio comunque lo attende, che la sua vocazione può procedere. E allora, coraggiosamente, ricorda le parole senza via d’uscita del Vangelo di Matteo (5.21-37): “il vostro parlare sia sì sì, no no; il di più proviene dal Maligno”. Leo (e la regola vale per tutta la sua esistenza) non riesce a «cincischiare in malafede con gli eufemismi». Il verbo giusto per definire quello che desidera dal ragazzino è “incularlo”.

 

Siti ci ha sempre abituato a un parlare che risponde al principio del “sì sì, no no”. Ora ci fa ascoltare anche il “di più” che viene dal Maligno, più volte evocato nel romanzo, secondo un modello che lo stesso autore fa risalire al Thomas Mann del Doctor Faustus (che era un esorcismo contro il nazismo attraverso l’allegoria della musica). Bruciare tutto è l’opera con cui Siti dimostra che la “exit strategy” del romanzo precedente in qualche modo ha funzionato. Là era annunciato: «Nel pomeriggio in biblioteca leggo breviari e libri di teologia, il protagonista del mio prossimo romanzo sarà un prete». E la scena finale si svolgeva al Famedio, nel cimitero monumentale di Milano, dove Walter vuole interrogare –senza successo– la tomba di Alessandro Manzoni.«Chi non sarà in emergenza non avrà diritto di parola» risuona il motto che Walter si immagina di ricevere come risposta, anche se poi deve accontentarsi di cadere in ginocchio di fronte a una croce e pregare «senza sapere Chi». Dunque una crisi religiosa apriva due anni fa lo spiraglio attraverso il quale oggi esce don Leo. E, risalendo indietro al 2006, Troppi paradisi finiva con l’assunzione di adultità da parte di Walter, che affermava orgogliosamente (e ironicamente): «Ora che Dio mi ama, non ho più bisogno di esibirmi».

 

La tecnica di Siti prende oggi una nuova forma, e bisogna partire forse di qui per capire meglio l’approdo alla figura del prete e al nodo che si stringe sul tabù della pedofilia. Finora Siti ha costruito un racconto indagando dentro mondi diversi con lo strumento di un personaggio che lui ha ritagliato su se stesso. La sua operazione (prendo l’immagine che Pasolini usò per Volponi) consiste nel sovrapporre due superfici trasparenti sulle quali si trovano disegnate due tipologie di forme diverse: da una parte la condizione esistenziale e psichica dell’omosessuale maschio maturo, dall’altra i mondi differenziati che questo omosessuale si trova ad attraversare (università, palestre, società romana sia alta che media, televisione). Il diritto di parola Siti se lo prende proprio nel favorire l’eccezionalità che nasce dal disegno inaspettato prodotto dal contatto tra le due lastre. L’omosessualità, proprio perché esibita, provoca il bisogno di una parola “vera” da mettere in contrasto irrisolvibile con le parole che circolano dentro i mondi frequentati e riprodotti da Siti. Saba aveva scritto la battuta di Ernesto pensando a una liberazione da lui raggiunta a fatica con la complicità di Freud e Nietzsche. Siti ha messo ripetutamente in scena un se stesso in “stato di emergenza” per ansia di inseguimentodella verità (la verità su di sé, innanzitutto, e conseguentemente la verità sui mondi che lo circondano). Da qui due delle forme più esplicite dello stile di Siti: lo scambio dialogico intrecciato fittamente per creare un effetto di confusione, dove spesso domina la parola falsa del quotidiano, e il motto caustico, sapienziale, cinico (sempre in bocca al protagonista) che vuole smascherare le opinioni diffuse per sgonfiarle.

 

Per condurre questa operazione fino in fondo, e per darle una forza inesauribile, Siti ha dovuto creare Walter Siti, cioè il suo doppio che gestisce il racconto e agisce in quasi tutti i romanzi. Questo Siti “finto” in realtà ha un peso specifico molto superiore a quello di un personaggio letterario, dal momento che la sua carne e il suo sangue hanno qualcosa del Siti “vero”. Qualcosa: non importa quanto, basta “qualcosa” per creare il cortocircuito che fa saltare in aria le convenzionali distinzioni tra autore, narratore, personaggio. Siti li ha compressi in un’unica sagoma, ne ha ricavato un millefoglie finto-vero, o vero per eccesso di finzione. Tanto che lui stesso può giocare sulle continuità tra un romanzo e l’altro, facendoci seguire le vicende di un Siti che si sviluppa nel tempo, che si innamora, si perde dietro un culturista in disarmo e cocainomane, si rovina per assecondarne i desideri, si sottopone a un intervento di chirurgia plastica al pene ecc. ecc. Alla fine, trasferendosi da Roma a Milano, Siti rinuncia ai troppi paradisi e si converte a un amore come tutti, accettato nella sua quotidiana medietà. Incontra Gerardo, si libera a fatica degli ultimi sussulti di desiderio infinito (il corpo dei culturisti) e scopre la vita privata («in entrambi i sensi del termine, come aggettivo e come participio passato»).

