Primo Levi, alle origini della zona grigia

Pubblichiamo un commento di Marco Belpoliti agli articoli di Sergio Luzzatto e Domenico Scarpa, apparsi il 19 giugno 2011, qui riprodotti per gentile concessione del Domenicale Sole 24ore.
Il Domenicale ha un nuovo caporedattore, Armando Massarenti, e un nuovo formato – più grande – che ritorna alle sue origini, dopo l’esperimento del tabloid-rivista dell’anno trascorso, continuando così una tradizione grafica e culturale assai importante nel paesaggio giornalistico italiano.

 


 

Quando saranno raccolte e pubblicate le lettere di Primo Levi, si scoprirà che i suoi libri sono sempre accompagnati da una continua messa a fuoco di temi e problemi, approfondimenti e cambiamenti progressivi, di cui l’epistolario è senza dubbio il documento più vivo. Per quanto sia riuscito a leggere delle lettere di Levi nel corso della curatela delle sue “Opere”, uscite presso Einaudi in nuova edizione nel 1997, sovente custodite da amici e interlocutori più o meno occasionali, mi è subito parso evidente che non esiste un Levi intimo o privato, in vena di confidenze personali (ci sono anche quelle, ma molto meno), bensì un sempre lucidissimo e autocosciente autore che affianca all’attività pubblica di scrittore e testimone quella di corrispondente epistolare ad personam. Una sorta di quarto mestiere dopo quello di chimico, scrittore e testimone. Lo documenta questa stessa lettera rinvenuta da Sergio Luzzatto e da lui commentata insieme a Domenico Scarpa sul domenicale del “Sole 24 ore” il 19 giugno.

 

Ho letto lo straordinario scambio con il suo traduttore tedesco, Heinz Riedt, in cui discute puntigliosamente la versione tedesca del suo primo libro che appare nel 1961, tre anni dopo l’inizio di quel lavoro di trasbordo in un’altra lingua, quella dei suoi carcerieri. Ebbene proprio questo libro è quello che produce una serie di corrispondenze di lettori tedeschi indirizzati all’autore di Se questo è un uomo dopo il ‘61. Levi risponde a tutti con attenzione, onestà e puntiglio. Quel mazzo di testi, una quarantina circa, Levi aveva pensato di raccogliere in un libro, come ricorda Luzzatto, presentandolo all’Einaudi, ma non ricevendo una risposta ultimativa, lettere che comprendono anche una parte di quelle inviate a Hety S. di Wiesbaden, che vanno al di là del 1963-65 intrecciandosi con le lettere scambiate con Jean Améry, grazie alla mediazione di questa socialista tedesca il cui padre era stato internato in un campo. E poiché Levi, scrittore parsimonioso, non gettava nulla, quel progetto l’ha travasato in un libro apparso ventitre anni dopo, I sommersi e i salvati.

 

Al di là degli aspetti che possono interessare noi studiosi di Levi – una filologia mai fine a se stessa, credo –, qual è la questione importante che si nasconde dentro l’epistolario inedito coi lettori tedeschi? Il tema della “zona grigia”. Ovvero il grado di coinvolgimento, e dunque di responsabilità, dei tedeschi sotto Hitler, come dei deportati nel Lager: i collaboratori delle SS, i Kapo, gli stessi Triangoli rossi, ovvero i politici che nel Lager di Monowitz, dove Levi si trova, collaborano con i carnefici pur di sopravvivere; e alla fine la responsabilità di Levi stesso, un salvato nel naufragio dei sommersi. L’identificazione con il Vecchio Marinaio di Coleridge, maschera dell’ossessione che lo tormentava, su cui torna Scarpa, è una delle tracce della prima formulazione della “zona grigia”, un tema che oggi, come testimonia anche il recente libro di Franco Cassano, o quello di Goffredo Fofi, si pone come decisivo nel momento culturale e politico che stiamo attraversando. Resta poi sullo sfondo, ma non troppo, la ragione per cui Cesare Cases e l’Einaudi non furono pronti a recepire quel pacchetto di lettere nel 1963. Ma questo è un altro discorso ancora su cui varrà prima o poi la pena di ritornare.

 

Marco Belpoliti

 


 

Primo Levi ha parlato molto di sé, nei quarant’anni compresi fra la pubblicazione di Se questo è un uomo e l’abbreviata fine della sua vita. Tuttavia, c’è una dimensione del suo racconto che noi continuiamo a ignorare per la maggior parte: è la dimensione duale (e intima, o comunque più privata che pubblica) del Levi scrittore di lettere. Fino a oggi l’epistolario è rimasto disperso, e quasi interamente inedito. Da qui l’importanza delle trouvailles, i rinvenimenti fortunosi. Come la lettera pubblicata in questa pagina, risalente al maggio 1965 e collegata a una precisa circostanza editoriale: la pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti della traduzione inglese de La tregua.

