Ci amiamo noi o mi amo io

Nella sintassi italiana c'è un piccolo neo, un delizioso difetto che rende ambiguo il titolo del celebre film di Ettore Scola. Un'ambiguità forse mai notata o, se notata, rimasta sotto silenzio. Faccenda grammaticale: può parere noiosa ma è divertente. Un esempio chiarisce di cosa si tratta.

Allo zoo. Gabbia delle scimmie. Due provvedono alla reciproca spulciatura. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Finita la spulciatura vicendevole, ciascuna continua spulciando se stessa. Commento appropriato: “Le scimmie si stanno spulciando”. Parole uguali per dire di azioni tanto reciproche quanto riflessive. 

 

Star lì a spiegare come ciò accada in italiano (e in lingue sorelle) sarebbe pedante. Normalmente la cosa passa inosservata: per informazioni sulle ambiguità, si chieda a poeti e linguisti. I contesti in cui si parla e le conoscenze pregresse le celano. Un paio d'esempi, ispirati al più bruciante presente.

“Putin e Erdogan si disprezzano”: c'è bisogno di dire “vicendevolmente”? Pensare a un sentimento riflessivo sarebbe da male informati.Putin e Erdogan si piacciono”: fosse espressione dal valore reciproco, il futuro di tutti sarebbe meno insicuro. Ma a chi verrebbe in mente, vedendoli all'opera, l'interpretazione reciproca?

 

L'ambiguità del titolo del film di Scola dovrebbe a questo punto essere lampante. Esso ha una lettura reciproca e una riflessiva. Vuol dire due cose diverse. E magari si tratta di un pregio. Le creazioni ben fatte, di norma, sono ambigue. 

L'idea di tale ambiguità non sfiora nessuno, però. Una prova? Il suo adattamento al mercato inglese: “We all loved each other so much”. L'inglese è meno difettoso dell'italiano, in proposito. Ma, a buttarla sull'inglese, qualcosa si perde... Ci si limita infatti alla banalità. 

L'ambiguità apre invece una lettura diversa del film e, da lì, dell'opera di Scola. Un'idea meno celebrativa ma forse più stimolante di quelle circolate qualche settimana fa, per la nota e triste occasione.   

Per immagini e parole, Scola è il narratore dell'ambiguità di un amore. Inquadrato in un modo, pare amore reciproco, nell'altro, amore riflessivo. Buona, ottima descrizione di una situazione morale e sentimentale in cui si trovò il ceto di cui C'eravamo tanto amati racconta l'epopea.

 

Il regista e i suoi sceneggiatori, gli inesauribili Age & Scarpelli, non nascondevano e non si nascondevano del resto di appartenere a un ceto che si era voluto e supposto consapevole. Come tale s'era proposto alla nazione d'espressione linguistica italiana: come ceto intellettuale e/o politicamente progressista. 

Con la nazione, questo ceto ha creduto a tratti di vivere un amore reciproco. Ma c'è il sospetto che esso si sia soprattutto guardato allo specchio. Un amore insomma ambiguamente reciproco e riflessivo. Infine e in ogni caso, deluso, a quanto pare. 

 

Col film e con la sua opera, Scola ha insomma insinuato il dubbio sottile dell'esistenza di un narcisismo intellettuale. E quando è questione di narcisismo, le delusioni d'amore durano poco; lo si sa. Messi sull'avviso, c'è allora oggi da chiedersi, anche in omaggio alla memoria di Scola, se, sotto nuove forme, la situazione morale e sentimentale di quel ceto non sia ancora la medesima. Ama la sua nazione e ne è dubitosamente riamato? Perché no. Ma ama anche, e forse soprattutto, se stesso.

 

 

Comparso sul “Corriere del Ticino”, il 12 marzo 2016.

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