 

Al termine di Troppi paradisi, il romanzo dedicato alla finzione assoluta implicita nel reality televisivo, Siti dichiarava di sentirsi finalmente nato, cioè capace di affrontare il mondo con la consapevolezza di un nuovo rapporto tra sé e la realtà. Exit strategy è il diario conseguente a questa rinascita, dove ancora una volta viene messo in scena il bisogno di uscire dal ruolo di personaggio che ormai gli sta stretto, come la cornice del quadro da cui tenta di scappare il ragazzo dipinto a fine ottocento da Pere Borrell e messo in copertina.

 

Ora, in Bruciare tutto, Siti crea don Leo Bassoli dandogli la completezza di un personaggio che si muove nel mondo con la stessa rabbia, le stesse paure, il bisogno di affetto, l’aggressività che contraddistingueva il Walter Siti dei romanzi precedenti. Tutto quello che prima era una complessa strategia per raggiungere l’infinità del corpo maschile, ora diventa un ininterrotto tormento per mantenere vivo un corpo a corpo con Dio. «Non posso dire di volerti bene, ora, anzi provo verso di te un’inticchia di risentimento (come tu verso di me); ma sei nato dalla mia testa, senza sdolcinatezze ci apparteniamo e siamo obbligati, lo sai»: la dichiarazione di Siti autore, posta nel passaggio tra capitolo quarto e capitolo quinto, quando siamo condotti a scoprire qualcosa di importante del passato di don Leo, rivela il rapporto di paternità che lega l’autore al suo personaggio. Siti è un “padre” che riconosce (lucidamente) la necessità di questo rapporto, ne sottolinea l’obbligo, cioè il legame ormai necessario, inscindibile. Però, e questo rende complessa la narrazione, don Leo risponde solo a metà alla giurisdizione del suo padre creatore, per l’altra metà deve rispondere a un altro Padre, e con questo Padre è in continuo conflitto, in un dialogo che sembra fatto più di rabbia che di amore, anzi: un dialogo dove la rabbia e l’amore sono la stessa cosa. Per Leo essere prete significa innanzitutto cercare di agire per far fronte al dolore degli altri, offrire agli altri se stesso in un sacrificio che non concede sosta (la balbuzie è l’unico segnale che frena la sua lingua quando i discorsi degli altri prendono d’assedio il suo segreto). Complementare all’azione è l’estasi (trasumanar e organizzar): annullarsi nel mondo significa fare spazio alla presenza di Dio, aprire in sé quel vuoto dove solo Dio può abitare.

 

La vita di Leo, che è arrivato non a caso a trentatré anni, si svolge all’insegna di un’immagine assoluta che viene da Clemente Rébora: «Solo calcai il torchio: / con me non c’era nessuno: / calcavano su me tutti». La solitudine nell’annullamento, la sensazione di stringere un torchio sotto il quale ci si sente stritolati. Questo è Leo. Siti ha sentito il bisogno di creare un figlio a volte incomprensibile che a sua volta si contorce nel rapporto con un Padre incomprensibile («l’incomprensibile amore del Padre» è il verso con cui si chiude la poesia di Rébora, prima dell’invocazione a Gesù).

 

Nel rapporto di Leo con il mondo si concentra fino allo spasimo il rapporto che Siti ha sempre instaurato con i suoi personaggi: amarli fino al punto di assumere la loro lingua, e nello stesso tempo avere la consapevolezza che è quasi impossibile ricevere in cambio da loro quello che a loro viene offerto. La Milano di Leo è la Milano del nuovo quartiere Gae Aulenti, della torre Unicredit, dei migranti, dei poveri, dei centri di accoglienza, dei bambini maltrattati, delle intellettuali esaltate, dei ricchi costruttori, delle famiglie impossibili. Tutti coloro che girano intorno a Leo gli offrono spudoratamente esempi di rapporti distorti. Fermo, il prete anziano e saggio, vive una segreta avventura con la perpetua Adua (come si diverte Siti a giocare ancora con Manzoni!), la ricca Matilde ha perso il figlio Sebastiano e si consuma nell’esaltazione di mantenerne nel presente la memoria, Duilio e Federica aspettano un figlio che non nascerà, Bianca e Adolfo attraversano una violenta crisi coniugale che si ripercuote sulla pelle del figlio Andrea. E di nuovo, con la coppia omosessuale di Roberto ed Emilio, dedita a pratiche sadomaso ormai sbiadite nella continuità, Siti ripresenta la ricaduta nel quotidiano che aveva creato una pausa pacificatrice nel romanzo precedente (a Roberto ed Emilio sono lasciate le ultime tre pagine del racconto, con un viaggio esotico e una passeggiata sotto gli occhi inquietanti di un lucertolone tropicale che ricorda l’occhio spalancato del pesce mostruoso al termine della Dolce vita di Fellini).

