Bob Dylan e la vizza corona di alloro

Più che una sorpresa, il Nobel per la letteratura a Bob Dylan mi è sembrato un déja-vu. Da anni la cosa era nell’aria, e prima o poi doveva succedere. Doveva succedere, perché era già in sé una notizia. Anche i commenti, le prese di posizione pro e contro e le loro argomentazioni (soliti discorsi su Omero, Saffo, i trovatori…) sono quelli che si potevano immaginare prima ancora che i media dessero loro corpo.

 

La questione resta sempre la stessa: è poesia, la canzone, o non lo è? Che palle. Fino agli anni Settanta del secolo scorso, il problema non si poneva: gli steccati tra i generi e i loro rapporti gerarchici sembravano un fatto acquisito e indiscutibile. Nella prima metà del Novecento, in Italia, nessuno si sarebbe mai sognato di sostenere che Armando Gill (autore della popolarissima Come pioveva) fosse un poeta paragonabile a Guido Gozzano (a cui si ispirava) o –più tardi– che il testo di Signorinella di Libero Bovio reggesse il confronto con La casa dei doganieri di Eugenio Montale (sto parlando di testi tra loro contemporanei, che svolgono temi molto simili). Nemmeno Bovio o Gill, nemmeno i loro più ferventi ammiratori avrebbero preteso un simile riconoscimento. La cosa, come si direbbe oggi, “non era in agenda”. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso (gli anni del debutto di Dylan, e in Italia dell’avvento dei cosiddetti “cantautori”), e soprattutto negli anni Settanta –appunto- la nascita di una canzone “di qualità” e il suo successo presso un pubblico di consumatori più esigenti attenti e acculturati (quelli della generazione degli accademici di Stoccolma, per intenderci) crearono le condizioni per una progressiva legittimazione culturale della canzone e in genere della cultura pop. I giovani consumatori di canzoni non si accontentavano più di godere tranquillamente, in privato, dei loro prodotti musicali preferiti: sentivano sempre più forte il bisogno di vederli accreditati pubblicamente come arte, cultura. Oggi questo accredito sembra una cosa ovvia, ma in quegli anni non lo era affatto. Quando –ventenne, nei primi anni Settanta- andavo proponendo ai miei docenti universitari una tesi sui recenti sviluppi del folk-rock americano (poi andata in porto, e pubblicata in seguito col titolo Joe Hill Woody Guthrie Bob Dylan), le reazioni erano imbarazzate: come si poteva fare una ricerca seria in un ambito come quello? Fu solo grazie alla fiducia e all’appoggio di Mario Corona e di Mario Maffi che nel 1975 mi laureai in filosofia, alla Statale di Milano, studiando non Husserl o Lukàcs ma Bob Dylan.

 

Il mio intento, comunque, non era quello di sostenere che Dylan fosse a tutti gli effetti un poeta: lo ammiravo, lo cantavo, conoscevo a memoria le sue canzoni, ma non mi sarei mai sognato di metterlo sullo stesso piano, mettiamo, di T.S. Eliot (che Dylan cita in Desolation Row). Pregiudizi? Forse. Non avevo argomenti per sostenere che Eliot fosse “superiore” a Dylan, e del resto la cosa non faceva questione, almeno per me. Mi sembravano semplicemente due modi molto diversi, e non concorrenti, di avere a che fare con la parola. Quando lessi Tarantula, il “romanzo sperimentale” di Bob Dylan, pubblicato in Italia in quegli anni, mi convinsi che il mio idolo avrebbe fatto meglio a continuare a scrivere testi per musica, e a cantarli. Il libro era pretenzioso, fumoso, abbastanza insipido, sostanzialmente illeggibile. Scrivere per la pagina e scrivere “con la voce” sono due cose molto diverse (lo dico anche sulla base di una modesta esperienza personale di autore e cantante di canzoni e poi soprattutto di poesie).

 

Sul Nobel a Dylan si è scatenata una prevedibilissima polemica, che fa parte del gioco, e che a mio parere è anche uno dei moventi del verdetto degli oracoli svedesi. C’è, da noi, chi ha salutato la decisione degli accademici di Stoccolma come un attesissimo e troppo tardivo riconoscimento del valore poetico della canzone in genere (il paroliere Mogol), e chi invece (Valerio Magrelli, poeta) si è scandalizzato del fatto che a ottenere questo premio fosse un artista ibrido, che sostiene i suoi versi con la forza irresistibile della musica e della voce (un caso di “doping” letterario, se vogliamo).

 

Una prima riflessione: dove sta scritto che proprio a Stoccolma si decida per conto del mondo intero che cosa sia la letteratura, e fin dove si estenda? Certo, il premio Nobel è prestigiosissimo, e ha a disposizione cifre da capogiro (assegnate in questo caso a un artista non certo bisognoso di assistenza). Ma chi sono i venerandi sapienti che prendono queste decisioni? Mi piacerebbe bere un caffé con loro, sentire cosa pensano, cos’hanno in testa. Alla fine, chissà, sono umani come un funzionario del nostro Ministero dei Beni Culturali.

 

In passato, il Nobel per la letteratura in Italia è andato –tanto per dirne due- a Giosuè Carducci e a Salvatore Quasimodo, poeti il cui valore è stato decisamente ridimensionato dagli anni. Ungaretti non lo ha mai ottenuto. E se ne potrebbero citare altri. L’Accademia di Svezia è importante e rispettabile, figuriamoci, ma forse non è da lì che dobbiamo aspettarci l’ipse dixit sui valori letterari mondiali.

 

Seconda riflessione. Sono convinto che a Dylan importi ben poco del Nobel (andrà a ritirarlo? vedremo); il riconoscimento svedese della sua opera, in realtà, è avvertito come una clamorosa riscossa soprattutto da quelli –pubblico, critici, artisti- che da anni reclamano una definitiva consacrazione della canzone come poesia. Ma io dico: se davvero si pensa che i versi cantati siano per natura più vivi, autentici, comunicativi di quelli scritti per la pagina, perché poi pretendere che vengano qualificati come poesia? Non basta il successo, non bastano i soldi, la fama? Oltretutto, questa rivendicazione avviene in un tempo in cui il prestigio della poesia è sceso ai minimi termini. Povera poesia. Non solo tenuta ai margini, ma ridotta a una vizza corona d’alloro da mettere in capo a una rockstar che non ne ha alcun bisogno.

 

Umberto Fiori, autore di Poesie (1986, 2014), Oscar Mondadori, e cantante degli Stormy Six.

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