Una stanchezza che cura

Nel suo libro La società della stanchezza (Nottetempo, 2012, pp. 81, Traduzione di Federica Buongiorno), il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la società del XXI secolo non può più essere intesa come una società di tipo disciplinare, ma una società della prestazione. I soggetti infatti che la compongono non sono più sottoposti, attraverso determinati dispositivi, a forme di obbedienza, come magistralmente ci ha insegnato Michel Foucault, si caratterizzano piuttosto come imprenditori di se stessi.

 

Le patologie cui tale soggetto incorre non sono più di tipo batterico o virale, a istanza immunologica, quanto di tipo neuronale. La depressione, la sindrome da deficit di attenzione o iperattività, il disturbo borderline di personalità o la sindrome di burnout, derivano da un eccesso di positività. È il terrore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, qui ed ora, immediatamente, nella situazione di performance che ogni singolo individuo sente di dover offrire, ma che in effetti pretende prima di tutto da se stesso.

 

Questo non significa che il cambiamento di paradigma dalla società disciplinare alla società della prestazione sia in perfetta discontinuità, anzi, persiste una profonda continuità. Il soggetto di prestazione rimane a suo modo disciplinato, obbediente, ma la sua capacità produttiva introduce una risorsa in più: il proprio desiderio. Si tratta di una risorsa perché desiderio e prestazione non trovano mai il loro perfetto congiungimento, anzi rimangono semmai l’uno l’alimento della mancanza dell’altro; in modo tale che il sentimento di fondo che permane nel soggetto è la necessità di rispondere positivamente al timore di non riuscire a reggere la pressione. Il permanente stato depressivo latente con cui il soggetto di prestazione si misura non deriva allora da un eccesso di responsabilità e di iniziativa, ma dalla sensazione di non riuscire a corrispondere all’obbligo assunto con se stessi. Nonostante il fondo di insoddisfazione latente da fronteggiare, tale soggetto rimane un individuo che fondamentalmente non fa altro che lavorare, in qualsiasi momento, anche quando è alla ricerca del proprio godimento. È l’animal laborans che sfrutta se stesso in modo del tutto volontario, senza alcuna evidente costrizione esterna, divenendo così al tempo stesso vittima e carnefice della propria autoreferenzialità.

 

Il lamento interiore di questo soggetto non corrisponde a un “niente è più possibile”, ma alla paura della propria inadeguatezza a fronte del fatto che “niente è impossibile”. Il non riuscire a essere a questa altezza conduce il soggetto a una guerra intestina con se stesso. Libertà e costrizione coincidono, o meglio, si arriva alla paradossale costruzione di una libertà costrittiva, dove risiede il desiderio incolmabile di massimizzare la propria prestazione.  Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Le malattie psichiche della società della prestazione sono appunto le manifestazioni patologiche di questa libertà paradossale.

 

Dunque, che fare? Non si può certo contrapporre a questa iperattività un altro contromovimento, che non farebbe altro che aggiungere altra attività, si tratta piuttosto di fare un buon uso della stanchezza che tutto questo comporta. È sentire la stanchezza come una forma di cura, mantenendo attiva la consapevolezza che al fondo di un’attenzione contemplativa è insita una forma profonda di staticità. Se il sonno infatti è il culmine del riposo fisico, il sentimento di un’immobilità profonda è il culmine del riposo spirituale, tanto è vero che, come ci ricorda Walter Benjamin, è solo l’uccello incantato che può covare l’uovo dell’esperienza. La capacità di posare uno sguardo incantato su ciò che ci circonda, è una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha più alcuna via d’accesso.

 

Il soggetto preso da questo sentimento di immobilità profonda può allora passare da un’andatura lineare, retta, incentrata sul passo di corsa, a una danza statica che si sottrae completamente al principio di prestazione. L’atmosfera fondamentale che lo circonda diviene lo stupore per l’essere-così delle cose. Un’attenzione contemplativa posa infatti il proprio sguardo incantato sull’incerto, sull’impalpabile, su ciò che rimane fugace, ma che al tempo stesso è esattamente lì, davanti ai propri occhi. Le forme e gli stati della durata non possono che sottrarsi all’iperattività della comprensione. Nello stato contemplativo ci si ritrae fuori di sé e ci si immerge nelle cose, imparando a guardarle. Questo per Nietzsche significa assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza, a lasciar venire le cose a sé. Significa rendere l’occhio abile a un’attenzione profonda e contemplativa, uno sguardo lento e prolungato nel tempo che perde il senso del proprio tempo.

 

Si tratta di un momento in cui il soggetto introduce, rispetto alla positività del fare, quella particolare forma di negatività espressa dallo scrivano Bartebly di Melville: “preferirei di no”. È grazie a questa interruzione che il soggetto può misurarsi con tutta l’estensione che lo spazio della contingenza comporta e sottrarsi alla dinamica di una pura attività. L’indugiare, l’esitare, il non rispondere immediatamente alle sollecitazioni, è certamente un’attività fattiva e tuttavia non permette che l’agire degeneri necessariamente nel lavoro. Uno dei problemi che il nostro vivere comune comporta è che viviamo in un mondo troppo povero di interruzioni, di spazi intermedi, di intervalli. D’altronde la prima cosa che la frenesia performativa elimina è proprio ogni forma di intervallo.

 

Esistono allora due forme di potenza: una potenza positiva, quella che ci permette di fare qualcosa e una potenza negativa, quella che ci permette, di fronte a un’immediata realizzazione, di dire di no, grazie. Questa potenza negativa si distingue tuttavia dalla mera impotenza, dall’incapacità di fare qualcosa, è una stanchezza profonda che si aggiunge insieme a una sottrazione di Io. È ciò che fa dischiudere untra, uno spazio della cortesia in cui niente e nessuno domina o è anche solo predominante. Mentre la stanchezza dell’Io è solitaria, è priva di mondo, questa stanchezza profonda è invece fiduciosa di mondo, rende infatti possibile soffermarsi, indugiare, non tanto su ciò che dobbiamo fare, ma su ciò che ci circonda. Questa stanchezza fondamentale è allora tutt’altro che uno stato di esaurimento, nel quale ci si sente incapaci di fare alcunché, essa diviene piuttosto quella particolare facoltà che è l’ispirazione, un elevarsi dell’anima.

 

Una stanchezza che ci permette di abbandonarci e che risveglia in noi una particolare capacità di guardare. È ciò che indica Peter Handke quando parla di una “stanchezza dagli occhi limpidi”. Si tratta di accedere a un’attenzione completamente diversa, a forme prolungate e lente che si sottraggono alla tipica iperattenzione breve e veloce della nostra società. Questa stanchezza profonda allenta l’identità dell’Io e lascia che le cose sfavillino, risplendano e tremino oltre i loro margini; lascia che si facciano indefinite, permeabili e perdano qualcosa della loro nettezza, per ritrovare così tutta la loro realtà.

 

Per questo la stanchezza profonda è disarmante e nel lento sguardo di chi è stanco sorge incantata la risolutezza della quiete.



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