Bufale, complotti, imbecillità e fatti

Mentre sui giornali online tranquillamente campeggiavano le solite notizie sul referendum o sulla fitta corrispondenza fra UE e governo italiano, alle sette e quaranta di mattina, il mio stream di Facebook si riempie di proclami atterriti –

«scossa fortissima», «tremava tutto», «stavolta è stata forte» e via postando. Alcuni, ricercando un effetto di maggiore immediatezza e verità, non si facevano scrupoli a postare foto del loro lampadario, con un duplice obiettivo, di comprovare ciò che affermavano coi fatti e, d’altra parte, di passare, seppur ridimensionato dall’incessante scorrere dello stream, il loro sgomento di protagonisti del memorabile evento ai loro lettori-amici. 

 

Questo improvvisato allestimento stile Wair Blitch Project aveva l’effetto di dar forma ad almeno altri due significati, costituiva un modo di informare amici e parenti che il pericolo era scampato (sollievo) e, ancora, testimoniava l’imperituro orgoglio del postatore militante che, puntualmente e anche nella tragedia, si bea di essere – per quanto stavolta sul filo del rasoio – ancora una volta riuscito a battere sul tempo i media tradizionali. Ci vorrà poco perché questo giramento di lampadari venga indicato, nella stessa pubblica piazza in cui ciascuno indica la stupidità altrui (Bartezzaghi), come sintomo della grande malattia del genere umano.

 

Qualche ora dopo un’altra scena. Le televisioni di tutto il mondo mostrano le rovine di Norcia, la sua basilica così orrendamente sfregiata, le case distrutte, le migliaia di storie di cittadini rimasti, da un momento all’altro, senza niente. Ed è un moto di emozione collettiva, ancora una volta doppio, da una parte di franca compassione per gli sfortunati abitanti del centro Italia e, dall’altra, di innominabile disagio di fronte alla sinistra possibilità che una tragedia del genere possa un giorno, nell’instancabile girare della ruota, tornare a colpire dirigendo le proprie fatali attenzioni sul prossimo. Su Facebook, si diffonde uno strano silenzio: più disarmata ostentazione del disastro che commenti, più foto del prima/dopo della basilica di San Benedetto che improvvisati j’accuse, molti punti esclamativi, emoji a più non posso ma poche parole. Finché non arriva l’(in)atteso tweet – “il terremoto declassato per interessi di governo” – a liberare il fiume di parole contro lo stupido di internet. Ed è proprio il fatto che ci vuol poco a indicarne la stupidità che funziona. D’altronde, è già da un po' che il Post diffonde su internet la sconfessione di questa tesi: non è mai esistita una norma che connettesse magnitudo dei terremoti a responsabilità civile sui risarcimenti, dato che il dispositivo del governo Monti spesso indicato come fonte della notizia era in realtà riferito ad altro e fu comunque cancellato qualche mese dopo la sua pubblicazione. “Come si può essere così stupidi da credere a una bufala così patente?” risuona su ogni bacheca.

 

Nel frattempo, il dibattito sul referendum timidamente ricomincia a fare capolino nell’agenda trasversale dei media in rete. Fra le tante controversie, una emerge per il suo simpatico valore esemplare: Umberto Eco, con tanto di magliettina rossa con su scritto “Basta un sì”, che se la prende coi militanti grillini che voteranno no riesumando l’ormai celebre appellativo di “imbecilli”. Apriti cielo. Inutile ricordare che Umberto Eco fosse tristemente venuto a mancare prima di ogni campagna elettorale sul referendum; che la fonte, un articolo pubblicato per la prima volta da tg24 di Sky, non evitasse di presentare chiare marche di appartenenza al genere satirico; che il povero militante della foto memetica che lo accompagnava somigliasse soltanto alla lontana al grande semiologo. Anche qui, insulti, anche qui balzane dichiarazioni del tipo “dopo quello che hai detto non comprerò mai più un tuo libro” e via degenerando. Come in uno specchio (alcuni lo chiamerebbero black mirror), rivelare la burla, esporre al pubblico ludibrio gli impareggiabili “grillini” capaci perfino di cascare in un tranello così marchiano finisce per essere, per moltissimi postatori, rassicurante: per l’ennesima volta, la rete ha offerto loro la possibilità di indicare la stupidità altrui, soprassedendo sulla propria. 

