Il ritratto fotografico

Calvino e l’identità

 

Nel 1976 esce presso le edizioni La Nuovo Foglio un volume di ritratti fotografici di Carlo Gajani intitolato Ritratto, identità, maschera. Tra i vari personaggi presenti nel volume c’è anche Calvino. Lo scrittore ha conosciuto Gajani attraverso Gianni Celati; due volumi narrativi e sperimentali dell’autore di Comiche, Il chiodo in testa del 1974 e La bottega dei mimi del 1977, contengono fotografie di Gajani. Questi si è dedicato alla fotografia e alla pittura dopo aver esercitato la professione di medico, e prima ancora aveva studiato pianoforte al Conservatorio. L’artista bolognese è tra i primi che indaga il tema del ritratto fotografico, non solo attraverso i suoi scatti, ma interrogando, secondo lo spirito proprio dell’epoca, i suoi soggetti fotografici: propone un questionario a tutti. Dopo averli fissati in immagine li sollecita con alcune domande. Dal canto suo, in quel periodo Calvino si sta interrogando sul medesimo tema. Ne tratta in due testi, quello intitolato “Identità” (1977), che ora si legge nei Saggi dei Meridiani, e questo di risposta all’artista bolognese che potete leggere qui di seguito. Scrive in “Identità”, effetto anche di un seminario collettivo diretto da Lévi-Strauss, da lui seguito a Parigi: “È il fuori che definisce il dentro, nell’orizzontalità dello spazio così come nella dimensione verticale del tempo”. Tempo e spazio, coordinate dell’identificazione? Le parole di Calvino appartengono alla riflessione antinarcisistica sulla produzione del sé, sul processo che porta dall’identificazione all’identità. Sono temi già presenti in “Cibernetica e fantasmi” (raccolto poi in Una pietra sopra), dove ha scritto: “l’identità più affermata e sicura di sé, non è altro che una specie di tubo in cui vorticano materiali eterogenei cui si può attribuire un’identità separata e a loro volta questi frammenti di identità sono parte d’identità d’ordine superiore via via sempre più vaste”. Gli stessi temi verranno trattati in uno scritto per Francesco Maselli in occasione della mostra parigina del 1984, dove il regista si è fotografato mentre dorme con l’obiettivo della macchina aperto per tutto il corso della notte. Ritornano i medesimi temi de “L’avventura di un fotografo” con i vari tentativi di definire l’identità da parte del personaggio di Antonino Paraggi, una sorta di Palomar ante litteram. Gran parte dell’opera di Calvino successiva la 1972 ruoterà intorno a questo tema, con una serie di domande inespresse ma ritornanti: Chi sono io? Chi sono per gli altri? Chi sono per me stesso? Il libro inconcluso di “Passaggi obbligati”, di cui leggiamo lacerti e parti in La strada di San Giovanni e in Eremita a Parigi, entrambi usciti postumi come volumi a sé, ha come baricentro la questione dell’identità, compreso il misterioso e affascinante racconto-saggio “Istruzioni per il sosia” che non è mai uscito. Calvino aveva un sosia? Se lo voleva fabbricare? Come? Il tema della identità porta con sé quello del doppio, altro tema che vortica nel sottotesto calviniano degli anni Ottanta. A seguire il testo di Gajani distribuito ai suoi soggetti fotografici, con le spiegazioni del libro, e poi le risposte di Calvino.

 

Marco Belpoliti

 

 

Ritratto-identità-maschera

 

Questo libro è costituito come in tanti fascicoli, uno per ogni personaggio. Ciascuno comprende: una serie di fotografie, la riproduzione del ritratto, e nella maggior parte dei casi, uno scritto. Le fotografie sono tratte da diapositive; nel passarle in stampa ho eliminato volutamente ogni sfumatura per evidenziare macroscopicamente e, in questo caso, meccanicamente, la dicotomia bianco-nero. In effetti le diapositive che uso in proiezione non offrono una partitura delle luci e delle ombre così precisa, ma al contrario presentano molte zone ambigue attraverso le quali (come ho spiegato nella prefazione) passa il percorso della pittura del quadro. La riproduzione del ritratto è abbastanza esatta in sé, salvo lo spaesamento che una immagine costruita per uno spazio quadrato manifesta nell’essere collocata nello spazio rettangolare che questo libro ha dovuto mantenere per necessità di «collana». Gli scritti che compaiono alla fine dei fascicoli sono le risposte che ho ricevuto in seguito a una serie di domande che ho proposto, le stesse per tutti. Queste domande rappresentano il mio tentativo di formulare in modo interrogativo il nucleo dei problemi più pertinenti riguardo al problema del fare un ritratto oggi, all’uomo moderno.

