Statistiche invidiose e suicidi scandinavi

1. Ha colpito il fatto che i paesi europei a cui tende la valanga di profughi dall’Asia e dall’Africa sono in effetti soprattutto la Germania e la Svezia. E questo non solo perché la Svezia è un paese particolarmente accogliente, ma anche perché è considerato – non a torto – uno dei paesi europei in cui è meglio vivere (clima a parte, forse). In certi paesi, come la Francia, xenofobi a parte, ci si è chiesti preoccupati perché i profughi non puntino più sui paesi famosi per dare asilo: “Ma allora, la Francia non attrae più nessuno!” si chiedono sconsolati.

 

Parlando di questo con amici, alcuni paiono perplessi e mi dicono “…ma in Svezia hanno un alto tasso di suicidi.” Sono decenni che, quando capita di parlare di paesi scandinavi, sento questo refrain, in pratica un riflesso pavloviano: se si accende la luce rossa “Scandinavia” – e soprattutto “Svezia” – allora nell’italiano o italiana con cui parlo spesso si produrrà una salivazione che darà “Alto Tasso di Suicidi”. Che gli Scandinavi siano inclini – a partire dal principe Amleto – alla tristezza, alla malinconia e al suicidio, a causa di secoli di austerità luterana, è cosa data per scontata, e si è convinti che da tempo la cosa sia statisticamente comprovata.

 

Anche in un film che tutti gli italiani vanno a vedere, Quo vado? con Checco Zalone, si insinua che nei lunghi inverni norvegesi, dove è sempre notte, i tassi di suicidi si alzano vistosamente. E invece non è vero. Innanzitutto tutte le statistiche sui paesi temperati – e la Norvegia è classificato tra i paesi temperati – mostrano che la stagione con picchi di suicidi non è l’inverno ma la primavera. Più in generale, dai dati degli anni 2009-2011 (gli ultimi disponibili) – numero di suicidi annui per ogni 100.000 abitanti – emerge una realtà alquanto diversa.

 

Va detto subito che queste statistiche sono in gran parte inattendibili, perché ogni paese ha i suoi criteri per concludere che una morte violenta è “suicidio”. In paesi dove i suicidi sono disprezzati o considerati peccaminosi dalla religione predominante, è lecito pensare che il loro numero risulterà sistematicamente sotto-dimensionato rispetto alla realtà, ammesso che esista una inequivocabile “realtà suicidio”: in questi paesi i medici stendono i certificati di morte in modi compiacenti mascherando il suicidio, che non entrerà come tale nelle statistiche finali sulle cause di mortalità. E questo vale ancor più per i tentati suicidi. Possiamo supporre quindi che i suicidi in paesi meno influenzati dalla mentalità religiosa – come oggi i paesi scandinavi – tendano a non camuffare il suicidio come si fa in paesi più ‘religiosi’. Ad esempio, mi chiedo se il tasso molto basso di suicidi in Italia – il 7,1 per centomila di suicidi nel 2002 – non sia in parte dovuto all’impatto della forte condanna cattolica del suicidio, condanna che porta a nasconderlo.

 

In moltissimi casi il suicidio è incerto: non si sa se la persona sia morta per un incidente o perché quell’“incidente” era (fino a che punto?) voluto. Molti incidenti stradali sono in effetti bizzarri: perché il signor Tale contro ogni logica è andato a sbattere contro un muro ed è morto? Seguivo un paziente il quale, da giovane, aveva costruito in apparenza una vita soddisfacente: aveva un buon lavoro, era sposato con figli, sembrava non avere particolari problemi. Poi, un paio di volte, mentre guidava l’auto ebbe un impulso improvviso, bizzarro, sorprendente di girare il volante per andare a sbattere contro un muro la prima volta, per precipitare in un crepaccio la seconda volta. Dopo di che pensò bene di consultare uno psichiatra. Ma ammettiamo che l’impulso avesse prevalso e che fosse morto in auto: molto probabilmente la morte sarebbe stata classificata “incidente stradale”. La moglie sarebbe stata la prima a giurare che suo marito non nutriva i minimi impulsi suicidari.

 

In effetti, la psicologia clinica, e in particolare la psicoanalisi, ci spingono a vedere tanti incidenti mortali come suicidi non consapevoli. Per questa ragione in molti paesi, ad esempio negli USA, quando si vuol calcolare l’impatto tra la gente di un suicidio di VIP – ad esempio quello di Marylin Monroe o Robin Williams – non si calcolano più i suicidi ufficialmente certificati, ma piuttosto gli incidenti stradali o sul lavoro[1]. E si è potuto constatare che dopo il suicidio di uno famoso si assiste a un aumento significativo degli incidenti sulle strade americane. Stessa emulazione accade dopo un attentato terroristico spettacolare: se questo fa scalpore, ne succederanno altri nel mondo con modalità simili; da qui l’epidemia di omicidi di re, imperatori e leader politici a opera di anarchici e affini alla fine dell’Ottocento fino all’attentato del 1914 a Sarajevo, dopo di che anche gli anarchici ne persero la voglia. Lo vediamo bene oggi: ci sono attentati accuratamente programmati – come quello a Parigi del 13 novembre 2015 – e poi, sulla scia del loro “successo” mediatico, i cosiddetti “lupi solitari”, ovvero terroristi squisitamente imitativi. Premesso questo, considereremo comunque le classifiche ufficiali dei suicidi, siccome non abbiamo di meglio, prendendole cum grano salis.