 

Non parliamo di Trump, delle sue di bufale, della sua campagna elettorale post-fattuale, in cui la gioiosa macchina da guerra del sistema mediatico americano, il proverbiale fact checking che ha contraddistinto il giornalismo anglosassone si rivela essere un’arma spuntata: alla gente – alla maggioranza di elettori americani – il fatto che le affermazioni di Trump non possano essere verificate non interessa affatto. 

Gli esperti di tutto il mondo stanno lavorando per capire come le bufale, di fronte a ogni patente smentita, nonostante il lavoro di infaticabili debunkers, riescano a resistere, diffondersi e proliferare in rete, inquinando il dibattito pubblico di tutto il mondo, diffondendo odio e intolleranza. 

La maggior parte delle ricerche utilizza metodi quantitativi: milioni di post (big data!) passati al setaccio con metodologie legate alla vecchia analisi del contenuto (ricerche per parola chiave) porterebbero a dire che il problema della stupidità e, a maggior ragione, della stupidità in rete, sia qualcosa da collegare al regime del naturale, insomma, un problema di neuroni, di aree del cervello che si attivano, riportando il problema della fiducia a uno schema semplice per cui, da una parte, la verità esiste ed è misurabile, dall’altra, può essere deliberatamente ignorata, perfino a un palmo di naso, se in conflitto con l’opinione predominante nel proprio gruppo o, come si usa dire in rete, comunità. 

 

 

Da cui l’inutilità di ogni debunking contro cui la comunità di miscredenti può attivare almeno due comportamenti: o ignorare ogni evidenza in grado di mettere in crisi il proprio sistema di credenze, costruendo intorno a sé, grazie ai filtri messi a disposizione dai social, un flusso di informazioni compatibile con la propria visione (la bolla!) o, peggio ancora, attivare un estenuante conflitto filologico, fatto di prove e controprove, affermazioni e smentite, tesi e antitesi, che può arrivare a coinvolgere anche milioni di persone per un tempo imprecisato: vedi i casi di complottismo legato all’11 settembre o ancora allo sbarco dell’uomo sulla luna ecc. Inutilmente, perché destinato a non smuovere le posizioni di nessuno.

 

La credulità, mai come in questo caso, sinonimo di stupidità, sarebbe così una malattia incurabile, determinata da un venefico intreccio fra natura umana e tecnologia: da una parte, la condizione umana, dall’altra Internet che dando la parola a legioni di imbecilli (fra cui anche il prossimo presidente degli Stati Uniti) permette a ogni bufala di sguazzare nel mare dell’ignoranza.

A soccombere in un quadro di questo genere è proprio l’atteggiamento critico di fronte alla stupidità, quello che Umberto Eco, prima di morire, aveva indicato come possibile via d’uscita alla dittatura degli imbecilli: se si identifica il gesto critico con il debunking, esso, secondo questi studi, si rivelerebbe quantomeno inutile a fermare la deriva del pettegolezzo. 

 

Basta dare un’occhiata alla storia delle scienze umane, per vedere come una versione di questo genere possa essere efficacemente rivista, se inquadrata in un’altra prospettiva. Le scienze umane hanno, infatti, molto riflettuto proprio sul rapporto fra verità e potere (ci interessano qui soprattutto Nietzesche, Husserl, Heidegger, Gadamer, Foucault, Barthes, Lévi Strauss, Latour, Beck…). Se si sceglie di considerare le bufale come fatti culturali (e non come malattie legate al regime del naturale con il loro corredo di neuroni) il giudizio di veridizione non può che essere ridimensionato da uno sguardo più ampio che punta sulla relatività dei saperi e dall’altro dal carattere retorico del mondo, accessibile in situazione, come grande costruzione simbolica e discorsiva. 

