La poesia di Atene

Bermuda e sandali, la quarantina rasserenata, Massimiliano Damaggio mi aspetta all’aeroporto, cartello in mano. Poeta, ha pubblicato a febbraio un’antologia presso le Edizioni Ensemble. Ma la sua vita da tre anni è di nuovo ad Atene, dopo esser stato qui a lungo negli anni '90.

 

L’economia allora andava benissimo: “Quando sono venuto qui per la prima volta - mi spiega subito - mi sono detto che avevo trovato un paese normale. Pochi supermercati, niente botteghe standardizzate. La vita era semplice ma molto bella. Tutto questo è cambiato velocemente, e poi tutto è crollato. I greci non hanno industria. Ma hanno avuto voglia di consumare, come tutti”.

 

 

Da qualche settimana, i fornitori stranieri dell’azienda francese per cui lavora non vogliono più fare credito, hanno paura del ritorno alla dracma. “Volevano farmi tornare a Milano, un lavoro ben pagato, ma ho detto di no. I poeti lì mi danno fastidio, si danno delle arie. Lì, ti chiedono subito che cosa fai di mestiere e poi anche quanto prendi”. Al semaforo, una ragazza ci dà l’edizione locale di Metro. “Vedi, tutto il mondo si assomiglia”.

 

“La poesia è come il pane, è di tutti”.

Ma lo vedi da te, oggi il pane

è un’offerta sul volantino.

 

“Conoscere un poeta - scrive Massimiliano del suo amico Sotìris Pastàkas - molte volte, ma non sempre, significa riuscire a capire meglio perché scrive certe cose in un certo modo”. Per quanto riguarda Massimiliano, la mia prima impressione è che il suo sorriso risponde stranamente al suo pessimismo profondo. Gli chiedo di farmi scoprire la sua Atene. Sono venuto qua con questi suoi versi in testa:

 

Questa sera passo da piazza Omònia

dove le siringhe conficcate nell’asfalto

splendono come piccole candele votive

nel bagliore del mondo finanziario.

 

Piazza Omonia è nel cuore della città. A Est si entra in Exarchia, luogo importante della vita alternativa, degli artisti e dei centri sociali. Sul muro del Politecnico, qualcuno ha dipinto la falce e il martello del KKE, partito comunista ortodosso e vecchia leggenda nazionale. Qui, nel ‘73, è nata la ribellione tragica contro il regime dei Colonnelli.

 

 

Dall’altra parte, a ovest, si penetra nei quartieri più degradati della città. Di giorno, i nuovi immigrati - in due come i motociclisti della polizia -spingono e tirano correndo dei carrelli pieni di ferro (20 centesimi al chilo) o di vecchie carte, per quasi nulla.

 

Buongiorno

io sono l’immigrato

(...)

Le mie parole e le mie azioni

non trovarono accoglienza

presso i miei simili.

(...)

La mia vita

è meno lunga d’una parentesi

 

Prostitute e dealer si spostano da una zona all’altra secondo le tolleranze poliziesche e le reazioni più o meno vive dei negozianti esasperati. In ViaSolonos parliamo con uno di loro, un sessantenne che assume le posture di un Poseidone dominatore. Caccia gli importuni con il suo fischietto. I passanti lo guardano, ammirati e divertiti.

 

Le sagome furtive e cadaveriche degli eroinomani diventano presto familiari. La città vive di questi paradossi, tra terrazze frequentate e ostinatamente rilassate e numerosi emarginati. Questi due universi, del resto, sono reciprocamente impermeabili. “Qualche anno fa - mi spiega Massimiliano - vedere un Greco frugare nei cassettoni sembrava inconcepibile. E poi tutti o quasi hanno qualche parente in campagna che li può aiutare, almeno per mangiare. In questi due ultimi anni la rabbia ha invaso la strada, ma non è servito a nulla. Allora adesso si è spostata sulle elezioni”.

