Confinitudine. Il confine nei versi

Il confine in poesia in alcune autrici contemporanee è un concetto dalle diverse accezioni. Il confine come limite interiore o esteriore, imposto da se stesse o dagli altri, dalla società o dalle guerre, è linguistico o culturale, fisico o mentale, una costrizione o uno stimolo, da starne attentamente all’interno o da valicare, in cui si è rinchiuse per scelta o che non si ha la forza di scardinare: qualsiasi sia la sua natura, esso affiora tra le righe, tra i versi, in un continuo bisogno di dire. 

 

In Goliarda Sapienza, nelle sue poesie come nella sua prosa, il confine è sociale e privato, tra sanità mentale e non, è quello che gli altri danno alla parola normalità: un confine che Sapienza vuole tenacemente spostare, non solo valicare. Ciò che le permette di spostare quello sbarramento che sta segando la sua esistenza, e così poter rientrare in una interezza, è la scrittura: mezzo per sopravvivere al lutto, alla depressione, a una terapia analitica disastrosa, tentativi di suicidio, elettroshock. Negli anni Cinquanta, quando è verso i trent’anni, con la depressione il suo mondo si capovolge rendendo impellenti delle scelte: scrive la raccolta poetica Ancestrale, la sua strada per rinascere. La silloge uscirà postuma nel 2013, ma la stesura segna l’avvio della sua nuova vita fatta di scrittura: seguono due decenni per la composizione de L’arte della gioia e di altri libri, che usciranno per lo più postumi.  Quello delle poesie di Sapienza è un filo rosso che la accompagna nella nuova esistenza fatta di decisioni dure ma appartenenti solo a lei. Un confine dettato dalle convenzioni sociali quello che scavalca, dall’idea che lasciare l’agio per le difficoltà, la notorietà per un momentaneo anonimato sia una follia; un confine anche relegato all’essere donna, a ciò che una donna può o non può scrivere, che evidenzia quanto lei abbia ignorato mode e convenienze scegliendo il proprio modo. Ancestrale, una raccolta non adatta ai tempi perché senza tempo, testi che parlano di quotidianità, poesia che valica e sposta il confine, aprendo la porta a una nuova vita, quella della scelta:

 

Separare congiungere

spargere all’aria

racchiudere nel pugno

trattenere

fra le labbra il sapore

dividere

i secondi dai minuti

discernere nel cadere

della sera

questa sera da ieri

da domani

 

(da Goliarda Sapienza, Ancestrale, 2013, La Vita Felice, Mi)

 

Il confine espresso nei versi di Mariella Mehr è quello che riguarda l’esistere e il non esistere, in una accezione prima sociale e istantaneamente anche privata. Le torture inflitte a un corpo e a una mente in nome di un programma eugenetico sono quelle patite dalla scrittrice Mehr, 1947, svizzera di etnia Jenish. Donna che ha subito l’allontanamento alla nascita dalla madre e, anni più tardi, quello di suo figlio, ha conosciuto le sofferenze di una vita pestata da ideali di purezza e di conformità, in nome di un essere umano superiore. Mehr tra orfanatrofi, affidi, istituzioni educative, ha conosciuto carcere e ricoveri psichiatrici. Il confine nella sua poesia è quello di una identità uccisa, sradicata, deformata che cerca di sopravvivere alla violenza, una identità che si costruisce ogni giorno, una donna che supera il confine tra il non esistere, imposto dalle leggi e dalla società, e l’esistere, voluto da lei stessa, partorendosi ogni giorno, dandosi alla luce attraverso la parola scritta. Scrivere per esistere, scrivere per documentare e far conoscere al mondo l’orrore subito da milioni di persone in nome di una non appartenenza: scrivere per ri-appartenersi. La scrittura in Mehr, come in Sapienza, lo strumento per seguire una vocazione e con questa ricostruirsi dei confini di umanità entro i quali vivere, per proteggere e proteggersi dal quel che si lascia fuori.

 

© Anna Toscano

 

Niente,

nessun luogo.

C’è ancora rumore

di sventura nella testa,

e sulla mappa del cielo

io non sono presente.

