La scintilla del cambiamento

Tommaso Campanella pubblica La città del sole nel 1602. È il primo anno che passa in carcere, ce ne rimarrà altri ventisei. Nel 1601, infatti, dopo una serie decennale di processi, è stato prima lungamente torturato (con la corda e il cavalletto) e poi condannato in via definitiva alla reclusione. Le biografie raccontano come, per le ferite terribili, i primi mesi di carcere li abbia passati in uno stato di prostrazione infinita. Ho letto un po' di scritti di Tommaso Campanella l'anno scorso, dovevo curare una breve presentazione per la messa in onda su Rai Storia di un vecchio sceneggiato Rai ispirato proprio alla Città del Sole che venne realizzato da un Gianni Amelio 28enne (sic!) e fu trasmesso in prima serata (sic!) nel 1973.

 

L'interrogativo che mi ponevo, leggendo Campanella, era semplicemente questo: come si fa ad immaginarsi un'utopia, un'utopia perfettamente congegnata in ogni suo dettaglio, mentre si è nella cella di un carcere, umiliati, annichiliti, fisicamente distrutti? Provo ad esprimermi meglio: quale è la forza che, di fronte al disastro, ci rende non solo resistenti, non solo reattivi, ma addirittura progettuali?

 

Partecipare come giurato del concorso cheFare non è stato semplicemente un atto dovuto nella polverizzata teoria di impegni personali, ma ha implicato una domanda del genere. Faccio parte di una generazione per cui il disincanto ha anticipato qualunque forma di incanto. Le due stagioni in cui abbiamo immaginato di far parte di un'ondata simile a una generale trasformazione politica (nel 1992, con la caduta della Prima Repubblica; nel 2000 con i movimenti no-global) sono state talmente brevi – spezzate da epifanie traumatiche (la discesa in campo di Berlusconi, il G8 di Genova) e sepolte da sordine ventennali – che ci siamo dopati di ogni tipo di succedaneo della passione politica: l'indignazione, il cinismo, il parassitismo, l'escapismo... Abbiamo dato ragione a Gramsci semplicemente con la nostra inerzia: l'egemonia del mondo della cultura italiano è quella delle rendite di posizione. Abbiamo dato ragione a Battiato quando nel 1980 cantava Up patriots to arms non mandando in pensione i direttori artistici e gli addetti alla cultura, ma semplicemente affollando le panchine: siamo noi “la gente che sta male”.

 

 

Così l'esperienza di leggersi decine di progetti di cheFare e ascoltare dal vivo le équipe che avevano preparato i nove finalisti, per poi discuterli vis à vis, è stata un'esperienza inedita, verrebbe da dire: rinfrancante, se non addirittura amorosa. Un'immersione in un movimento catacombale composto dalle migliaia di associazioni che nonostante tutto, contro se stessi, decidono che voglio far nascere delle cose. La smania di generazione come terapia d'urto contro le passioni tristi – come quelle coppie che decidono di fare un figlio nel momento in cui hanno perso entrambi il lavoro: ho davvero sempre pensato che non fosse una scelta incosciente. I figli si arrangeranno, saranno più amati e sarà merito loro conquistarsi il mondo.

 

E sono stato anche contento che nel momento in cui mi è stato chiesto di fare il giurato e addirittura il presidente della giuria, vicino al mio nome non ci fosse scritto: giornalista culturale, insegnante, blogger, ma scrittore. Nel tempo del disincanto, che ha coinciso con quello della mia maggiore età – venti lunghi anni – molti di noi hanno provato a pensare alla letteratura come una specie di spazio astratto, un'oasi dove poter continuare a non sentirsi perduti mentre intorno a sé l'università, la scuola, la politica, “tutto” - come avrebbe detto Marx - “evaporava nell'aria”. Abbiamo firmato, da scrittori, molte petizioni; abbiamo imparato, da scrittori, ad avere un'opinione in merito a qualunque problema del mondo; abbiamo, da scrittori, pensato di crearci una sorta di vitalizio da riconoscimento, visto che sarebbe stato difficile maturare una pensione; siamo diventati professionisti job on call dell'impegno; e abbiamo ammirato coloro che attraverso la letteratura hanno avuto modo, non solo di mettere a punto dei romanzi di cui si parlasse sulla prima pagina degli inserti culturali, ma di immaginare mondi. Abbiamo invidiato quegli scrittori lì, come Tommaso Campanella, capaci di concepire delle utopie: nel buio di una cella aspettare il momento in cui la luce del sole penetri da una feritoia, per poter continuare a progettare, buttare giù un'altra pagina, aggiungere un'altra riga.

 

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