Abbiamo un nuovo esempio di exception française. Il 64% dei francesi nell’agosto 2016 si è dichiarato d’accordo con la proibizione dell’uso del burkini in spiaggia, emanata da alcuni sindaci della Costa Azzurra. Il burkini, ricordo, è un costume da spiaggia apposito per le islamiche, inventato da una stilista australiana, che lascia scoperti solo volto, mani e piedi – probabilmente una provocazione, il nome stesso è un ossimoro che sembra inventato da Charlie hebdo. Persino il primo ministro Manuel Valls ha dichiarato solennemente che il burkini è segno di oppressione della donna, e quindi va proibito. L’eccezione consiste nel fatto che buona parte del mondo – Italia inclusa – ha reagito in modo del tutto diverso. A parte i settori xenofobi, anti-islamici e identitaristi di destra, nessuno ha approvato questo bando del burkini. Il video, poi virale, in cui alcuni agenti su una spiaggia obbligano una donna mussulmana a denudarsi è apparso quasi ovunque come una violenza umiliante, sessista. 

Gli islamici hanno postato un video di suore in spiaggia, e hanno detto “Perché allora non obbligate a svestirsi anche le suore?”. Si è risposto che le suore sono parte dell’identità e quindi del paesaggio francese; ma questo equivale a un rigetto di ogni cultura “altra”, per cui sarebbero accettabili solo manifestazioni della tradizione storica francese, ovvero cattolica. Comunque, la corte di Nizza ha decretato che la proibizione è illegale, perché viola i diritti della persona.

 

Un altro nodo di dissenso tra i francesi e gli altri è la disposizione che proibisce alle studentesse di portare il velo nelle scuole francesi. Questo decreto applica la regola secondo la quale è proibito esibire simboli religiosi nelle scuole. Velo è detto in Francia foulard, che un tempo era detto fichu – termine che Derrida ha sardonicamente decostruito, perché fichu oltre a foulard significa anche  “fottuto”, “sconfitto”, “male in arnese”. 

Su questo punto la sinistra francese si è divisa, ma devo dire che tutti gli amici francesi di sinistra con cui ho parlato della cosa erano a favore del bando del foulard. Sembravano anzi alquanto scandalizzati dal fatto che io la pensassi diversamente, per cui puntualmente arrivava l’accusa: “Voi in Italia siete troppo abituati all’intrusione della chiesa cattolica nelle scuole. Perciò non capite l’importanza della laicità della scuola”. È quel che si chiama un argomento ad hominem, come dire a qualcuno: “Sei contro la pena capitale perché nel fondo sei un assassino”. In realtà non sono affatto cattolico e deploro che nelle scuole pendano crocifissi dal muro; ma non mi sentirei mai di proibire una crocetta appesa a una collanina al collo a un ragazzo che la porti, né togliere un foulard a una studentessa. Facevo notare che questa proibizione assoluta di qualsiasi segno evocante la religione ha l’aria di una prescrizione religiosa. Per combattere l’intolleranza religiosa si finisce con l’essere intolleranti nei confronti di certe religioni.

Portavo un argomento logico. Sappiamo davvero che cosa sia simbolo religioso e cosa non lo sia? Ammettiamo che si diffonda un culto religioso che prescriva ai suoi adepti di portare solo blue jeans e una camicia bianca. Che cosa facciamo, proibiamo di entrare in scuola a chiunque porti blue jeans e una camicia bianca, anche se non appartenente alla setta? 

 

Ammettiamo che una suora o un prete vogliano frequentare il liceo. Obblighiamo entrambi a travestirsi con abiti civili? O rigettiamo dei ragazzi amish che vengano a scuola abbigliati con abiti che seguono la foggia del 1830? Anche in questo caso li discriminiamo, dato che gli amish sono anche una setta religiosa anabattista. Vestirsi fuori moda è un simbolo religioso?

Un argomento pragmatico. Se non permettiamo alle ragazze mussulmane di entrare nelle scuole statali, le famiglie saranno indotte ad aprire scuole islamiche per i loro figli. Il rischio è che queste scuole ben poco laiche indottrinino queste ragazze all’ortodossia. Avremo così perduto l’occasione di esporre queste ragazze a un’educazione laica.

Questi miei argomenti non convincono i miei amici francesi. Diciamo che tanti francesi non vogliono sentir ragioni. Nelle cose etico-politiche ci vogliono ben altro che argomenti. 

 

Altre leggi che mi lasciano interdetto sono quelle francesi contro il revisionismo e il negazionismo, sia nei confronti della Shoah, sia nei confronti del genocidio armeno a opera dei turchi. Personalmente nego completamente il negazionismo dei crimini nazisti, e sono convinto che davvero durante la prima guerra mondiale i turchi massacrarono tantissimi armeni. Non ho alcuna accondiscendenza nei confronti dei revisionisti, anche perché, contrariamente a quel che essi dicono di essere – degli storici obiettivi che valutano solo fatti – in realtà sono dei filo-nazisti gli uni e dei filo-turchi gli altri. La pretesa obiettività storica diventa l’alibi di una subdola propaganda a favore sia del nazismo che dell’impero ottomano che probabilmente mistifica gli autori stessi (non escludo che possano essere in buona fede). Eppure il principio fondamentale della libertà di espressione dovrebbe indurci a non proibire i negazionismi. Tanto più che si tratta di affermazioni che riguardano il passato, non sono inviti a massacrare per il futuro. Perché non proibire allora anche i libri di Gobineau o Mein Kampf di Hitler? La libertà di stampa è troppo importante perché possa essere sospesa nei confronti di pseudo-storici idioti. In questo caso lo stato avoca a sé il privilegio di stabilire la verità storica.

