“Chiedi chi era Francesco”

I bolognesi Teatri di Vita ricordano il 1977 con Chiedi chi era Francesco, uno spettacolo scritto da Grazia Verasani e diretto da Andrea Adriatico con Olga Durano, Francesca Mazza, Gianluca Enria, Leonardo Bianconi e con Anas Arqawi, Francesco Bonati, Nunzio Calogero, Giovanni Magaglio, Lorenzo Pacilli, Davis Tagliaferro (in scena dall’11 al 16 marzo). In una radio, oggi, al microfono di una speaker sessantenne si alternano ricordi di chi quei fatti li ha vissuti e domande di chi è nato dopo, mentre un incendio divora un Cie, un centro di identificazione e espulsione per migranti. Abbiamo chiesto all’autrice, che nel ‘77 aveva tredici anni, e al regista, allora undicenne, di raccontare la genesi e le motivazioni di questo lavoro, inserito in una stagione intitolata “C’era una rivolta”.

 

Gianluca Enria. 

 

La rivoluzione è solo un sentimento? 

di Grazia Verasani

 

Due adolescenti corrono per le strade del centro di Bologna, tenendosi per mano. Sono appena uscite da scuola e si sono ritrovate sotto un cielo plumbeo che non preannuncia nessuna primavera, ma forse è perché l’aria è intasata dal fumo dei lacrimogeni che pizzica gli occhi ed è come se le nuvole si fossero abbassate sui loro berretti di lana. Le ragazzine cercano vicoli per ripararsi dal fragore di grida, passi accelerati, vetrine infrante, suoni di una guerriglia urbana di cui domani leggeranno distrattamente i titoli sul giornale del padre o del nonno. Ma loro sono piccole e ridono, per la paura e per l’eccitazione. È tutto avventuroso, a quell’età, e felicemente incomprensibile. Le guerre le hanno masticate sui libri di storia o ascoltando i racconti di un padre partigiano che si nascondeva sotto le sottane delle donne di casa per sfuggire all’arresto dei repubblichini, o quelli del nonno di una delle due quando la portava in campagna a vedere il castello di Bentivoglio e le diceva: “Guarda, ci sono ancora appesi i mutandoni di lana nocciola dei tedeschi”. 

 

Una delle due ero io e l’altra era la mia amica Paola, la stessa con cui poi mi scambiai Boccalone di Palandri perché tutti lo leggevano e al liceo se ne faceva un gran parlare. Pochi anni dopo, entrai nel Movimento studentesco, una scelta indotta dalle mie radici, un padre berlingueriano, il quartiere rosso in cui abitavo e dove la maggioranza era iscritta al Pci e si organizzavano le feste dell’Unità nei cortili delle sezioni. Per quelli come me, Francesco Lorusso era un estremista di Lotta Continua, una sorta di avversario politico, ma restava il fatto che era stato impunemente ucciso perché manifestava un dissenso legittimo, e la giovinezza stessa, in fondo, era un dissenso per definizione; quel malessere, insomma, aveva il diritto di esprimersi e la polizia era stata repressiva e violenta: era morto un ragazzo, uno studente, vittima di un carabiniere che aveva sparato ad altezza uomo durante gli scontri di quel marzo del ‘77. 

 

Francesca Mazza. 

 

Be’, non si poteva non essere impegnati politicamente, in quegli anni. Si cresceva con l’imperativo manicheo di stare da una parte o dall’altra, c’erano ideali intrisi di un romanticismo di cui eravamo ancora inconsapevoli, perché la fede nel comunismo era qualcosa di concreto, un dogma che agitava scioperi, manifestazioni, picchetti davanti alle scuole, riunioni, assemblee, volantinaggi. Una volta schierato non eri più solo, eri dentro un flusso, un pensiero critico. Appartenere a un gruppo era condividere la stessa visione del mondo, che comprendeva il tipo di letture, il modo di vestire, di relazionarsi, avere gli stessi nemici, in una comune ricerca di svecchiamento, di innovazione della società e di rigoroso antifascismo. La politica era un interesse primario, non potevi esserne a digiuno, a prescindere che le tue motivazioni fossero trainate dagli altri, i compagni a cui eri legato, o scelte ponderate. Il paese, il mondo, andava cambiato. La controcultura si basava su un moto d’orgoglio esistenziale e politico, e significava disubbidire ai padri, alle rigidezze dei conservatori di partito, ribadire la propria concezione libertaria “desiderante”, lottare per un mondo più giusto, più elastico, più libero. La parola chiave era “insieme”, fare le cose insieme, riunirsi, organizzarsi, dibattere. 

