La fine del libro?

Alcuni giorni fa Luca Sofri ha pubblicato sul suo blog Wittgenstein un breve post dedicato al tema molto dibattuto della "fine del libro". Nonostante l'argomento sia indubbiamente importante nel contesto del nostro presente culturale, credo che alcune delle posizioni assunte da Sofri prestino al fianco a obiezioni la cui discussione può risultare interessante. Ne faccio un elenco di seguito. Molte delle idee che espongo possono essere rintracciate e approfondite in almeno due testi dei tanti pubblicati sull'argomento nel corso degli ultimi trent'anni: uno è un classico, Lo spazio dello scrivere di Jay David Bolter (ed. italiana Vita&Pensiero, 2002), mentre l'altro è un testo più recente (Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Roma, Laterza, 2010). Una prospettiva più ampia sulle relazioni tra forma del testo, forma del libro e mente può essere reperita in un altro classico del tema, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola di Walter J. Ong (ed. italiana Il Mulino, 1986).

 

1. Il libro non è più l'elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea. Più corretto mi sembra dire, come il già citato Bolter, che da un certo periodo di tempo a questa parte il libro subisce la concorrenza di altri media nel suo ruolo culturale egemone. Tuttavia addurre questo processo alla comparsa e diffusione su larga scala di internet rischia di fornire un quadro parziale di un processo in realtà molto più ampio. Non bisogna infatti dimenticare che il libro, prima dell'Ottocento, nel mondo occidentale restava un bene di lusso precluso alle masse, e che è stato il diffondersi congiunto dell'editoria commerciale e delle prime biblioteche pubbliche a fornire una spinta decisiva alla diffusione dei libri tra la popolazione. Quasi negli stessi anni, tuttavia, il libro appena "democratizzato" era già costretto a subire la concorrenza di due neonati media, il cinema (1885 c.a.) e la radio (1895). Un ridimensionamento ancora più radicale della sua egemonia culturale e più in generale della carta stampata sarebbe avvenuto nel Novecento, con il diffondersi della radio e la nascita della televisione. Per questo dire che internet ha relegato il libro alle periferie della mediasfera contemporanea è un errore. Più corretto mi sembra dire, nel lessico di Bolter, che internet sta ri-mediando la stampa come il cinema ha ri-mediato il teatro, e come cinque secoli fa la stampa ha ri-mediato la scrittura a mano, che tuttavia non è andata persa o dimenticata. In altre parole i vecchi media non scompaiono, ma si trasformano per convivere con quelli nuovi in un rinnovato equilibrio.

 

2. Leggiamo meno libri. Questo è un dato riportato così tante volte, da così tanto tempo e in contesti tanto disparati da essere diventato quasi un atto di fede, una di quelle affermazioni che solo raramente e in contesti molto specialistici (bollettini professionali, studi accademici eccetera) vengono realmente verificate. In sé, la frase "leggiamo meno libri" è monca dal punto di vista sintattico e di conseguenza irrisolta dal punto di vista logico, perché è un complemento di paragone senza il termine di paragone. Ad esempio nel 1861 l'analfabetismo medio in Italia era intorno all'80% e solo una minuscola percentuale di popolazione aveva le risorse economiche per permettersi l'acquisto di un libro, quindi è plausibile che oggi in Italia si legga più che nel 1861. Tuttavia l'articolo di Sofri è abbastanza chiaro nell'esplicitare che l'affermazione va intesa in maniera relativa e non assoluta, nel senso di "chi una volta leggeva un numero elevato di libri oggi ne legge meno". Non ho i dati né le conoscenze per affermare con ragionevole approssimazione se questo sia vero o falso, ma poniamo pure che sia vero. Il dato, mi pare, resta comunque non contestualizzato e dunque pressoché inservibile. Ad esempio può darsi che nel corso degli ultimi, poniamo, dieci anni al calo generale della lettura sia seguita una maggiore polarizzazione (se dieci anni fa 10 persone leggevano 10 libri all'anno, oggi 9 persone leggono 6 libri e 1 ne legge 20), o viceversa sia conseguita una maggiore distribuzione (se dieci anni fa 10 persone leggevano 10 libri all'anno oggi 20 persone ne leggono 6). Non ho i dati per affermare la verità o la falsità di queste affermazioni ipotetiche, ma credo che l'esempio dimostri bene come un dato non contestualizzato rischia di finire facilmente nell'insignificanza.