 

Mai è stata primavera,

sussurrano le voci di cenere,

sulla bilancia del linguaggio

sono una parola senza peso

e trafiggo il tempo

con occhi armati.

 

Futuro?

Non assolve

me, nata sghemba.

Vieni, dice, 

la morte è un ciglio

sulla palpebra della luce.

 

(da Mariella Mehr, Ognuno incatenato alla sua ora, 2014, Einaudi, To)

 

Il confine labile ma al contempo marcatissimo tra la depressione e la non depressione segna la poesia di Dalia Rabikovitch (1936-2005), poetessa israeliana che ha messo al centro del suo versificare una donna schiacciata dalle incombenze che la società le impone: una figura femminile impigliata nella debolezza, nella stanchezza. Non è remissione quella che affiora tra le immagini che ritornano nella sua scrittura, non è tacita rassegnazione, ma è subire la sconfitta contando sulla salvezza della scrittura per avere ancora un luogo dove stare.  Il guizzo che spezza la catena, spezza il confine, del delirio strettamente personale è l’uso della parola che fa Rabikovitch, una parola che cerca uno spazio proprio: una parola luogo che diviene un singolare e al contempo universale punto di vista sul mondo e sulla condizione femminile. Il confine tra l’essere donna e stare nel mondo e l’essere donna con una patologia depressiva e stare nel mondo spesso non è dato da vedere: in Dalia viene costantemente toccato, spinto, allargato, a contenere tutte le donne del mondo e mostrarle insieme in una condizione di gregarietà.  

 

Cenerentola in cucina

 

Le ore migliori di Cenerentola erano quelle passate giù in cucina
aveva per così dire
libertà d’intelletto.
Si stringeva le tempie fra le mani
i capelli ricoperti d’unto.
Volava con la mente verso luoghi lontani
impensati
inspiegabili
sensazioni che lei conosceva senza dare loro un nome.
E abbassava gli occhi sul grembiule
imbrattato e macchiato
e sapeva quanto grande è la distanza fra Qui e Lì
se pure è misurabile
e poi ciò che comincia qui ed ora
non ha fine nel tempo
né un punto nel tempo.
E tracciava un cerchietto intorno a sé
si faceva un contrassegno
ovviamente immaginario.
Poi vedeva uscire quelle due con gli abiti migliori
eleganti, sfarzose, profumate
tutte tronfie.
E non voleva davvero trovarsi al loro posto.
Infiniti tesori possedeva nella sua fantasia
infiniti veramente
e senza forma.
Aveva un piccolo groppo di calore in gola
e un battito violento, malato del cuore.
Ed esisteva fuori di tutti
piangente, riarsa dalla febbre
in ogni istante pronta a smettere di esistere.
Aveva un punto di osservazione
di rara distanza
come stesse sul pianeta Marte
il pianeta della guerra.
E stringeva i pugni, dichiarava:
parto per la guerra.


E poi si addormentava.

 

(da Poeti israeliani, a cura di Ariel Rathaus, 2007, Einaudi, To)

 

© Anna Toscano

 

Nella poesia di Jozefina Dautbegović il confine che serpeggia in ogni raccolta è quello spaziale: tra una stanza e l’altra, tra una casa e l’altra, tra una città e l’altra, tra un paese e l’altro, tra una persona e l’altra. Se esiste una poesia che indichi un confine tra un esilio e l’altro, questa è quella di Dautbegović, poetessa nata nel 1948 (-2008) in Bosnia-Erzegovina, donna che ha subito la guerra. Ogni sua lirica porta indicati la città, il giorno, il mese e l’anno in cui è stata composta: una mappa spazio-temporale che rende la sua scrittura un diario della fuga per la sopravvivenza. Si può scrivere la guerra in versi, la si può scrivere anche in tempo di pace quando la guerra continua nel quotidiano esistere agli sportelli, in città straniere, in una nuova lingua, alle frontiere, nella non appartenenza. La scrittura per Dautbegović è l’indefesso tentativo di raccordare le sue molte biografie, la sua identità sconquassata dagli eventi della guerra per non cedere all’oblio e al contempo per rimanere viva nel presente: per abbattere il confine tra le sue varie sé.  Una lirica la sua che racconta come tra abbandono e costruzione il confine sia labile.