 

uomini

escono dai buchi della notte

pieni di denti

sigarette

piccole grida

 

nella notte grande

molto grande

eccessivamente grande

 

seguono il cammino verso la piazza

lacrimogena

 

“ascolta, mi dicono, ho perso il lavoro

adesso dormo nei cassonetti

la banca m’ha mangiato un braccio

sono zoppo

non posso più elargire carezze

né calci

 

Salendo la collina di Exarchia, Massimiliano mi porta per le vie coperte di graffiti. Ha votato una volta sola, per Cicciolina, l’attrice porno che voleva far l’amore con Saddam Hussein per impedire la guerra. Da allora segue in tono minore, senza nostalgia, la via della sua giovinezza libertaria. Per questo ex-studente di storia dell’arte, la via è diventata un luogo dedicato alle mostre temporanee: “Ho scritto alcune poesie grazie a quello che la gente ha lasciato sui muri”:

 

IL VOSTRO MONDO

UN MONDO

CHE AMA CIO’ CHE ODIA

IL NOSTRO ALTRO MONDO

(...)

I TUOI SOLDI

SONO IL TUO BIGLIETTO

VERSO IL NIENTE

 

Lasciamo il centro in macchina. In direzione del Pireo, i negozi abbandonati si succedono, nascosti dietro le serrande. Qui e là, qualche fabbrica funziona ancora. I centri commerciali, vuoti di clienti, sono ridicoli come gli eserciti in grandi manovre, come le cerimonie di cui si è perduto il senso. Questa poesia assomiglia già al passato:

  

 

Possibilmente

un giorno più scuro del solito

la poesia salverà anche me.

me

che guardo

le lunghe colonne d’infelici

impegnati a salire le scale

senza scalini

del centro commerciale. 

 <

 

Nel bel mezzo di una zona abbandonata, dietro un portone spalancato, una donna e la sua creatura hanno messo una pensilina su un mucchio di detriti e immondizia. Da lontano sembrano zingari senza carrozzoni nè caravan, che continuano a vivere comunque la loro vita di girovaghi. Fuori, qualcuno ha scritto su un muro:

 

 Lavoratori stranieri, fratelli nostri!

 

“I greci non sono razzisti” commenta Massimiliano. “L’ospitalità è qualcosa di molto importante, qui si chiama filoxenia”. E mi ricordo di queste parole di Immanuel Kant, sentite poco prima di partire nello spettacolo Les Guêpes du Panama: “L’ospitalità è la cultura stessa, e non un’etica fra le altre [...]. L’etica è ospitalità.


Per Massimiliano come per tanti altri, la gente di Alba Dorata non è che un gruppo di hooligan, di cui solo la violenza deve essere presa sul serio: “Ci hanno fatto vedere in tv uno dei loro deputati l’altro giorno. Fa concerti gotici, si veste di nero e si trucca, poi si fa sanguinare con delle lamette in scena”. Mi guarda tutto scosso dalle risa.

 

 

L’indomani, stiamo qualche ora a chiacchierare fuori, con Sotìris Pastàkas, che incontro finalmente. Pastàkas è stato un tempo del partito comunista: “Ci mandavano a fare la leva militare al nord, lì c’erano le frontiere rischiose, e così eri punito per essere di un partito di sinistra”. Tornando, lui ha lasciato il partito “stalinista”: “Non ho più voluto fare militanza, ma ho sempre votato Syriza”. Ogni tanto, da una lingua all’altra che si sente nel gruppo, riconosco i nomi di Allen Ginsberg o di Henry Miller. Un’altra Grecia mi torna alla memoria, sempre viva. Massimiliano mi legge la poesia preferita del suo amico, Grecia papàki, in nome della Vespa locale, famosa per la sua lentezza:

 

La Grecia viaggia a quaranta all’ora

come un papàki sul lungomare.

La massima velocità possibile

coincide con la possibilità

dello sguardo innamorato:

di registrare, di saziarsi,

di ricordare. La luce nelle minime

sue inclinazioni, l’ondeggiare

del mare, la direzione del vento.

 

La Grecia e il suo passeggero

che la abbraccia, chiudono

gli occhi insieme:

non saprà mai che cosa fosse

lui per lei, nemmeno lei

tutto quello che le deve.

 

Grazie alle basse velocità

la Grecia è il solo paese

dove il tramonto

verso Sùnio, o al ritorno,

può durare una vita intera.

 

(Traduzione di Massimiliano Damaggio).

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