Economia del dono

Quando si deve fare un regalo, si corre nelle cattedrali del consumo, i grandi supermercati, gli outlet, i mall, oppure si scelgono le piccole nicchie, le botteghe artigiane, i negozi del commercio equo e solidale e così via. Si comprano dei doni. Ci si rivolge al mercato per esprimere un gesto d’amore.
In cosa consiste la differenza tra il dono e lo scambio? Cosa c’è di diverso dal comprare un dono e qualsiasi altra cosa?

 

È capitato a tutti, credo, di ricevere qualcosa che non ci si aspettava: un regalo troppo bello e costoso o un misero cucchiaio di legno da un possibile – forse - affascinante fidanzato.
Il dono lascia sempre interdetti e pieni di domande. Parla di noi, della relazione che nasce, esiste, si dipana e si svolge così, tra un dono e l’altro, tra un’attenzione e un’idea.
Il dono è un fatto essenziale, che tutti noi abbiamo incontrato, sul quale ci siamo scervellati, annoiati, stupiti, divertiti.

 

Eppure all’università del dono non si parla mai. E anche gli esami di economia (micro, macro, politica economica, econometria ecc.) non ne accennano.
Il dono non piace all’economia neoclassica perché scardina uno dei suoi principi essenziali: il dono non massimizza l’utilità individuale. Il dono non è individuale, ma relazionale, sempre.

 

Per capirci qualcosa bisogna cominciare con un autore che agli economisti del suo tempo non è stato mai molto simpatico: Karl Polanyi. Questo autore tanto affascinante ci ha permesso di riflettere su alcune cose: l’economia è dentro la società, non è un fatto individuale, ma è espressione del contesto nel quale viviamo.

 

L’economia è dunque il modo, mai del tutto scontato, attraverso il quale rispondiamo ai nostri bisogni e permettiamo alla società di riprodursi e trovare relazione (ancora) con l’ambiente circostante. Nella nostra epoca in genere troviamo risposta ai nostri bisogni attraverso lo scambio di mercato, questo è certo, ma al suo fianco si possono riconoscere anche altri modi (Polanyi li chiama “forme dell’integrazione): il dono è uno di queste. Non solo, forse il dono è stata proprio la prima, la più antica e seducente forma di scambio che l’uomo abbia conosciuto. Come ha dimostrato David Graeber e ne abbiamo già parlato qui l’economia non è nata dal baratto, né tantomeno dalla moneta: ben prima era nato il debito e la finanza. Prima ancora il dono.

 

In principio fu il dono oppure, per dirlo con Marcel Mauss che sul dono ha scritto il saggio più famoso e geniale, il dono è un fatto sociale totale: un aspetto della cultura che è in relazione con tutti gli altri.
Il dono è fatto di paradossi: è libero e al tempo stesso obbligatorio, interessato e disinteressato. E il dono non finisce con l’atto del donare, ma si esplica nella triplice azione del donare-ricevere-contraccambiare. Se facciamo un dono a qualcuno e questo non lo accetta si spezza questa catena, ma ancor più finisce, probabilmente, la nostra amicizia, la nostra relazione. Se invece il nostro dono viene accettato ci aspettiamo che – in qualche modo - verremo ricambiati, con un altro dono, chissà quale e quando; ma se verremo contraccambiati di sicuro si proseguirà in un’altalena mai in equilibrio e proprio per questo sempre sorprendente e avvincente.

 

Il dono dice sempre qualche cosa di noi e ogni volta che doniamo qualcosa non doniamo proprio solo quella cosa lì, ma un pezzetto di noi stessi.
Il dono è quindi un comportamento economico, ma è soprattutto un modo per esprimere il nostro bisogno di relazione, di comunicare quanto e come vogliamo contribuire alla costruzione, al mantenimento e al rafforzamento delle nostre reti relazionali. È così se pensiamo anche al cosiddetto “dono moderno”, vale a dire a quelle forme di doni che si possono effettuare anche tra sconosciuti, come il dono del sangue, il volontariato o la collaborazione nella costruzione di software open o free, oppure quando scriviamo o miglioriamo una voce su wikipedia e così via. Mettiamo a disposizione il nostro tempo, le nostre competenze, il nostro sangue, affinché la nostra società cresca, sia in salute e rimangano saldi i legami che ci costituiscono, anche se non sempre ce ne accorgiamo.

 

Recentemente, soprattutto dagli anni ’90 in poi, ma in modo ancor più significativo negli ultimi cinque anni, il dono è tornato ad essere un tema di grande interesse. Spesso tuttavia lo si è confuso con il baratto, che è uno scambio senza denaro, ma si comporta in modo simile allo scambio di mercato. È una transazione che comporta una maggiore capacità di relazione, ma non ha la stessa portata e la stessa necessità del donare-ricevere-contraccambiare. Si esprime nel mero dare e ridare. Non è una differenza da poco, se ci pensiamo.

 

Il baratto, e con esso altre forme di scambio non monetario, si diffondono nei momenti di crisi finanziaria, quando gli stati o le istituzioni preposte, non riescono a controllare o addirittura a emettere valuta. È successo tante volte, dalla Caduta dell’impero Romano, fino alle crisi finanziarie in Russia e Argentina. Le tasche vuote di denaro ci costringono ad inventare forme nuove (o forse antiche), creative, per rispondere ai nostri bisogni molto: swap party, monete alternative, couchsurfing, banche del tempo e così via. La cosiddetta sharing economy ha trovato la sua dimensione ideale nel Web: i costi sono bassi e le piattaforme ci consentono di condividere, scambiare e barattare in modo sempre più immediato e semplice.

 

Non si tratta di vere e proprie forme di dono, non sempre almeno, perché in alcuni di questi casi non stiamo davvero cercando una relazione o di ricostruire dei legami sociali. Si tratta però di scambi economici che si sottraggono al mercato benché ne riproducano i meccanismi, ma che, con estro e qualche volta genialità, ci fanno ri-apprezzare il piacere di risolvere i problemi quotidiani attraverso la condivisione e un “noi” ritrovato.
 

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