Due anni prima, nel 1963 (sedici anni dopo l’esordio ben poco fragoroso di Se questo è un uomo, e cinque anni dopo la più fortunata riedizione Einaudi), l’uscita della Tregua aveva dischiuso a Levi le porte del riconoscimento letterario: terzo classificato al premio Strega, vincitore del premio Campiello. Il racconto dell’avventuroso ritorno da Auschwitz – oltre sei mesi nel 1945 per ritrovare l’Italia, dopo un periplo attraverso la Polonia, la Russia, l’Ucraina, la Romania e l’Ungheria – aveva conferito a Levi, chimico di professione, lo status non più soltanto di un memorialista del Lager ma di un narratore a pieno titolo. E non soltanto in Italia, anche all’estero. Mentre le edizioni britannica e americana di Se questo è un uomo erano uscite, fra 1959 e 1961, per due editori di nicchia, a tradurre La tregua nel ‘65 erano ormai due case di prima grandezza, Bodley Head e Little Brown.

Nonostante questo, entrambe le edizioni conobbero un fiasco: per sfondare presso il pubblico anglosassone Levi avrebbe dovuto attendere gli anni Ottanta, con la traduzione del Sistema periodico. Invece, fin dal 1961 aveva sfondato in Germania con la traduzione tedesca di Se questo è un uomo: cinquantamila copie vendute in pochi mesi... E un dialogo diretto con decine di lettori tedeschi, che avevano voluto scrivere all’autore e ai quali l’autore aveva risposto, inaugurando scambi epistolari anche distesi nel tempo.

 

Tale essendo il contesto d’origine della lettera ritrovata, in che cosa la missiva partita da Torino il 23 maggio 1965 verso un indirizzo postale del Massachusetts può contribuire significativamente alla nostra conoscenza di Primo Levi? L’inedito si rivela prezioso sia per documentare il rapporto con uno scrittore-chiave del suo pantheon letterario, il poeta romantico inglese Samuel T. Coleridge, sia per illuminare la genesi di un progetto editoriale che Levi coltivò nei primi anni Sessanta e che – dopo essere fallito in quanto progetto a sé stante – sarebbe sfociato nell’ultimo capitolo dell’ultimo suo libro.

Che Coleridge sia stato, con la tardosettecentesca Ballata del vecchio marinaio, un autore-feticcio di Primo Levi, è cosa nota. Più volte Levi ha descritto il se stesso del 1946, straziato reduce di Auschwitz, come “simile al Vecchio Marinaio di Coleridge, che abbranca in strada i convitati che vanno alla festa per infliggere loro la sua storia di malefizi”. Quando Levi avesse letto la Ballata per la prima volta non è dato di sapere con esattezza. Di sicuro, nel 1984 il sentimento di identificazione con il personaggio di Coleridge lo avrebbe spinto a intitolare con un verso del poemetto la principale sua raccolta di poesie, Ad ora incerta. E nel 1986 lo avrebbe spinto a riprendere (nell’originale inglese) l’intera strofa di quel verso come esergo del suo libro fondamentale e testamentario, I sommersi e i salvati.

 

La lettera del 1965 riprodotta qui per la prima volta offre un complemento d’informazione tanto suggestivo quanto istruttivo alla storia del rapporto di Levi con Coleridge. Attesta infatti come già all’epoca della traduzione inglese della Tregua lo scrittore torinese avesse immaginato di intitolare un suo libro con parole tratte dalla Ballata del vecchio marinaio. A fronte dei due titoli scelti rispettivamente dall’editore britannico e dall’editore statunitense – il letterale, ma “sofisticato” The Truce e il “molto insipido” The Reawakening, il risveglio – l’autore ne avrebbe preferito un terzo che trovava “molto bello”, Upon a painted Ocean: “sopra un oceano dipinto”, il verso n. 118 del poemetto di Coleridge. Così, già nel ‘65 l’odissea del ritorno da Auschwitz si presentava a Primo Levi nella forma di una navigazione (il titolo italiano da lui inizialmente pensato per la Tregua era Vento alto) che attribuiva al marinaio il ruolo insieme fatidico e fatale dell’unico superstite.

 

Non meno notevole la seconda parte dell’inedito, quella relativa al “progetto tedesco”. In pratica, si trattava dell’idea di raccogliere in volume le lettere che l’autore aveva ricevuto dai lettori tedeschi di Se questo è un uomo, unitamente alle sue proprie lettere di risposta. Era questo un progetto che Levi aveva presentato all’Einaudi nel gennaio 1963 e che la casa editrice aveva sottoposto all’attenzione del suo germanista di riferimento, Cesare Cases. Il quale Cases, benché fosse da sempre un estimatore di Levi, aveva poi dimostrato (apprendiamo dall’inedito) ben poco interesse. Da qui – “il campo è libero, e le lettere sempre a Sua disposizione” – la scelta di Levi di rimettere il “progetto tedesco” nelle mani di un suo interlocutore d’oltreoceano: il destinatario della missiva ritrovata, Kurt H. Wolff.

