Black Mirror non parla del futuro

Una settimana fa ho ricevuto una notifica sul cellulare mentre stavo correndo. Netflix mi annunciava che era disponibile la (tanto attesa) terza stagione di Black Mirror, la serie inglese scritta da Charlie Brooker, per la prima volta prodotta da Netflix.

 

Alcuni giorni dopo, è uscito su Rivista Studio, un articolo che stroncava la nuova serie, affermando che le distopie immaginate nei nuovi episodi erano troppo banali e, soprattutto, secondo l’autore, “A dirla tutta, non sembrano esserci veri segni tangibili, né tantomeno avvisaglie, di imminenti distopie”. Come a dire, le distopie di Black Mirror non vanno prese sul serio, sono troppo radicali, non si avvereranno mai, i social media non ci rinchiuderanno in una prigione di vetro come racconta la serie.

 

Per sostenere questo argomento, l’autore porta l’esempio di un’applicazione, Peeple, che assomiglia a quella protagonista del primo episodio della nuova serie, in cui “una ragazza vive in un futuro non molto lontano in cui le persone vengono valutate – e ottengono rilevanza ed eleggibilità sociale – in base ai voti degli altri utenti di un sinistro social network che ha penetrato ogni piega della vita quotidiana”. L’autore nota giustamente che Peeple non ha avuto fin qui molto successo e che quindi il futuro immaginato da Black Mirror è troppo irreale, gioca col meccanismo della paura e dell’ansia generata dai social media col solo fine di tenerci incollati davanti alla tv.

Poi finalmente ho visto la prima puntata, Caduta libera. E alla fine, mentre scorrevano i titoli di coda ed ero quasi in lacrime di fronte alla prigione di vetro in cui veniva rinchiusa la protagonista, colpevole di aver ricevuto troppi rating negativi, ho cominciato a pensare che forse la vera chiave di lettura di Black Mirror non è la science fiction, non è l’esercizio di immaginazione di una società distopica dovuta alla pervasività delle nuove tecnologie digitali e di connessione. No, la nuova serie di Black Mirror non ci parla di un futuro possibile, non è collocabile in un tempo prossimo al nostro. Black Mirror ci parla del passato e del passato fuso nel presente.

 

La storia della protagonista imbrigliata in una società dove tutte le persone che incontriamo hanno un punteggio visibile da tutti e dove il nostro raggio d’azione è determinato da questo punteggio non solo è possibile che accada in futuro, ma, al contrario di quanto sostiene Rivista Studio, è già accaduta.

La storia di Caduta libera è la nostra storia, è una metafora spinta dei meccanismi sociali che governano le interazioni da questo lato, occidentale, del mondo.

 

Il cinismo col quale viene ripagata la sfortunata damigella d’onore, colpevole di avere un punteggio troppo basso per la media degli invitati al matrimonio della sua “migliore amica”, è il cinismo con il quale viene accolta qualsiasi persona che tenta una scalata sociale che non può permettersi.

I punteggi che volteggiano nell’aria sopra le teste delle persone protagoniste del primo episodio non sono una distopia forse possibile in futuro. Quei punteggi esistono già, ce li portiamo appresso da quando siamo nati, sono il nostro personale fardello, la nostra carta di identità sociale: non hai le scarpe giuste? I tuoi compagni di scuola ti mettono in un angolo. Non hai il motorino a 14 anni? Le ragazze ti preferiscono il tuo compagno di banco. Non hai i soldi per studiare fuori casa e prendere una laurea in un’università rinomata? Non intreccerai mai relazioni sociali con individui connessi ad altri individui dalle vaste e potenti reti sociali, e il tuo punteggio non salirà velocemente. I tuoi genitori non si prendono cura di te e arrivi a scuola con i capelli spettinati e un po’ sporco? Vorresti andare a letto con la tua compagna di classe ma vieni da un quartiere di periferia e lei vive in centro? Lei non te lo lascerà mai fare. Avresti bisogno di un prestito dalla banca ma non hai pagato le ultime tre bollette? Il tuo punteggio scende, mio caro, mi spiace. Niente prestito, niente ragazza dei piani alti, niente amici dai genitori amorevoli che organizzano feste per ogni micro-evento dei propri figli.