 

3. Le vendite dei libri sono in grande crisi. In questo caso i bilanci degli editori, almeno in Italia, parlano chiaro, ma alla innegabile crisi del settore editoriale concorrono così tanti fattori che tracciare un parallelismo diretto tra calo delle vendite e calo della lettura rischia di essere una deduzione arbitraria. Innanzitutto la crisi economica che ha investito l'Occidente porta a una riduzione dei consumi generalizzata, senza peraltro che questo metta in dubbio la sopravvivenza dei beni soggetti a questa riduzione (ad esempio è vero dire che dal 2008 c'è stato un crollo nelle vendite di abbigliamento o di frutta e verdura, ma naturalmente nessuno ha mai parlato di "fine della t-shirt" o di "fine della carota"). In secondo luogo da quando anche il libro, come già la musica, le immagini e il video è entrato nell'era digitale, è probabile che come nel caso degli altri media vada messo in conto un notevole aumento della pirateria, e dunque di una fruizione dei contenuti non desumibile dalle statistiche di vendita degli editori. (Concordo nel dire che questo dato in Italia è marginale, almeno per ora, ma di sicuro non lo è nel Regno Unito, negli Usa o in Cina.)  Per quel che riguarda il nostro paese bisogna poi dire che il settore editoriale si sta confrontando in questi anni con alcune contraddizioni endemiche (tra cui eccesso di produzione, esternalizzazione delle redazioni, costi di distribuzione eccetera) che sicuramente hanno influenzato in una percentuale difficile da stimare il calo delle vendite. Infine uno spazio andrebbe riservato anche al ruolo delle biblioteche, fisiche e digitali, che restano ancora oggi il canale principale attraverso il quale si può usufruire di libri a costo zero.

 

4. La specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga. Questa affermazione dal carattere millenaristico mi pare si fondi su un equivoco tra forma lunga del testo e tempo più o meno lungo dedicato alla lettura. Per quel che riguarda il primo caso alcuni dati facilmente reperibili online non lasciano molti dubbi. La classifica dei Top 100 Bestseller di sempre (cioè degli ultimi vent'anni) redatta da Amazon, ad esempio, è completamente dominata dalle saghe: quella di Harry Potter in testa (7 libri di 527 pagine in media nell'edizione italiana), quella di Twilight (4 libri, media pagine 517), Le cronache del ghiaccio e del fuoco (7 libri di cui 2 ancora inediti, media pagine dell'edizione originale 854), a cui va aggiunto almeno Dan Brown (con una media pagine approssimativa di 450) e la riscoperta dei romanzi di Tolkien. Il contesto in cui è inserita l'affermazione fa pensare tuttavia che Sofri si stia riferendo a un più ampio processo di frammentazione dell'attenzione dovuta all'influsso crescente nelle nostre vite dei media elettronici, un campo che ha più a che vedere con le scienze neurologiche che con la storia del libro e della lettura.

 

Da questo punto di vista non è però chiaro perché una inabitudine a trascorrere lunghi intervalli di tempo non frammentato leggendo un libro dovrebbe influire sul destino del libro nel panorama culturale. La classifica di Amazon dimostra mi sembra chiaramente che libri lunghi godono di un notevole successo editoriale; che questi libri vengano letti in lunghe sessioni prive di interruzioni (come plausibilmente avveniva uno o due secoli fa) o che vengano letti in maniera frammentaria, intercalando la lettura alla fruizione di altri media (come plausibilmente avviene oggi, o almeno avviene oggi più di quanto avvenisse un tempo) mi sembra non deponga né a favore né a sfavore del futuro del libro e del suo ruolo nel processo di diffusione delle idee.     

 

5. Il libro è diventato marginale come oggetto di costruzione e diffusione della cultura contemporanea. Come nel primo caso, questa affermazione mi sembra non tanto errata quanto una versione parziale della realtà. Più corretto sarebbe forse dire che, rispetto al passato, ci sono casi specifici in cui il libro non è più lo strumento privilegiato di trasmissione della cultura. L'esempio riportato da Sofri è calzante: i post su Wittgenstein hanno all'incirca lo stesso numero di lettori del libro pubblicato da Sofri stesso nel 2011, Un grande paese. L'Italia tra vent'anni e chi la cambierà (BUR).