Ecco un nome che fa capolino per la prima volta, o quasi, nella ricostruzione del paesaggio biografico di Primo Levi. Nome peraltro assai noto agli studiosi di sociologia, se è vero che Wolff, nato in Germania nel 1912 ed emigrato in America nel 1939, fu esponente fra i maggiori della scuola sociologica tedesca in esilio, e sarebbe giunto negli anni Settanta a occupare la carica di presidente dell’American Sociological Association. Levi lo aveva probabilmente conosciuto fra il 1963 e il ‘64, quando il professore della Brandeis University aveva trascorso un anno sabbatico in Italia: quell’Italia dove era emigrato ventunenne nel 1933, dopo la presa al potere di Hitler, e dove si era laureato a Firenze con una pioneristica tesi di sociologia della cultura.

 

Noi possiamo immaginare che il chimico di Torino e il sociologo del Massachusetts si fossero incontrati, fra 1963 e ‘64, intorno alla loro comune passione per la letteratura: Wolff stesso era poeta e narratore a tempo perso. Inoltre, possiamo immaginare che si fossero incontrati intorno alla loro comune condizione di “salvati” della Shoah: Wolff non aveva conosciuto l’esperienza del campo di sterminio, ma la Soluzione finale aveva investito suo fratello, uno di un milione fra i “sommersi” di Auschwitz.

La lettera ritrovata attesta come Levi, dopo il disimpegno di Cases e dell’Einaudi, avesse pensato di affidare a Kurt H. Wolff uno sbocco internazionale del “progetto tedesco”. Restano da indagare le ragioni che provocarono il fallimento anche di questa soluzione editoriale. In ogni caso, vent’anni più tardi il progetto di Levi prenderà una forma altrettanto stringata che perentoria: quella del capitolo Lettere di tedeschi, ne I sommersi e i salvati.

 

Sergio Luzzatto

 


 

“Non sapevo ancora di essere in grado di commettere questo atto dello scrivere”. Primo Levi pronuncia la frase in un filmato del settembre 1963 (lo trovate in YouTube) rispondendo a Luigi Silori che lo intervista per il programma televisivo L’Approdo. Levi usa un verbo sorprendente per alludere ai mesi del 1946-47 durante i quali prese forma Se questo è un uomo; ricorre alla sua pacata ironia per suggerirci che “commettere” un libro di quel genere fu da parte sua un gesto grave, che infrangeva le regole del quieto vivere civile provocando il prossimo a rispondere a una domanda drastica: “Considerate se questo è un uomo”.

 

Siamo nel pieno degli anni Sessanta e Levi sa bene ormai quanto sia stato brusco il gesto col quale ha imposto ai lettori la sua descrizione di Auschwitz: “Ero diventato simile al vecchio marinaio della ballata di Coleridge, che artiglia per il petto, in strada, i convitati che vanno alla festa, per infliggere loro la sua storia sinistra di malefizi e di fantasmi”. La nota alla versione drammatica di Se questo è un uomo è datata 1966, ed era questa, finché Sergio Luzzatto non ha ritrovato la lettera del ‘65 a Kurt H. Wolff, la prima citazione della Rime of the Ancient Mariner nell’opera di Levi. È probabile che, fortuna e pazienza aiutando, il futuro ci riservi molte di queste retrodatazioni con sorpresa. Coleridge, come sanno i lettori di Levi, attraversa la sua opera fino al titolo della sua raccolta di poesie A ora incerta e fino all’epigrafe del suo ultimo libro I sommersi e i salvati: “Since then, at an uncertain hour, / That agony returns: / And till my ghastly tale is told / This heart within me burns”.

 

Si era ipotizzato che l’incontro Levi-Coleridge fosse avvenuto grazie a Beppe Fenoglio, la cui traduzione della ballata, apparsa nel 1955 sulla rivista “Itinerari”, veniva ripresa nel ‘64 da Einaudi in un volumetto con il testo originale a fronte. In quegli anni, però, circolavano altre due versioni d’autore, anch’esse con testo a fronte, firmate rispettivamente da Mario Praz nel 1947 e da Mario Luzi nel 1949. È probabile che Levi non abbia tenuto presente nessuna delle tre, leggendo invece direttamente l’originale inglese; ne fanno fede la naturalezza con cui propone il titolo Upon a painted Ocean e la diligenza con cui, nella nota teatrale del ‘66, sviluppa in lingua italiana l’aggettivo “ghastly” che nella sua etimologia contiene lo spavento e i ghosts, gli spettri: “storia sinistra di malefizi e di fantasmi”, appunto.

 

Levi sa “commettere” bene i suoi libri: nel senso che li vuole giustamente bruschi (per questo non gli va giù un titolo accomodante come The Reawakening) e nel senso che li sa montare con arte, pezzo dopo pezzo. Anche nella conversazione televisiva del ‘63 si accenna alle lettere dei lettori tedeschi: può darsi che in quel momento Levi non avesse ancora letto Coleridge, ma certo la mano del suo racconto sapeva chi artigliare all’altezza del petto.

 

Domenico Scarpa

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