 

 

Don Leo è un prete che attira sulla sua parrocchia «gli squilibri». I conflitti interni al mondo ormai irredimibile del consumismo e della falsificazione, con cui Siti aveva combattuto dal di dentro, anche assumendone le nevrosi (desidero tutto, e lo desidero nel corpo finto di un escort culturista, che a sua volta riassume in sé tutti i desideri possibili di un Occidente che consuma tutto), diventano ora l’oggetto della lotta di un prete che vuole agire e che parla una lingua diversa, la lingua della verità, quella che non si concede mediazioni o ipocrisie. Don Leo può bestemmiare Dio, se è necessario farlo per andare fino in fondo alla sua ricerca. Ma è Dio stesso che gli dice di andare avanti, di uscire dai cunicoli, dal momento che la rivoluzione non è affidata alle talpe ma alla allodole (Marx? Nietzsche? San Paolo?).

 

Bisogna dunque mostrarsi alla luce del sole, esibire la propria diversità, affrontare il mondo. E don Leo lo può fare grazie a una forza e a una superiorità intellettuale senza paragoni. Alla quale non può non corrispondere quella del suo inventore. «A Leo piacciono i bambini». La rivelazione arriva improvvisa, nel capitolo quinto, e Siti la accompagna con una nota dove vuole puntualizzare: «Il desiderio erotico di cui qui si parla è, più ancora dell’incesto, l’assoluto tabù della nostra epoca». Non c’è niente che venga nascosto, non ci sono sotterfugi o strategie ipocrite. La nota non serve a renderci consapevoli che la pedofilia è un tabù, non ne abbiamo bisogno. Questa nota, come tutte le altre che accompagnano il racconto, ha la funzione di farci sentire la presenza dell’autore. Siti vuole che leggendo ci sentiamo accompagnati dalla mano di qualcuno che ci rassicura. Lo dice lui stesso nella nota finale. Il suo modello è ancora Thomas Mann, e la tecnica è quella con cui si affronta il Male (Satana, qui esplicitamente più volte evocato) proprio per tenerlo alla giusta distanza. Nella pornografia questa tecnica non è prevista, come non è prevista in tutte quelle occasioni di pornografia dei sentimenti con cui ogni giorno ci viene messo sotto gli occhi “il dolore degli altri”. Siti è un narratore, un narratore vero, e conosce benissimo gli strumenti necessari per costruire una rappresentazione che non si consuma rapidamente nella chiacchiera, ma che produce domande fondamentali e sa scardinare false sicurezze.

 

Siti aveva già affrontato il tema della pedofilia nel ritratto di un personaggio di Troppi paradisi, Alfredo, un uomo dolce e infelicissimo che si suicida proprio per liberarsi dalla sua ossessione. E là, nel presentare Alfredo, Siti aveva esplicitamente affermato, attraverso il suo alter ego: «Lo so che non dovrei mai parlare di pedofilia, perché alla fine dò l’impressione di stare dalla parte dei pedofili». La radice di Leo è qui: poter parlare di un argomento tabù senza dover giustificare il fatto di “stare dalla parte di”. Thomas Mann aveva parlato della Germania nazista attraverso il patto tra Adrian Leverkuhn e il Diavolo, e non “stava dalla parte di”.

 