 

Tuttavia Luca Sofri è un giornalista culturale che è diventato famoso grazie al web, e che si rivolge a un pubblico di lettori che ha avuto la bravura e la costanza di costruire e fidelizzare nel corso degli anni. Può darsi, anche se non posso dirlo con certezza perché non l'ho letto, che Un grande paese sia quel genere di libro il cui contenuto può essere veicolato efficacemente attraverso i post di un blog, così come può darsi che il pubblico di lettori del libro sia in sostanza, con qualche minima variazione, il pubblico di lettori di Wittgenstein.

 

Tuttavia è facile intuire come ci siano ampie categorie di libri che in internet non funzionerebbero e che continuano, nel 2014, ad avere bisogno degli spazi ampi e della sequenzialità della forma libro, sia esso stampato su carta o codificato in una sequenza di bit: un saggio di filosofia, ad esempio, o un romanzo. Non voglio dire con questo che un saggio di filosofia non possa in assoluto essere comunicato in maniera efficace attraverso il web, ma con ogni probabilità per questo particolare genere il libro si sta rivelando ancora oggi il supporto più adatto. Anche in questo caso, mi pare, si può dire quanto già detto in precedenza: in certi particolari casi e situazioni il libro è diventato marginale come oggetto di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, in altri casi no.

 

6. Se c'è un posto dove quello che scrivo resta è internet. Qui si va a toccare un problema molto spinoso con cui tutti i professionisti della conservazione documentaria si sono confrontati nel corso degli anni e che la letteratura a riguardo ha già ampiamente trattato: quello della deperibilità dei supporti di registrazione. Come sa qualsiasi archivista, la stessa frase utilizzata oggi riguardo a internet veniva applicata qualche decennio fa al microfilm, con l'effetto che ora il microfilm è passato di moda culturalmente ed è deperito fisicamente, e molta dell'informazione registrata su quel supporto risulta ad oggi inservibile. Sarebbe tendenzioso paragonare internet al microfilm (con ogni probabilità internet rimarrà, in una forma o nell'altra, nei prossimi decenni) ma a meno di voler considerare la storia della tecnologia come giunta al suo punto d'arrivo finale bisogna ipotizzare che anche i contenuti conservati in rete potranno essere un giorno inaccessibili: per questioni culturali o economiche (internet verrà blindato da compagnie private e non sarà più il terreno della libera condivisione che è oggi), per questioni tecnologiche (nel 2050 internet funzionerà grazie a protocolli incapaci di leggere l'HTML, il codice con cui sono codificate le informazioni nella rete attuale) o di altra natura. Inoltre su questo punto il discorso travalica addirittura l'opposizione tra libro e media elettronici per approdare a quella, per certi versi più essenziale ancora, tra carta e bit.

 

Secoli di storia bibliotecaria e di lavoro con i documenti hanno dimostrato che la carta resta il supporto che meglio si conserva nel corso dei secoli e addirittura dei millenni, mentre l'informazione elettronica è ancora troppo giovane perché sia possibile farsi un'idea chiara della sua durata nel tempo. Non si tratta affatto in questo caso, come dice Sofri, di "nostalgia", ma di semplice praticità: comprendere a quale mezzo di registrazione affidiamo la nostra memoria, chiedendogli di resistere agli assalti del tempo per portare la nostra testimonianza nel futuro.

 

In conclusione vorrei semplicemente ribadire quanto tutti i testi citati fin qui hanno già affermato in maniera più solida e argomentata: parlare della fine del libro, come si sta facendo ormai da quasi mezzo secolo a questa parte, si è rivelato sempre avventato o prematuro. Siccome viviamo in un mondo di cose finite e deperibili anche il libro un giorno finirà, come finirà il sole, la vita sulla Terra e tutto l'universo. Sicuramente non sembra ancora arrivato il momento.

 

Probabilmente i libri dovranno combattere maggiormente per emergere in un panorama mediatico sempre più complesso e variegato, e il libro come oggetto culturale dovrà cambiare le sue forme e i suoi supporti, perderà terreno in certi ambienti e forse ne conquisterà in altri (il mercato del modernariato, ad esempio). Si tratta comunque di un processo iniziato ben prima di internet, e che internet, con lo straordinario apporto che ha dato e darà in futuro alla produzione e alla circolazione della conoscenza, non esaurirà, per il semplice motivo che la storia degli uomini non si esaurisce mai finché non finisce una volta per sempre, e a quel punto serviranno poco anche le teorie. 

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