Tristan da Cunha. Fuori dal mondo

A Tristan da Cunha arriva una nave ogni cinque, sei settimane. Prevalentemente un peschereccio, l’MV Edinburgh, che a volte resta in rada per giorni prima che i “roaring forties” (i forti venti che sibilano oltre il quarantesimo parallelo) permettano le manovre di scarico di merci e passeggeri. Questa nave rappresenta l’unico filo che lega l’isola all’“outside world” – come lo chiamano qui – un concetto che comprende tutto quello che esiste oltre il muro d’acqua e anice che spesso avvolge Tristan a poche miglia dalla costa, durante la stagione invernale.

 

 

Tristan da Cunha è un’isola, o meglio un remoto gruppo di isole al largo dell’Oceano Atlantico meridionale.

Io sono arrivato su quella stessa nave una sera di aprile. Lasciato il porto di Città del Capo abbiamo visto due navi cargo all’orizzonte. Una scendeva verso l’Antartide, una risaliva verso nord. Sono sparite dopo poche ore e da quel momento non abbiamo visto altro che oceano per una settimana intera. Fino a quando è apparso il profilo del vulcano, avvolto nella nebbia.

 

 

Tutta la comunità (ovvero 270 persone) era riunita nel piccolo porto a darci il benvenuto, tutti pronti ad accogliere i familiari di ritorno da Città del Capo e me, l’unico visitatore.

Sono qui per ricerca e sopralluoghi per un film che racconti quest’isola della quale avevo sentito a lungo parlare da un amico che qualche anno fa ha lavorato qui come medico per alcuni mesi e che poi è tornato più volte, stregato dal paesaggio e dallo stile di vita dei tristanesi.

 

 

Hervé Bazin definisce Tristan “un conte philosopique qui a l’avantage d’être vrai”: nulla di più vero. Anche io ho ritrovato nella quotidianità di quest’isola tutto quello che mi era stato raccontato e che avevo solo immaginato: le case con le porte sempre aperte, l’assoluta assenza di criminalità, la solidarietà tra gli abitanti. Una società nella quale fino alla fine degli anni cinquanta non esisteva il denaro, e che tuttora potrebbe sostanzialmente farne a meno – non fosse per la necessità di importare beni dal Sudafrica. Una straordinaria cultura dell’ospitalità coltivata accogliendo i naufraghi nel corso dei due secoli di insediamento (l’isola fu scoperta nel sedicesimo secolo dall’esploratore portoghese da cui ha preso il nome, ma è stata abitata da una vera comunità solo a partire dal 1816) e che spinse molti di questi naufraghi a fermarsi a vivere qui, come i camoglini Repetto e Lavarello, due dei sette cognomi delle famiglie tristanesi.

 

 

È forse scontato raccontare quanto il contesto si presti ad una miriade di osservazioni antropologiche, come quella sull’impatto dell’arrivo della televisione (negli anni ottanta) e di quello, molto recente, di internet.

Ma l’aspetto che più mi ha colpito, nel presente e nella storia dell’isola, è la tenacia con la quale i tristanesi tengono a preservare questo loro sistema, questa loro terra. Tristan è soprattutto una storia di resistenza, una storia di lotta continua contro le più svariate avversità (naturali ed artificiali) per poter mantenere il proprio isolamento. L’esatto contrario di tutto quello che accade nell’“outside world” che lavora nell’univoca direzione del connettere, aggregare, annullare distanze.

 

 

A Tristan ci sono delle pietre che sembrano molto pesanti, e che invece, se spostate, nascondono dell’erba ancora verde: sono appena state trasportate dal vento, che spesso soffia con una violenza inaudita. Quelle pietre mi sembrano rappresentare perfettamente la precarietà dell’isola.

L’economia è indissolubilmente legata alla pesca delle aragoste, la quotidianità assoggettata alle imprevedibili bizzarrie del meteo. Nel 2001 un uragano ha scoperchiato i tetti di molte case e il vulcano che domina gran parte dell’isola è ancora attivo e minaccioso. Ma nonostante tutto questo, e nonostante le opportunità in continua crescita, sono pochissimi i giovani tristanesi che decidono di partire. E quelli che partono, molto spesso ritornano.