 

 

2. Nella classifica del 2009-2011, sui 107 paesi del mondo considerati, il paese scandinavo più ‘suicidario’ è la Finlandia, al 19° posto nel mondo col 16,8 per centomila. Svezia e Norvegia giungono al 34° e 35° posto con l’11,9;  Danimarca e Islanda sono al 40° e 41° posto con l’11,3.  A parte quindi forse la Finlandia, che non è paese di lingua germanica, i dati non giustificano affatto il cliché secondo cui gli scandinavi si suiciderebbero in quantità industriali. Anzi, mostrano tassi di suicidio più bassi rispetto a paesi che sono investiti dallo stereotipo opposto di essere goderecci e poco melanconici: il Belgio è 18° (17 per centomila nel 1997), la Francia è 24a, l’Austria 28a.

 

In Europa, i paesi con il tasso (ufficiale) più alto di suicidi nel 2005 erano la Russia (34,3 per centomila) e l’Ungheria (26,5), due paesi ex-socialisti. Seguono il Belgio (21,1 nel 1997), la Finlandia (18,9), la Svizzera (17,4), la Francia (17,3), l’Austria (16,9), la Polonia (15,8), la Repubblica Ceca (15,3), finalmente – decima e undicesima in Europa – la Danimarca (13,6 nel 2001) e la Svezia (13,5). La Norvegia, dove secondo Zalone ci si butta dalla finestra con facilità, (con 11,5 per centomila) arriva dopo, dietro Germania, Bulgaria, Romania, Scozia. (Una curiosità: dopo la Russia, il paese al mondo dove ci si suicida di più, chissà perché, è lo Sri Lanka, deliziosa isola dell’Oceano Indiano: 31 suicidi su centomila nel 1995.)

 

Se dovessimo trarre un senso globale dalle statistiche ufficiali sui suicidi, dovremmo dire allora che i paesi più suicidari sono i paesi dell’Est ex-socialisti. Tra i primi venti paesi più suicidari al mondo ne troviamo ben dodici che hanno avuto una storia di ‘socialismo reale’ – tra cui Russia e Cina. E non bisogna credere che queste epidemie di suicidi all’Est siano soprattutto effetto del trauma immane che il passaggio dal comunismo al capitalismo avrebbe prodotto sulla gente: nel 1980 (quindi molto prima dell’implosione del comunismo) il tasso di suicidi in Russia era già del 34,8, in Ungheria addirittura del 44,9 ogni centomila.

 

Ma allora, perché quasi tutti in Italia sono convinti che nei paesi scandinavi ci si suicidi di più, e lo si ripete tanto spesso? È questo solo un riflesso della celebrità di opere cupe come Amleto, o di certi drammi di Henrik Ibsen, August Strindberg, Karl Dreyer, Ingmar Bergman e oggi di Lars von Trier? Può darsi. La mia ipotesi però è che questa leggenda metropolitana sia indice di sottile xenofobia e di invidia sociale.

 

Nel 1894 venne creata in America, a Boston, la prima Lega per la Restrizione dell’Immigrazione, all’epoca massiccia negli States quanto lo è oggi in Europa (anche oggi abbiamo una Lega anti-immigrati…). Questa Lega promosse alcune ricerche statistiche davvero scientifiche (il grassetto è della Lega) per mostrare il pericolo eugenetico che certe popolazioni immigranti presentavano. Queste ricerche mostravano, con dati inoppugnabili, che gli Scandinavi era predisposti alla melanconia e alla follia – come pensiamo, ancor oggi, in Italia. Risultava che gli Ebrei fossero disposti più degli americani WASP (considerati allora americani autentici) a ogni sorta di malattie mentali, e che gli Irlandesi fossero il gruppo più numeroso nella popolazione manicomiale. Queste “ricerche scientifiche” avevano di mira evidentemente gli immigrati, gente per definizione debole; era xenofobia contro culture supposte malate o inferiori.

