Être bourré, o del corpo senza corpo

L’ebbrezza è una forma fatale di sconvolgimento dei sensi. Eccitamento dei nervi e della mente che espande la vita e al contempo se ne nutre. Pulsazione del tempo la cui percezione si fa sempre più lontana e leggera. Tutto ciò che accade nell’ebbrezza, accade in un istante e risponde ad un desiderio preciso: esaltare la vitalità organica per fuggire al tempo che scorre. Ma tutto sommato si tratta di uno sconvolgimento paziente, pacato. Già, perché difficile è negare l’intrigo della deflagrazione emotiva che induce l’essere trascinati dalle onde di un mare in tempesta, ancorché il rischio del naufragio sia sempre imminente. Eppure, in fondo, non si tratta nemmeno di essere trasportati dalla veemenza dell’euforia. Piuttosto, l’euforia stessa è ciò che conduce dal turbinio dei sensi a ciò che Tommaso Tuppini, in Ebbrezza (J. L. Nancy, T. Tuppini, Ebbrezza, Mimesis, Milano-Udine 2014), definisce come bonaccia dell’esistenza. Il desiderio dell’ebbro non è nient’altro che questo: inoltrarsi nel torpore per vivere l’ingordigia di un solo istante per volta. E forse anche di sparire in un’esistenza che improvvisamente si è fatta troppo piena affinché una coscienza possa affiorare ancora. Troppo piena, eppure leggera come una piuma che volteggia e poi cade nel vortice della tempesta, e neppure se ne accorge. Allora, nella bonaccia dell’esistenza il vento non è affatto scomparso, ma non dà più alcun fastidio; vi si può finalmente esporre senza timore di esserne scapigliati.

 

Il desiderio di ebbrezza è il sogno della letteratura, e per certi versi anche quello della filosofia. Un sogno sconvolgente, in totale assenza di sconvolgimento. Del resto lo sconvolgimento è proprio ciò che inseguiva anche lo stesso Deleuze, almeno fino a quando non constatò che la creatività dell’istante euforico che un tempo ingegnava il lavoro concettuale, ora lo impediva pericolosamente. Alcol o droga, eccitazione ed esaltazione profonda dei sensi, così che pure l’intelletto possa raccogliere in un istante ciò che è stato seminato sorso dopo sorso, dose dopo dose. È forse di questo che si nutre e si è nutrita una grande parte della letteratura, dell’arte e della filosofia moderne? Si tratta forse di quella veemente irruzione dell’ebbrezza nella carne e nel pensiero di molti scrittori dell’Ottocento e del Novecento? Un’ovvietà deprimente, per Tuppini. E non certo a causa di una scandalosa degradazione morale, quanto forse perché nell’immaginario comune l’euforia ebbra non è mai neutra rispetto all’opera: talvolta distruttiva, talora evocativa, spesso ridotta a pratica blasfema nei confronti della divina lucidità dell’intelletto di chi se ne serve per poter fare a meno di sé stesso e della propria esistenza, senza dover, con ciò, cedere precocemente alla morte.

 

 

Eppure non c’è alcunché di deprimente nel desiderio di ebbrezza di filosofi e letterati, proprio perché forse, ancor più radicalmente della brama di sparire nel silenzio, nell’eclissi e nella leggerezza di sé, non c’è che il puro e semplice godimento dell’istante d’ebbrezza, quello nel quale anche Socrate, come ricorda Jean-Luc Nancy, può essersi perso per il mero piacere che ne avrebbe tratto, e nulla più.

 

È necessario ubriacarsi. Ed è lo stesso Baudelaire a rammentare quanto sia indispensabile inseguire l’ebbrezza di ogni cosa che risiede nel tempo, per dimenticare il tempo medesimo. Di vino, di poesia o di virtù, come pare a noi. O di follia, purché la vita s’assopisca nel suo volare leggera sulle ali di un tempo fattosi eterno anche per l’uomo precario e vilipeso dall’incombenza della scansione cronologica.

 

In fondo, la bonaccia richiama davvero l’immagine di un mare placido, il cui continuo fluire delle onde prosegue lento, proprio come se il movimento apparentemente incessante dell’acqua potesse interrompersi da un momento all’altro e concedersi un istante di riposo. E allora l’ebbrezza che Nancy e Tuppini indagano non è altro che questo: furore dell’istante, di un istante che si abbandona a sé stesso, che si concede il riposo dalla vita e da un tempo che lo possiede senza tregua. E che importa, del resto, se galeotto fu Dioniso o le droghe di Sartre? Facendo eco a Michaux, anche Deleuze ricorda che, in relazione al furore dell’ebbrezza, alcol e droga non sono poi così distanti.

 

L’ebbrezza è l’esperienza dell’istante. Esperienza che induce l’istante ad emergere e a farsi largo tra i suoi simili. E in quell’istante si può persino desiderare di non essere più, desiderare di non essere che vita organica ridotta al regime minimo, al quasi-zero di una volontà annichilita, così che anche avvertire l’estensione del proprio corpo possa risultare un’impresa decisamente precaria. Dunque un istante di pienezza, forse troppa, forse caustica e violenta, inevitabile. Un’istante che cade sull’ebbro proprio come l’ispirazione colpisce lo scrittore in forma d’evento, per mezzo di una violenza feconda che non ha alcuna dimensione. Ma dov’è la violenza? E su chi la si compie? Su sé stessi forse? Come si può compiere violenza su di sé se il solo desiderio del filosofo che insegue l’estasi non è che alleggerire quel fardello del tempo che fu così d’impaccio pure a Baudelaire? Se le indagini di Nancy e Tuppini sono ben fondate, e se dunque filosofia ed ebbrezza hanno pure qualcosa che in qualche modo le accomuna, si tratta di una verità. Una verità che si rivela, ma che non dice sé stessa; una verità che si svela nell’istante denudando in un soffio tutto il tempo che scorre. Godimento puro, dunque. Ma un godimento senza corpo, o di un corpo ridotto a mero spasmo, sola estasi.