Il privilegio di un narratore come Siti è quello di chi può permettersi un’operazione simile solo perché la ha preparata, romanzo dopo romanzo, negli anni precedenti. Il fastidio e le reazioni moralistiche prodotte da Bruciare tutto non nascono dal fatto che viene messa in scena una sessualità distorta. Anche perché questo, se si vuole fare un banale computo di pagine, è il romanzo più casto di Siti. L’unica scena in cui viene raccontato un rapporto sessuale tra Leo e un bambino, Massimo (esperienza che precede la sua ordinazione, risale al 2003 e si svolge a Roma) ha la compostezza e la nettezza richiesta dalla tecnica degli esercizi spirituali, è un quadro della memoria con cui ci si purifica dal passato rivivendolo. Il Massimo ragazzino, non per niente romano (attraverso di lui Siti recupera una lingua popolare abbandonata per il dialetto milanese) è in cerca di un adulto che sappia ascoltarlo. Quando sale a Milano per rivedere Leo dopo più di dieci anni, è ancora un ragazzino sperduto. Non gli è stato concesso crescere malgrado gli incontri d’amore (eterosessuali) e le esperienze fatte. Con lui, a Leo ritorna il vuoto dell’infanzia che non trova risposta nel mondo degli adulti. La ferita che Leo si è procurato incidentalmente durante quel primo e unico rapporto sessuale non si è chiusa, anzi ha preso le dimensioni dell’intero corpo di Leo. Leo è un uomo il cui corpo è un’unica ferita, un uomo che ha ricoperto con le fasce dell’intelligenza piaghe ormai cancerose. All’esterno tutto questo non è visibile, la tonaca lo copre e lo protegge come un’astronave protegge i viaggiatori nello spazio, consentendo loro di respirare là dove non c’è ossigeno. «La rieducazione di entrambi (di Massimo e sua) alla presenza di Dio sarebbe stata la strada giusta»: forse a qualcuno che sta scrivendo in questi giorni questa frase è scappata?

 

 

Quando Leo pronuncia la sua ultima omelia, la terza, ormai impostata su una forza visionaria che lo sta staccando da terra, il narratore –con la premura che lo caratterizza– scrive nella nota 40: «Caro Leo, qui è il tuo inventore perplesso: non so fino a che punto devo prenderti sul serio quando parli così». Il prete raggiunge qui un vertice che ha la sua origine nel pensiero leopardiano: «l’universo non si conclude col genere umano, e tanto meno l’Essere si conclude con l’universo». Il Siti narratore decide che è il momento di abbandonare Leo, di fargli compiere da solo l’ultimo pezzo di strada: «Forse ormai, più che il mio alter ego, sei la mia spettrale proiezione – simile a quella che le radiazioni nucleari stamparono sui muri di Hiroshima» (l’immagine è stata usata da Moravia per il suo ultimo romanzo, La vita interiore).

 

In Leo si rispecchia il “legno storto” dell’umanità. Un legno storto che («in un altro luogo lontanissimo») potrebbe diventare radice, cioè dare origine a una nuova visione del mondo. Del resto, come dice bonariamente Fermo, riprendendo una frase di sapore evangelico che nasce dal terreno tranquillo di una fede conciliatrice, «siamo tutti frutti guasti». Ma a Siti non è sufficiente riversare su questo figlio rabbioso e sofferente la rabbia e la sofferenza di cui era portatore alcuni anni fa il suo Walter Siti personaggio. Leo è un figlio che non può trovare conciliazione con il Padre, qualunque esso sia. Quando Leo decide di morire, lo fa abbandonando Milano e tornando a Roma, la città che Siti ha abbandonato per dare una svolta alla sua opera, e alla sua vita. Il luogo che Leo sceglie per attuare il suo sacrificio attraverso il fuoco, è un luogo abbandonato, arcaico, una discarica paludosa che sembra fuori dal presente. Si ripete qui l’olocausto che lo stesso Leo aveva immaginato in uno dei suoi esercizi spirituali, il sacrificio di Abramo che sa di dover «bruciare tutto» per non lasciare tracce del corpo di Isacco. Abramo ha deciso che si addosserà la colpa di questo atto di fronte al figlio, per mettere al riparo Dio da ogni sospetto. Quando Leo si dà fuoco e brucia interamente «il rancore di una vita», il narratore osserva, tra parentesi: «Nessun padre da invocare». Questo olocausto non rientra in un disegno divino, non ha altre giustificazioni se non quelle che si muovono nella mente esaltata di Leo.

 

Ma Siti aveva bisogno di creare un altro figlio sofferente, e farne di nuovo il testimone di un’umanità distorta. Questo secondo figlio è Andrea, il terzo ragazzino (dopo Maicol e Massimo) che entra nell’orbita del desiderio di Leo. Entra però di sua volontà, senza che sia Leo a cercarlo né a volerlo. Andrea è un «cucciolo senza padrone», gettato nel mondo di due adulti che se lo contendono per quella malvagità (la malvagità vera) di cui solo gli adulti sono capaci quando diventano genitori. Anche Andrea, come Leo, è aggressivo per mancanza di amore. Anche lui avrebbe bisogno di una casa solida, se non di una Chiesa solida. Se Leo non pensasse alla sua condizione di figlio mai appagato, forse potrebbe aiutare Andrea nella sua ricerca. Forse potrebbe compiere con lui un percorso pedagogico salvifico.