 

 

Alla fine dell’Ottocento Tristan visse un periodo di enorme crisi. Dopo decenni in cui diverse baleniere utilizzavano l’isola come scalo nel mezzo dell’atlantico, gli spermaceti cominciarono a scarseggiare e la rotta fu disertata per lunghi periodi. In un’occasione Tristan rimase per quattro anni interi completamente isolata. In un inverno morirono di fame trecento mucche. Gli isolani si davano i turni per avvistare navi all’orizzonte e quando finalmente ne videro una lanciarono all’inseguimento diverse barche (le “long boats”, simili ai gozzi liguri) nonostante il mare in tempesta. Quelle navi, con a bordo gran parte degli uomini dell’isola, non tornarono mai più. Rimasero donne, anziani e bambini e il Regno Unito – Tristan è tuttora parte del Commonwealth – offrì loro condizioni molto vantaggiose per trasferirsi in Inghilterra. Il reverendo, figura di assoluto riferimento ai tempi, insistette perché acconsentissero. Ma il rifiuto fu categorico.

 

 

Nel 1961 la terrà tremò e un’impressionante colata lavica lambì il villaggio generando un paesaggio lunare che ora appare splendido nel contrasto con l’armonia della ricca vegetazione dell’isola. Tutti gli abitanti furono trasferiti in Inghilterra. Lo stato inglese offrì loro accoglienza, lavoro, abitazioni e tentò di convincerli ad trasferirsi definitivamente, ma la decisione dei tristanesi fu sostanzialmente unanime e nel 1963 ritornarono sull’isola, si rimboccarono le maniche e ricominciarono da zero, visto che gli orti erano stati devastati dall’incuria e che le navi di passaggio avevano portato via tutte le pecore e le mucche.

 

 

La storia e l’analisi degli eventi non fanno altro che dare spessore a una sensazione che in realtà già si manifesta chiara nella semplice osservazione della quotidianità dell’isola, nell’attitudine dei tristanesi a custodire con cura riti e tradizioni, nel loro legame profondo con la terra e con il mare che li circonda, nel valore assoluto attribuito ai rapporti familiari.

Il giorno dopo il mio arrivo, i tristanesi mi hanno proposto di presenziare allo slaughtering, l’uccisione di una mucca. La durezza dell’uccisione ha lasciato lentamente il posto allo stupore per la bellezza del rito, come in alcuni passaggi de Le sang des bêtes di Franjou, o come nella scena della tonnara di Stromboli. Gli uomini hanno lavorato il corpo della bestia con una precisione ed una meticolosità assoluta, prendendo il tempo di spiegare ai bambini presenti ogni passaggio.

 

 

Una legge non scritta, ma che vige da due secoli sull’isola, prevede che quando qualcuno lavora per un altro (costruendo una casa, riparando una macchina o, come in questo caso, partecipando allo slaughtering) non riceva un pagamento in denaro, ma semplicemente un pranzo e un bicchiere di vino.

Il padrone della mucca, poi, conserva i tagli che gli sono necessari, si informa su chi, nel villaggio, ha terminato le riserve di carne, e ne distribuisce il resto. Lo stesso accade dopo una giornata di pesca, o dopo il raccolto dell’orto.

 

 

Ogni alba una splendida processione di donne in stivali si occupa della mungitura. Le luci delle case si accendono una dopo l’altra e i secchi bianchi sbucano da stradine diverse e poi si incamminano nella stessa direzione,verso i patches di patate, dove sono raccolte le mucche.

Il latte viene poi distribuito tra tutte le famiglie e portato agli anziani.

 

 

È proprio questo senso di coesione sociale e di solidarietà reciproca che rappresenta la forza dell’isola e i tristanesi non sono pronti a barattarla con le comodità dell’outside world che non appare come un miraggio ma piuttosto come un luogo sostanzialmente ostile e pericoloso, in cui si smarrirebbe rapidamente il senso di sicurezza che questo stile di vita garantisce loro.

A pochi giorni dalla partenza, mi ritrovo anch’io nel porticciolo, insieme a tutti gli isolani, ad attendere l’arrivo dell’Edinburgh. Le scuole chiudono per l’occasione e il rintocco del gong – che in generale scandisce il tempo dell’isola e funge da sveglia nelle giornate di pesca – annuncia l’imminente scarico delle merci.

 

 

Nella stiva della nave ci sono i beni che sull’isola non si possono produrre. Le bombole di gas, le medicine, i pezzi di ricambio per le jeep e le barche.

Il peschereccio, visto da lontano, appare minuscolo e fragile nell’oceano immenso, immagine stessa della precarietà di quel filo sottile che collega Tristan all’outside world.

 

 

È una sensazione forte, di provvisoria appartenenza alla comunità, e mi sembra di comprendere l’importanza di questo rito di attesa, il senso delle orazioni che ogni domenica risuonano nella sobria chiesa anglicana affinché la traversata oceanica dell’Edinburgh si compia senza inconvenienti. Affinché si ripeta il piccolo miracolo che consente ai tristanesi di sopravvivere nel proprio isolamento, attingendo dalla stiva il necessario per preservare quella distanza alla quale non hanno mai voluto rinunciare.

 

 

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