 

Henri de Toulouse-Lautrec, At the Moulin Rouge, 1892

 

E in fondo non si tratta solo della rivelazione di verità, ma anche dell’inseguimento di una certa beatitudine, che nulla ha a che vedere con la costruzione di un progetto ordinato e coerente, né con realizzazioni di vita. Se felicità si dà, nella conversazione tra i due autori, non può che essere, di nuovo, una felicità istantanea, un solo brevissimo e fugace lampo di gioia e godimento da poter vivere nel suo farsi apicale e che, proprio per questo, fa sì che l’istante in cui esso vive si dilati e insegua l’eternità. Del resto non c’è felicità che non si nutra dell’illusione di essere raggiunta nell’istante e poi dimenticata, per far sì che la si possa vagheggiare nuovamente. Nessuna felicità ebbra può essere tanto estesa da avere una storia alle spalle, o un percorso presentabile. Ed è proprio ciò che induce Tuppini a credere nell’intuizione spontanea e quasi vuota di un’estasi tanto intensa quanto effimera come quella indotta dalla violenza dell’ebbrezza, giacché nessuna esperienza, ancorché piacevole, può essere tanto rassicurante come ciò che ha una storia e che si può raccontare. Ma forse, ciò che ha una storia non può affatto rispondere alla felicità ingorda ed istantanea dell’ebbrezza. E allora Nancy comprende davvero l’ingiunzione del poeta francese a bere. Bere vino, bere poesia, bere virtù. Bere la vita affinché la si senta meno addosso. Già, perché anche la filosofia che si nutre davvero dell’ispirazione, benché massimamente vicina alla poesia, è comunque una forma d’ebbrezza che, pur nell’astensione da alcuna forma di sollecitazione indotta, intima al corpo di farsi un po’ più distante, un po’ più leggero.

 

È così che l’istante dell’ebbrezza si distende verso l’eternità, pur distinguendosene. È così che l’istante dell’ebbrezza si rende presente. Un presente che non trascorre, forse, ma che insiste come un punto schiacciato verso il passato e verso il futuro. Staticità che finge di muoversi. È anche da qui che trae ragion d’essere la lenta deriva dell’incedere ebbro e della percezione ovattata di sé stessi e del mondo, la medesima nella quale si immerge il filosofo e più in generale chi scrive davvero, godendo dell’ispirazione come di una luce fulminea ed abbacinante che malleva il corpo della sua estensione. Troppo pieno che libera un vuoto, eccesso che si scioglie in levità.

Non esiste piacere che non sia di un istante. L’istante è estraneo alla durata, ed è così che l’euforia dell’ebbrezza si insinua nel punto critico in cui Kronos e Aiôn si fondono e danno vita all’istante eternamente presente. Nancy ne è convinto: l’istante fa capo ad una durata che non dura, e il piacere che vi dimora non esiste altro che per perdervisi. Abbandonarsi nell’abisso di un tempo che non scorre più, nel baratro di una cronologia ormai disconosciuta.

 

L’ebbrezza è desiderio, dunque. Desiderio variegato, desiderio che, pur nell’ostentata trasgressione, o nella “deprimente ovvietà” cui si riferisce Tuppini, cela spesso una tensione morale: farla finita, giungere al termine, cercare smaniosamente la fine di un’estasi che non ha capo né coda. Ma che comporta la trasgressione, se non di nuovo un orizzonte morale cui non ci si vuol più richiamare se non opponendovisi con ingordigia? Ogni desiderio di fine e di conclusione altro non è che un desiderio di morte: se in questo ha ragione Nancy, è altrettanto vero che ogni nevrotica e frenetica ricerca della fine è in prima battuta un insano desiderio di redenzione. In fondo chi si inebria per mera trasgressione non vuole uscire dall’ordine etico che vorrebbe mettere in crisi, ma vi si invischia ancor più pericolosamente. Il godimento estatico e furioso, dunque, è la morte del desiderio, ed è ciò che insegue chi si inebria per trasgredire. Così, ancora non si sfugge al giudizio, ma vi si cala immensamente, giacché solo nella proiezione della fine si può aspirare a quella redenzione per la quale si potrà indebitamente sperare di liberarsi della gravità del corpo. Corpo senza organi, come aveva teorizzato Artaud. O ancor meglio, corpo senza corpo, corpo intriso di spiriti ebbri per poter rinunciarvi più facilmente. Solo così è possibile abbandonarsi alla bonaccia dell’esistenza, e rinunciare al giudizio, alla redenzione, a quella pulsione di morte ancor troppo teleologicamente orientata.

 

In fondo si tratta di cercare l’ebbrezza di sé stessi e del mondo, si tratta di inseguire la sensazione pura di un corpo che ha perso non solo gli organi, ma pure sé stesso. Corpo senza corpo, per eccesso di eccitazione.

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