 

Assumere una posizione di questo genere, permette di guardare alla questione della critica, posta, come ricordato dallo stesso Umberto Eco, in termini meno riduzionistici, ovvero liberandola dalla schiavitù della filologia. Chi sono i tanti Paolo Attivissimo della rete se non i filologi dei nostri giorni? Siamo sicuri che assumere un atteggiamento critico nei confronti delle notizie in rete significhi fare “verifica dei fatti”, una cosa che da McInerney in poi (il catastrofico “reparto verifica dei fatti delle Mille luci), ha rivelato il suo lato ridicolo di fronte alla complessità del reale? Come dimenticare che ogni attestazione di verità è innanzitutto un atto di potere? Siamo sicuri che nel ventunesimo secolo possiamo davvero permetterci di rinunciare al gesto eversivo dell’anonimo imbecille che di fronte al potere della verità proclamata e autoevidente sceglie di ergersi con il suo rivoluzionario “chi lo dice?”? 

 

Quando i giornalisti di tutto il mondo stigmatizzano il regime di post-verità in cui saremmo per colpa di Internet e dei suoi imbecilli immersi, cosa rimpiangono, allora, esattamente?

Siamo davvero sicuri che il reale comunicativo possa davvero prescindere dalla gigantesca questione dell’efficacia simbolica, della mediazione della cultura di fronte alle secche verità che la scienza propone, spesso, per giunta, uscendo dal seminato della sua missione di descrizione del mondo “con rigore e risultati esatti, misurabili, riproducibili ed esprimibili in modo analitico ed oggettivo”? 

Affermare l’insufficienza dei filologi della rete non significa affatto cedere al nichilismo di chi appioppa la responsabilità della verità ai neuroni e nemmeno, al contrario, cedere al delirio di chi pensa che il mondo si presenta sotto forma di complotto.

 

È allora possibile, quindi, fare una critica non filologica delle bufale in rete? E cosa significa ciò?

Un buon punto di partenza è quello di decostruire la dimensione discorsiva e di racconto che qualifica le bufale in rete. Il solo accostarsi a un obiettivo di questo genere rivela un’insospettata complessità dietro alle semplificatorie etichette che caratterizzano il dibattito pubblico. Prendiamo, per esempio, i siti più diffusi che diffondono bufale, soffermandoci, una volta tanto più che sulla notizia, vera o falsa, poco importa, sulla cornice che la costruisce come tale. Basta uno sguardo anche solo superficiale per accorgersi della loro intrinseca varietà, legata a differenti strategie discorsive. Molti siti di bufale, per esempio scelgono una strategia mimetica. Il nome della testata e la struttura del layout sono modellati come falsificazioni dei più noti siti di informazione. il Giomale è una copia patente di il Giornale. Questo tipo di siti fondano tutto la loro forza sull’autorevolezza della fonte. In questo caso, a essere cannibalizzata è la credibilità della testata giornalistica falsificata che viene sfruttata per far credere vere delle notizie che mai sarebbero potute entrare in agenda di un vero giornale. Il primo a non credere alla portata veridittiva di ciò che sostiene è lo stesso enunciatore. Esso, infatti, non l’assume in prima istanza ma è costretto a spacciarsi per un altro, costruendo un falso sé ritenuto degno di fiducia. Inutile dire che un così marchiano meccanismo trova su internet i suoi boccaloni. Ma si tratta del modello di bufala, in fondo, più facile da smascherare e controllare. La bufala, in questo caso, si costituisce come vera e propria falsità, esibisce così chiaramente le marche della patacca da risultare per lo più inoffensiva, d’altra parte, offrendo un'inaspettata ricompensa identitaria a quelli che potremmo benevolmente chiamare stupidi di secondo livello che non mancano di glorificare la propria perspicacia, sempre sui social, sottolineando la stupidità di quelli che ci sono cascati.

 

Ma per questo genere di raggiri anche la soluzione tecnologica è a portata di mano: costruire liste di domini fasulli da bloccare o da “commentare” appropriatamente (“sito non attendibile”!),  come da tempo pensano di fare i grandi social network, è un’operazione tutt’altro che problematica e molto probabilmente si farà.

