Citare Calvino. Le città invisibili e gli architetti

Sono trascorsi trent’anni da quel 19 settembre del 1985 in cui Italo Calvino moriva improvvisamente all’età di 62 anni a Siena. La vita di Calvino non è stata poi così lunga, eppure ha scritto tanto e soprattutto ha attraversato da protagonista insieme ad altri (Pasolini, Sciascia, Morante, Volponi, Moravia, ecc.) la letteratura italiana del dopoguerra, dal 1947, anno del suo debutto con Il sentiero dei nidi di ragno, sino a quella fatidica metà degli anni Ottanta.

 

Trent’anni sono un tempo sufficiente per tracciare un bilancio della sua opera. C’è ora una nuova generazione di critici che si affaccia con intelligenza e crescente autorevolezza nel paesaggio letterario italiano. Sono quasi tutti nati negli anni Ottanta, ed erano ancora bambini quando Calvino ci ha lasciato. A loro abbiamo chiesto un bilancio dello scrittore Italo Calvino nella forma più diretta ed efficace: cosa è vivo e cosa è morto della sua opera? Cosa ci serve ancora oggi di Calvino, dei suoi libri, dei suoi saggi, dei suoi interventi giornalistici e anche politici? Cosa è invece diventato obsoleto o non serve più? Quale giudizio formulare su di lui? Possiamo separare Calvino dalla sua epoca, dal rapporto con il suo tempo, oppure no? È diventato un Classico?

 

Si tratta di tracciare un bilancio e di prendere delle misure, formulare giudizi che saranno, ovviamente, anche generazionali. Ed è proprio questo che ci interessa.

 

Con questo intervento proseguiamo il discorso che andrà avanti per alcuni mesi, dato che abbiamo raccolto numerose adesioni.

 

 

Non è sempre facile rintracciare l’influenza di Calvino trent’anni dopo la morte: dispersiva, indiretta, sottile, la presenza calviniana sembra riecheggiare la sua figura autoriale, di assente-presente allo stesso tempo. Questo fenomeno si riscontra anche nel fatto che i ‘calvinisti’ non si trovano più tanto tra i letterati, e invece sempre più in altre discipline, come l’astronomia, la matematica e l’architettura.

 

Il connubio tra Calvino e l’architettura si è saldato nel corso degli ultimi decenni e soprattutto negli ultimi anni: ne sono prova viva tanti incontri, progetti e mostre, organizzati per sviluppare gli spunti architettonici che si possono trovare nelle opere di Calvino. Tali spunti sono persino stati estratti abbondantemente dalle Lezioni americane (benché si tratti di un testo tematicamente ben poco ‘architettonico’), come pure dalle Città invisibili. La casa dell’architettura a Roma per esempio ha ospitato molti incontri nel 2013, in occasione della rassegna In Viaggio con Calvino, ma anche a Sanremo e Castiglione della Pescaia l’invito alla ricreazione di alcune delle città calviniane è stato accolto con entusiasmo da vari artisti.

 

Cosa trovano nelle Città invisibili gli ideatori di questi vari progetti? La risposta può forse essere trovata nello sguardo aperto, la griglia di possibilità e potenzialità che il libro di Calvino offre. Un progetto di danza alla biennale di Venezia del 2003 (Silent Collisions), in cui veniva esplorata la dinamica relazione tra corpo e architettura, è testimonianza di questo fruttifero ripensamento della dimensione mental-corporale dello spazio cittadino attraverso Calvino. Allo stesso modo, l’opera Invisible Cities, svoltasi nel 2013 in un’antica stazione di Los Angeles, ha colto l’invito di Calvino a capovolgere il modo di sperimentare spazio e suono in un specifico contesto urbano e sociale.

 

Oggi più che mai le città calviniane sembrano offire un’apertura utopistica nei confronti di stereotipati modernismi, un possibile progetto urbano per metropoli stagnanti. Il concetto della città ‘invisibile’ ha conquistato piena cittadinanza nei manuali e corsi di architettura, come pure in libri che riflettono sul futuro delle nostre società e città. Il titolo di un volume accademico di Letizia Modena del 2011 ce lo dice chiaramente: Italo Calvino’s Architecture of Lightness: The Utopian Imagination in an Age of Urban Crisis. Analogamente, alla fine del 2013 su doppiozero è stato pubblicato un estratto dal libro Storia dell’architettura italiana: 1985-2015 di Marco Biraghi e Silvia Micheli, che pure scelgono Calvino come chiave di lettura per gli sviluppi della più recente architettura italiana. Questi esempi costituiscono solo una frazione dei libri di architetti che partono da concetti o premesse calviniani (per nominarne ancora uno recente, dedicato specificamente al Calvino paesaggistico e urbanistico: Paesaggi calviniani di Fabio di Carlo).

 

La matrice che questi vari progetti e volumi condividono è l’idea che le città possano solo essere animate dallo sguardo e dai passi di chi le vive e di chi le sogna diverse pur serbandone intatta l’essenza, la storia e le storie, le pietre e i ponti. Le città di Calvino non sono campate in aria (come invece sembrerebbe guardando tante copertine calviniane, sia in Italia sia all’estero), ma ben ancorate a un passato che deve servire da modello per il futuro: non a caso è proprio Venezia, città-anacronistica protetta e minacciata allo stesso tempo dalla sua laguna, il punto di riferimento esplicito e implicito delle città calviniane. La stessa Venezia veniva immaginata come la ‘città del futuro’ da Calvino in Venezia archetipo e utopia della città acquatica. In questo saggio, come pure nelle Città invisibili, Calvino ripensa Venezia non come impreziosita e impietrita, chiusa nella sua conchiglia, ma come esempio aperto di spazio urbano da custodire e, persino, da ripetere, copiare.