 

Contributi per nuove biografie

 

L’oblio è buono ha fatto quel che ha fatto

ha cancellato crea lo spazio per il nuovo ma il nuovo non attecchisce

La mente lo rigetta come fosse un organo estraneo

L’oblio ha creato un buco nero dal quale ogni tanto fuoriesce

qualche scena scura

 

Per esempio facciamo la fila per i documenti noi che dobbiamo avere nuove biografie

per ore in fila un milione di noi tutti uguali

da Ovidio a Brodskij (per non chiamare ciascuno per nome)

Teniamo borse cappotti certificati carte che nulla dicono di noi

diamo marche da bollo a quelli che si trovano dall’altro lato dello sportello

Come se si fosse nati appena adesso

dobbiamo iscriverci all’anagrafe

fare un qualche certificato che lo attesti

dichiarare un indirizzo inesistente

portare pagelle diplomi attestati d’esami superati

in scuole e università bruciate o molto lontane

e consegnare

 

Nel frattempo crescere di nuovo dentro di sé imparare a camminare per città straniere

smettere di fuggire correre volgersi indietro

Dobbiamo accordare con precisione i nostri passi a quelli altrui

vincere la vertigine orientarci nello spazio

imparare a parlare in lingue straniere di giorno

di notte piangere esclusivamente nella propria lingua

 

Cosa sappiamo fare ci chiedono di solito

quando osiamo cercare un lavoro

A questa domanda ogni persona onesta risponde

Non siamo sicuri di ciò che sappiamo

(il che corrisponde perfettamente alla verità)

Sappiamo scrivere ci arriva l’idea salvifica

Scrivere sì

però che cosa

Tra l’altro diciamo anche

poesie

Ma per favore chi pensa di sfottere

fa un cenno con la mano quello dall’altro lato del tavolo

e a voce alta chiama

 

Avanti il prossimo!

Zagabria, 15/V/2003

 

(da Jozefina Dautbegović, Il tempo degli spaventapasseri, in In forma di parole, numero quarto, 2008)

 

Lorna Dee Cervantes esplora i confini tra linguaggio ed esperienza, la storia dei suoi avi e la sua la conducono a un attivismo politico e sociale presente anche nei suoi testi. Poetessa chicana nata a San Francisco nel 1954, fa del linguaggio la terra di confine della propria identità, linguaggio che passa attraverso la sua pelle, i suoi capelli, le parole e i nomi in un dire la lotta contro il razzismo e la discriminazione. Nella sua poesia i nomi dicono molto di quello che non dicono: essere Lorna ed essere chicana con tratti chicani è un muro che vuol essere nascosto con della polvere. I nomi che usiamo, le parole che affibbiamo, sono strumenti violenti e coercitivi per creare identità posticce, persone che rientrino in confini e categorie prestabiliti, in nome di una normalità creata a tavolino. La scrittura di Dee Cervantes è questo scoperchiare nomi posticci, togliere la polvere, sciogliere capelli per dire in versi che quelle identità create a tavolino non sono persone, le persone sono molto altro ancora e le parole per dirlo sono poesia. Dee Cervantes i confini li prende e ne fa elastici per capelli, allungabili, arrotolabili e gettabili.

 

Nave di migranti

 

Come amido bagnato sguscio via
sotto gli occhi della nonna. La Bibbia
a lato, lei si toglie le lenti.
Il budino s’addensa.

 Mamma m’ha allevato senza lingua.
Sono orfana del mio nome spagnolo.
Le parole sono forestiere, tartagliano
sulla mia lingua. Vedo nello specchio
la mia immagine riflessa: pelle di bronzo, capelli neri.

 Mi sento prigioniera
su una nave di emigranti.
La nave che non attraccherà mai.
El barco que nunca atraca.

 

(da Sotto il Quinto Sole. Antologia di poeti chicani, a cura di Franca Bacchiega, 1990, Passigli Editori, Firenze)

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