 

Eccole:

 

1.

Supponendo che il problema del ritratto porti a quello dell’identità, che l’identità  corrisponda all’uso di una certa maschera (facciale in questo caso) le sembra che la sua maschera, come compare in questo ritratto corrisponda a un uso (spesa, divulgazione) possibile della sua identità?

 

2.

In questo lavoro ho cercato di raccogliere un catalogo di volti contemporanei più o meno appartenenti al mio ceto o gruppo sociale; si pone un problema dell’uso della maschera quindi di una strategia e una politica della maschera, oppure c’è un volto naturale che precede questa maschera, che sarebbe la vera identità privata di ciascuno? In altri termini, le sembra che un lavoro del genere vada a toccare la delicata questione del suo io privato?

 

3.

La maschera rimanda a uno stereotipo che si plasma sul corpo di ciascuno secondo regole generali e collettive e, al contrario, l’idea classica dell’identità è che ciascuno abbia la sua espressione singolare come segno di qualcosa che porta dentro, soltanto suo interno e privato; domanda: entro i poli di questa antitesi come si pone il problema del ritratto oggi?

 

4.

Nel preparare questi ritratti, al momento di scattare le fotografie mi è sembrato molte volte di compiere un atto di notevole indiscrezione perché il soggetto preso di mira dall’obbiettivo reagisce con diversi metodi di difesa attiva o passiva e perché, in ogni caso (anche successivamente al momento della proiezione) c’è stato un momento in cui sono penetrato al di là di questa barriera difensiva, spiando in qualche modo dall’altra parte. Quasi sempre la sensazione che ho avvertito nell’altro è quella di un moto di paura e insicurezza; a me sembra che sia proprio qui che emerge il problema della identità e della maschera come problema generale; domanda: in sostanza cosa è che si riesce a spiare nell’incertezza dell’altro?

 

Carlo Gajani

 

 

Calvino risponde

 

1.

Mi pare che i dati fondamentali ci siano: la fronte corrugata, che è un fatto puramente biologico-ereditario e l’espressione con cui cerco di far capire che il corrugamento della fronte non va preso sul serio. Ossia, un ritratto è questo: i lineamenti di una persona più il rapporto che questa persona ha coi suoi lineamenti.

 

2.

Una faccia, come ogni altro aspetto dell’uomo, è composta da un supporto biologico, sempre decisivo, e un volto culturale che corrisponde alla necessità di amministrare in qualche modo quel supporto biologico. Qualcosa più di una maschera, dunque, in quanto non ce la si può togliere.

 

3.

Riveli o no i segreti interiori dell’individuo, un ritratto fatto oggi in Italia avrà sempre il valore di ritratto di ignoto italiano degli Anni Settanta, e a seconda della persona, ritratto di giovane, di ragazza, di persona matura, di vecchio, e così pure ancora più precisamente, d’intellettuale, di casalinga, di sportivo, di ecclesiastico, ecc. Quello che salta agli occhi quando ritroviamo una nostra vecchia fotografia è il carattere di personaggio degli Anni Cinquanta o degli Anni Quaranta che solo adesso possiamo riconoscere. I connotati collettivi hanno molta più forza di quelli individuali, tranne che nei rari casi in cui una fisionomia acquista di per sé un senso di emblema, per esempio il viso di Baudelaire, e anche così si tratterebbe di un significato collettivo, attribuito dagli altri.

 

4.

Farsi fotografare (o comunque ritrarre) è produrre un’immagine di se stessi. Da ciò derivano le due preoccupazioni che contribuiscono all’incertezza: quella della convinzione inconscia che il ritratto sia opera non del ritrattista ma della nostra faccia che atteggiandosi diversamente, offrendosi alle luci e alle ombre produce diverse immagini; e quella del rivelare (anche a noi stessi) ciò che si è, al di là dell’immagine che vogliamo dare (anche a noi stessi). Si finisce insomma per considerare ogni ritratto autoritratto, allo stesso modo che, nell’universo estetico moderno, l’artista o lo scrittore, qualsiasi cosa rappresenti, è cosciente di ritrarre se stesso, sempre con una buona parte di calcolo.

L’incertezza di fronte all’obbiettivo misura la distanza tra la parte dell’io intenzionale e quella dell’io sconosciuto. O forse il carattere illusorio di entrambe.

 

 

 

In C. Gajani, Ritratto-identità-maschera, La Nuovo Foglio Editrice, Pollenza-Macerata 1976.

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