 

Non a caso l’ultimo libro di Salvatore Settis, Se Venezia muore, porta un forte stampo calviniano, sia implicito che esplicito. Il concetto di città invisibile (a cui è pure dedicato un capitolo) è uno dei più importanti fili rossi che caratterizzano il libro di Settis, che dialoga continuamente con Calvino. Quasi tutte le ‘categorie calviniane’ sono in qualche modo individuabili in questo volume, dalle ‘città continue’ alle ‘città e gli occhi’, dalla ‘città e la memoria’ alle ‘città e gli scambi’. La radice comune è quella di apprezzare il futuro del classico, l’importanza di non abbandonare con un semplice gesto demolitore un patrimonio di secoli. Settis insegna, con Calvino, il valore della diversità, dell’immateriale, del non-quantificabile.

 

Però ‘l’eredità architettonica’ di Calvino non è semplicemente immateriale, non è solo riducibile al concetto alquanto vago di ‘anima’. Calvino tende ad essere associato alla visibilità, come pure lodato per le immagini nitide che i suoi testi evocano. Tuttavia, nei testi di architettura certo non predomina la categoria calviniana della ‘visibilità’, prevale quasi sempre quella della ‘leggerezza’. L’eredità delle Città invisibili non è nel concrete degli edifici (nel doppio senso inglese del termine, quindi né nel concreto, e neppure nel calcestruzzo), ma nel legame stretto tra immagine e immaginazione. Le città di Calvino non sono descritte nei minimi dettagli, ci sono invece tanti spazi bianchi che a loro volta danno spazio all’immaginazione. In altre parole: è proprio la scarsa visibilità delle città di Calvino che garantisce il loro successo, la loro produttivitità multiforme nei cervelli di artisti e urbanisti. Questa traduzione della città visuale in immagini mentali, in strutture di pensiero che mappano le arterie e i nodi della città, faceva parte della cultura architettonica degli anni sessanta, con un libro come Kevin A. Lynch’s The Image of the City. Lo scritture ligure ne ha sicuramente tratto ispirazione, ma in più ha dato forma e struttura a tali idee con una straordinaria potenzialità di attivare processi di immaginazione mentale durante la lettura. Non è certo un caso se nel suo The Reader’s Eye: Visual Imaging as Reader Response, Ellen Esrock abbia scelto proprio Le città invisibili come paradigma di un libro scritto per evocare immagini mentali nel lettore. In tal modo, Calvino ridà al mondo architettonico una nitidità mentale – e quindi invisibile – un’immaginazione urbanistica, che infatti è citata dovunque, dall’introduzione di un volume collettivo intitolato Ineffably Urban: Imaging Buffalo (del 2013), fino alla seguente significativa citazione di Dario Iacono in Il mestiere di Architetto: Stare nella complessità facendosene ispirare (del 2012): “In Calvino viene delineata questa scambievolezza, dalla parola all’immagine e viceversa, come a sottolineare che l’immaginazione (…) può essere la traduzione di un mondo pensato altrove, o piuttosto produrre quel mondo, costruendone appositamente le espressioni per rappresentarlo.”

 

Calvino si rivela dunque essere il maestro di architettura che Giancarlo de Carlo vedeva in lui, scoprendo i fili invisibili, le relazioni che formano il tessuto della città, la quale non è composta solo di materia ma neanche solo delle immagini che ne abbiamo: a contare è la relazione tra i due poli. La sfida delineata da Calvino è quella di non sbilanciare questo equilibrio precario, né con troppo materiale verticale (i grattacieli, simbolo fin troppo abusato della modernità contro cui Settis combatte) ma neppure con troppa caotica orizzontalità, impregnata di immagini-schermo che la frantumano e la spettacolarizzano, distruggendo la divisione tra città e campagna, consumando gli spazi tra città e città.

 

Ciò che conta per Settis e gli altri architetti nominati è sì la memoria collettiva, ma una memoria specifica, calviniana, del passato che la città non dice, ma invece ‘contiene come le linee d’una mano’. Quello che è da salvare della città, insomma, non è solo il suo aspetto fisico: ‘Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato.’ Ad ascoltare e accogliere con fervore queste parole non sono solo i letterati, ma anche varie generazioni di architetti e urbanisti.

 

 

 

Elio Baldi è nato nel 1987 ad Amsterdam. Dopo aver studiato storia, italianistica e letteratura alle università di Amsterdam, Utrecht e Bologna, è ora dottorando all’università di Warwick (UK). La sua ricerca si concentra sulla ricezione e circolazione delle opere di Calvino in Italia, Inghilterra e negli Stati Uniti. Ha scritto e pubblicato vari articoli su Calvino, e più specificamente sull’eros nelle sue opere e la ricezione critica italiana. La sua prossima pubblicazione sarà un capitolo sul legame tra Le cosmicomiche e la fantascienza per il volume Calvino’s Combinatorial Creativity.

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