 

Da questa idea di collettività la solitudine era esclusa, ed è la prima cosa a cui ho pensato quando il regista Andrea Adriatico mi ha proposto di scrivere la drammaturgia di Chiedi chi era Francesco, che rimanda al testo di Roberto Roversi della canzone Chiedi chi erano i Beatles. Ho pensato anche alla frase di Pasolini: “La rivoluzione è solo un sentimento”, per allargare il campo non tanto alla metafisica o al pathos ma al disincanto che in età adulta consegue inevitabilmente a un tempo che ha molto a che vedere con la materia aeriforme dei sogni. Delusa dal presente è infatti la protagonista del testo, Giovanna, una speaker radiofonica che nel ‘77 aveva vent’anni e che oggi, al microfono della radio, mentre si celebra l’anniversario della morte di Francesco Lorusso, si ritrova a spiegare a un ragazzo il sentimento di quegli anni, l’aria che tirava, i progetti, i sogni, Radio Alice, le diverse correnti, il femminismo, la Bologna di Zangheri. Per quanto fredda rispetto al suo passato, Giovanna non riesce a celare il rimpianto di ciò che ha vissuto, le speranze di una generazione in lotta, l’involuzione del terrorismo, e la confusione che è scesa come una nebbia sugli amici di un tempo, disperdendoli e frammentandoli nell’individualismo sfrenato degli anni successivi. Nel tentativo di tradurre quel “sentimento”, lei prova sì a sfatare le facili mitologie, la retorica delle retrospettive, ma anche a recuperare il senso di quello slancio e le buone intenzioni che lo motivarono. 

 

Gianluca Enria. 

 

Al telefono, un ragazzo sta guidando con la spia accesa della riserva, si chiama Andrea e si è sintonizzato per caso su quella frequenza. Gli piace la musica “vecchia” che stanno passando ma lui, nel ‘77, non c’era e chiede a Giovanna notizie di Francesco, anche se in realtà a lui interessa soprattutto fare un appello alla fidanzata che lo ha appena lasciato. Mentre lei ascolta gli interventi degli ascoltatori, e in ultimo quello di Andrea, giunge la notizia di un immigrato salito su un tetto in fiamme per protesta contro i rifugi-lager per i profughi, a suggerire una correlazione con la contemporaneità. In conclusione, è a me e alla mia amica in fuga per le strade di una Bologna grigia di scontri quel giorno di marzo di quarant’anni fa che ho dato voce scrivendo questo testo, attraverso le impressioni ingenue di allora e le riflessioni del dopo, sovrapponendo passato e presente in un gioco di specularità che mette in campo sia le differenze che le similitudini.                               

 

 

Senza nostalgia, con un forte senso di sconfitta

di Andrea Adriatico

 

Il mio 1977 parte da un altro anno a doppia cifra di quel lontano e oscuro '900: il 1966. Che è l’anno in cui sono nato. Giusto per dire all’epoca dei fatti qual era il mio mestiere: un bambino, o poco più. Di quel ‘77 la memoria che porto è l’infernale solitudine che seppe procurarmi, e quel primo assaggio di dolore potente, violento, incontenibile. 

Il dolore che si scrisse un mattino quando a svegliarmi non fu gioia ma una macchina color cognac, con un tetto panoramico apribile al vento, enorme segno di un benessere familiare dell’italietta che cresceva intorno alla capitale, guidata da un autista poco propenso a farmi accompagnare nel viaggio da un cucciolo di cane di poche settimane. 

Dovevo essere a scuola, fui portato altrove.

In quel viaggio breve, verso una villa di prima periferia, ora finita per uno scherzo del destino tra le mie cose che non so vendere né abitare, si spense per sempre la speranza di un’infanzia di spensieratezza, trascorsa a sbirciare con curiosità nelle camere sempre troppo affollate, tra militari di alte carriere e democristiani pronti a raccontare e smontare un governo. 

Si spense col memoriale dell’Osservatore Romano, la rivista che più di una volta aveva suggellato la celebrità familiare, letto in quella villa che sapeva di feste allegre, di mangiate colossali, di travestimenti, di ironia e sensualità che non ho mai saputo imitare davvero.

Il mio 1977 comincia lì, con questi pensieri e il latrato di quel cucciolo di cane poi costretto alla catena: si mangia ancora, ma stavolta accade perché è finita la vita, all’improvviso, di colpo, senza un apparente perché. 

 

E mentre tutto cambia, mentre il via vai umano si mescola al latrato straziante del cucciolo senza più attenzioni, il mio silenzio interiore diventa inarrivabile: sbircio umani che siedono accanto a un letto funebre, intenti a osservare un cadavere troppo giovane che lentamente si decompone e lascia scorrere un rivolo di crema amara dalle labbra. Su quel letto avrei dormito poi molte notti a seguire, cercando di non stare nel solco di quell’uomo in procinto di sciogliersi che avrebbe turbato per sempre le mie oscurità.

Delle sconvenienze di quel 1977 mi parlavano le amiche più grandi, che sbirciavo provare minigonne in un negozio molto in voga che chiamavano con una certa ironia “la parigina”, ricco di semi della provocatoria libertà di un tempo che ricordo gaudente in quel mio primo violento dolore.

E ricordo bene la tv di quei giorni, c’era una città assediata, Bologna, che suonava lontana. 