 

Sembra però che Siti abbia molti dubbi sulla possibilità concessa oggi agli uomini di diventare adulti. In questo romanzo quasi tutti muoiono perché non riescono a farei conti con una mancanza dalla quale vengono segnati. Non è un caso che un ragazzo di Manila, quando Leo compie la sua breve esperienza di maestro, reciti storpiandoli i primi versi di “A Silvia”, cioè del canto in cui la giovinezza si consuma su un limitare e avvizzisce. Questo blocco della crescita, la condizione di eterna immaturità di cui Pasolini si faceva vanto in opposizione al mondo degli adulti, in Siti acquista un aspetto drammatico. Si tratta dello stesso problema di cui ha parlato Edoardo Albinati nel romanzo saggio La scuola cattolica, un racconto sugli anni settanta dove i preti hanno un ruolo fondamentale, soprattutto perché sono i preti di una Chiesa ipocrita e connivente con un’Italia borghese. E bisognerebbe forse notare un’altra serie di risonanze che si creano tra questi due romanzi: il tema della famiglia borghese, la vocazione, le tecniche pedagogiche come dominio sulle pulsioni, l’emergere della violenza stessa là dove sembrava essere per sempre tenuta sotto controllo, l’elaborazione del desiderio erotico come percorso accidentato attraverso il quale si può diventare eterosessuali o omosessuali (e non cambia molto). Gli adolescenti di Albinati diventano uomini portandosi dietro l’ombra di oscuri riti di iniziazione che possono sfociare nella violenzae nello stupro. Il delitto del Circeo rappresenta il debito di sangue che una classe sociale paga per riscattare il futuro dei propri figli lasciandoli apparentemente sani e intatti, anche se poi uno di loro (il più intelligente) è ossessionato dal bisogno di annullare quel mondo con il fuoco, e un altro dal bisogno di salvarlo con la scrittura.

 

 

In Siti, solo Ettore, un novizio ventenne, ha il privilegio di avviarsi verso l’età adulta. Un fratellino morto gli ha aperto il varco per crescere. Per Leo, l’infanzia «è un labirinto in cui si torna sempre allo stesso punto». Il piccolo Andrea sembra essere fuori da questo labirinto grazie a un’intelligenza sviluppatissima e anomala, ma vi ricade dentro e si trova chiuso in una trappola dalla quale si esce con la morte.

 

«Posso toccarti il pisello?» è la frase che Andrea pronuncia, con tutta la tenera violenza (e non l’innocenza) di cui è capace un bambino, cercando un rifugio nel corpo di Leo. Ancora una volta, lo stesso rifugio che Leo cerca spasmodicamente in un altro corpo. Un rifugio impossibile per Andrea, dal momento che Leo è occupato dal vuoto di un’unica ossessione, quella che lo spinge a interrogare la voce del Padre. Siti ha deciso che il destino di questi due figli deve essere simile. Entrambi devono affrontare un sacrificio da consumarsi dentro un mondo fatto solo di immagini false, di barbagli inutili, di abbacinamenti pubblicitari. Il figlio adulto è cresciuto nella pòlis infetta per ripetere con disperazione le sue urla di rabbia e di dolore. Il figlio bambino ha ottenuto pietosamente il privilegio di non crescere, esattamente come l’Useppe di Elsa Morante, che muore perché conosce il Male. La pagina del monologo interiore di Andrea nel momento in cui si uccide basterebbe da sola a dare al romanzo di Siti il valore che si merita. Che è un valore letterario in primo luogo, e poi profondamente etico in quanto letterario. Il bambino pretende dal prete una pienezza d’amore che è simmetrica a quella che il prete cerca in Dio. Da questa simmetria nasce l’impossibilità di un rapporto reale tra loro due, che si potrebbe realizzare solo se Leo riuscisse a insegnare ad Andrea quella famosa differenza «sì sì, no no», cioè la capacità di distinguere e di separare, che è la base di un pensiero adulto.

 

Il fatto che intorno a Bruciare tutto stia crescendo uno steccato ogni giorno più fitto di discorsi giudicanti, un bla bla di ipotesi e deduzioni che prescindono dalla lettura attenta del libro, è la dimostrazione che il romanzo non dà fastidio perché parla di una sessualità distorta o di un tabù. Il fastidio nasce dal fatto che quel tabù non viene liquidato con le modalità scandalistiche di un dibattito televisivo. Dal momento che leggere Siti è difficile e richiede attenzione, se si affronta la fatica e si legge con attenzione la storia di Leo si capisce che quella storia riguarda tutti. E questo dimostra che qualche volta la letteratura ha qualcosa da dire.

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