 

 

La chiave della proibizione del foulard è il ruolo centrale che svolge, da qualche decennio, il concetto di La République, altrimenti detta Marianne. In Francia c’è una sorta di religione della République che unisce sinistra e destra. Non a caso gli euro coniati in Francia portano tutti, immancabilmente, la Marianne. E tutte le grandi manifestazioni di massa parigine partono da o arrivano a place de la République. Di volta in volta il volto della Marianne è modellato su quello della bella diva del momento, da Brigitte Bardot a Laetitia Casta. Marianne compete, non foss’altro che per la bellezza, con la Maria vergine cattolica.

Quando un bambino francese entra in una scuola pubblica anche nel più sperduto villaggio del Massiccio Centrale o dell’Aveyron, egli sa che entra in un’anti-chiesa, o in una chiesa autre, in un luogo polare e opposto rispetto alla chiesa cristiana o alla sinagoga o alla moschea: nel tempio della Culture Républicaine

 

La scuola francese di oggi fu creata verso il 1882 da un repubblicano appunto, Jules Ferry. In verità Ferry era razzista e colonialista, ma era rigorosamente anti-clericale. Divenuto ministro dell’istruzione, eliminò qualsiasi elemento religioso dalle scuole francesi. L’École laïque ha inventato il famoso tablier o sarrau, il grembiule dello scolaro. Questa divisa egualitaria per bambini è stata poi adottata dalle scuole statali di quasi tutta Europa. Il grembiule, versione secolarizzata e infantile della tonaca del prete, designa lo scolaro come officiante del culto della Scuola Repubblicana.

Eliminare ogni forma di istruzione religiosa dalle scuole per Ferry non significava però che la scuola di stato rinunciasse all’educazione morale degli allievi; difatti svolgeva un ruolo centrale l’educazione civica, sostituto dell’educazione religiosa. La scuola laica si faceva portatrice di una morale e di una visione del mondo di fatto, anche se non detto, alternativa a quella religiosa; e questa morale che si impara a scuola è ciò che i francesi chiamano esprit républicain. Per i francesi lo stato è molto di più che in Italia: è una sorta di religione laica, di Ente Supremo immanente. Ricordo che nel 1794 Robespierre tentò qualcosa che poi non ha avuto mai più seguito: celebrò il culto dell’Ente Supremo, ispirandosi a Rousseau e a Voltaire. Ovvero di un Dio generico. Fu l’unica volta che lo stato si fece promotore di una religione emanante dallo stato stesso, il contrario di quel che è spesso accaduto, che una religione si sia impossessata di uno stato.

 

Per i francesi la sfera pubblica è divisa in due entità contrarie, una negativa e l’altra positiva. L’état, lo stato, di genere maschile, è la faccia negativa del potere, la potenza che schiaccia. La parte positiva dello stato è invece la République, di genere femminile; nell’iconografia essa ha il seno scoperto, alcuni dicono per nutrire i francesi, altri dicono per sex appeal. La Marianne unisce insomma i due archetipi positivi della femminilità, la madre allattante e l’amante battagliera. Il cappello frigio le dà la dignità di un’amazzone combattente. Il nome stesso, pare, riprende i nomi femminili più comuni alla fine del Settecento, Marianne, Marie e Anne. La République è insomma l’idealizzazione della donna francese. Il francese parla male dello stato, adora la dea Marianne. 

 

L’iconografia rivoluzionaria due secoli fa fece della Marianne una fusione della Libertà e della Ragione, due valori di genere femminile in francese che si uniscono nella Repubblica. Da notare che i simboli tipici della monarchia e del dispotismo erano invece maschili: la Rivoluzione repubblicana in Francia va interpretata quindi come una rivalsa della femminilità, a dispetto del fatto che la ghigliottina sia anch'essa di genere femminile. Il fatto che oggi i valori repubblicani vengano invocati per reprimere delle donne non è casuale: le islamiche, che anziché scoprirsi il seno si coprono i capelli, ribaltano l’immagine e il senso della Marianne.

Questa connotazione femminile dei valori civili fa sì che la famosa statua della Libertà a New York sia appunto una donna. Liberty in inglese non è di genere femminile. Ma si dà il caso che essa sia stata fatta da francesi, tra il 1875 e il 1886, come regalo agli americani.

In Italia non parliamo mai di Repubblica, sempre di stato, di solito per incolparlo o per dire che fa schifo; esso non è quasi mai portatore di valori positivi. Lo consideriamo una macchina scassata a cui chiedere favori. Anche la sinistra, che di solito invoca l’intervento pubblico, denigra lo stato come quello che non interviene mai abbastanza. Invece in Francia lo stato, detto Marianne, è un sistema di valori. E parte integrante di questo sistema è la laicità. Il culto di questa Repubblica laica è così radicato, che spesso i francesi dimenticano ciò che la costituisce: la libertà e la ragione.

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