Non era lontano invece Luciano Lama, da sempre e per sempre sindaco di quella periferia romana che porta le mie origini e da sempre presente nelle stanze della memoria abitate dalla mia curiosità. 

Il comunista benvoluto. 

Che fu molto fischiato. Ricordo le risa, a tavola, per quell’oscena fuga dalla Sapienza, quando gli studenti non lo lasciarono parlare. Lui che, onestamente, parlava davvero assai e mi incantava.

Forse per questo ho mantenuto la passione per questa commistione dell’umana pietas dentro storie sociali in quasi tutto il mio lavoro creativo. Pubblico e privato si fondono nella mia memoria. E resto lì, provato da questa fusione. 

 

Quello stesso giovane autista che in quella mattina del 1977 mi accompagnò sull’ammiraglia di famiglia verso un violento dolore, fu presente a lungo nella mia vita di quel tempo. Era bellissimo, come lo ricordo io. E si portava dentro tutti i suoi vent’anni. Mi parlò dei carri armati che invasero una città contro gli studenti, e di Francesco Lorusso, uno che era del clan militare, ucciso con un colpo alla schiena perché viveva di passioni.

E le passioni del bellissimo autista le incrociai una notte, quando lo vidi all’opera dietro la parete di una casa al mare, nell’oscurità, consumare l’amore dei suoi anni con sesso forte e acceso. Era dall’altra parte di Lorusso, quella che amava l’ordine costituito e il servizio cieco al potere. Lo si percepiva anche dal sesso che faceva, da come usava le mani. Non che avessi grande esperienza di interprete allora, ma si fissò così quel momento di voyeurismo adolescenziale.

Sembra una favola amara questo galleggiare nella memoria, e forse un po’ senza senso, ma in realtà descrive a mio modo esattamente la sensazione che ancora oggi mi porto dentro: i miei genitori, i loro amici, si sono divertiti un mondo mentre sentivano che era l’ora di fare l’Italia.

Ricordo le risate fantastiche della signora Onorina, e quelle sue feste che sembravano un carnevale infinito. E ricordo che la solitudine che sentivo mi isolava perché la consideravo esclusiva, come fosse solo cosa mia, appartenenza diretta, che gli altri non potevano in alcun modo comprendere. 

Oggi rileggo una frase che promuoveva Radio Alice, la radio che ha fatto la storia del 1977: un antidoto alla solitudine.

 

Leonardo Bianconi. 

 

Così, pur undicenne, imberbe e senza una vera idea della vita, con un dolore atroce, il mio ‘77 ha presentato subito il conto del futuro: di quegli slogan "lavorare con lentezza", "stato di felicità permanente", "antidoto alla solitudine", ho sempre saputo che avrei per destino avuto la predisposizione opposta. 

Quella che sembra l’armatura del mio presente, con la quale leggo la storia del mio essere ormai cinquantenne chiamato a riflettere.

Ma a riflettere su cosa? Sull’omicidio Lorusso? Su uno stato che assale coi carri armati le sue speranze migliori, gli studenti dell’Università? Solo la rivolta di piazza Tien An Man, a Pechino, poté imitare il ‘77 di piazza Verdi a Bologna, nel regime cinese che più regime non potrebbe essere.

Oggi si aggredisce con più maestria. Il litio nell’aria e gli insegnamenti truccati. Siamo ormai esperti di inganni meno appariscenti.

In fondo anche l’Italia di quegli anni era proprio tanto amara, quelle risate condite di arrosti e lasagne che vedevo scorrere nelle stanze accanto alla mia, dove piduisti e cardinali consumavano i medesimi scranni mentre mia madre allestiva servitù con fermezza andarono a sbattere contro quel dolente 78, quando il rapimento Moro mi segnò in via definitiva. 

C’era la rivoltella, c’era la paura. Le città assediate di polizia, il rapimento come necessità politica per essere presi sul serio. Non si rideva più. E non ho più visto ridere come prima. Non ho più visto “degli zingari felici”, anzi. 

 

E se oggi uso in prestito umile uno slogan di Roberto Roversi e mi “chiedo chi era Francesco” non lo faccio perché sento nostalgie del mio terribile ‘77, ma perché provo un forte sentimento di sconfitta a sapere che da quel proiettile si è generato il mio destino di uomo accorto, che lavora con furia e senza sosta, che non ha ancora ben capito cosa sia la felicità permanente e che è provato dalla solitudine confortata da un uomo che mi russa accanto mentre scrivo.

Così se da un lato sento la speranza di chi vorrebbe che col mio lavoro gli facessi rivivere anche solo per mezz’ora l’incanto di quel momento, di quegli indiani coloratissimi, di quei sassofonisti pieni di emozione, di quelle piazze ingorde come non mai di parole e confronti, io so che li deluderò con la mia solitudine perché, per dirla con l’urlo del ventenne Izi, so solo “sparire, tornare, fuggire, morire, per vivere meglio, per vivere il tempo, per viverne il tempo, per viverne il tempo sul serio”. 

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