Chi naviga su Internet sa, però, che casi di questo genere sono sicuramente diffusi ma non rappresentano la regola della disinformazione in rete. Moltissimi siti “complottisti”,  per esempio, costituiscono vere e proprie comunità online, i cui membri sono assolutamente consapevoli della portata delle loro affermazioni e dello scopo della propria attività. A differenza del caso precedente, non si tratta di creduloni che delegano ogni responsabilità della parola alla testata, senza per giunta verificare che sia autentica. Qui si tratta di gruppi ben organizzati, vere e proprie comunità intorno all’idea di un radicale scollamento fra realtà e rappresentazione. I componenti di questi gruppi impostano la loro vita, come si svolgesse in una matrice, governata da forze oscure impegnatissime a costruire uno scenario così perfettamente reale da essere accettato dai più come tale. Lo scollamento fra essere e sembrare del mondo può assumere due forme: il segreto o la menzogna. Ambedue queste evenienze offrono surrogati di narrazioni all’interno dei quali poter perfino posizionare la propria vita, votata ora a svelare il segreto della macchinazione universale ordita ai danni del genere umano ora a smascherare la menzogna dello status quo come ineluttabile destino. Si sostiene sempre che questo tipo di gruppi siano portatori di un pensiero aberrante, fuori dalla razionalità. È in parte vero ma il delirio non è condizione necessaria per l’affiliazione a questi gruppi.

 

Vale la pena notare, infatti, che spessissimo le attestazioni farneticanti di queste comunità vengono assunte “fino a prova contraria”, piuttosto che come verità indiscutibili; esse vivono all’interno di gruppi che cercano il conflitto delle argomentazioni e che si organizzano razionalmente per farvi fronte. In questo senso, le stanze che accolgono questo tipo di conversazioni sono intelligenti nella misura in cui costruiscono dei gruppi ben strutturati intorno a delle ipotesi, affidando ad ogni membro un pezzo del puzzle, un ruolo (che può valere una vita!) nella titanica impresa di far corrispondere essere e sembrare. 

Si spiegherebbero in questo modo, per esempio, gli attentati dell’11 settembre (costruiti a tavolino dagli Usa per costruire un casus belli ed espandere il proprio impero).

Fare debunking delle attestazioni di questi gruppi è un’operazione altrettanto titanica che può richiedere a chi volesse intraprendere una strada di questo genere la consacrazione della propria vita. I testi prodotti da questi gruppi speculari, complottisti e debunkers, saranno forse insufficienti a far desistere queste comunità interpretative dalla loro missione ma costituiscono dei documenti pubblici, su cui il corpo sociale può scegliere di costituirsi, prendendovi posizione. 

 

Se è sempre possibile controbattere al complotto, smontandolo, a patto di intraprendere un gioco filologico infinito fra verità speculari, la via d’uscita verso questo tipo di ricatto è quella di lavorare sulla credibilità del mondo, ripristinando un patto di fiducia fra le parti in causa, una fiducia sul dir vero del mondo che possa essere considerato valido dai più, senza prendersi la briga di andare a controllare. Perché controllare potrebbe essere una missione molto più complessa e difficile del previsto e, manco a dirlo, dai risultati tutt’altro che rassicuranti.

D’altra parte, la questione della credibilità sposta inevitabilmente la questione sul “chi lo dice”: il fatto che le infrastrutture del potere abbiano, negli ultimi anni, offerto scenari “razionali” difficilmente sostenibili per la maggior parte dei cittadini (la globalizzazione, per esempio, è razionalmente inevitabile e allo stesso tempo economicamente svantaggiosa per i cittadini dei paesi occidentali), abbia raccontato un mondo dell’assoluta trasparenza e della partecipazione in nome di Internet e dei social network di fronte all’esclusione e all’insicurezza lavorativa ed esistenziale di molti ha minato nel profondo la credibilità del sistema, incidendo proprio sullo iato che separa essere e sembrare in cui si annida il discorso complottista e il delirio degli stupidi. 

La prima dichiarazione di Donald Trump dopo la vittoria delle elezioni presidenziali americane ha fatto riferimento ai tanti forgotten men, dimenticati dalla narrazione “razionale” e conciliata di regime obamian/clintoniana. 

Se solo questa promessa di restituire voce ai tanti dimenticati venisse mantenuta, l’Occidente potrebbe ritrovare un orizzonte di riscatto.   

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