 

 

Caduta libera è la storia della parabola discendente di una giovane ragazza che aspira a una vita più agiata e spera che le persone che conoscerà al matrimonio della sua amica le apriranno le porte di una società superiore, dove tutti hanno un punteggio più alto di 4.5. Nella sua scarna sinossi questa storia non ci ricorda alcun futuro distopico; al contrario, potrebbe essere la trama di uno dei romanzi di Honoré de Balzac, tipo Illusioni Perdute. La storia scritta da Brooker non è che la classica traiettoria di chi, dalla provincia del mondo (qui provincia è intesa come il luogo della subalternità in generale), aspira a entrare nell’alta società di Parigi e per farlo deve aumentare la sua reputazione. La storia delle interazioni sociali del mondo occidentale è una storia che potremmo definire reputazionale, fondata sul trading, sul commercio di reputazione. Il fatto che questo commercio, in futuro, potrebbe diventare più oggettivo e standardizzato grazie ad una app in grado di valutare i nostri comportamenti online e offline, non è che un ulteriore, piccolo passo, di un meccanismo sociale implacabile e immanente nelle società capitaliste.

Più tardi di Balzac, ma sempre più di cento anni fa, nel 1902 il sociologo Gabriel Tarde, teorico del pubblico, scriveva:

 

La gloria di un uomo, come la sua credibilità e la sua ricchezza (…) sono forme di “quantità” sociali. Sarebbe interessante se, attraverso qualche ingegnosa statistica, potessimo ottenere una misurazione di questa singola quantità per ogni tipo di celebrità. Il bisogno di un gloriometro è sentito con una certa chiarezza dal momento che si stanno moltiplicando forme di popolarità di ogni tipo e che, nonostante il suo carattere effimero, la fama permette di acquisire un formidabile potere, comportandosi come una merce per la persona che la possiede, mentre per la società è un’illuminazione e una fonte di fede (…) La Fama è una componente della gloria; può essere misurata dal numero degli individui che sono a conoscenza dell’esistenza di un uomo o delle sue gesta. Ma l’ammirazione, una componente non meno essenziale, è una qualità molto più difficile da misurare. Dovremmo metterci a contare il numero degli ammiratori, per poter calcolare l’intensità della loro ammirazione e inoltre tenere in conto il differente valore sociale dei singoli ammiratori.

(Gabriel Tarde, Psicologia Economica, 1902, pp. 70-71).

 

Ecco, quel “gloriometro” immaginato da Tarde nel 1902 è stato attualizzato da Black Mirror nel mondo della fiction, ma ancora prima, già alcuni anni fa, da app come Klout o Peeple, e recentemente, da un’azienda cinese, che ha creato Sesame credit, un programma di rating del consumatore che il governo cinese vorrebbe implementare a partire dal 2020. Se così fosse, a seconda del rating che una persona accumula (dovuto ai suoi comportamenti sia morali che di consumo), potrebbe avere accesso più o meno facilmente a mutui e visti per altri paesi esteri e altri benefit.

 

 

Il principio alla base di queste app è che non siamo tutti uguali, che la nostra storia passata costruisce la nostra reputazione futura e che in base a questa avremo accesso a minori o maggiori possibilità nella nostra vita. È l’alba di un mondo governato da un regime di vita asfissiante e totalitario, dove la competizione, tipica delle logiche di mercato, ha invaso ogni singolo secondo delle nostre vite. In questo mondo siamo tutti diventati imprenditori di noi stessi (come scrivevo in questo pezzo due anni fa), costantemente dipendenti dalle fluttuazioni di mercato del nostro capitale reputazionale.

Questo mondo, per fortuna, non esiste ancora nella sua completezza e nella sua spietatezza, ma è il mondo che abbiamo costruito finora, anche senza tecnologia.

 

Non è la tecnologia, né la rete, né internet, né il telefonino, a ridurci a galli da combattimento nell’arena reputazionale, ma le logiche di mercato che via via si prendono sempre più brandelli della nostra vita attiva, si mangiano frammenti di libertà per trasformarli in merce, in transazioni economiche.

Il futuro di Black Mirror non è che il il passato che ci portiamo scritti addosso da quando abbiamo aperto un conto in banca e ci hanno iscritti a scuola.

Non c’è niente di futuristico nella visione di Brooker. Non c’è niente di più nuovo di una trama ottocentesca di un romanzo francese. Ed è per questo che Black Mirror ci spaventa così tanto, per il fatto che ci mostra il passato da dove veniamo in maniera così limpida (perché estremizzata). Non sarà la tecnologia a renderci schiavi, non c’è un messaggio luddista in Brooker, sarà la società di mercato con le sue logiche aumentate da tecnologie non regolamentate a trasformarci in schiavi del moderno gloriometro. La società uscita dalla crisi del 2008 è una società sempre più socialmente immobile, socialmente frammentata, dove la ricchezza è sempre meno redistribuita (“leggi Piketty e poi muori”) e sempre più sotto controllo. Come al solito, guardiamo al dito e non alla luna.

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