 

Ma c’è anche un’altra xenofobia, spesso meno sanzionata, che chiamerei xenofobia di invidia per i superiori. Parlo qui di inferiori e superiori dal punto di vista degli xenofobi. Del resto alcuni gruppi etnici e religiosi sono stati bersaglio di entrambi gli odi razziali, magari in tempi diversi, o anche simultaneamente. Così l’antisemitismo si sviluppò contro gli ebrei che vivevano in Europa in una situazione nettamente inferiore, relegati nei ghetti, poveri, ecc. Ma quando degli ebrei sono diventati ricchissimi o famosi filosofi o grandi scienziati o scrittori, la xenofobia ha preso la forma invidiosa nei confronti di un popolo considerato per molti versi superiore, o che aveva “complottato” la propria superiorità. Venne così fuori il falso del Protocollo dei Saggi di Sion, diffusosi dal 1903 in poi: qui per la prima volta si davano prove schiaccianti del fatto che gli ebrei progettassero di conquistare il mondo.

 

(Per inciso: quanto di ciò che ciascuno di noi crede di sapere sul mondo, come dato certo, condiviso, indiscusso, “tutti lo sanno”, è vero? La mia impressione è che gran parte del nostro sapere, anche se abbiamo tre lauree, è di fatto un ammasso di sciocchezze. Quante false certezze – anche mie – crollerebbero se avessimo tempo, voglia e modo di andare a controllare in modo dettagliato “quel che tutti sanno”?)

 

Ora, tutti sappiamo che, in realtà, i paesi scandinavi sono quasi sempre ai primi posti per quella che si chiama qualità della vita, che è poi quasi tutto ciò che rende buona la vita in un paese. Per PIL pro capite i paesi scandinavi risultano tra i più ricchi del mondo. Nel 2014 per l’FMI la Norvegia risultava 2° nel mondo come ricchezza pro capite (97.013 dollari a testa)[2], la Danimarca 6° (60.600 dollari), la Svezia 7° (58.500 dollari), la Finlandia 16° (circa 50.000). Ma, come abbiamo visto, sono proprio quei “poveracci” dei finlandesi a suicidarsi più degli altri prosperi scandinavi. Mentre noi italiani siamo solo 27imi (35.800), ovvero la nostra ricchezza è quasi la metà di quella dei danesi. Questi stessi paesi scandinavi occupano i primi posti nel mondo per livello di libertà di stampa, di libertà di mercato, di competitività economica, per livello di corruzione (basso), livello di istruzione (alto), auto-valutazione della propria felicità, per creatività scientifica, per eguaglianza di genere, ecc. Per limitarsi al livello di corruzione percepita[3] nel 2014 in 175 diversi paesi, la Danimarca è il paese al mondo con minor corruzione percepita in assoluto, la Finlandia è terza, la Svezia quarta, e la Norvegia quinta. Mentre l’Italia è in 69a posizione, in compagnia di Brasile, Bulgaria, Grecia e Romania. Insomma, i paesi scandinavi sono i paesi migliori, nel senso che oggi quasi tutti diamo al termine ‘migliore’ – o, come si dice anche, “stanno più avanti di noi”. È comprensibile quindi che a noi italiani ispirino una qualche invidia.

 

Questa invidia spiega un certo disprezzo molto diffuso, specialmente nell’Italia del Nord, per gli svizzeri e la Svizzera, identificata tout court a un paese di banche dove tutti i ladri del mondo vanno a depositare il loro denaro. Conosco bene la Svizzera, e so bene che, come in tanti altri paesi, vi si trova il meglio come il peggio, e che ridurre la cultura svizzera all’industria del cioccolato e alla produzione degli orologi è una stigmatizzazione xenofoba. E mi chiedo perché l’Austria, paese molto simile alla Svizzera, non attragga altrettanto rancore[4]. Credo che anche qui la ragione profonda sia l’invidia della parte più ricca e dinamica dell’Italia nei confronti di un paese che è più ricco e dinamico.

 

Così, il Leimotiv degli scandinavi che si suicidano di più è una sorta di rivalsa immaginaria, come a dire: “Questi paesi saranno anche invidiabili, staranno pure “davanti a noi”, ma il loro benessere non li rende più felici. Prova ne sia che sono depressi e non appena possono si tolgono la vita. Beato il nostro italico malessere! Noi siamo quelli più felici, insomma i migliori.” Le vie del narcisismo nazionale sono infinite, anche quelle della falsa statistica.

 

 

[1] Come mostra R. B. Cialdini, Influence: The Psychology of Persuasion (1984) e, in forma divulgativa, in Influence: Science and Practice (2001).

[2] I tre paesi con PIL pro capite nominale più alto al mondo sono, nell’ordine:  Lussemburgo, Norvegia, Qatar (FMI, 2014); Lussemburgo, Norvegia, Macau (Banca Mondiale, 2014); Monaco, Lichtenstein, Lussemburgo (ONU, 2013).

[3] Corruption Perception Index (CPI) di Transparency International.

[4]L’austrofilia degli italiani del Nord, se paragonata all’elveticofobia, è spiegabile col fatto che l’Austria è meno invidiata della Svizzera. Mentre questa seconda da secoli non fa guerre, l’Austria invece le ha fatte tutte e le ha perse, varie volte contro di noi. Ha patito il nazismo e le rovine della Seconda Guerra. Ed è meno ricca della Svizzera.

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